Vai al contenuto

Il nuovo sogno americano, vigili del fuoco privati

“Qualcuno ha contatti con dei pompieri privati ​​per proteggere la nostra casa a Pacific Palisades? Bisogna agire in fretta qui. Tutte le case dei vicini stanno bruciando. Paghiamo qualsiasi cifra. Grazie”. A lanciare l’appello su X è Keith Wasserman, un imprenditore immobiliare statunitense, co-fondatore e managing partner di Gelt Venture Partners, una società di investimento immobiliare con sede a Los Angeles. Dal 2008, Wasserman ha supervisionato l’acquisizione di proprietà multifamiliari e di self-storage per un valore complessivo di oltre 3 miliardi di dollari, principalmente negli Stati Uniti occidentali.

Ad aiutare i Vigli del fuoco per l’enorme incendio scoppiato in questi giorni in California ci sono centinaia di detenuti che tagliano e segano le linee di contenimento per gli equipaggi. L’ultima riforma carceraria ha ridotto i detenuti considerati idonei e così in California dal picco di 4.250 persone detenute lavoranti si è passati a 1.800, proprio nel periodo dei suoi incendi più mortali.

Le persone detenute impiegate con i Vigili del fuoco guadagnano dai 6 ai 12 euro al giorno e oggi sono circa il 30% del personale impiegato nell’emergenza. Mentre quelli guadagnano 6 euro il miliardario sogna dei pompieri privati, riservati solo ai ricchi. Forse qualcuno nei prossimi giorni chiederà una legge per salvare prima i più ricchi. Del resto la situazione non è molto diversa da  quando Letizia Moratti ai tempi della pandemia ai tempi proponeva di “distribuire i vaccini per il coronavirus tra le regioni anche in base al contributo che danno al Pil”. Sovranismo sfrenato: salvarsi, mica salvare. 

È il capitalismo, bellezza. 

L’articolo Il nuovo sogno americano, vigili del fuoco privati sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Salvare le persone, prima di tutto

Salvare prima le persone, ad ogni costo. Che i diritti umani siano una questione pre-politica, ovvero vengano prima di tutto, è la convinzione di un folto gruppo di persone sparse nel mondo. Salvare le persone, prima di tutto, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – più o meno in concerto con i suoi ministri – l’ha fatto. 

Salvare le persone, prima di tutto, anche se servono irrituali razioni diplomatiche (non rispettare la richiesta di estradizione degli Usa) e anche con sgrammaticature istituzionali (un accordo con un presidente Usa eletto ma non ancora insediato). La presidente del Consiglio l’ha fatto e incassa un plauso bipartisan, coronando il sogno di essere primaria protagonista nei rapporti con Trump in Europa e diffonditrice degli italiani nel mondo. 

L’onestà intellettuale spinge a riconoscere l’ottimo lavoro fatto dal governo per la veloce liberazione di Cecilia Sala. Ora sarà il tempo di valutare gli innegabili costi politici dell’operazione. “L’importante è che Sala sia libera”, si diceva. È successo. 

Salvare le persone, prima di tutto, vale anche per le donne e i bambini annegati nel Mediterraneo, cadaveri ben prima di ogni legittima idea di gestione delle migrazioni. Salvare le persone, prima di tutto, vale anche per i disperati a Gaza. Salvare le persone, prima di tutto, vale per i giovani delle periferie ammazzati da divise dello Stato. Salvare le persone, prima di tutto, vale per i detenuti, perfino per i colpevoli, come dice la Costituzione.

Salvare tutte le persone, tutte, prima di tutto. 

Buon giovedì. 

