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I Berlusconi contro Report e la memoria che fa paura

“Pattume mediatico su mio padre, reagiremo”, tuona Marina Berlusconi dopo l’ultima puntata di Report. La trasmissione di Sgfrido Ranucci ha fatto quello che dovrebbe fare il giornalismo: evitare che il potere riscriva la storia, evitare che la memoria ammuffisca sotto il peso delle convenienze politiche.
Per raccontare i rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia basta raccontare la storia del suo braccio destro Marcello Dell’Utri. Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato assolto nel 2023 nel processo sulla trattativa Stato-mafia, ma la sua intermediazione tra i vertici di Cosa Nostra e Berlusconi è stata confermata da una sentenza definitiva. È stato riconosciuto come mediatore tra Berlusconi e Cosa nostra. La sua attività ha incluso la garanzia di protezione per Berlusconi e la sua famiglia, nonché il sostegno all’attività imprenditoriale dell’ex premier, in cambio di favori politici. Secondo le indagini, Dell’Utri avrebbe facilitato l’appoggio elettorale della mafia a Forza Italia in cambio di promesse politiche favorevoli a Cosa nostra, contribuendo così a consolidare il potere politico di Berlusconi.
Marina Berlusconi dice che suo padre “è sempre stato in prima fila contro le mafie” mentre le sentenze raccontano una storia diversa. Forza Italia – il partito della famiglia Berlusconi – rincara la dose parlando di scempio. Dall’opposizione se appoggiate l’orecchio si sente solo un flebile bisbiglio.
Per riscrivere la storia bisogna prima cancellare la memoria. Per cancellare la memoria bisogna calunniare chi ricorda. Per questo il giornalismo serve. Oggi più che mai.

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Usa, l’esercito contro i civili: l’ipotesi evocata da Trump per affrontare le minacce interne. A partire dai migranti

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, negli Stati Uniti si riaccende un dibattito inquietante: l’impiego delle forze armate sul suolo nazionale contro dissidenti politici, proteste e immigrati irregolari. Come riportato da Michael Hirsh su Politico l’ex presidente ha espresso chiaramente l’intenzione di usare l’esercito per affrontare ciò che considera minacce interne. Un approccio che mina il delicato equilibrio tra potere civile e militare.

Un precedente carico di tensione

L’ultima attivazione dell’Insurrection Act risale al 1992, quando il presidente George H.W. Bush inviò l’esercito a Los Angeles per sedare le rivolte seguite al pestaggio di Rodney King. All’epoca, le truppe agirono in ruoli di supporto, evitando il contatto diretto con i civili. Tuttavia, il rischio di escalation violente era palpabile, come dimostra l’episodio in cui un’unità dei Marines, fraintendendo un ordine della polizia, sparò 200 colpi contro un’abitazione occupata.

Oggi, le preoccupazioni sono amplificate. Secondo diversi ufficiali e legali intervistati, il ritorno di Trump potrebbe significare un uso più aggressivo delle truppe, con la possibilità di impiegarle non solo contro disordini ma anche per deportazioni di massa.

Confini legali ed etici

L’Insurrection Act concede al presidente ampi poteri per dispiegare l’esercito in risposta a emergenze interne. Tuttavia, la sua vaghezza crea terreno fertile per abusi. Trump potrebbe invocarlo senza dover dimostrare un reale stato d’insurrezione, basandosi su una generica percezione di “cospirazione”. Per i militari, ciò solleva dilemmi etici: eseguire ordini legalmente validi ma moralmente discutibili, o rischiare la corte marziale rifiutandoli?

Secondo Mark Zaid, avvocato specializzato in diritto militare, numerosi membri delle forze armate hanno già cercato consulenza legale per prepararsi a possibili ordini controversi. La ripresa del “The Orders Project”, fondato nel 2020, riflette esattamente questa crescente preoccupazione.

Preparazione inadeguata

Un altro aspetto critico è la formazione. L’esercito statunitense è addestrato a combattere nemici esterni, non a gestire folle di civili. Questa lacuna operativa aumenta il rischio di errori fatali, come dimostrato dall’uso eccessivo della forza durante le proteste di George Floyd nel 2020. “Non abbiamo una dottrina chiara per queste situazioni,” afferma Anthony Pfaff, studioso di etica militare. Senza regole d’ingaggio precise, la reazione potrebbe essere disordinata e violenta.

Un futuro incerto

Il ritorno di Trump, accompagnato da un team di fedelissimi al Pentagono, alimenta timori che le truppe possano essere strumentalizzate per scopi politici. Come sottolineato dall’ex generale Martin Dempsey, la politicizzazione dell’esercito minerebbe uno dei principi cardine della democrazia americana: il controllo civile sulle forze armate.

Ma le preoccupazioni non sono solo teoriche. Episodi come l’uso dei militari per sgomberare Lafayette Square nel 2020 mostrano quanto sia sottile il confine tra ordine pubblico e abuso di potere. Di fronte a un comando che potrebbe trasformare l’esercito in uno strumento di repressione, la vera sfida per i militari sarà mantenere la propria integrità, rispettando i diritti costituzionali dei cittadini.

Così mentre gli Stati Uniti si preparano a un periodo di profonda instabilità anche il ruolo delle forze armate rimane un’incognita. Il rischio, come ammonisce uno degli esperti intervistati, è che “le cose andranno male, molto male”. E questa volta, il prezzo potrebbe essere la stessa democrazia americana e l’idea di democrazia degli emuli di Trump. 

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Omeonga in campo, la “black list” sparisce: una storia che imbarazza l’Italia

Stéphane Omeonga è tornato in campo. L’ex centrocampista della Serie A, finito al centro di una controversa vicenda internazionale, ieri ha vestito regolarmente la maglia del Bnei Sakhnin in Israele. Proprio lì, nel paese che secondo la polizia italiana non avrebbe mai potuto raggiungere perché, il 25 dicembre scorso, sarebbe stato inserito in una misteriosa “black list” delle autorità israeliane. Una storia che, ora più che mai, solleva interrogativi pesanti sulla gestione dell’episodio da parte delle forze dell’ordine italiane.

Il fermo di Natale: un intervento controverso

I fatti risalgono al giorno di Natale, quando Omeonga, in viaggio verso Tel Aviv per unirsi al club israeliano, è stato fermato all’aeroporto di Fiumicino. La motivazione ufficiale? La sua presenza su una lista di persone non gradite in Israele. Eppure, ieri, davanti ai tifosi del Bnei Sakhnin, Omeonga era in campo, dimostrando che quella black list potrebbe non essere mai esistita.

Omeonga aveva dichiarato di possedere un permesso di lavoro valido e di aver ricevuto rassicurazioni dalle autorità israeliane sull’assenza di qualsiasi impedimento. Nonostante ciò, il calciatore era stato fatto scendere dall’aereo con la forza, trattenuto negli uffici della Polaria e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. Secondo il suo racconto, gli agenti avrebbero agito in modo violento, umiliandolo e privandolo di spiegazioni adeguate. Una denuncia che sollevò immediatamente polemiche sulle modalità dell’intervento.

Un ritorno in campo che smonta la versione ufficiale

Con il suo ritorno in campo, la vicenda assume contorni ancora più inquietanti. Se Omeonga era davvero sulla black list di Israele, come è stato possibile che il calciatore sia ora perfettamente integrato nel campionato israeliano? L’assenza di risposte chiare da parte delle autorità italiane lascia spazio a un’ipotesi difficile da ignorare: che l’intero episodio sia stato frutto di un errore, aggravato da una gestione discutibile.

Ma la vicenda Omeonga tocca temi più ampi, come il pregiudizio. Quanto accaduto  non è un episodio isolato, ma un sintomo di un sistema che, troppo spesso, si arroga il diritto di agire senza trasparenza e senza rendere conto delle proprie azioni.

Oggi Omeonga corre dietro a un pallone in Israele. Chissà se ci saranno indagini indipendenti per fare luce su una vicenda che conferma l’urgenza di garantire che nessun’altra persona debba subire lo stesso trattamento.

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Per Gaza non vale

Abubaker Abed, 21 anni, con la voce che trema ma non si spezza, ha gridato l’ovvio davanti a un mondo che tace. “Quanti giornalisti dovranno ancora morire per scuotere le vostre coscienze? E se fossimo ucraini, bianchi con gli occhi azzurri?”. Un’osservazione che taglia come un bisturi. Non è un invito alla solidarietà, è una denuncia senza attenuanti.

Da ottobre, più di 200 operatori dell’informazione sono stati uccisi nella Striscia di Gaza. Non vittime accidentali, ma bersagli. I giubbotti con la scritta “Press” non proteggono più, sono diventati bersagli mobili per i cecchini israeliani. Cronisti come Sa’ed al-Nabhan, colpito mentre raccontava il soccorso a dei feriti, sono l’emblema di un giornalismo che non si arrende, neanche davanti alla morte.

Ma le immagini di corpi mutilati e occhi spenti non bastano. Non bastano a un’opinione pubblica occidentale che riconosce il dolore solo se è familiare, se ha tratti europei. Abed lo ha detto chiaro: se quei reporter fossero stati biondi e con gli occhi azzurri, le loro morti avrebbero suscitato indignazione globale. Perché la morte palestinese, ormai, non fa rumore.

Non è solo una questione di coscienze. È una questione di responsabilità. I governi che forniscono armi a Israele, i media che filtrano la tragedia attraverso il prisma di una narrativa unilaterale, le istituzioni che scelgono il silenzio: tutti complici.

“Il giornalismo non è un crimine”, ha ricordato Abed. Eppure, a Gaza, sembra esserlo. Qui eravamo tutti d’accordo fino a ieri. Per Gaza non vale. 

Buon lunedì.

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A Milano, le rotte migratorie del Mediterraneo al centro di uno spettacolo teatrale

Questa domenica, 12 gennaio alle ore 18.00, appuntamento a Milano presso il Centro Internazionale di Quartiere (Via Fabio Massimo 19) con lo spettacolo teatrale “A casa loro” – monologo in atto unico di e con Giulio Cavalli – sul fenomeno delle rotte migratorie che attraversano il Mediterraneo, indagate dal giornalista di Avvenire Nello Scavo, che ha contribuito alla scrittura del testo. Ingresso libero. 

Il Mediterraneo è il cimitero liquido dei nostri scheletri ma tutto attorno, nelle regioni che scendono per l’Africa, quelle sulla rotta balcanica e nella zona impigliata tra i fili spinati della Turchia, ci sono le persone. Persone, semplicemente, con il fardello delle loro storie che hanno l’odore di carne viva, senza valigie ma con quintali di paura, costretti al macabro destino di trovare posto solo sulle pagine dei giornali o sulle bocche più feroci della politica. Il mare non uccide. Ad uccidere sono le persone, la povertà, le politiche sbagliate e le diseguaglianze che rendono il mondo un posto diviso in una parte giusta e una sbagliata in cui nascere.

Domenica 12 gennaio 2025 alle ore 18.00, presso gli spazi del Centro Internazionale di Quartiere in via Fabio Massimo 19, IPSIA in collaborazione con Associazione socio-culturale Sunugal e Codiasco propone lo spettacolo teatrale “A casa loro” – monologo in atto unico di e con Giulio Cavalli – sul fenomeno delle rotte migratorie che attraversano il Mediterraneo, indagate dal giornalista di Avvenire Nello Scavo, che ha contribuito alla scrittura del testo.

L’evento è ad accesso libero e gratuito e si inserisce all’interno del progetto “TUAS – Tutta un’altra storia” cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, il cui obiettivo è quello di promuovere un cambiamento nelle modalità narrative del fenomeno migratorio da parte della nostra società civile. A differenza di come siamo soliti approcciarci al fenomeno, il progetto mostra una metodologia comunicativa che non polarizza le visioni, bensì conduce gli interlocutori a riscoprire il volto umano della migrazione che altro non è che un viaggio caratterizzato non solo da numeri e percentuali, ma da storie, motivazioni ed emozioni legittime se inserite in un contesto di diritti.

Al termine dello spettacolo, dalle 19.30 alle 21.00 è previsto un momento conviviale con apericena in musicain cui i presenti potranno consultare il kit didattico prodotto dal progetto e basato sulla metodologia del narrative change https://www.narrativechange.org/it oltre ad approfondire il tema insieme alle testimonianze dirette dei giornalisti, del personale di IPSIA e degli attivisti delle associazioni della diaspora che saranno presenti.

Teatro Aquilante
Nasce nel 2024 e si occupa di portare sulla scena storie ispirate dai fatti di cronaca, dai temi sociali, dalle persone che popolano ogni giorno la mitica e attualissima tragi-commedia della vita.

Giulio Cavalli
Scrittore, attore e giornalista. Autore e attore di teatro civile ha collaborato con Paolo Rossi, Renato Sarti e Dario Fo.

Nello Scavo
Nello Scavo è giornalista di “Avvenire”, reporter internazionale e cronista giudiziario. Negli anni, ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, firmando servizi da molte zone «calde» del mondo.

[fonte https://www.africarivista.it/a-milano-le-rotte-migratorie-del-mediterraneo-al-centro-di-uno-spettacolo-teatrale-2/249379/]

Quanto dobbiamo prendere sul serio il delirante imperialismo di Trump – Lettera43

Canada, Groenlandia, golfo del Messico e canale di Panama: sono solo i primi obiettivi delle minacce espansionistiche di The Donald. Da America First ad America Everywhere. Logiche coloniali che credevamo sepolte, un presidente egoista e dominatore che condanna gli Usa all’isolamento. Ma nel futuro rimarranno solo le macerie di un’ambizione fallita.

Quanto dobbiamo prendere sul serio il delirante imperialismo di Trump

L’imperialismo è di nuovo tra noi. Non sotto nuove spoglie, ma con la stessa brutalità ideologica che ne ha segnato la storia. Donald Trump, con il suo ritorno trionfale alla ribalta politica, ha spogliato la retorica populista di ogni sottigliezza, trasformandola in un manifesto di espansionismo travestito da patriottismo. Un leader che non si limita più a declamare America First, ma sogna di imporre America Everywhere. Nel 2019 Trump proclamava che «il futuro non appartiene ai globalisti». Era un messaggio chiaro, radicato in un nazionalismo che rifiutava ogni vincolo multilaterale. Ma oggi quel messaggio ha mutato forma. La critica ai globalisti si è trasformata in una visione imperialista: un’agenda che include l’annessione della Groenlandia, il ridisegno dei confini nordamericani e persino l’appropriazione simbolica di mari e rotte commerciali.

Quanto dobbiamo prendere sul serio il delirante imperialismo di Trump
Trump vuole annettere la Groenlandia.

Una strategia inquietante: il ritorno alle logiche coloniali

La Groenlandia è il primo tassello di questa ambizione. Una terra ricca di risorse naturali e cruciale dal punto di vista strategico. Trump non si è limitato a proporne l’acquisto: ha ventilato l’uso della forza economica e persino militare per appropriarsene. La Danimarca ha risposto con fermezza, ribadendo che la Groenlandia non è in vendita. Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, questo episodio ha rivelato una strategia inquietante: un ritorno a logiche coloniali che si credevano sepolte.

Senso di incredulità di fronte alle minacce dell’America

E non è tutto. L’idea di annettere il Canada come 51esimo Stato non è solo un affronto alla sovranità canadese, ma un attacco diretto a un’identità nazionale costruita sulla differenziazione dagli Stati Uniti. Justin Trudeau, primo ministro dimissionario canadese, ha liquidato la proposta come un tentativo di distrazione, mentre i dazi imposti dall’amministrazione Trump minacciano di compromettere l’economia nordamericana. La risposta del Canada è stata ferma, ma ciò che rimane è un senso di incredulità di fronte a un’America che, invece di rafforzare le sue alleanze, le minaccia.

Trump mostra su Truth una mappa con il Canada parte degli Stati Uniti
Da Truth, la cartina del Canada con la bandiera americana.

Panama e Messico respingono ogni pressione esterna

L’America Latina, intanto, osserva con apprensione. Trump ha suggerito di ribattezzare il Golfo del Messico come «Golfo d’America». Un gesto apparentemente simbolico, ma intriso di arroganza culturale e politica. Claudia Sheinbaum, presidente del Messico, ha ribadito le radici storiche di quel nome, dichiarando che il Messico non tollererà provocazioni. Sul fronte panamense, il canale di Panama è tornato al centro delle attenzioni statunitensi, con Trump che accusa la Cina di avere un’influenza indebita sulle rotte commerciali. Panama, tuttavia, ha riaffermato la propria sovranità, respingendo ogni pressione esterna.

Sheinbaum e Galvez, analisi del duello in Messico fra le due donne che si contendono il potere
Claudia Sheinbaum tra la folla in Messico (Getty).

Una versione distorta del vecchio concetto del “Manifest destiny”

Ma perché questo ritorno all’imperialismo? Perché Trump, e chi lo sostiene, vedono nell’espansionismo una narrazione capace di galvanizzare un elettorato disilluso. Personaggi come Charlie Kirk celebrano queste ambizioni come un ritorno alla «energia maschile americana», una versione distorta del “Manifest destiny“, un concetto radicato nel XIX secolo che giustificava l’espansione territoriale degli Usa come un destino inevitabile voluto dalla Provvidenza. Tuttavia, dietro questa retorica si cela una strategia miope, come sottolineato da John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. «Episodiche e transazionali», ha definito queste mosse, più orientate a rafforzare l’immagine personale di Trump che a perseguire una visione strategica a lungo termine.

Un attacco diretto ai principi dell’ordine internazionale

E mentre gli Stati Uniti si isolano ulteriormente, il mondo osserva con preoccupazione. Gli alleati storici si chiedono quale sia il futuro delle relazioni transatlantiche, mentre le nazioni emergenti vedono in queste mosse un segnale di arroganza che mina la credibilità americana. La verità è che l’espansionismo trumpiano non è solo un problema per la diplomazia: è un attacco diretto ai principi stessi su cui si fonda l’ordine internazionale.

Donald Trump e Elon Musk hanno assistito al sesto test di lancio di Starship, navicella di SpaceX, con il booster Super Heavy.
Elon Musk con Donald Trump al lancio di Starship (Getty Images).

L’imperialismo è tornato, ma in futuro non può durare

Che messaggio inviano gli Stati Uniti quando abbracciano una visione più vicina al XIX secolo che al XXI? Come possono sperare di mantenere la loro influenza globale se alienano i loro alleati e rafforzano la percezione di un’America egoista e dominatrice? Il neo-imperialismo di Trump non è solo un ritorno al passato: è un monito per il futuro. Finché gli Stati Uniti non comprenderanno che la forza di una nazione risiede nella sua capacità di costruire relazioni basate sul rispetto reciproco, continueranno a essere prigionieri di una narrazione che li condanna all’isolamento. L’imperialismo è tornato, ma non può durare. Perché ogni confine violato lascia cicatrici, e ogni nazione piegata alimenta una resistenza che cresce con il tempo. E forse, quando la polvere si sarà posata, ciò che rimarrà non sarà la grandezza di un impero, ma le macerie di un’ambizione fallita.

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Sanzioni bluff alla Russia: con il Gnl l’Ue resta legata al Cremlino

Nonostante gli annunci e le sanzioni seguite all’invasione russa dell’Ucraina, le importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) dalla Russia verso l’Europa hanno raggiunto livelli record nel 2024. Secondo i dati di Rystad Energy, il vecchio continente ha acquistato 17,8 milioni di tonnellate di Gnl russo, con un incremento di oltre 2 milioni rispetto all’anno precedente. Una contraddizione che mette in luce le difficoltà europee nel liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca.

Il record del Gnl russo: una contraddizione europea

La Russia è divenuta il secondo fornitore di GNL per l’Europa, superando il Qatar e posizionandosi dietro agli Stati Uniti. Complessivamente, i flussi di gas russo, considerando sia il trasporto via gasdotto che il GNL, hanno raggiunto i 73,7 miliardi di metri cubi nel 2024. È un dato che si affianca alla drastica riduzione delle importazioni via gasdotto rispetto agli anni precedenti il conflitto. Tuttavia, l’aumento delle forniture di GNL suggerisce un cambio di rotta che non allenta il legame energetico tra Europa e Russia, ma lo trasforma.

Un aspetto cruciale è l’effetto di questa dipendenza sui bilanci europei e sulle politiche climatiche. Le importazioni di GNL russo, trasportato via mare, rappresentano una spesa significativa che continua a finanziare l’economia di Mosca, in un momento in cui la guerra in Ucraina ha reso ogni scelta commerciale un tassello del mosaico geopolitico. A ciò si aggiunge l’impatto ambientale del GNL, la cui produzione e trasporto emettono volumi significativi di CO₂, vanificando parte degli sforzi per rispettare gli obiettivi climatici fissati dall’accordo di Parigi.

La contraddizione si riflette anche nelle politiche europee. Sebbene l’Unione abbia accelerato la transizione energetica con l’adozione di impianti eolici e solari e la semplificazione delle norme per le rinnovabili, i numeri raccontano una realtà diversa. La riduzione della domanda di energia e il potenziamento delle infrastrutture verdi non sono ancora sufficienti a colmare il vuoto lasciato dalla crisi del gasdotto ucraino e dalla necessità di diversificare le fonti.

L’interruzione dei flussi di gas russo attraverso i gasdotti ucraini, avvenuta nel gennaio 2025, ha ulteriormente modificato le rotte del gas. Dopo tre anni di guerra, la chiusura di questa via storica evidenzia l’inasprirsi delle relazioni tra Kiev e Mosca, ma anche la vulnerabilità dell’Europa, costretta a guardare altrove per soddisfare il proprio fabbisogno energetico.

Gli esperti avvertono che la dipendenza dal GNL russo, seppur diversa da quella del gas via gasdotto, rappresenta comunque un freno alla piena autonomia energetica dell’Europa. La necessità di diversificare le fonti è un tema centrale nelle agende politiche, ma i numeri mostrano che il processo è ancora lontano dall’essere compiuto. Le scelte economiche e politiche degli ultimi due anni non sembrano aver inciso abbastanza per ridurre significativamente il peso della Russia tra i fornitori energetici.

Dipendenza e geopolitica: il gas che lega l’Europa a Mosca

Il quadro delineato dai dati solleva una questione più ampia: l’Europa è davvero pronta a rompere i legami con Mosca Le contraddizioni nelle politiche energetiche e climatiche dell’Unione sembrano suggerire il contrario, evidenziando quanto le dinamiche economiche e geopolitiche continuino a intrecciarsi, anche nelle fasi più critiche della transizione verso un futuro più sostenibile.

L’Ue mira a smettere di importare combustibili fossili russi entro il 2027, ma è stata riluttante a sanzionare il gas come ha fatto per il carbone e il petrolio. A giugno, gli Stati membri hanno concordato di vietare il “trasbordo” di GNL russo che va in paesi non UE a partire da marzo 2025. “I livelli record delle importazioni russe di GNL nel 2024 sono un chiaro promemoria che l’Ue deve agire con decisione per colmare le scappatoie rimanenti nel suo regime di sanzioni”, ha detto Svitlana Romanko, fondatrice di Razom We Stand, un gruppo di campagna per il clima ucraino.

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Gaza vittima anche dell’ipocrisia

Non hanno meritato una sola parola nella conferenza stampa della presidente del Consiglio e sembrano non essere una priorità politica i morti a Gaza dopo poco più di un anno di guerra. Secondo fonti palestinesi sarebbero almeno 45mila, ma uno studio della rivista scientifica Lancet scrive che potrebbero essere sottostimati almeno del 40%. 

Secondo i ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine, coordinati dall’epidemiologa Zeina Jamaluddin, che hanno pubblicato la loro ricerca su Lancet, delle oltre 70mila vittime dell’esercito israeliano, il 59% sono donne, bambini e anziani. Gli studiosi stimano infatti che dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 fino al 30 giugno 2024 le vittime della guerra a Gaza siano state 64.260, ben sopra ai 37.877 morti comunicati per lo stesso periodo dal Ministero della Salute palestinese. La guerra avrebbe provocato quindi la morte del 3% della popolazione di Gaza. 

Giorgia Meloni ama particolarmente stagliarsi nella politica estera, anche a costo di oscurare il suo ministro Tajani. Meloni adora lucidare il suo inaspettato atlantismo quando incrocia il presidente ucraino Zelensky, brilla se ha occasione di mostrare la sua vicinanza a Trump e Musk, si erge quando c’è da brigare con l’Iran. 

Sulla guerra tra Hamas e Israele che ha trasformato Gaza in una carneficina invece la presidente italiana tradisce un puritano balbettio, come buona parte della presunta opposizione. Gaza è incontentabile, Gaza deve rimanere oscena, anche se i morti sono 45mila, 70mila, o i prossimi 100mila. 

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Trump primo presidente pregiudicato: Italia e Usa sempre più simili

L’afflato amoroso tra Usa e Italia, con l’incontenibile voglia di assomigliarsi il più possibile, da ieri ha un nuovo sviluppo: anche gli Usa potranno fregiarsi di avere un presidente pregiudicato. Donald Trump è stato condannato per avere nascosto i pagamenti di denaro alla pornostar Stormy Daniels. Trump aveva già subito una condanna per frode finanziaria per aver comprato il silenzio dell’attrice di film porno, che aveva minacciato nel 2016, in piena campagna elettorale, affinché non rivelasse di aver fatto sesso con lui.

Prevedibilissima la lagna. “È stato fatto per danneggiare la mia reputazione in modo che perdessi le elezioni e ovviamente non ha funzionato”, ha affermato. “E’ una vergogna per il sistema”, ha detto il presidente Usa. Al giudice Merchant è toccato ricordare che “le protezioni garantite all’ufficio del presidente non sono un fattore attenuante. Non riducono la gravità del crimine né ne giustificano in alcun modo la commissione”. 

Ma Trump, come il suo illustre predecessore italiano Silvio Berlusconi, può stare tranquillo. Nell’era della post-verità riuscirà facilmente a risultare una vittima, avrà politici servili che contribuiranno al ribaltamento della realtà, troverà perfino qualcuno pronto a santificarlo e magari dedicargli prima o poi un aeroporto in sua memoria. 

Le condanne nelle plutocrazie sono fastidiose pratiche burocratiche da seppellire sotto la propaganda. Attaccare la magistratura del resto serve proprio a questo: a non dovere mai rendere conto delle proprie azioni nemmeno quando sono scritte su una sentenza definitiva. Di definitivo c’è solo la prossima strampalata uscita del presidente. Quella ora è la legge. 

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Netanyahu a Auschwitz, ma non sarà arrestato: il diritto internazionale si ferma alle frontiere

La Polonia si prepara a celebrare l’80° anniversario della liberazione di Auschwitz con una decisione che ha tutta l’aria di essere un affronto al diritto internazionale. Varsavia ha dichiarato che Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, non verrà arrestato qualora decidesse di partecipare all’evento, nonostante un mandato della Corte penale internazionale (Cpi) penda su di lui per presunti crimini di guerra e contro l’umanità.

Un diritto internazionale a due velocità

La Corte penale internazionale è stata istituita per garantire che nessuno, nemmeno i leader mondiali, sia al di sopra della legge. La Polonia, come Stato membro della Cpi, dovrebbe collaborare con la Corte e rispettarne i mandati ma questa volta ha scelto diversamente. “Netanyahu non verrà arrestato sul territorio polacco”, ha dichiarato Andrzej Duda, il presidente polacco, aggiungendo che la partecipazione del leader israeliano è “una questione di rispetto per il popolo ebraico”. Rispetto, però, che si traduce in una deroga alle regole. La Polonia, insomma, si schiera apertamente contro i principi di giustizia che dovrebbe difendere.

La decisione non è isolata. Altri Paesi, come l’Ungheria, hanno già dichiarato di non voler eseguire mandati di arresto emessi dalla Cpi contro leader politici, dimostrando che l’applicazione del diritto internazionale è sempre più arbitraria. La realtà è che, per molti governi, la giustizia internazionale è uno strumento da usare a convenienza mai un principio da applicare con coerenza.

La scelta polacca è particolarmente simbolica se consideriamo il contesto. Auschwitz è il luogo che meglio incarna le atrocità umane e il fallimento della comunità internazionale nel prevenirle. Permettere a un leader accusato di crimini di guerra di presenziare a una commemorazione simile è, per alcuni, un ossimoro morale. Il significato della memoria può essere ridotto a un compromesso diplomatico?

Il nodo della questione non riguarda solo Netanyahu. Si tratta di capire quanto il diritto internazionale abbia ancora un peso reale. La Polonia, che si è più volte posta come paladina della sovranità nazionale in Europa, ora utilizza questa stessa sovranità per ignorare un principio fondamentale: che nessuno, indipendentemente dal ruolo, è immune dalla giustizia.

Il caso Netanyahu, inoltre, evidenzia il doppio standard con cui gli Stati applicano il diritto. Leader africani e asiatici sono stati frequentemente perseguiti dalla Cpi, mentre figure politiche di spicco occidentali e medio-orientali sembrano spesso godere di una sorta di impunità di fatto. I diversi approcci creano inevitabilmente una frattura nella credibilità della Corte, che viene percepita come selettiva e politicizzata.

La giustizia internazionale è nata per essere universale ma la sua applicazione è diventata un mosaico di eccezioni, compromessi e convenienze. La decisione della Polonia è solo l’ultimo esempio di come i governi siano pronti a calpestare i principi di diritto quando interferiscono con le loro strategie politiche. Nel caso di Auschwitz, un luogo dove la memoria dovrebbe rafforzare la necessità di giustizia, si sceglie invece di far prevalere l’opportunismo.

La comunità internazionale, intanto, rimane in silenzio. La Cpi non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito, e molti osservatori temono che questa vicenda possa diventare un pericoloso precedente. Se un mandato di arresto della Corte può essere ignorato con tanta facilità, quale futuro aspetta la giustizia internazionale?

Quando la memoria si piega all’opportunismo

La celebrazione dell’80° anniversario della liberazione di Auschwitz dovrebbe essere un monito contro l’impunità e un richiamo all’importanza della giustizia. Invece, rischia di trasformarsi in un altro esempio di come il diritto internazionale sia spesso solo una facciata. Un insieme di buoni propositi, pronti a essere messi da parte quando non tornano comodi. Auschwitz merita di meglio. E anche il mondo.

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