Vai al contenuto

Ecco perché Starlink non è una scelta obbligata

Giorgia Meloni ha definito Starlink una scelta obbligata per le comunicazioni di Stato e dell’esercito. Non è solo una questione di accuratezza, ma di una narrazione che appare intenzionalmente costruita per avallare una decisione che trova più radici nella politica che nella necessità tecnologica.

Tecnologie alternative a Starlink nelle comunicazioni di Stato

Partiamo dai fatti. Starlink, il sistema satellitare a bassa orbita sviluppato da SpaceX di Elon Musk, è certamente una tecnologia avanzata, capace di garantire connettività in aree remote e in situazioni di emergenza. Tuttavia, definirlo “obbligato” significa ignorare deliberatamente l’esistenza di alternative, spesso più appropriate per ragioni di sicurezza e sovranità.

Molti Paesi, infatti, non solo non utilizzano Starlink, ma hanno sviluppato sistemi propri. La Francia si avvale della rete Syracuse, progettata per garantire comunicazioni militari sicure. Il Regno Unito utilizza Skynet, una costellazione di satelliti dedicati alle sue forze armate, mentre la Germania si affida al sistema SATCOMBw. Questi Stati hanno scelto di investire in infrastrutture indipendenti o consorziate, minimizzando la dipendenza da fornitori privati esterni.

Oltre a questo l’Unione europea ha lanciato IRIS², un ambizioso progetto per una costellazione di satelliti che garantirà comunicazioni sicure per governi e cittadini, riducendo la dipendenza tecnologica da potenze esterne. Con i primi lanci previsti nel 2029 e la piena operatività entro il 2030, IRIS² rappresenta una soluzione concreta per l’autonomia europea.

A fianco dei sistemi satellitari, molti Paesi europei adottano tecnologie complementari per garantire comunicazioni sicure e resilienti. I sistemi SATCOM (comunicazione satellitare) forniscono una copertura globale indispensabile per operazioni in aree remote, permettendo trasmissioni criptate di dati, voce e video essenziali per la pianificazione strategica. Parallelamente, le Reti Mobili Ad Hoc (MANET) si distinguono per la loro flessibilità: sono reti decentralizzate e autoconfiguranti che si adattano rapidamente ai cambiamenti ambientali, risultando ideali per operazioni sul campo dove l’infrastruttura tradizionale è assente o inaffidabile.

La scelta italiana e le implicazioni geopolitiche

Quindi, perché l’Italia dovrebbe legarsi a una realtà come Starlink? Una possibile risposta si trova nelle relazioni politiche di Meloni. Non è un segreto che la Presidente del Consiglio abbia sviluppato un rapporto di cordialità con Elon Musk. Dichiarazioni reciproche e incontri pubblici hanno alimentato l’idea di una sintonia su temi come l’innovazione tecnologica. Meloni nega che questo sia il motivo della sua scelta. Noi legittimamente ne dubitiamo. 

L’articolo Ecco perché Starlink non è una scelta obbligata sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cambiamento climatico, il 2024 anno record: superati tutti i limiti, temperature mai viste

Il 2024 entrerà nei libri di storia come l’anno più caldo mai registrato, un tragico primato che conferma i dati preliminari diffusi alla fine dello scorso anno. Secondo il servizio europeo Copernicus Climate Change Service (C3S), la temperatura media globale ha superato per la prima volta i 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, con un aumento record di +1,60 °C. Una cifra che non solo infrange l’Accordo di Parigi, ma che segna un allarme globale per la crisi climatica.

Un’escalation senza precedenti

La temperatura media del 2024 ha raggiunto i 15,10 °C, con un incremento di 0,72 °C rispetto alla media del periodo 1991-2020. Ogni mese, a eccezione di luglio 2024, ha superato la soglia di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Particolarmente drammatico è stato il record del 22 luglio 2024, con una temperatura giornaliera globale di 17,16 °C. Gli ultimi dieci anni, dal 2015 al 2024, figurano tutti tra i dieci anni più caldi mai registrati. 

Le regioni più colpite includono l’Oceano Atlantico settentrionale, l’Oceano Indiano e il Pacifico occidentale, ma anche aree continentali ad eccezione dell’Antartide e dell’Australasia. Il 2024 ha inoltre segnato stagioni record invernali, primaverili ed estive, con valori che hanno costantemente superato le medie storiche.