Nella foto: l’arrivo di Cecilia Sala a Roma, 8 gennaio 2024 (foto governo.it)

L’articolo proviene da Left.it qui

Primo femminicidio 2025 Con l’arma d’ordinanza

Il primo femminicidio del 2025 si è consumato vicino a Perugia, a Gualdo Tadino, il 5 gennaio. Daniele Bordicchio ha sparato e ucciso la moglie Eliza Stefania Feru, ventinovenne cittadina italiana ma originaria della Romania, per poi suicidarsi. Bordicchio ha ucciso con l’arma di ordinanza. È una guardia giurata. Giorgio Beretta – analista ed esperto in armi, commercio di armamenti e politiche di disarmo – fa notare che il primo femminicidio con arma da fuoco del 2024 è stato compiuto con un’arma di ordinanza. Era il 13 febbraio e il maresciallo della Guardia di Finanza Christian Sodano dopo un litigio con la ex fidanzata Desiree Amato ha ucciso la mamma di lei, Nicoletta Zomparelli di 46 anni e la sorella Renèe di 19 anni. Beretta spiega che “il possesso di un’arma d’ordinanza non è un elemento secondario in questi femminicidi. L’arma da fuoco non costituisce infatti solo lo strumento per eseguire un assassinio, ma rappresenta un elemento centrale nell’ideazione e nella progettazione del femminicidio”. Il cosiddetto Decreto sicurezza (DdL 1660) in discussione in Parlamento permette a tutti gli agenti di pubblica sicurezza di acquistare una o più armi da tenere sempre con sé senza l’obbligo – attualmente in vigore – di ottenere una licenza di porto d’armi. Sono almeno 300 mila persone che potranno comprare un’arma senza comunicarlo alla consorte, alla convivente e ai familiari maggiorenni conviventi, senza l’obbligo di esami clinico-tossicologici e senza specifici controlli medici sullo stato di salute mentale o per accertare criticità nella la situazione di coppia. Disarmare i femminicidi sarebbe già una buona idea.

L’articolo Primo femminicidio 2025 Con l’arma d’ordinanza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Scuole lasciate al freddo e al gelo, penalizzate di più quelle del meridione

Un dato nazionale che non racconta tutto. In Italia, l’88,4% degli edifici scolastici statali dispone di un impianto di riscaldamento. Una percentuale che, a prima vista, rassicura. Ma dietro al dato nazionale si celano squilibri territoriali profondi. Nel Nord, regioni come Piemonte e Veneto superano il 95% di copertura, mentre in Calabria e Campania si scende sotto il 70%. Catanzaro, con il 65,8%, e Napoli, con il 55,4%, raccontano di un Paese che lascia indietro chi ha più bisogno.

I dati non disponibili amplificano l’incertezza: in Campania, il 32,8% delle scuole non dichiara se dispone di impianti di riscaldamento, mentre in Calabria questa percentuale è del 28,1%. Non sapere equivale a ignorare, e ignorare significa trascurare.

Una scuola fredda è una scuola iniqua 

Un’aula gelida non è solo scomoda. È un luogo in cui si disperde la concentrazione, si minaccia la salute e si affievolisce il diritto allo studio. Le scuole delle aree interne, dove il 36% degli edifici scolastici non ha un impianto di riscaldamento, ne sono l’esempio più drammatico. In questi luoghi, già segnati dalla marginalizzazione, l’assenza di servizi essenziali come il riscaldamento rafforza una disparità che non si può ignorare.

Non si tratta solo di freddo fisico ma di una metafora del distacco istituzionale. Chi è costretto a frequentare scuole in queste condizioni percepisce un messaggio chiaro: non siete prioritari. E questo alimenta un senso di abbandono che supera i confini delle aule.

Il paradosso climatico 

Nelle aree climaticamente più fredde (zone E e F), il 93,8% delle scuole ha il riscaldamento. Al Sud, invece, il riscaldamento sembra quasi un lusso. Nonostante l’inverno sia meno rigido, le temperature inadeguate nelle aule aggravano condizioni già precarie. E così, nelle province di Reggio Calabria e Salerno, l’assenza di riscaldamento diventa il simbolo di una cronica indifferenza verso le periferie educative del Paese.

Paradossalmente, alcune delle regioni con il clima meno rigido si trovano ad affrontare difficoltà strutturali maggiori. Un divario che racconta di scelte politiche miopi, che ignorano le necessità di chi dovrebbe essere al centro di ogni strategia educativa.

Il peso delle aree interne 

Nel silenzio delle aree interne, il diritto allo studio si scontra con l’assenza di risorse. Qui, meno dell’86,6% degli edifici scolastici dispone di impianti di riscaldamento. Sono numeri che raccontano di scuole abbandonate, spesso unico presidio contro lo spopolamento e la dispersione scolastica. Eppure, è proprio in questi luoghi che la presenza di infrastrutture dovrebbe essere priorità assoluta.

Tra i comuni periferici e ultraperiferici, i dati raccontano una realtà dura: il 36% delle scuole è privo di impianti di riscaldamento, quasi due punti in meno della media nazionale. Questo non è solo un problema di numeri, ma di prospettive future per migliaia di studenti.

L’urgenza del Pnrr

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza potrebbe essere il punto di svolta. Potrebbe, se usato con criterio. Secondo Openpolis serve una strategia che guardi oltre le percentuali, che analizzi le necessità specifiche e investa dove davvero mancano le basi. Perché non si tratta solo di riscaldare le aule: si tratta di garantire equità e dignità a ogni studente, ovunque viva.

Il PNRR ha stanziato risorse significative per l’edilizia scolastica ma è necessario monitorare attentamente come vengono allocate. I fondi devono raggiungere le aree più svantaggiate, e non disperdersi in interventi marginali. La scuola non può essere un privilegio geografico. Il vero termometro della qualità educativa resta l’attenzione politica. Perché garantire a ogni studente un ambiente confortevole non è solo un dovere morale: è una condizione indispensabile per costruire il futuro del Paese.

L’articolo Scuole lasciate al freddo e al gelo, penalizzate di più quelle del meridione sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Video sulla morte di Ramy, ora la Procura di Milano valuta l’omicidio volontario

I video trasmessi ieri in esclusiva dal TG3 sull’inseguimento che ha portato alla morte di Ramy Elgaml, 19enne di origine egiziana, gettano nuova luce su una vicenda già al centro di polemiche e proteste. Le immagini, riprese sia dalle telecamere montate sulle auto dei carabinieri sia da dispositivi del Comune di Milano, mostrano momenti cruciali dell’inseguimento terminato con la tragica morte del ragazzo lo scorso novembre.

Nei video, l’automobile dei carabinieri appare in diverse occasioni molto vicina allo scooter su cui viaggiavano Elgaml e il suo amico Fares Bouzidi, di 22 anni, che era alla guida. In uno dei frame più significativi, si vede l’auto urtare il motorino, che vacilla senza cadere. Si sentono chiaramente le voci degli agenti nell’auto: “Vaffanculo, non è caduto!”. In un altro passaggio, uno degli occupanti ordina di “chiudere” lo scooter, spingendo la vettura verso destra per impedire ai ragazzi di passare. Anche qui, il motorino riesce ad evitare la caduta, scatenando nuovi improperi: “No, merda, non è caduto!”.

I video comunali, invece, documentano il momento dello schianto finale. Lo scooter, in fuga, urta un palo dopo quello che appare come un contatto con l’auto dei carabinieri. La dinamica precisa è al vaglio degli inquirenti, ma le immagini mostrano un inseguimento pericoloso e ad alta velocità, in una zona urbana densamente popolata.

Indagini e proteste

La procura di Milano sta indagando su tre carabinieri. Due di loro sono accusati di falso in atto pubblico per aver omesso nei verbali l’impatto tra l’auto e lo scooter. Gli stessi agenti sono anche indagati per depistaggio: avrebbero costretto un testimone a cancellare un video che documentava lo schianto. La famiglia di Elgaml e il suo amico Bouzidi sostengono che le manovre dei carabinieri siano state la causa diretta dell’incidente mortale.

Le proteste nel quartiere Corvetto, dove Ramy viveva, sono iniziate subito dopo la sua morte. La comunità locale, composta in gran parte da giovani e famiglie di origini migranti, ha denunciato il comportamento delle forze dell’ordine, definendolo come un abuso dettato da razzismo e classismo. “La gioventù proletaria e meticcia ha alzato la voce”, ha scritto sui social l’europarlamentare Ilaria Salis, definendo le immagini trasmesse dal TG3 “terribili e inaccettabili in un paese civile”.

La lettera di Ilaria Cucchi

A sollevare ulteriori critiche è stata anche la senatrice Ilaria Cucchi, che ha indirizzato una lettera aperta al comandante generale dell’Arma, Salvatore Luongo. “Chi ha ricostruito i fatti in modo così diverso dalla realtà e chi avrebbe ordinato di cancellare prove non merita di indossare la divisa”, ha scritto Cucchi, richiamando l’Arma a prendere provvedimenti immediati per salvaguardare la propria credibilità.

Una vicenda emblematica

Il caso Ramy Elgaml non è isolato, ma si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra le comunità delle periferie e le istituzioni. Le immagini diffuse ieri non sono solo una prova tecnica per le indagini: rappresentano un simbolo delle profonde disuguaglianze che caratterizzano le relazioni tra Stato e cittadini più vulnerabili. Per molti, l’inseguimento di Ramy non è solo una tragedia personale ma un atto di forza che rivela un sistema incapace di trattare con equità chi vive ai margini. La procura di Milano esaminerà i video per stabilire con certezza la dinamica dello schianto.

L’articolo Video sulla morte di Ramy, ora la Procura di Milano valuta l’omicidio volontario sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Alta velocità, un flop targato Salvini: 4.641 ore di ritardo in tre mesi

La gestione del Ministero dei Trasporti sotto Matteo Salvini si rivela un caso emblematico di fallimento gestionale e miopia politica. A metterlo nero su bianco è il dossier “Altra Velocità” (ottobre-dicembre 2024) curato da Chiara Calore per Europa Radicale. I numeri sono impietosi e delineano un quadro drammatico della situazione ferroviaria italiana, soprattutto sul fronte dell’Alta Velocità (AV), con ricadute gravissime sia sui viaggiatori sia sulle casse di Trenitalia.

Alta Velocità, alta inefficienza: il tracollo della gestione Salvini

Nel trimestre analizzato, su 22.865 treni monitorati, ben 16.515, pari al 72%, hanno accumulato ritardi. Di questi, oltre il 28% ha registrato ritardi superiori ai 30 minuti, con punte grottesche come i 468 minuti accumulati dal Frecciarossa 9658 il 30 novembre. Solo il 3% dei treni è riuscito a rispettare l’orario, dimostrando come la puntualità sia ormai un miraggio. Le tratte peggiori, come la Reggio Calabria–Milano e la Bari–Roma, hanno registrato ritardi medi di 46 e 38 minuti rispettivamente, penalizzando pendolari e viaggiatori. Questo caos è ulteriormente aggravato dal sovraccarico delle linee: la rete ferroviaria ha visto un aumento da 308 a 400 treni giornalieri dal 2017 al 2024, senza adeguamenti infrastrutturali.

Il costo di questa inefficienza non si misura solo in termini di tempo perso, ma anche di esborsi economici. Il dossier stima rimborsi annuali per 102 milioni di euro, pari a 8,5 milioni al mese. Ogni ritardo genera un rimborso medio di 3,07 euro per passeggero, considerando un carico medio del 65% della capienza. A ciò si aggiungono i costi legati alla cancellazione dei treni, che interessano lo 0,6% delle corse, aggravando ulteriormente il bilancio di Trenitalia.

Le fasce orarie più critiche, dalle 10:00 alle 13:30 e dalle 19:00 alle 22:00, sono emblematiche della cattiva gestione. Durante questi periodi, i ritardi medi superano spesso i 13 minuti, con picchi superiori ai 250 minuti. L’assenza di una rete interamente dedicata all’Alta Velocità e l’effetto domino dei ritardi contribuiscono a peggiorare una situazione già critica. Non è sufficiente incrementare il numero di treni per soddisfare la domanda. Occorrono investimenti seri per aumentare la capacità della rete e ridurre la congestione nei nodi principali. La mancanza di una visione strategica è evidente: il “tavolo tecnico” promesso appare come un’operazione di facciata, priva di contenuti concreti e incapace di rispondere alle urgenze di un sistema al collasso.

Un impatto economico insostenibile

L’Alta Velocità, che dovrebbe rappresentare una risposta moderna ed efficiente ai bisogni di mobilità, si è trasformata in un disservizio cronico che penalizza cittadini e imprese. Il fallimento della gestione al Ministero dei Trasporti è lampante. Le criticità evidenziate non sono eventi sporadici, ma il risultato di un sistema incapace di pianificare e investire in maniera adeguata. La retorica politica non può mascherare l’evidenza di un sistema inefficiente e costoso.

L’analisi del dossier “Altra Velocità” conferma che il trasporto ferroviario italiano vive una crisi strutturale, generando disagi per i viaggiatori e un impatto economico significativo per il vettore. Non è sufficiente offrire un elevato numero di corse se non si garantisce la puntualità. È necessario un ripensamento complessivo dell’offerta, che tenga conto della reale capacità della rete, di investimenti infrastrutturali e di una gestione più efficiente del traffico ferroviario.

Forse il ministro Salvini dovrebbe trovare più tempo per occuparsi della materia cui è designato, oltre a fare a gara con Meloni nell’amicizia a Trump, oltre al vittimismo giudiziario, oltre alle critiche culinarie e di costume. 

L’articolo Alta velocità, un flop targato Salvini: 4.641 ore di ritardo in tre mesi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cecilia Sala è libera, è atterrata in Italia

Cecilia Sala, giornalista italiana di 29 anni, è stata liberata dopo circa tre settimane di detenzione in Iran. Attualmente, è tornata in Italia, dopo la notizia della sua liberazione confermata dal governo italiano. Sala è atterrata nel pomeriggio a Ciampino, a Roma, accolta dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

Sala era stata arrestata il 19 dicembre 2024 a Teheran, dove si trovava con un regolare visto giornalistico. Durante la detenzione, è stata reclusa nel carcere di Evin, noto per ospitare prigionieri politici e dissidenti, in condizioni particolarmente dure: isolamento, luce accesa 24 ore su 24, privazione degli occhiali da vista e riposo su una coperta stesa sul pavimento.

Finito il calvario di Cecilia Sala: dopo oltre venti giorni in carcere a Teheran, la giornalista è libera e già in volo per l’Italia

Il suo arresto è avvenuto pochi giorni dopo la detenzione in Italia di Mohammad Abedini Najafabadi, ingegnere iraniano arrestato all’aeroporto di Milano Malpensa su richiesta degli Stati Uniti, che lo accusano di fornire tecnologia per droni alla Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Questa coincidenza ha sollevato ipotesi su un possibile legame tra i due eventi, suggerendo che l’Iran potesse utilizzare Sala come leva diplomatica per ottenere la liberazione di Abedini.

Il governo italiano ha lavorato intensamente attraverso canali diplomatici e di intelligence per ottenere la liberazione di Sala. Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito al suo rilascio, permettendole di riabbracciare i suoi familiari e colleghi.

La vicenda di Cecilia Sala evidenzia le complesse dinamiche geopolitiche tra Italia, Iran e Stati Uniti, sollevando interrogativi sull’uso di arresti di cittadini stranieri come strumenti di pressione diplomatica. La sua liberazione rappresenta un successo per la diplomazia italiana, ma pone l’attenzione sulla necessità di tutelare la libertà di stampa e la sicurezza dei giornalisti operanti in contesti internazionali delicati.

L’articolo Cecilia Sala è libera, è atterrata in Italia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meloni tra propaganda e mezze verità: il 2025 è già un déjà vu del 2024

Giorgia Meloni inaugura il 2025 come aveva finito l’anno scorso. In mancanza di una conferenza stampa che accende nella presidente del Consiglio un’evidente ritrosia bisogna accontentarsi di un’intervista che ha il sapore di una fiaba, raccontata con la voce di chi vuole convincere più che spiegare. A Sette la Presidente del Consiglio ha dipinto un’Italia trionfante, un mosaico di successi che, alla prova dei fatti, si rivela una tela piena di crepe. Pagella Politica ha analizzato le sue affermazioni, scoprendo un esercizio di narrazione tanto raffinato quanto distante dalla realtà. Lo stile è quello di sempre: numeri scintillanti, qualche gioco di prestigio retorico e una dose generosa di omissioni. Ma le cifre, quelle vere, non mentono.

Lo spread: tra meriti presunti e realtà ignorate

«Lo spread è nettamente inferiore rispetto a quando ci siamo insediati», ha dichiarato Meloni, e in parte è vero: dal suo insediamento nell’ottobre 2022 è sceso da 233 a circa 117 punti base. Ma chi conosce i mercati sa che questo calo è dovuto non tanto ai successi del governo, quanto all’aumento dei rendimenti dei titoli tedeschi. Insomma, lo spread scende non perché l’Italia vola, ma perché altrove si arranca. È come vantarsi di essere il primo in una corsa dove gli altri inciampano.

Borsa italiana: il record che non esiste

Anche la Borsa italiana trova posto nella narrazione meloniana: «Ha toccato il record», afferma la Presidente del Consiglio. Un’affermazione che, se fosse vera, potrebbe davvero raccontare un’economia in ripresa. Peccato che l’indice Ftse Mib, pur avvicinandosi ai 35.000 punti, resti lontano dai 50.000 raggiunti nei primi anni Duemila. Parlare di record è dunque una forzatura che confida nella memoria corta di chi ascolta.

Pnrr: cifre gonfiate come bolle di sapone

Tra le affermazioni più sorprendenti spicca quella sui fondi del Pnrr: «Abbiamo speso 54 miliardi». Un numero imponente, che però si sgonfia subito davanti ai dati ufficiali. Alla fine del 2024, infatti, risultano spesi solo 27 miliardi, meno della metà di quanto dichiarato. Anche includendo gli impegni di spesa, non si superano i 40 miliardi. Qui, più che un’inesattezza, si intravede una strategia: quella di amplificare i risultati per coprire le inefficienze. Ma le bolle di sapone, per quanto brillanti, alla fine scoppiano.

Il Superbonus: il colpevole perfetto

Meloni ha riservato parole dure per il Superbonus, definendolo un buco nero nei conti pubblici: «È costato 140 miliardi». Una cifra ben superiore alla realtà. Le stime ufficiali parlano di 100 miliardi, o al massimo 120 includendo altre agevolazioni. Gonfiare i costi di una misura tanto discussa è funzionale a giustificarne lo smantellamento, ma è un gioco pericoloso che rischia di alimentare ulteriore sfiducia nei confronti delle istituzioni.

Il prezzo del gas e il merito attribuito

«Il prezzo del gas è sceso da 180 a 35 euro al megawattora grazie al governo», ha dichiarato la Presidente, trasformando un evento globale in un presunto merito nazionale. La realtà, però, è che la riduzione dei prezzi è il risultato di dinamiche di mercato, del clima mite e della riduzione della domanda. Prendersi il merito di un fenomeno indipendente dalle proprie azioni è un esercizio di fantasia più che di politica.

Una narrazione costruita per dividere

Questi esempi non sono semplici errori. Sono parte di una narrazione più ampia, costruita per confondere e dividere. Meloni si presenta come la leader che “dice la verità”, ma lo fa piegando i numeri e le circostanze a suo vantaggio. Il risultato è un racconto in cui i successi si moltiplicano e le responsabilità si dissolvono, lasciando agli altri l’onere di ricostruire i fatti.

In politica, la narrazione è potente ma deve avere fondamenta solide altrimenti diventa un castello di carte che crolla al primo soffio di verità. L’intervista di Giorgia Meloni è l’ennesima dimostrazione di come le mezze verità possano creare un’illusione momentanea, ma anche di come la realtà finisca sempre per presentare il conto. E quel conto, prima o poi, lo paghiamo tutti.

L’articolo Meloni tra propaganda e mezze verità: il 2025 è già un déjà vu del 2024 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

C’è uno zar a Washington

C’è uno zar a Washington. Lo zar americano non si è ancora insediato nelle sue funzioni da presidente ma ha passato gli ultimi giorni a minacciare la Nato – esattamente come quell’altro – non escludendo di usare la forza per prendere la Groenlandia.
Anche questo – come quell’altro – ha accennato a non meglio specificate ragioni di sicurezza nazionale per descrivere come inevitabile l’annessione. A differenza di quell’altro non ha parlato di denazificazione, questo è vero. Forse perché al suo fianco c’è un plutocrate che è il più importante sostenitore del post-nazismo europeo.
C’è uno zar alla Casa Bianca che dopo aver minacciato l’invasione di un Paese Nato ha minacciato la Nato se non rimpinguerà le casse. Poi lo zar dai capelli carota ha spiegato che la Russia «è stata provocata dall’Ucraina», frase che dalle nostre parti viene bollata come filo-putinismo all’istante. Quindi lo zar americano – come ogni zar che si rispetti – è anche d’accordo con l’altro zar.
C’è uno zar americano che annuncia pubblicamente il desiderio di invadere Panama e che ha già indicato al successore di Trudeau la soluzione migliore per il Canada: annettersi agli Usa. In questo caso però è stato magnanimo: niente invasione, promette. Ma si sa, sono promesse da zar.
C’è uno zar a Washington che promette di perdonare coloro che hanno tentato il rovesciamento democratico del suo Stato, rivendendoli come patrioti.
Tra lo zar Usa e lo zar russo però c’è una differenza sostanziale. A Washington è già cominciata la corsa per baciargli la pantofola, pratica in cui eccelle la nostra presidente del Consiglio.

Buon mercoledì.

 

foto di Gage Skidmore from Surprise, AZ, United States of America – Donald Trump, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=149331624

L’articolo proviene da Left.it qui

Nel 2023 metà dei contratti di lavoro a Roma sono durati un giorno

Circola un aneddoto di un presidente che un giorno decide di ampliare una strada da due a tre corsie, dichiarando un aumento del 50%. Successivamente, riduce le corsie da tre a due, affermando una diminuzione del 33%. Sommando queste variazioni, sostiene di aver ottenuto un saldo positivo del 17%. Il popolo applaude, il presidente è felice. 

Sull’aumento dei posti di lavoro Giorgia Meloni ha seminato molta della sua propaganda. Arrivando a dichiarare (e poi a ripetere) che l’Italia in cui stiamo vivendo avrebbe i livelli occupazionali più alti dai tempi di Garibaldi. L’iperbole sembrava piuttosto sfrontata, ma valenti quotidiani l’hanno presa molto sul serio. 

Qualche giorno fa la Cgil di Roma ha pubblicato un report sulla situazione del lavoro a Roma raccogliendo i dati riferiti al 2023, quando sono stati 1.959.616 i contratti di lavoro attivati, il 18% in più rispetto al 2019. Visto così sembrerebbe un risultato da leccarsi i baffi se non fosse che le cessazioni sono state 1.868.044, pari al 95,3% dei contratti attivati. Il contratto quindi è una precarietà legale, nulla su cui poter costruire uno straccio di futuro. 

Il dato più dirompente però è che il 49% dei contratti attivati (690.492) è durato un solo giorno. Si viene assunti alla mattina, si fa quel che c’è da fare, e poi ci si saluta e si ringrazia in attesa del contratto successivo. Sempre che ci sia un contratto successivo. Complessivamente, nel 2023, il 70% dei contratti di lavoro a Roma è durato meno di un mese.

Un’occupazione non stabile è un cerotto su una ferita sempre aperta. Nasconde poco, male e non cura. Però gonfia i numeri.

L’articolo Nel 2023 metà dei contratti di lavoro a Roma sono durati un giorno sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui