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Bin Salman è il Re della plastica e del disprezzo per l’Ambiente

L’Arabia Saudita non è solo il più grande esportatore di petrolio del mondo. È anche il baluardo di un modello economico che fa della plastica il proprio futuro, ignorando deliberatamente l’urgenza climatica e i richiami dell’Unione europea e delle Nazioni Unite. Mentre il mondo si prepara a combattere una delle crisi ambientali più gravi del nostro tempo, Riyadh guida il fronte dei sabotatori, bloccando ogni tentativo di ridurre la produzione globale di plastica.

La scorsa conferenza delle Nazioni Unite a Busan, in Corea del Sud, avrebbe dovuto segnare una svolta storica per la riduzione dell’inquinamento da plastica. È finita con un nulla di fatto. Al centro del fallimento c’è proprio l’Arabia Saudita, che insieme a Russia e Iran ha costruito una strategia per affossare qualsiasi trattativa ambiziosa. La plastica, che genera un giro d’affari globale di 700 miliardi di dollari, è destinata a diventare il principale motore della domanda di petrolio, man mano che la transizione verso le energie rinnovabili avanza. Riyadh lo sa bene, e per questo ha deciso di blindare la propria posizione a ogni costo.

Il blocco saudita e le tattiche di ostruzione

I negoziati di Busan hanno svelato il vero volto della diplomazia saudita. Un esercito di negoziatori ben finanziati ha messo in scena un copione rodato: interventi interminabili, tecniche dilatorie e un continuo appello ai paesi in via di sviluppo, in nome di un’uguaglianza che suona più come una beffa. Ogni dichiarazione saudita veniva ripresa e replicata dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, trasformando ogni sessione in un labirinto verbale. Secondo i negoziatori presenti, la tattica era chiara: far perdere tempo e svuotare di contenuto le proposte più ambiziose.

Non è tutto. La Russia, seconda soltanto all’Arabia Saudita nell’esportazione di petrolio, ha assunto il ruolo di disturbatore ufficiale, presentando documenti inconsistenti e monopolizzando il dibattito con interventi fuori tema. Il risultato? Ore di discussioni improduttive, mentre l’emergenza plastica resta fuori controllo. Ogni anno, 10 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, soffocando la biodiversità marina e trovando la loro strada nei nostri corpi sotto forma di microplastiche.

La plastica come strategia di sopravvivenza

Per l’Arabia Saudita, la plastica è più di una semplice industria. È una strategia di sopravvivenza economica. Con la progressiva transizione del trasporto verso l’elettrico, il petrolio rischia di perdere il proprio ruolo centrale. La produzione di plastica, invece, continua a crescere, alimentata da un mercato globale che non sembra intenzionato a rallentare. Entro il 2050, si prevede che le emissioni legate alla plastica rappresenteranno un quinto del budget globale di carbonio.

Ma questo futuro ha un prezzo. Gli oceani, già invasi da rifiuti plastici, rischiano di diventare discariche permanenti. Le microplastiche, presenti ormai ovunque, minacciano la salute umana e la sicurezza alimentare. Eppure, nonostante l’evidenza, l’Arabia Saudita si oppone ferocemente a qualsiasi trattativa che miri a ridurre la produzione di plastica. Il motivo è chiaro: perdere la plastica significherebbe perdere il controllo su una delle poche industrie ancora capaci di sostenere il petrolio.

L’Unione europea contro il muro saudita

L’Unione europea si presenta come il leader del fronte ambientalista. A Busan, insieme a oltre 100 paesi, ha sostenuto una proposta per ridurre la produzione di plastica a livelli sostenibili. Ma si è scontrata con un blocco compatto di paesi produttori di petrolio, guidati dall’Arabia Saudita. Il blocco, che include anche paesi come l’Iran, ha dimostrato una capacità di ostruzione senza pari, sfruttando ogni occasione per ritardare o indebolire le proposte in discussione.

Non è solo una questione di tattica. L’Arabia Saudita ha giocato la carta del finanziamento, sostenendo che i paesi sviluppati dovrebbero fornire le risorse necessarie ai paesi in via di sviluppo per implementare un eventuale trattato. Una mossa che suona ipocrita, considerando il rifiuto saudita di accettare responsabilità finanziarie per il proprio ruolo nella crisi plastica. Il risultato è stato un’impasse, che ha lasciato i negoziatori senza un accordo e il pianeta senza una soluzione.