L’accumulo di calore non si limita a influenzare la temperatura atmosferica. Gli oceani hanno registrato temperature da record, con conseguenze devastanti sugli ecosistemi marini e sulla biodiversità. La barriera corallina, cruciale per la vita marina e per le comunità costiere, è stata ulteriormente compromessa. L’aumento delle temperature delle acque ha anche intensificato la frequenza e l’intensità di cicloni e uragani, aggravando i danni alle infrastrutture e causando migliaia di sfollati.

Conseguenze tangibili sulla salute e sull’ambiente

Non si tratta solo di numeri: il cambiamento climatico sta alterando gli equilibri fondamentali della vita umana. Secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), l’aumento delle temperature favorisce la proliferazione di malattie trasmesse da acqua, cibo e insetti. Virus come Zika, febbre dengue e malaria trovano un habitat ideale in un clima più caldo e umido. Le piogge intense e le alluvioni, ormai sempre più frequenti, contaminano le reti idriche e alimentari, diffondendo virus come Norovirus e Rotavirus.

Gli effetti sulla produzione agricola sono altrettanto devastanti. Il riscaldamento globale ha portato a raccolti più scarsi e a un aumento dei prezzi delle materie prime essenziali come grano, mais e riso. Queste difficoltà alimentano una spirale di insicurezza alimentare, che colpisce in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo. Anche le economie avanzate non sono immuni: l’aumento dei costi energetici e delle derrate alimentari si riflette in un’inflazione persistente che grava sui consumatori.

L’impatto non è solo fisico: emerge un fenomeno chiamato “solastalgia”, un’angoscia psicologica legata alla trasformazione dell’ambiente naturale. Eventi climatici estremi generano stress, ansia e, nei casi più gravi, disturbi post-traumatici. La perdita di habitat e il degrado ambientale erodono anche il senso di appartenenza e sicurezza delle comunità locali.

Una responsabilità collettiva

“L’umanità è responsabile del proprio destino”, ha dichiarato Carlo Buontempo, del Copernicus Climate Change Service, ECMWF. Mentre Samantha Burgess, Responsabile strategico per il clima, ECMWF ricorda come “Ogni anno dell’ultimo decennio è uno dei dieci più caldi mai registrati. Ora siamo sul punto di superare il livello di 1,5ºC definito nell’accordo di Parigi e la media degli ultimi due anni è già al di sopra di questo livello. “Un’azione rapida e decisa può ancora modificare la traiettoria del nostro clima futuro”.

L’articolo Cambiamento climatico, il 2024 anno record: superati tutti i limiti, temperature mai viste sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Hitler era comunista

«Hitler era socialista, era comunista, e l’errore più grande è stato etichettarlo come un uomo di destra». A pronunciare sorniona la bestialità è la co-presidente del partito neonazista tedesco Alternative für Deutschland (AfD) Alice Weidel. Dall’altra parte del filo, stralunato e divertito, c’è il miliardario con sogni da plutocrate Elon Musk. I due sono in diretta sul social X, giocattolo del capriccioso imprenditore sudafricano, seguiti da duecentomila persone.

Ieri sera è andata plasticamente in scena la tecnocrazia che si è ingoiata gli Usa e che stende la sua ombra anche sull’Europa. I due si gingillano tra “agenda woke” e il “gender” che starebbe rovinando il sistema educativo tedesco. Ridono molto, i due. C’è da capirli: meritarsi una trasmissione in prima serata nonostante i contenuti del loro dialogo sia una cosa da ubriaconi appoggiati al bancone del bar è una dimostrazione di potenza eccitante.

Weidel racconta della Germania che sarebbe «un buffo Paese» perché non rispedisce indietro gli immigrati irregolari «che buttano via i documenti appena oltrepassano il confine». Musk scomposto scoppia a ridere come se avesse trovato la pentola d’oro: «Come negli Usa! Alla frontiera col Messico ci sono pile di passaporti buttati», urla sguaiato. Bugie su bugie, la rappresentazione di un mondo che esiste solo nella propaganda.
«Voglio dare qui un consiglio forte: votate AfD, è solo senso comune, non hanno tesi radicali», dice Musk. C’è da capirlo: in una favola in cui Hitler è comunista Weidel potrebbe essere considerata perfino una statista. L’importante è rovesciare il vero, poi ci pensa Musk a rimettere insieme i pezzi.

Buon venerdì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Sanità al collasso: persi 28 miliardi in 11 anni

Secondo i dati presentati da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, la sanità pubblica italiana sta affrontando una crisi senza precedenti, causata da tagli sistematici, sotto-finanziamento e assenza di programmazione. Tra il 2012 e il 2023, la spesa per il personale sanitario ha subito una contrazione complessiva di 28,1 miliardi di euro. Solo nel periodo tra il 2020 e il 2023, i tagli ammontano a 15,5 miliardi, segnando un trend che mina la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale (Ssn).

Tagli e sotto-finanziamento: un sistema in affanno

Cartabellotta ha evidenziato come, in termini assoluti, la spesa per i redditi da lavoro dipendente sia passata da 36,4 miliardi di euro nel 2012 a 40,8 miliardi nel 2022, per poi scendere nuovamente a 40,1 miliardi nel 2023. Tuttavia, in termini percentuali, la spesa è calata dal 33,5% della spesa sanitaria totale nel 2012 al 30,6% nel 2023. Questo dato riflette una continua riduzione delle risorse dedicate al personale sanitario rispetto al totale dei fondi destinati alla sanità.

La carenza di personale è un elemento centrale della crisi. Secondo Cartabellotta, misure come il blocco delle assunzioni, i mancati rinnovi contrattuali e il numero insufficiente di borse di studio per specialisti e medici di famiglia hanno aggravato la situazione. A queste difficoltà si aggiungono l’abbandono della professione da parte di numerosi operatori sanitari, attratti dal settore privato o dall’estero, e un calo delle iscrizioni ai corsi di laurea in scienze infermieristiche e a specializzazioni mediche meno attrattive.

Un altro elemento critico è rappresentato dai cosiddetti “gettonisti”: medici, infermieri e altri professionisti reclutati tramite agenzie e cooperative. Questo fenomeno, già evidente nel 2019 con una spesa di 580 milioni di euro, è tornato a crescere significativamente negli ultimi anni. Nei primi otto mesi del 2023, la spesa per i gettonisti ha raggiunto 476,4 milioni di euro, il doppio rispetto all’anno precedente.

La distribuzione delle risorse tra le regioni mostra significative disuguaglianze. Nel 2022, la spesa media per unità di personale sanitario è stata pari a 57.140 euro, con un range che varia dai 49.838 euro del Veneto agli 81.139 euro della Provincia autonoma di Bolzano. Cartabellotta sottolinea come le regioni con una gestione più virtuosa dei livelli essenziali di assistenza riescano a mantenere una spesa per unità di personale più bassa, grazie a una riduzione delle posizioni apicali e a un maggiore rapporto tra professioni sanitarie e medici.

Le conseguenze della carenza di personale

La crisi del personale ha avuto un impatto diretto sulla qualità dei servizi sanitari. Liste d’attesa interminabili, pronto soccorso sovraffollati e difficoltà nel reperire medici di famiglia sono solo alcune delle conseguenze di una carenza strutturale di professionisti. Inoltre, il fenomeno dei pensionamenti e l’aumento dei casi di burnout contribuiscono a ridurre ulteriormente la forza lavoro disponibile.

La mancanza di sicurezza e le condizioni di lavoro difficili, aggravate da turni massacranti e da episodi di violenza fisica e verbale ai danni del personale, hanno ulteriormente demotivato i professionisti rimasti. A ciò si aggiungono il peso della burocrazia e la scarsa digitalizzazione, che complicano ulteriormente il lavoro quotidiano.

Cartabellotta ha ribadito che la crisi del personale sanitario non è solo una questione economica, ma una priorità per la sostenibilità del Ssn. Senza interventi mirati per rilanciare le politiche sul capitale umano, sarà sempre più difficile garantire universalmente il diritto alla tutela della salute. La valorizzazione della professione, il potenziamento della formazione e l’innovazione dei processi di valutazione sono, secondo Gimbe, le azioni indispensabili per invertire la rotta.

L’articolo Sanità al collasso: persi 28 miliardi in 11 anni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Giornata nazionale contro il racket, ecco la proposta delle Ong

Libero Grassi pubblicò la sua lettera al “caro estortore” il 10 gennaio 1991 sul Giornale di Sicilia. La sua voce, ferma e inequivocabile, rimbalzò come uno schiaffo contro l’omertà e la paura che avvolgevano Palermo. Quelle parole lo condannarono: il 29 agosto dello stesso anno fu assassinato dalla mafia. Ma, a distanza di oltre tre decenni, la sua scelta di non piegarsi continua a scuotere le coscienze.

A oltre trent’anni da quel giorno, l’associazione Sos Impresa Rete per la Legalità, in collaborazione con Solidaria, ha proposto di istituire, per il 10 gennaio, la prima Giornata Nazionale Antiracket. Un evento che non è solo un omaggio a Grassi, ma un invito a trasformare il coraggio individuale in un impegno collettivo. Perché il racket non è un problema isolato: è un cancro che infetta intere comunità, soffoca l’economia locale e alimenta la catena del potere criminale.

La mappa del racket: dati e tendenze

I dati del Ministero dell’Interno fotografano un fenomeno ancora radicato. Nel 2024 le denunce per estorsione sono aumentate del 12% rispetto all’anno precedente, un segnale positivo che indica maggiore fiducia nelle istituzioni, ma anche la persistenza di un problema strutturale. Le regioni più colpite restano la Sicilia, la Campania e la Calabria, dove il controllo mafioso sui territori è ancora forte. Tuttavia, gli ultimi rapporti evidenziano anche una crescita dei casi in alcune aree del Nord, a dimostrazione che nessuna parte del Paese può dirsi immune.

Nonostante i progressi, il 2024 è stato segnato da episodi significativi legati al racket. A Palermo, per la prima volta, gli operai di un’impresa edile hanno denunciato le intimidazioni mafiose, costituendosi parte civile contro i responsabili. Questo episodio segna una svolta importante, dimostrando che anche chi vive quotidianamente il rischio può trovare la forza di ribellarsi. Un altro caso simbolico ha riguardato un imprenditore del Sud che, supportato da associazioni come SOS Impresa, ha denunciato un’estorsione milionaria, contribuendo all’arresto di un gruppo criminale.

Esempi di resistenza: la forza delle denunce

“Chi parla è più al sicuro di chi subisce e sta zitto”, scriveva Grassi nella sua lettera. Eppure, denunciare non è semplice. La paura di ritorsioni e l’isolamento sociale pesano come macigni sulle spalle di chi decide di rompere il silenzio. Domani, la Giornata Antiracket si estenderà da Palermo a Napoli, da Campobasso a Ravenna, coinvolgendo scuole, imprese e associazioni. A Palermo, la Camera di Commercio ospiterà un incontro dalle 11 alle 13:30, con interventi di figure chiave come Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, e Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia. Sarà presente anche Davide Grassi, figlio di Libero, che porta avanti la memoria del padre come un faro per chi oggi sceglie di resistere.

Non si tratta solo di parlare alle vittime. Il messaggio è rivolto anche alle istituzioni, chiamate a garantire protezione e supporto, e ai cittadini, invitati a non voltarsi dall’altra parte. La lotta al racket non è una battaglia privata: è una questione di civiltà. “La legalità è un valore condiviso”, ha dichiarato Luigi Cuomo, presidente di SOS Impresa, sottolineando l’importanza di un impegno trasversale che coinvolga tutti.

Il fondo di solidarietà per le vittime del racket, pur essendo uno strumento prezioso, necessita di procedure più snelle e di una maggiore diffusione sul territorio. Le associazioni che offrono supporto legale e psicologico alle vittime devono essere rafforzate, non lasciate sole a fronteggiare un problema di dimensioni nazionali.

La sfida è enorme, ma non impossibile. Ogni passo avanti è una vittoria. Ogni voce che si unisce al coro di chi dice no al racket è un mattone in più nella costruzione di un’Italia diversa. Domani, 10 gennaio, non è solo una data sul calendario: è un monito e una speranza. Un monito per ricordarci quanto ancora c’è da fare, una speranza che un futuro senza paura sia possibile.

L’articolo Giornata nazionale contro il racket, ecco la proposta delle Ong sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il nuovo sogno americano, vigili del fuoco privati

“Qualcuno ha contatti con dei pompieri privati ​​per proteggere la nostra casa a Pacific Palisades? Bisogna agire in fretta qui. Tutte le case dei vicini stanno bruciando. Paghiamo qualsiasi cifra. Grazie”. A lanciare l’appello su X è Keith Wasserman, un imprenditore immobiliare statunitense, co-fondatore e managing partner di Gelt Venture Partners, una società di investimento immobiliare con sede a Los Angeles. Dal 2008, Wasserman ha supervisionato l’acquisizione di proprietà multifamiliari e di self-storage per un valore complessivo di oltre 3 miliardi di dollari, principalmente negli Stati Uniti occidentali.

Ad aiutare i Vigli del fuoco per l’enorme incendio scoppiato in questi giorni in California ci sono centinaia di detenuti che tagliano e segano le linee di contenimento per gli equipaggi. L’ultima riforma carceraria ha ridotto i detenuti considerati idonei e così in California dal picco di 4.250 persone detenute lavoranti si è passati a 1.800, proprio nel periodo dei suoi incendi più mortali.

Le persone detenute impiegate con i Vigili del fuoco guadagnano dai 6 ai 12 euro al giorno e oggi sono circa il 30% del personale impiegato nell’emergenza. Mentre quelli guadagnano 6 euro il miliardario sogna dei pompieri privati, riservati solo ai ricchi. Forse qualcuno nei prossimi giorni chiederà una legge per salvare prima i più ricchi. Del resto la situazione non è molto diversa da  quando Letizia Moratti ai tempi della pandemia ai tempi proponeva di “distribuire i vaccini per il coronavirus tra le regioni anche in base al contributo che danno al Pil”. Sovranismo sfrenato: salvarsi, mica salvare. 

È il capitalismo, bellezza. 

L’articolo Il nuovo sogno americano, vigili del fuoco privati sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Salvare le persone, prima di tutto

Salvare prima le persone, ad ogni costo. Che i diritti umani siano una questione pre-politica, ovvero vengano prima di tutto, è la convinzione di un folto gruppo di persone sparse nel mondo. Salvare le persone, prima di tutto, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – più o meno in concerto con i suoi ministri – l’ha fatto. 

Salvare le persone, prima di tutto, anche se servono irrituali razioni diplomatiche (non rispettare la richiesta di estradizione degli Usa) e anche con sgrammaticature istituzionali (un accordo con un presidente Usa eletto ma non ancora insediato). La presidente del Consiglio l’ha fatto e incassa un plauso bipartisan, coronando il sogno di essere primaria protagonista nei rapporti con Trump in Europa e diffonditrice degli italiani nel mondo. 

L’onestà intellettuale spinge a riconoscere l’ottimo lavoro fatto dal governo per la veloce liberazione di Cecilia Sala. Ora sarà il tempo di valutare gli innegabili costi politici dell’operazione. “L’importante è che Sala sia libera”, si diceva. È successo. 

Salvare le persone, prima di tutto, vale anche per le donne e i bambini annegati nel Mediterraneo, cadaveri ben prima di ogni legittima idea di gestione delle migrazioni. Salvare le persone, prima di tutto, vale anche per i disperati a Gaza. Salvare le persone, prima di tutto, vale per i giovani delle periferie ammazzati da divise dello Stato. Salvare le persone, prima di tutto, vale per i detenuti, perfino per i colpevoli, come dice la Costituzione.

Salvare tutte le persone, tutte, prima di tutto. 

Buon giovedì. 

Nella foto: l’arrivo di Cecilia Sala a Roma, 8 gennaio 2024 (foto governo.it)

L’articolo proviene da Left.it qui

Primo femminicidio 2025 Con l’arma d’ordinanza

Il primo femminicidio del 2025 si è consumato vicino a Perugia, a Gualdo Tadino, il 5 gennaio. Daniele Bordicchio ha sparato e ucciso la moglie Eliza Stefania Feru, ventinovenne cittadina italiana ma originaria della Romania, per poi suicidarsi. Bordicchio ha ucciso con l’arma di ordinanza. È una guardia giurata. Giorgio Beretta – analista ed esperto in armi, commercio di armamenti e politiche di disarmo – fa notare che il primo femminicidio con arma da fuoco del 2024 è stato compiuto con un’arma di ordinanza. Era il 13 febbraio e il maresciallo della Guardia di Finanza Christian Sodano dopo un litigio con la ex fidanzata Desiree Amato ha ucciso la mamma di lei, Nicoletta Zomparelli di 46 anni e la sorella Renèe di 19 anni. Beretta spiega che “il possesso di un’arma d’ordinanza non è un elemento secondario in questi femminicidi. L’arma da fuoco non costituisce infatti solo lo strumento per eseguire un assassinio, ma rappresenta un elemento centrale nell’ideazione e nella progettazione del femminicidio”. Il cosiddetto Decreto sicurezza (DdL 1660) in discussione in Parlamento permette a tutti gli agenti di pubblica sicurezza di acquistare una o più armi da tenere sempre con sé senza l’obbligo – attualmente in vigore – di ottenere una licenza di porto d’armi. Sono almeno 300 mila persone che potranno comprare un’arma senza comunicarlo alla consorte, alla convivente e ai familiari maggiorenni conviventi, senza l’obbligo di esami clinico-tossicologici e senza specifici controlli medici sullo stato di salute mentale o per accertare criticità nella la situazione di coppia. Disarmare i femminicidi sarebbe già una buona idea.

L’articolo Primo femminicidio 2025 Con l’arma d’ordinanza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Scuole lasciate al freddo e al gelo, penalizzate di più quelle del meridione

Un dato nazionale che non racconta tutto. In Italia, l’88,4% degli edifici scolastici statali dispone di un impianto di riscaldamento. Una percentuale che, a prima vista, rassicura. Ma dietro al dato nazionale si celano squilibri territoriali profondi. Nel Nord, regioni come Piemonte e Veneto superano il 95% di copertura, mentre in Calabria e Campania si scende sotto il 70%. Catanzaro, con il 65,8%, e Napoli, con il 55,4%, raccontano di un Paese che lascia indietro chi ha più bisogno.

I dati non disponibili amplificano l’incertezza: in Campania, il 32,8% delle scuole non dichiara se dispone di impianti di riscaldamento, mentre in Calabria questa percentuale è del 28,1%. Non sapere equivale a ignorare, e ignorare significa trascurare.

Una scuola fredda è una scuola iniqua 

Un’aula gelida non è solo scomoda. È un luogo in cui si disperde la concentrazione, si minaccia la salute e si affievolisce il diritto allo studio. Le scuole delle aree interne, dove il 36% degli edifici scolastici non ha un impianto di riscaldamento, ne sono l’esempio più drammatico. In questi luoghi, già segnati dalla marginalizzazione, l’assenza di servizi essenziali come il riscaldamento rafforza una disparità che non si può ignorare.

Non si tratta solo di freddo fisico ma di una metafora del distacco istituzionale. Chi è costretto a frequentare scuole in queste condizioni percepisce un messaggio chiaro: non siete prioritari. E questo alimenta un senso di abbandono che supera i confini delle aule.

Il paradosso climatico 

Nelle aree climaticamente più fredde (zone E e F), il 93,8% delle scuole ha il riscaldamento. Al Sud, invece, il riscaldamento sembra quasi un lusso. Nonostante l’inverno sia meno rigido, le temperature inadeguate nelle aule aggravano condizioni già precarie. E così, nelle province di Reggio Calabria e Salerno, l’assenza di riscaldamento diventa il simbolo di una cronica indifferenza verso le periferie educative del Paese.

Paradossalmente, alcune delle regioni con il clima meno rigido si trovano ad affrontare difficoltà strutturali maggiori. Un divario che racconta di scelte politiche miopi, che ignorano le necessità di chi dovrebbe essere al centro di ogni strategia educativa.

Il peso delle aree interne 

Nel silenzio delle aree interne, il diritto allo studio si scontra con l’assenza di risorse. Qui, meno dell’86,6% degli edifici scolastici dispone di impianti di riscaldamento. Sono numeri che raccontano di scuole abbandonate, spesso unico presidio contro lo spopolamento e la dispersione scolastica. Eppure, è proprio in questi luoghi che la presenza di infrastrutture dovrebbe essere priorità assoluta.

Tra i comuni periferici e ultraperiferici, i dati raccontano una realtà dura: il 36% delle scuole è privo di impianti di riscaldamento, quasi due punti in meno della media nazionale. Questo non è solo un problema di numeri, ma di prospettive future per migliaia di studenti.

L’urgenza del Pnrr

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza potrebbe essere il punto di svolta. Potrebbe, se usato con criterio. Secondo Openpolis serve una strategia che guardi oltre le percentuali, che analizzi le necessità specifiche e investa dove davvero mancano le basi. Perché non si tratta solo di riscaldare le aule: si tratta di garantire equità e dignità a ogni studente, ovunque viva.

Il PNRR ha stanziato risorse significative per l’edilizia scolastica ma è necessario monitorare attentamente come vengono allocate. I fondi devono raggiungere le aree più svantaggiate, e non disperdersi in interventi marginali. La scuola non può essere un privilegio geografico. Il vero termometro della qualità educativa resta l’attenzione politica. Perché garantire a ogni studente un ambiente confortevole non è solo un dovere morale: è una condizione indispensabile per costruire il futuro del Paese.

L’articolo Scuole lasciate al freddo e al gelo, penalizzate di più quelle del meridione sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Video sulla morte di Ramy, ora la Procura di Milano valuta l’omicidio volontario

I video trasmessi ieri in esclusiva dal TG3 sull’inseguimento che ha portato alla morte di Ramy Elgaml, 19enne di origine egiziana, gettano nuova luce su una vicenda già al centro di polemiche e proteste. Le immagini, riprese sia dalle telecamere montate sulle auto dei carabinieri sia da dispositivi del Comune di Milano, mostrano momenti cruciali dell’inseguimento terminato con la tragica morte del ragazzo lo scorso novembre.

Nei video, l’automobile dei carabinieri appare in diverse occasioni molto vicina allo scooter su cui viaggiavano Elgaml e il suo amico Fares Bouzidi, di 22 anni, che era alla guida. In uno dei frame più significativi, si vede l’auto urtare il motorino, che vacilla senza cadere. Si sentono chiaramente le voci degli agenti nell’auto: “Vaffanculo, non è caduto!”. In un altro passaggio, uno degli occupanti ordina di “chiudere” lo scooter, spingendo la vettura verso destra per impedire ai ragazzi di passare. Anche qui, il motorino riesce ad evitare la caduta, scatenando nuovi improperi: “No, merda, non è caduto!”.

I video comunali, invece, documentano il momento dello schianto finale. Lo scooter, in fuga, urta un palo dopo quello che appare come un contatto con l’auto dei carabinieri. La dinamica precisa è al vaglio degli inquirenti, ma le immagini mostrano un inseguimento pericoloso e ad alta velocità, in una zona urbana densamente popolata.

Indagini e proteste

La procura di Milano sta indagando su tre carabinieri. Due di loro sono accusati di falso in atto pubblico per aver omesso nei verbali l’impatto tra l’auto e lo scooter. Gli stessi agenti sono anche indagati per depistaggio: avrebbero costretto un testimone a cancellare un video che documentava lo schianto. La famiglia di Elgaml e il suo amico Bouzidi sostengono che le manovre dei carabinieri siano state la causa diretta dell’incidente mortale.

Le proteste nel quartiere Corvetto, dove Ramy viveva, sono iniziate subito dopo la sua morte. La comunità locale, composta in gran parte da giovani e famiglie di origini migranti, ha denunciato il comportamento delle forze dell’ordine, definendolo come un abuso dettato da razzismo e classismo. “La gioventù proletaria e meticcia ha alzato la voce”, ha scritto sui social l’europarlamentare Ilaria Salis, definendo le immagini trasmesse dal TG3 “terribili e inaccettabili in un paese civile”.

La lettera di Ilaria Cucchi

A sollevare ulteriori critiche è stata anche la senatrice Ilaria Cucchi, che ha indirizzato una lettera aperta al comandante generale dell’Arma, Salvatore Luongo. “Chi ha ricostruito i fatti in modo così diverso dalla realtà e chi avrebbe ordinato di cancellare prove non merita di indossare la divisa”, ha scritto Cucchi, richiamando l’Arma a prendere provvedimenti immediati per salvaguardare la propria credibilità.

Una vicenda emblematica

Il caso Ramy Elgaml non è isolato, ma si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra le comunità delle periferie e le istituzioni. Le immagini diffuse ieri non sono solo una prova tecnica per le indagini: rappresentano un simbolo delle profonde disuguaglianze che caratterizzano le relazioni tra Stato e cittadini più vulnerabili. Per molti, l’inseguimento di Ramy non è solo una tragedia personale ma un atto di forza che rivela un sistema incapace di trattare con equità chi vive ai margini. La procura di Milano esaminerà i video per stabilire con certezza la dinamica dello schianto.

L’articolo Video sulla morte di Ramy, ora la Procura di Milano valuta l’omicidio volontario sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui