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Occupazione, frena pure il mercato del lavoro. E il tasso di disoccupazione giovanile sale al 19,2%

C’è una crisi che si consuma silenziosa tra le pieghe dei numeri dell’occupazione rilasciati oggi dall’Istat: quella dei giovani. Mentre si celebra una crescita annua di 328mila occupati nel 2024, i dati ci raccontano un’altra storia per la fascia tra i 25 e i 34 anni. In dodici mesi, gli occupati in questa fascia sono diminuiti di 38mila unità, mentre 154mila persone hanno scelto, o forse sono state costrette, a lasciare il mercato del lavoro diventando inattive.

Numeri che non mentono

Il tasso di occupazione nella fascia 25-34 anni cala di 1,1 punti percentuali, mentre l’inattività cresce di 2,3 punti. Non si tratta solo di una questione demografica: la fetta più giovane della popolazione attiva sembra sempre più marginalizzata. A novembre 2024, il tasso di occupazione complessivo resta stabile al 62,4%, ma è un dato che maschera le ferite aperte del mercato del lavoro giovanile. I contratti a termine continuano a calare (-280mila in un anno), mentre crescono i contratti permanenti (+500mila), un’apparente buona notizia che però non basta a invertire il trend.

Giovani fuori dai giochi

La crescita dell’inattività tra i giovani non può essere liquidata come una scelta volontaria. L’aumento dei “neet” (not in employment, education or training) è una spia di un sistema che non riesce a trattenere i più giovani, spingendoli fuori da un mercato che sembra sempre meno accogliente. In parallelo, il tasso di disoccupazione giovanile risale al 19,2%, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto al mese precedente. Sono numeri che denunciano un fallimento sistemico.

Oltre la retorica della crescita

Celebrando i numeri della crescita occupazionale complessiva, si rischia di ignorare i segnali d’allarme. Gli inattivi aumentano anche a livello generale (+115mila nel trimestre settembre-novembre 2024 rispetto al precedente), mostrando come il mercato del lavoro non sia capace di accogliere chi cerca opportunità. La retorica della crescita si infrange contro la realtà di una generazione lasciata indietro, priva di un futuro occupazionale stabile.

Una questione di priorità

Se il mercato del lavoro stenta a trattenere i giovani le responsabilità politiche sono evidenti. Occorrerebbe un cambio di passo nelle politiche attive del lavoro, un piano che metta al centro i più giovani con incentivi reali e percorsi di formazione mirati. Ignorare il problema (o addirittura piegarlo alla narrazione compiaciuta) equivale a scavare un solco sempre più profondo tra generazioni, con conseguenze irreversibili sul tessuto economico e sociale del Paese.

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Zuckerberg accoglie Elkann nel Cda di Meta: quando il potere si muove tra algoritmi e fabbriche

Mark Zuckerberg ha trovato in John Elkann il nuovo tassello per ricostruire l’equilibrio che i social media hanno perduto. La nomina dell’amministratore delegato di Exor e presidente di Stellantis nel consiglio di amministrazione di Meta non è solo una mossa economica: è una dichiarazione politica, un tentativo di arginare l’influenza di Elon Musk e del suo Twitter (ora X), che si fa sempre più spregiudicato nella vicinanza al governo Meloni. Zuckerberg punta sull’Europa, e sull’Italia in particolare, per costruire un asse capace di bilanciare il potere emergente dei nuovi magnati tecnologici, le cui ambizioni sembrano allinearsi con le derive sovraniste di alcuni governi.

Dove si incontrano industria e algoritmi

Elkann non sembra un nome scelto a caso. La sua figura è emblematica di un sistema che intreccia finanza, industria e media, come pochi altri in Europa. Con lui, Zuckerberg si assicura non solo l’accesso a una rete di relazioni globali, ma anche una porta d’ingresso privilegiata nelle dinamiche politiche e imprenditoriali del continente. Meta, del resto, è in cerca di una legittimazione che gli consenta di navigare le acque sempre più tempestose della regolamentazione europea. Elkann, con lil suo bagaglio di relazioni è considerato la chiave per aprire quelle porte che a Zuckerberg continuano a sembrare blindate.

Ma c’è di più. La scelta di Elkann parla anche della strategia della famiglia Agnelli. Dopo giornali e televisioni, ora è il turno dei social media. L’ingresso in Meta rappresenta un passo decisivo per posizionarsi in un campo che non è solo economico, ma anche culturale e politico. La dinastia Agnelli-Elkann ha sempre fatto delle piattaforme mediatiche uno strumento per tutelare gli interessi aziendali. I giornali di famiglia sono stati utili a costruire narrazioni favorevoli nei momenti di crisi, a rafforzare il consenso attorno a decisioni industriali controverse e a influenzare il dibattito pubblico. Ora, con i social media, si apre un nuovo fronte: il controllo non passa solo dalle pagine di un quotidiano, ma dagli algoritmi che definiscono cosa leggiamo, guardiamo e discutiamo.

Le conseguenze di un’alleanza strategica

Zuckerberg, da parte sua, dimostra visione politica. In Usa il fondatore di Facebook si è inevitabilmente riavvicinato a Trump, più per la sopravvivenza della sua azienda che per una reale comunione di visioni. In Europa con Musk che si schiera apertamente con i governi di destra e una Meta sotto pressione per il crescente controllo normativo, Elkann è la scelta perfetta per allentare la morsa europea e, allo stesso tempo, gettare un ponte verso quella parte di establishment italiano che è sempre stata pronta a proteggere i propri interessi.

Questa nomina non è un episodio isolato: è il segnale di un riposizionamento globale. In un mondo dove la politica e l’economia sono sempre più interconnesse, Meta sta cercando di ricostruire la propria immagine, presentandosi come una forza innovativa ma responsabile, capace di rispondere alle sfide sociali e tecnologiche con pragmatismo. E intanto la politica diventa sempre di più l’ancella stanca della plutocrazia. 

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Il futuro dell’Europa si gioca sul terreno digitale e Musk è già in vantaggio

L’Unione europea sembra finalmente essersi accorta del problema: Elon Musk e il suo impero digitale rappresentano una minaccia concreta per la democrazia. Non è solo questione di disinformazione o algoritmi compiacenti; è un modello di potere che si espande a scapito delle regole, piegando i principi fondamentali dell’Europa.

Un’Europa lenta contro un impero digitale senza regole

L’ultimo caso emblematico è il livestream su X, la piattaforma di Musk, che ha dato ampia visibilità ad Alice Weidel, leader dell’estrema destra tedesca AfD. Un evento che non può essere liquidato come un incidente. Musk ha smantellato i controlli interni della piattaforma, favorendo la proliferazione di fake news e odio. Il risultato è un megafono digitale dove le voci più estreme prosperano indisturbate. Non è un errore casuale ma il riflesso di una strategia che privilegia la polarizzazione, sfruttandola come leva per aumentare l’engagement e, di conseguenza, i profitti.

La risposta di Bruxelles è arrivata, ma con colpevole ritardo. Thierry Breton ha richiamato Musk al rispetto del Digital Services Act (DSA), minacciando sanzioni. Il DSA, nato per regolamentare le grandi piattaforme, è una conquista normativa significativa ma la sua implementazione è ancora fragile. Di fronte a un attore come Musk, che si muove con arroganza tra le maglie dei regolamenti, il rischio è che queste norme si rivelino insufficienti. Da imprenditore visionario Musk è diventato un attore politico globale, piegando piattaforme e tecnologie al suo disegno ideologico, spesso in sintonia con l’estrema destra e i populismi.

Starlink e Iris: la sovranità digitale europea sotto attacco

E in questo quadro già preoccupante, si inserisce la questione Starlink. Giorgia Meloni, senza informare Bruxelles, starebbe trattando con Musk per un contratto da 1,5 miliardi di euro, scavalcando il progetto europeo Iris. Il programma, finanziato anche dall’Italia, è il pilastro della sovranità digitale europea, pensato per garantire sicurezza e indipendenza nelle comunicazioni strategiche. Ma Iris non è esente da problemi: il suo lancio, previsto inizialmente per il 2027, è stato posticipato al 2030, lasciando un vuoto che Starlink promette di colmare. Meloni sembra voler sfruttare la lacuna, ma a che prezzo? Dipendere da un privato come Musk significa mettere in discussione l’autonomia tecnologica italiana e, di riflesso, quella europea.

Le trattative segrete tra Meloni e Musk hanno suscitato forti tensioni a Bruxelles. Emmanuel Macron ha accusato Musk di sostenere una “nuova internazionale reazionaria”, mentre la Commissione europea teme che un accordo con Starlink possa frammentare gli sforzi per una connettività strategica comune. Iris² non è solo un progetto tecnico: rappresenta un impegno condiviso per garantire sicurezza e autonomia all’Europa. Il contratto con SpaceX rischia di trasformare l’Italia in un battitore libero, minando anni di sforzi per costruire una politica comune sulla sovranità digitale.

Da Bruxelles, comunque, si prova a ridimensionare la questione: un portavoce della Commissione ha spiegato all’Ansa che un eventuale accordo tra l’Italia e SpaceX sarebbe compatibile con la partecipazione al progetto Iris². L’Italia, in quanto Stato sovrano, ha “il pieno potere di procedere con decisioni e azioni sovrane”.

Musk e Starlink: non è solo questo il problema

Il problema però è più grande di Musk o Starlink. È il sintomo di un sistema che ha permesso a pochi individui di accumulare un potere sproporzionato, senza controllo democratico. Musk è un problema, sì, ma lo è anche la lentezza di un’Europa che troppo spesso reagisce invece di agire. Il Digital Services Act è un passo avanti ma serve una visione più ambiziosa. Regolamentare non basta; bisogna ridefinire il rapporto tra tecnologia e democrazia, tra potere economico e responsabilità sociale.

La posta in gioco è alta. Non è solo una questione di satelliti o social network: è il futuro della democrazia europea. Se Bruxelles non riesce a fronteggiare Musk oggi, domani potrebbe essere troppo tardi. Perché il potere non regolato non è mai neutrale e lasciare che siano pochi a riscrivere le regole del gioco è una sconfitta per tutti.

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Novantun anni dopo Hitler, l’Austria ci riprova: un post nazista vicino al potere

Herbert Kickl, leader di un partito nato dalle ceneri del nazismo, il Fpö, potrebbe diventare cancelliere in Austria. Novantun anni dopo la nomina di Adolf Hitler, la storia non si ripete come tragedia o farsa: si camuffa. È il travestimento della democrazia che concede l’incarico a chi promette di “orbanizzare” un Paese, demolendo i valori europei, diffamando le persone migranti e glorificando nazionalismi rancorosi.

La scelta di Alexander Van der Bellen, presidente della Repubblica, appare inevitabile. Ma il suo volto scuro, i richiami alla libertà di stampa e alle conseguenze della guerra in Ucraina svelano la fragilità di una democrazia che concede spazio a chi la vorrebbe distruggere. La Övp, il partito popolare, ha ceduto alla pressione, sacrificando i propri principi sull’altare della convenienza elettorale. 

Ciò che colpisce, però, è il silenzio assordante dell’Europa. L’indifferenza davanti a cortei che gridano “mai più fascismi” o al rischio di un’ulteriore erosione dello Stato di diritto. La memoria si affievolisce, i valori si indeboliscono. E mentre Vienna si prepara a un governo che fa del revisionismo il proprio manifesto, Bruxelles osserva con lo stesso torpore che ha già segnato pagine nere della storia.

La democrazia non si difende concedendo spazio ai suoi nemici. Si difende con scelte coraggiose, quelle che oggi sembrano mancare. E l’Europa, ancora una volta, sembra spettatrice impotente del suo stesso declino. Del resto coloro che quotidianamente minimizzano il ritorno di fascismi e nazismi avranno buon gioco anche questa volta. Potranno dirci che le SS non sono più quelle di una volta.

Buon martedì.

Nella foto: il volto barrato di Herbert Kickl dell’Fpö su un adesivo della Gioventù socialista austriaca (Ivan Radic)

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Meloni sovranista conto terzi

Che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia deciso di volare negli Stati Uniti perché ritiene Trump più risolutivo di Biden nella liberazione della giornalista Cecilia Sala è una legittima e personale scelta politica. Presto sapremo se è stata un’intuizione efficace e indovinata.

Che la capa del governo sia atterrata a Palm Beach e si sia intrattenuta con il presidente eletto degli Usa sorbendosi uno strampalato documentario complottista sui presunti brogli elettorali alle presidenziali americane del 2020 (ricusati perfino da giudici nominati da Trump) a margine della cena dice molto dell’acquiescenza di Meloni, novella sovranista per conto terzi.

Che Giorgia Meloni abbia approfittato della convivialità oltreoceano per accelerare – stando ad alcuni articoli di stampa – un accordo da un miliardo e mezzo di euro con SpaceX per promuoverlo a partner di Stato invece sarebbe indubbiamente preoccupante. Non solo perché sarebbe l’ennesima volta in cui la sovranista per conto terzi cede un cosiddetto “asset strategico” a un’azienda straniera, con buona pace delle sue promesse e della sua stessa impostazione politica. Affidare i dati crittografati della sicurezza nazionale a uno svalvolato (seppur geniale) utilizzatore di ketamina sarebbe a dir poco pericoloso.

È evidente che Meloni stia facendo il possibile per risultare simpatica alla truppa trumpiana ma regalare la sicurezza nazionale a Musk ha i contorni della distopia. Meloni faccia tutto il possibile per portare Cecilia Sala a casa senza confondere il piano diplomatico con la convenienza politica. E si ricordi un particolare non insignificante: non esiste silenzio stampa del governo con il Parlamento. Non siamo l’Iran.

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Perché il declino dell’auto in Italia non è colpa del green – Lettera43

Altro che responsabilità della transizione ecologica. Nel nostro Paese il settore crolla per mancanza di una politica industriale. Il prezzo medio delle macchine è schizzato del 58 per cento dal 2011 al 2023, ma il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 3 per cento. Altrove il progresso funziona: in Norvegia l’89 per cento delle nuove immatricolazioni è stato sull’elettrico. L’Ue discute, la Cina investe, il miope governo Meloni dorme.

Perché il declino dell’auto in Italia non è colpa del green

Il mercato dell’auto in Italia continua a soffrire, ma incolpare il Green deal è una scusa che crolla di fronte ai dati. Nel 2024, con poco più di 1,5 milioni di immatricolazioni, il settore ha registrato un calo del 18,7 per cento rispetto al 2019. Il governo Meloni insiste nel dipingere la transizione ecologica come il colpevole di turno, ignorando che le ragioni di questa crisi sono altrove. La fotografia scattata dall’Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri (Unrae) racconta infatti una storia diversa. Le auto elettriche purissime si sono fermate al 4,2 per cento, mentre le ibride plug-in sono scese al 3,3 per cento. Le mild e full hybrid hanno guadagnato terreno, raggiungendo il 40,2 per cento di quota di mercato. E le tradizionali benzina e diesel? Hanno respinto l’oblio: la categoria benzina è cresciuta dello 0,8 per cento, il diesel è calato del 3,9 per cento. Risultato? Le emissioni medie di CO2 si sono ridotte di un misero 0,3 per cento. Una cifra che suona come una beffa, più che come un progresso.

Fondo automotive, il governo ha tagliato 4,6 miliardi di euro all’anno

A mancare è una politica industriale. Non sono i regolamenti europei a frenare il mercato, ma il vuoto di strategia. Michele Crisci, presidente dell’Unrae, è lapidario: «La carenza di strumenti incentivanti e infrastrutture adeguate ha frenato lo sviluppo delle tecnologie a zero emissioni». E come potrebbe essere diversamente, se il governo ha de-finanziato il Fondo automotive, tagliando 4,6 miliardi di euro all’anno? Una scelta che non è solo miope, ma deliberatamente distruttiva per un settore che rappresenta una parte significativa del Prodotto interno lordo italiano.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
Auto elettrica collegata alla ricarica (foto Imagoeconomica).

Il settore ormai si rifugia nei Suv, venduti come beni di lusso

C’è però un altro colpevole più silenzioso, ma letale: il prezzo medio delle auto è schizzato del 58 per cento dal 2011 al 2023, mentre il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 3 per cento. Questo divario è emblematico di una crisi economica più ampia, in cui il lusso diventa l’unica via di sopravvivenza per un’industria incapace di adattarsi. Il settore si rifugia nei Suv, venduti come beni di lusso per salvare i margini, ma lasciando indietro una fetta crescente di consumatori. Non è una crisi del Green deal: è una crisi della disuguaglianza. Una crisi che riflette l’assenza di una redistribuzione equa delle risorse e una politica fiscale inadeguata.

Eppure in Norvegia si immatricolano quasi solo auto elettriche

Intanto altrove la transizione ecologica avanza. La Norvegia — con l’89 per cento delle nuove immatricolazioni in elettrico — dimostra che è possibile cambiare paradigma. L’Italia, invece, si ritrova a inseguire, zavorrata da una politica che guarda al passato. Le infrastrutture di ricarica sono inadeguate, gli incentivi scarsi, e la visione politica inesistente. Fabio Pressi di Motus-E lo ribadisce: «Un ambiente consapevole e aperto all’elettrico aiuterebbe l’industria a rialzarsi, ma servono politiche industriali chiare». Eppure, di questa chiarezza non vi è traccia nei corridoi del potere.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
In Norvegia l’89 per cento delle nuove immatricolazioni è elettrico (foto Imagoeconomica).

La Cina domina le tecnologie per la decarbonizzazione

L’Europa di certo non aiuta. Il “Dialogo strategico sul futuro dell’industria automotive”, previsto per gennaio 2025, arriva troppo tardi. Mentre Bruxelles discute, la Cina investe. Con piani pluriennali e strategie mirate, il gigante asiatico domina le tecnologie per la decarbonizzazione, lasciando l’Europa a rincorrere. L’Italia, però, non corre: resta immobile, inchiodata tra promesse non mantenute e scelte che guardano al passato. Nel frattempo, le multe Ue per il mancato rispetto dei target sulle emissioni potrebbero costare fino a 16 miliardi di euro nel 2025, un macigno che rischia di travolgere la filiera. Un macigno che non è solo economico, ma simbolico: rappresenta il peso delle decisioni mancate.

Serve coraggio e investire in infrastrutture

Il mercato dell’auto non si rilancerà con accuse infondate o nostalgie per un’industria che non esiste più. La transizione ecologica è un’opportunità, non un freno. Serve coraggio: investire in infrastrutture, incentivare l’innovazione, sostenere le famiglie. Questo coraggio manca. La politica preferisce il consenso facile alla pianificazione strategica. Ma senza un cambio di rotta il destino del settore è segnato. La vera rivoluzione è smettere di cercare alibi e iniziare a costruire un futuro che non sia solo sostenibile, bensì equo. E il tempo per agire è adesso.

Perché il declino dell'auto in Italia non è colpa del green
Un’auto elettrica cinese (foto Imagoeconomica).

La transizione green? Una necessità ambientale ed economica

La questione non riguarda solo l’industria, ma l’intero sistema economico. Un mercato dell’auto solido è un motore per l’occupazione, per l’innovazione, per la crescita. Lasciare che questo settore si sgretoli sotto il peso di scelte miopi significa accettare un declino che non colpirà solo le case automobilistiche, ma l’intero Paese. Investire nella transizione non è solo un obbligo morale verso l’ambiente: è una necessità economica. Ogni euro speso oggi in infrastrutture e incentivi può generare un ritorno in termini di posti di lavoro e competitività. Ogni giorno perso è un passo verso l’irrilevanza. Se l’Italia vuole davvero recitare un ruolo da protagonista nell’automotive, deve smettere di guardare al passato e iniziare a costruire un futuro. Questo richiede politiche audaci, investimenti mirati e una visione che superi le divisioni ideologiche. Le opportunità ci sono, ma serve il coraggio di coglierle. Perché il futuro dell’auto è già iniziato. E rischiamo di perderlo.

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Il silenzio stampa è un’utopia: così si consegna la verità ai regimi

I genitori di Cecilia Sala, preoccupati come tutti noi per la salvezza della figlia ieri hanno chiesto il silenzio stampa per evitare di complicare l’evoluzione della vicenda: “La fase a cui siamo arrivati,” scrivono, “è molto delicata e la sensazione è che il grande dibattito mediatico su ciò che si può o si dovrebbe fare rischi di allungare i tempi e di rendere più complicata e lontana una soluzione.”

Chiedere il silenzio stampa in un Paese disintermediato dai social è un esercizio utopistico. La richiesta è legittima,decidere di continuare a porre domande e dare notizie pure.

Il lungo iniziale silenzio sull’arresto di Sala non ha evidentemente portato alcun risultato. La differenza sostanziale tra l’Italia e i regimi come quello iraniano sta proprio nella funzione incalzante del giornalismo, ancor di più quando si tratta di una collega diventata ostaggio per forzature diplomatiche tra due Paesi sulla testa dell’Italia.

Nel silenzio i regimi hanno sempre dimostrato di fare ancora meglio i regimi. Nel silenzio iniziale il ministro Tajani ha definito una “speculazione” lo scambio di detenuti voluto dall’Iran che oggi è scritto nelle dichiarazioni ufficiali. Con il silenzio l’Egitto ha provato a storpiare la verità scritta sul corpo di Giulio Regeni. Con il silenzio Orbàn sperava di continuare a trattenere in carcere Ilaria Salis dopo 15 mesi di detenzione, fallendo grazie al rumore di 178 mila voti e non certo per la diplomazia italiana.

Il “dibattito su ciò che si può o si dovrebbe fare” è uno dei fini del giornalismo. Consapevoli di un prerequisito essenziale: la famiglia Sala legittimamente si fida del governo e altrettanto legittimamente una parte dei cittadini, della politica e della stampa rivendica il diritto di non fidarsi e di voler sapere.

Ciò che in questi giorni non ha fatto bene a Cecilia Sala sono gli insulti e i complotti evocati via social (anche da giornalisti), sono le parole del ministro Tajani (“la ragazza è in buona salute e si trova in una cella singola, ricevendo un trattamento dignitoso”) smentite dai fatti.

Come ha detto ieri il giornalista Francesco Merlo “quando è consapevole, il silenzio è complice, e non al di là delle buone intenzioni, come spesso si dice, ma al servizio delle buone intenzioni”. Scriveremo responsabilmente, come abbiamo sempre fatto. Ma senza sconti, quelli no.

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Il calo dei morti sulla strada Un errore nei conti di Salvini

Continuo a non capacitarmi di come Matteo Salvini potesse credere che mettere nuove regole avrebbe reso felici i suoi elettori. Il leader della Lega dovrebbe avere imparato che parte del suo elettorato gode smisuratamente quando le regole vengono imposte agli altri, che siano gli attivisti per l’ambiente, che siano gli stranieri, che siano le donne che devono stare a casa per curare la prole, che siano gli insegnanti non amati, che siano i giornalisti non sdraiati, che siano qualsiasi persona “altro” da loro.

Mettere le mani sul codice della strada invece ha toccato anche i leghisti più duri e puri, quelli che amano definirsi patrioti di una patria che di solito non è più larga del loro pianerottolo. Così il ministro dei Trasporti ha concluso il 2024 con un bel tonfo, preludio dell’avvizzimento che gli procurerà il fallimento della sua faraonica idea di ponte sullo Stretto.

Per lenire lo sfinimento della valanga di offese che gli arrivavano dai suoi – che amano sfrecciare con il motore diesel scorreggiante dopo un giro di amari tra amici – Salvini ha prima minacciato querele per chi scrive che il timore di una patente ritirata sta diventando virale nel Paese. Poi ha cominciato ad esultare per i morti sulle strade che secondo lui sarebbero scesi del 25% nel giro di due settimane.

Esultare per i dati di due settimane è già una pratica che farebbe esplodere il cervello a qualsiasi laureato in statistica ma qui le cose stanno addirittura peggio: l’Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale (Asaps) ieri ha comunicato che la “dichiarazione” del ministro “appare fuorviante ed imprecisa“. Mancavano tutti gli incidenti rilevati dalle Polizie municipali.

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Unione europea, le battaglie decisive della politica finanziaria nel 2025

Il 2025 si preannuncia come un anno di svolta per la politica economica dell’Unione europea, tra riforme attese e nuovi equilibri da costruire. In cima all’agenda politica ci sono le sfide legate agli investimenti, alla sicurezza e alla transizione verde, tre temi intrecciati che riflettono le priorità di un continente alle prese con i cambiamenti globali e le fragilità interne.

Unione dei Risparmi e degli Investimenti: un progetto ancora incompiuto

Da tempo, l’Unione europea insegue l’ambizioso obiettivo di integrare i mercati dei capitali, offrendo nuove opportunità di investimento e rafforzando la competitività del blocco. Ribattezzata recentemente “Unione dei Risparmi e degli Investimenti”, questa iniziativa intende incentivare il flusso di capitali tra i paesi membri, ma le difficoltà politiche e operative restano evidenti.

Due riforme chiave sono attualmente in discussione: le norme sugli investimenti al dettaglio (Retail Investment Strategy, RIS) e il completamento della gestione delle crisi bancarie (Crisis Management and Deposit Insurance, CMDI). Le RIS puntano a proteggere meglio i piccoli investitori, garantendo trasparenza nei costi e un quadro normativo più semplice. Tuttavia, la proposta originaria è stata modificata più volte, ridimensionandone l’ambizione iniziale e lasciando Bruxelles davanti a un bivio: accettare una versione meno incisiva o tornare a riscrivere il testo.

Sul fronte della CMDI, l’obiettivo di creare un sistema integrato per la gestione delle crisi bancarie si scontra con le divergenze tra Stati membri e la reticenza di alcuni settori industriali, come quello assicurativo, a giocare un ruolo più attivo. Anche il tentativo di rivitalizzare il mercato della cartolarizzazione, un tempo fulcro delle crisi finanziarie globali, solleva preoccupazioni. Per i paesi dell’Europa meridionale, questi strumenti finanziari rappresentano rischi che richiedono ulteriori garanzie.

La difesa: un capitolo spinoso tra spesa e sostenibilità

Il conflitto in Ucraina ha messo in evidenza la necessità di rafforzare la sicurezza europea, ma la corsa agli armamenti solleva interrogativi cruciali sulla sostenibilità di una maggiore spesa militare. Con l’aumento delle tensioni geopolitiche, diversi Stati membri hanno ampliato i loro bilanci per la difesa, ma ciò rischia di compromettere l’equilibrio fiscale complessivo dell’Unione.

La Commissione europea si trova a dover bilanciare le esigenze di sicurezza con le rigide regole di bilancio che limitano la spesa pubblica. Il compromesso potrebbe includere incentivi per investimenti congiunti nel settore militare, una strategia che però non è priva di ostacoli, in particolare per i paesi con risorse più limitate.

La transizione verde: obiettivi ambiziosi, ma quale strategia

La lotta al cambiamento climatico resta un tema centrale per Bruxelles, ma l’implementazione delle politiche ambientali è un terreno di confronto acceso tra Stati membri e settori industriali. Per raggiungere gli obiettivi fissati dal Green Deal europeo, serviranno investimenti significativi in infrastrutture, energia rinnovabile e tecnologie pulite. Tuttavia, il dibattito si concentra su come finanziare questi sforzi senza penalizzare eccessivamente le economie più vulnerabili.

L’adozione di nuove regole ambientali è vista da alcuni come un rischio per la competitività industriale, mentre altri sostengono che il ritardo nell’azione climatica comporterà costi ancora maggiori nel lungo periodo. La Commissione dovrà affrontare il delicato equilibrio tra promuovere la crescita economica e rispettare gli impegni climatici.

Un futuro in bilico

Le decisioni che l’Unione europea prenderà nel 2025 avranno un impatto duraturo sul suo ruolo globale e sulla stabilità interna. Le ambizioni di trasformare i mercati dei capitali, rafforzare la sicurezza e guidare la transizione verde sono segnali di una volontà politica forte, ma gli ostacoli non mancano.

Sarà cruciale trovare un terreno comune tra le diverse priorità nazionali, evitando che le divergenze politiche frammentino ulteriormente l’Unione. Solo attraverso compromessi equilibrati e una visione a lungo termine l’Europa potrà affrontare le sfide economiche e sociali del prossimo decennio. E l’equilibrio tra le diverse forze è il risultato più difficile, ben più della quadratura del bilancio.

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Pensioni sempre più basse: con il taglio dei coefficienti la Cgil prevede una riduzione degli assegni del 2%

Un futuro sempre più incerto attende le pensioni italiane. Nel 2025, le persone che si apprestano a lasciare il mondo del lavoro dovranno fare i conti con un ulteriore taglio degli assegni previdenziali, frutto della revisione biennale dei coefficienti di trasformazione. Un meccanismo che, secondo le simulazioni della Cgil, sottrarrà mediamente il 2% del valore degli assegni rispetto al 2024.

L’impatto economico dei nuovi coefficienti

Prendiamo un caso concreto: un lavoratore con una retribuzione annua di 30.000 euro e un montante contributivo di 283.971 euro. Chi andrà in pensione a 67 anni nel 2025 vedrà il proprio assegno mensile scendere da 1.250 a 1.225 euro, perdendo oltre 326 euro l’anno. E non è solo una questione di numeri: l’impoverimento progressivo della previdenza rischia di trasformarsi in una condanna per chi, in un sistema già fragile, si trova a dover fare i conti con l’aumento del costo della vita.

La radice del problema è nei coefficienti di trasformazione, parametri tecnici che regolano il calcolo delle pensioni contributive in base alla speranza di vita. Enzo Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil, sottolinea come questi parametri siano stati rivisti al ribasso dopo l’apparente miglioramento del biennio 2023-2024, segnato dagli effetti della pandemia. Ora che le aspettative di vita tornano a crescere, i coefficienti si allineano a una tendenza che impoverisce chi, con anni di lavoro alle spalle, si aspettava una pensione dignitosa.

Le nuove generazioni e il peso del sistema contributivo

Il sistema, tuttavia, non colpisce tutti allo stesso modo. La generazione che ha costruito la propria contribuzione interamente dopo il 1995, e quindi è soggetta al sistema contributivo puro, paga il prezzo più alto. “La revisione dei coefficienti è una lama a doppio taglio”, avverte la Cgil: da una parte si allunga l’età pensionabile, dall’altra si riduce il valore degli assegni.

E intanto non c’è alcuna risposta alla crescente insicurezza previdenziale. La promessa di un sistema pensionistico più equo è stata disattesa, lasciando spazio a interventi che appaiono più come misure tecniche che come soluzioni reali. Le pensioni, già indebolite da riforme passate, diventano il bersaglio di un meccanismo che perpetua l’iniquità.

Un altro esempio emblematico riguarda chi decide di rimandare l’uscita dal lavoro oltre i 67 anni. A 70 anni, un lavoratore con lo stesso montante contributivo nel 2024 avrebbe ricevuto un assegno mensile di quasi 1.397 euro, ma nel 2025 si fermerà a 1.367 euro. Una differenza apparentemente modesta, ma che, su base annua, si traduce in una perdita di quasi 400 euro.

Il sindacato denuncia da tempo l’assenza di una strategia complessiva per la previdenza. Le politiche attuali, ancorate a calcoli matematici e a un’idea di sostenibilità che ignora le difficoltà quotidiane dei lavoratori, non affrontano le disuguaglianze strutturali del sistema. La riduzione dei coefficienti è solo l’ultima di una serie di misure che alimentano la sfiducia verso un welfare già colmo di falle.

Nel silenzio assordante delle istituzioni, le persone restano sole di fronte a un futuro che diventa ogni giorno più incerto. La Cgil avverte: continuare su questa strada significa compromettere ulteriormente il patto sociale che dovrebbe garantire dignità a chi ha lavorato una vita intera. Ma l’allarme sembra cadere nel vuoto, lasciando ai lavoratori l’onere di una sicurezza sempre più precaria. Una pensione che cala non è solo un numero: è il simbolo di un Paese che ha perso il senso della giustizia sociale.

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