Il futuro in bilico

Il fallimento dei colloqui di Busan solleva interrogativi sul futuro del multilateralismo ambientale. Il sistema attuale, basato sul consenso, offre a paesi come l’Arabia Saudita un potere di veto che paralizza ogni progresso. Senza una riforma del processo decisionale, il rischio è che la prossima tornata di negoziati si trasformi in una replica dei fallimenti passati. Alcune delegazioni ambiziose stanno considerando di proseguire verso un trattato anche senza il consenso delle nazioni più ostili, come l’Arabia Saudita. La svolta richiederebbe di coinvolgere grandi attori come Brasile, Indonesia, India e Cina, che finora non hanno firmato l’appello di oltre 85 paesi per ridurre la produzione di plastica, pur mantenendo un atteggiamento meno rigido rispetto a Riyadh.

Intanto, il tempo stringe. La plastica continua a invadere gli ecosistemi, mentre le emissioni legate alla sua produzione accelerano il cambiamento climatico. L’Arabia Saudita, dal canto suo, sembra determinata a ignorare gli appelli globali, arroccandosi su un modello economico insostenibile. Il mondo e l’Unione europea, divisi e distratti, rischiano di lasciarle campo libero.

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Le carceri scoppiano, i numeri della vergogna

61.852 detenuti. 46.839 posti disponibili. La capienza regolamentare sarebbe di 51.312, ma quasi 5.000 spazi sono inagibili. Il sovraffollamento medio nelle carceri italiane è al 132%. A Milano San Vittore il tasso arriva al 218%, un record. In 148 carceri su 200 il sovraffollamento supera i limiti previsti. In 59 strutture tocca o supera il 150%.

Il problema è generalizzato. In Puglia il sovraffollamento è al 171%, in Lombardia al 151%, in Lazio al 146%. Solo Sardegna, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige sono sotto la soglia regolamentare, ma la prossimità ai familiari impedisce trasferimenti.

23.461 detenuti hanno una pena residua inferiore a 3 anni. Di questi, 19.592 potrebbero accedere a misure alternative, ma non succede. Tra loro, 8.443 hanno pene inflitte inferiori a 3 anni. Nonostante il sovraffollamento, il sistema penale non interviene. Celle chiuse, sezioni inutilizzabili, strutture inadeguate completano un quadro di abbandono.

Secondo il Garante delle persone private della libertà, serve un piano nazionale per l’edilizia penitenziaria. Nulla è stato fatto. La recidiva rimane alta, la rieducazione fallisce. L’Italia ignora i suoi 61.852 detenuti, condannandoli a un sistema che non protegge e non reintegra. I numeri gridano, ma il silenzio delle istituzioni è assordante.

Poi quando arrivano i numeri e le storie dei suicidi in carcere sono già caldi i comunicati stampa, le pose afflitte, le promesse del “mai più”. Se le carceri italiane fossero illuminate dalla stampa e dal dibattito pubblico sarebbero un quotidiano sigillo infame. Non servono nemmeno giudizi, non servono opinioni: bastano i numeri. 

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Veneto sotto assedio: la telenovela del terzo mandato di Zaia scuote la destra

In Veneto, il vento politico soffia forte attorno al terzo mandato di Luca Zaia. Figura cardine della Lega, Zaia è pronto a giocarsi tutto pur di restare al comando, qualora il vincolo che impedisce un altro mandato consecutivo fosse eliminato. “I veneti chiedono la mia ricandidatura in maniera trasversale”, ha dichiarato, puntando contro una normativa che definisce “anomala”.

Zaia è l’emblema del Veneto, ma la sua insistenza sul terzo mandato propone interrogativi scomodi. La democrazia si piega alle ambizioni personali? Per il governatore, il blocco dei mandati è un’ingiustizia che colpisce pochi amministratori, mentre parlamentari e ministri continuano indisturbati. Una critica che non manca di alimentare tensioni.

Nel frattempo, il centrodestra scricchiola. Fratelli d’Italia spinge per un proprio candidato alla guida del Veneto, Salvini per ora tace. Il Partito Democratico accusa Zaia di trasformare ogni questione in uno strumento per perpetuare il suo potere. Vanessa Camani, capogruppo Pd in consiglio regionale, è tagliente: “Il Veneto non è più oggetto di discussione per le sue eccellenze, ma per questa telenovela sui destini di Zaia.”

La polemica e le tensioni sul nuovo mandato di Zaia in Veneto

La sentenza della Corte costituzionale, attesa come un verdetto salvifico, potrebbe chiarire il destino dei mandati. Anche il governo, volendo, potrebbe intervenire. Zaia, intanto, continua a interpretare il ruolo del leader richiesto dai cittadini. “Se il blocco dei mandati venisse eliminato, mi ricandiderei sicuramente,” ha detto senza esitazioni.

Il nodo è però più intricato di quanto Zaia voglia ammettere. La concentrazione di potere che il limite dei mandati mira a evitare è un principio fondamentale della nostra democrazia. Rimanere troppo a lungo in carica rischia di trasformare un governo in un sistema personalistico. Le dichiarazioni di Zaia riflettono una tensione tra continuità amministrativa e necessità di rinnovamento.

E il centrodestra Lucio Malan, di Fratelli d’Italia, non fa sconti: “Il limite dei mandati vale per tutti, Zaia compreso.” Una posizione che svela una partita politica più ampia, con Fratelli d’Italia pronta a rivendicare spazi di potere nel Nord.

In questo scenario, si inserisce Carlo Calenda, che a Tagadà su La7 ha parlato di una frattura interna alla Lega: “Zaia è un moderato, una persona con cui si può interloquire. Salvini no, e non capisco come Zaia possa interloquire con Salvini. Sta scoppiando un bubbone dentro la Lega. In Veneto la Lega prende il 35% dei suoi voti, ma sono voti di Zaia e non di Salvini. Si aprirà un problema nel governo.”

Zaia, abile come sempre, evita lo scontro diretto ma non arretra. Le sue parole, “Un salame si mangia una fetta alla volta”, rivelano una strategia di attesa. Il tempo però stringe. Le elezioni sono vicine, e il Veneto è già un campo di battaglia.

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Strage di Capaci, le verità nascoste: a Caltanissetta 2 generali a processo

Inizia oggi presso il Tribunale di Caltanissetta un processo che potrebbe svelare nuovi e inquietanti retroscena legati alla strage di Capaci. Sotto accusa ci sono due generali dei carabinieri in pensione, Angiolo Pellegrini e Alberto Tersigni, accusati di depistaggio delle indagini condotte sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Riggio. Il procedimento, carico di implicazioni storiche e morali, mira a chiarire il ruolo di figure chiave nelle indagini sull’attentato che il 23 maggio 1992 strappò la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti della scorta.

Secondo l’accusa, Pellegrini e Tersigni avrebbero ostacolato il lavoro dei magistrati, minimizzando e trascurando dettagli fondamentali delle rivelazioni di Riggio, ex agente di polizia penitenziaria affiliato a Cosa nostra. Riggio, dal 2018, ha reso dichiarazioni cruciali su episodi accaduti durante le stragi del biennio 1992-1994, rivelando anche i legami tra criminalità organizzata e settori deviati dei servizi di sicurezza. Tra le sue dichiarazioni spiccano riferimenti a un progetto di attentato contro il giudice Leonardo Guarnotta e all’opportunità di catturare Bernardo Provenzano utilizzando una microspia.

Gli imputati, che respingono ogni accusa, sono accusati di aver sottovalutato informazioni che avrebbero potuto rivelarsi decisive. La gestione del rapporto confidenziale con Riggio è al centro della vicenda. La Procura generale di Palermo aveva già sollevato dubbi sulla mancanza di documentazione tra il 2000 e il 2001, periodo in cui Riggio collaborava con la Direzione investigativa antimafia (Dia). Perché non furono redatti rapporti o appunti riservati?

Tra le accuse mosse a Pellegrini e Tersigni vi è anche il mancato approfondimento del piano per assassinare il giudice Guarnotta, allora presidente della Corte che giudicava Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Riggio affermò che Giovanni Peluso, un ex poliziotto ora imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, gli aveva rivelato dettagli sul piano, arrivando a disegnare uno schizzo dell’abitazione del magistrato. Tuttavia, le sue dichiarazioni apparvero contraddittorie durante il processo Capaci bis, sollevando ulteriori interrogativi.

Le rivelazioni di Riggio e i depistaggi istituzionali

Pellegrini, figura storica dell’antimafia e collaboratore di Falcone, si difende sostenendo di aver agito sempre in buona fede. Il peso delle accuse è significativo. Già nel 1981, Pellegrini aveva redatto un rapporto che svelava i legami di Provenzano con la sanità siciliana, dimostrando una profonda conoscenza dei meccanismi mafiosi. Ora, però, il processo lo pone in una posizione delicata, chiamandolo a rispondere di presunti errori che avrebbero compromesso la lotta contro Cosa nostra.

La testimonianza di Riggio, benché controversa, ha già portato alla luce elementi di grande rilevanza. Nel 2019, durante il processo Capaci bis, Riggio aveva parlato della presenza di una donna legata ai servizi segreti libici, presumibilmente in contatto con Peluso. Dichiarazioni che intrecciano la vicenda mafiosa con scenari internazionali, aggiungendo un ulteriore livello di complessità al caso.

Un processo che potrebbe riscrivere la storia

La Procura di Caltanissetta, guidata da Salvatore De Luca, ha chiesto il rinvio a giudizio dei due ufficiali. Il processo si presenta come un’occasione cruciale per chiarire aspetti oscuri della storia italiana recente, facendo luce sui legami tra mafia, istituzioni e apparati deviati dello Stato. Al di là delle posizioni difensive, rimane il dovere di garantire giustizia per le vittime di una stagione di sangue che ha segnato profondamente il Paese.

La mafia è scomparsa dal dibattito politico, data ormai come fatto storico. La storia completa degli attentati a Falcone e Borsellino e del periodo delle stragi però è ancora da raccontare. 

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Se uccidere moglie e figlia è ‘comprensibile’, aboliamo pure il reato

«Hanno tolto l’ergastolo a lui per darlo a noi». Conviene partire dalle parole di Elena, sorella di Gabriela Trandafir e zia di Renata, uccise a fucilate da Salvatore Montefusco per comprendere lo sdegno di fronte alla sentenza dei giudici di Modena che la senatrice del Pd Valeria Valente definisce un provvedimento da ‘manuale del patriarcato’.

La Corte di Assise ha condannato il femminicida a 30 anni, e non all’ergastolo, in ragione della “comprensibilità umana dei motivi che hanno spinto l’autore a commettere il fatto di reato”. “Arrivato incensurato a 70 anni, non avrebbe mai perpetrato delitti di così rilevante gravità se non spinto dalle nefaste dinamiche familiari che si erano col tempo innescate”, scrivono i giudici. Insomma, c’è un comprensibile motivo, anche se non buono, per uccidere la moglie e sua figlia.

L’imputato provava – dicono i giudici – “disagio, umiliazione ed enorme frustrazione” e quando la moglie gli ha detto che avrebbe dovuto lasciare la casa avrebbe avuto un “black-out emozionale ed esistenziale che lo avrebbe condotto a correre a prendere l’arma”.

C’è nero su bianco tutto l’armamentario delle giustificazioni che la cattiva stampa e i maschi assassini usano per lenire la gravità culturale dei femminicidi. Se è umanamente comprensibile ammazzare a fucilate una moglie e sua figlia, a questo punto, possiamo anche stracciare le conferenze, i libri, le panchine e le commissioni parlamentari sul femminicidio.

Che ci sia sempre un comprensibile motivo per concimare il patriarcato è da secoli la sua forza. Ora è anche sentenza.

Buon martedì.
Una foto di Gabriela Trandafir, 47 anni, con la figlia, Renata, 22

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I Berlusconi contro Report e la memoria che fa paura

“Pattume mediatico su mio padre, reagiremo”, tuona Marina Berlusconi dopo l’ultima puntata di Report. La trasmissione di Sgfrido Ranucci ha fatto quello che dovrebbe fare il giornalismo: evitare che il potere riscriva la storia, evitare che la memoria ammuffisca sotto il peso delle convenienze politiche.
Per raccontare i rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia basta raccontare la storia del suo braccio destro Marcello Dell’Utri. Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato assolto nel 2023 nel processo sulla trattativa Stato-mafia, ma la sua intermediazione tra i vertici di Cosa Nostra e Berlusconi è stata confermata da una sentenza definitiva. È stato riconosciuto come mediatore tra Berlusconi e Cosa nostra. La sua attività ha incluso la garanzia di protezione per Berlusconi e la sua famiglia, nonché il sostegno all’attività imprenditoriale dell’ex premier, in cambio di favori politici. Secondo le indagini, Dell’Utri avrebbe facilitato l’appoggio elettorale della mafia a Forza Italia in cambio di promesse politiche favorevoli a Cosa nostra, contribuendo così a consolidare il potere politico di Berlusconi.
Marina Berlusconi dice che suo padre “è sempre stato in prima fila contro le mafie” mentre le sentenze raccontano una storia diversa. Forza Italia – il partito della famiglia Berlusconi – rincara la dose parlando di scempio. Dall’opposizione se appoggiate l’orecchio si sente solo un flebile bisbiglio.
Per riscrivere la storia bisogna prima cancellare la memoria. Per cancellare la memoria bisogna calunniare chi ricorda. Per questo il giornalismo serve. Oggi più che mai.

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Usa, l’esercito contro i civili: l’ipotesi evocata da Trump per affrontare le minacce interne. A partire dai migranti

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, negli Stati Uniti si riaccende un dibattito inquietante: l’impiego delle forze armate sul suolo nazionale contro dissidenti politici, proteste e immigrati irregolari. Come riportato da Michael Hirsh su Politico l’ex presidente ha espresso chiaramente l’intenzione di usare l’esercito per affrontare ciò che considera minacce interne. Un approccio che mina il delicato equilibrio tra potere civile e militare.

Un precedente carico di tensione

L’ultima attivazione dell’Insurrection Act risale al 1992, quando il presidente George H.W. Bush inviò l’esercito a Los Angeles per sedare le rivolte seguite al pestaggio di Rodney King. All’epoca, le truppe agirono in ruoli di supporto, evitando il contatto diretto con i civili. Tuttavia, il rischio di escalation violente era palpabile, come dimostra l’episodio in cui un’unità dei Marines, fraintendendo un ordine della polizia, sparò 200 colpi contro un’abitazione occupata.

Oggi, le preoccupazioni sono amplificate. Secondo diversi ufficiali e legali intervistati, il ritorno di Trump potrebbe significare un uso più aggressivo delle truppe, con la possibilità di impiegarle non solo contro disordini ma anche per deportazioni di massa.

Confini legali ed etici

L’Insurrection Act concede al presidente ampi poteri per dispiegare l’esercito in risposta a emergenze interne. Tuttavia, la sua vaghezza crea terreno fertile per abusi. Trump potrebbe invocarlo senza dover dimostrare un reale stato d’insurrezione, basandosi su una generica percezione di “cospirazione”. Per i militari, ciò solleva dilemmi etici: eseguire ordini legalmente validi ma moralmente discutibili, o rischiare la corte marziale rifiutandoli?

Secondo Mark Zaid, avvocato specializzato in diritto militare, numerosi membri delle forze armate hanno già cercato consulenza legale per prepararsi a possibili ordini controversi. La ripresa del “The Orders Project”, fondato nel 2020, riflette esattamente questa crescente preoccupazione.

Preparazione inadeguata

Un altro aspetto critico è la formazione. L’esercito statunitense è addestrato a combattere nemici esterni, non a gestire folle di civili. Questa lacuna operativa aumenta il rischio di errori fatali, come dimostrato dall’uso eccessivo della forza durante le proteste di George Floyd nel 2020. “Non abbiamo una dottrina chiara per queste situazioni,” afferma Anthony Pfaff, studioso di etica militare. Senza regole d’ingaggio precise, la reazione potrebbe essere disordinata e violenta.

Un futuro incerto

Il ritorno di Trump, accompagnato da un team di fedelissimi al Pentagono, alimenta timori che le truppe possano essere strumentalizzate per scopi politici. Come sottolineato dall’ex generale Martin Dempsey, la politicizzazione dell’esercito minerebbe uno dei principi cardine della democrazia americana: il controllo civile sulle forze armate.

Ma le preoccupazioni non sono solo teoriche. Episodi come l’uso dei militari per sgomberare Lafayette Square nel 2020 mostrano quanto sia sottile il confine tra ordine pubblico e abuso di potere. Di fronte a un comando che potrebbe trasformare l’esercito in uno strumento di repressione, la vera sfida per i militari sarà mantenere la propria integrità, rispettando i diritti costituzionali dei cittadini.

Così mentre gli Stati Uniti si preparano a un periodo di profonda instabilità anche il ruolo delle forze armate rimane un’incognita. Il rischio, come ammonisce uno degli esperti intervistati, è che “le cose andranno male, molto male”. E questa volta, il prezzo potrebbe essere la stessa democrazia americana e l’idea di democrazia degli emuli di Trump. 

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Omeonga in campo, la “black list” sparisce: una storia che imbarazza l’Italia

Stéphane Omeonga è tornato in campo. L’ex centrocampista della Serie A, finito al centro di una controversa vicenda internazionale, ieri ha vestito regolarmente la maglia del Bnei Sakhnin in Israele. Proprio lì, nel paese che secondo la polizia italiana non avrebbe mai potuto raggiungere perché, il 25 dicembre scorso, sarebbe stato inserito in una misteriosa “black list” delle autorità israeliane. Una storia che, ora più che mai, solleva interrogativi pesanti sulla gestione dell’episodio da parte delle forze dell’ordine italiane.

Il fermo di Natale: un intervento controverso

I fatti risalgono al giorno di Natale, quando Omeonga, in viaggio verso Tel Aviv per unirsi al club israeliano, è stato fermato all’aeroporto di Fiumicino. La motivazione ufficiale? La sua presenza su una lista di persone non gradite in Israele. Eppure, ieri, davanti ai tifosi del Bnei Sakhnin, Omeonga era in campo, dimostrando che quella black list potrebbe non essere mai esistita.

Omeonga aveva dichiarato di possedere un permesso di lavoro valido e di aver ricevuto rassicurazioni dalle autorità israeliane sull’assenza di qualsiasi impedimento. Nonostante ciò, il calciatore era stato fatto scendere dall’aereo con la forza, trattenuto negli uffici della Polaria e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. Secondo il suo racconto, gli agenti avrebbero agito in modo violento, umiliandolo e privandolo di spiegazioni adeguate. Una denuncia che sollevò immediatamente polemiche sulle modalità dell’intervento.

Un ritorno in campo che smonta la versione ufficiale

Con il suo ritorno in campo, la vicenda assume contorni ancora più inquietanti. Se Omeonga era davvero sulla black list di Israele, come è stato possibile che il calciatore sia ora perfettamente integrato nel campionato israeliano? L’assenza di risposte chiare da parte delle autorità italiane lascia spazio a un’ipotesi difficile da ignorare: che l’intero episodio sia stato frutto di un errore, aggravato da una gestione discutibile.

Ma la vicenda Omeonga tocca temi più ampi, come il pregiudizio. Quanto accaduto  non è un episodio isolato, ma un sintomo di un sistema che, troppo spesso, si arroga il diritto di agire senza trasparenza e senza rendere conto delle proprie azioni.

Oggi Omeonga corre dietro a un pallone in Israele. Chissà se ci saranno indagini indipendenti per fare luce su una vicenda che conferma l’urgenza di garantire che nessun’altra persona debba subire lo stesso trattamento.

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Per Gaza non vale

Abubaker Abed, 21 anni, con la voce che trema ma non si spezza, ha gridato l’ovvio davanti a un mondo che tace. “Quanti giornalisti dovranno ancora morire per scuotere le vostre coscienze? E se fossimo ucraini, bianchi con gli occhi azzurri?”. Un’osservazione che taglia come un bisturi. Non è un invito alla solidarietà, è una denuncia senza attenuanti.

Da ottobre, più di 200 operatori dell’informazione sono stati uccisi nella Striscia di Gaza. Non vittime accidentali, ma bersagli. I giubbotti con la scritta “Press” non proteggono più, sono diventati bersagli mobili per i cecchini israeliani. Cronisti come Sa’ed al-Nabhan, colpito mentre raccontava il soccorso a dei feriti, sono l’emblema di un giornalismo che non si arrende, neanche davanti alla morte.

Ma le immagini di corpi mutilati e occhi spenti non bastano. Non bastano a un’opinione pubblica occidentale che riconosce il dolore solo se è familiare, se ha tratti europei. Abed lo ha detto chiaro: se quei reporter fossero stati biondi e con gli occhi azzurri, le loro morti avrebbero suscitato indignazione globale. Perché la morte palestinese, ormai, non fa rumore.

Non è solo una questione di coscienze. È una questione di responsabilità. I governi che forniscono armi a Israele, i media che filtrano la tragedia attraverso il prisma di una narrativa unilaterale, le istituzioni che scelgono il silenzio: tutti complici.

“Il giornalismo non è un crimine”, ha ricordato Abed. Eppure, a Gaza, sembra esserlo. Qui eravamo tutti d’accordo fino a ieri. Per Gaza non vale. 

Buon lunedì.

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A Milano, le rotte migratorie del Mediterraneo al centro di uno spettacolo teatrale

Questa domenica, 12 gennaio alle ore 18.00, appuntamento a Milano presso il Centro Internazionale di Quartiere (Via Fabio Massimo 19) con lo spettacolo teatrale “A casa loro” – monologo in atto unico di e con Giulio Cavalli – sul fenomeno delle rotte migratorie che attraversano il Mediterraneo, indagate dal giornalista di Avvenire Nello Scavo, che ha contribuito alla scrittura del testo. Ingresso libero. 

Il Mediterraneo è il cimitero liquido dei nostri scheletri ma tutto attorno, nelle regioni che scendono per l’Africa, quelle sulla rotta balcanica e nella zona impigliata tra i fili spinati della Turchia, ci sono le persone. Persone, semplicemente, con il fardello delle loro storie che hanno l’odore di carne viva, senza valigie ma con quintali di paura, costretti al macabro destino di trovare posto solo sulle pagine dei giornali o sulle bocche più feroci della politica. Il mare non uccide. Ad uccidere sono le persone, la povertà, le politiche sbagliate e le diseguaglianze che rendono il mondo un posto diviso in una parte giusta e una sbagliata in cui nascere.

Domenica 12 gennaio 2025 alle ore 18.00, presso gli spazi del Centro Internazionale di Quartiere in via Fabio Massimo 19, IPSIA in collaborazione con Associazione socio-culturale Sunugal e Codiasco propone lo spettacolo teatrale “A casa loro” – monologo in atto unico di e con Giulio Cavalli – sul fenomeno delle rotte migratorie che attraversano il Mediterraneo, indagate dal giornalista di Avvenire Nello Scavo, che ha contribuito alla scrittura del testo.

L’evento è ad accesso libero e gratuito e si inserisce all’interno del progetto “TUAS – Tutta un’altra storia” cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, il cui obiettivo è quello di promuovere un cambiamento nelle modalità narrative del fenomeno migratorio da parte della nostra società civile. A differenza di come siamo soliti approcciarci al fenomeno, il progetto mostra una metodologia comunicativa che non polarizza le visioni, bensì conduce gli interlocutori a riscoprire il volto umano della migrazione che altro non è che un viaggio caratterizzato non solo da numeri e percentuali, ma da storie, motivazioni ed emozioni legittime se inserite in un contesto di diritti.

Al termine dello spettacolo, dalle 19.30 alle 21.00 è previsto un momento conviviale con apericena in musicain cui i presenti potranno consultare il kit didattico prodotto dal progetto e basato sulla metodologia del narrative change https://www.narrativechange.org/it oltre ad approfondire il tema insieme alle testimonianze dirette dei giornalisti, del personale di IPSIA e degli attivisti delle associazioni della diaspora che saranno presenti.

Teatro Aquilante
Nasce nel 2024 e si occupa di portare sulla scena storie ispirate dai fatti di cronaca, dai temi sociali, dalle persone che popolano ogni giorno la mitica e attualissima tragi-commedia della vita.

Giulio Cavalli
Scrittore, attore e giornalista. Autore e attore di teatro civile ha collaborato con Paolo Rossi, Renato Sarti e Dario Fo.

Nello Scavo
Nello Scavo è giornalista di “Avvenire”, reporter internazionale e cronista giudiziario. Negli anni, ha indagato sulla criminalità organizzata e il terrorismo globale, firmando servizi da molte zone «calde» del mondo.

[fonte https://www.africarivista.it/a-milano-le-rotte-migratorie-del-mediterraneo-al-centro-di-uno-spettacolo-teatrale-2/249379/]