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Occupazione, ognuno dice la sua. Ecco il Fact Checking che smonta le narrazioni della politica

Negli ultimi mesi, il tema dell’occupazione è stato un terreno fertile per dichiarazioni politiche, spesso più enfatiche che basate su dati concreti. Sia il governo che le opposizioni sembrano indulgere in affermazioni che trovano poco riscontro nei numeri. Pagella Politica, in un recente approfondimento, ha smontato diverse di queste dichiarazioni, offrendo una fotografia più fedele alla realtà.

L’illusione del “cambio di rotta”

Una delle narrazioni più insistenti è quella del “cambio di rotta” sul mercato del lavoro, attribuito al governo Meloni. Secondo la presidente del Consiglio e altri esponenti della maggioranza, il loro operato avrebbe invertito una tendenza negativa. Ma i dati smentiscono questa versione: l’aumento degli occupati è iniziato ben prima dell’insediamento dell’attuale governo, con la ripresa post-pandemica. Anche il calo della disoccupazione, ora sotto 1,5 milioni, non è una novità esclusiva degli ultimi due anni. Più che inversioni, si tratta di continuazioni di trend già in atto.

Il mito del Jobs Act e altre rivisitazioni storiche

Non solo la maggioranza, ma anche esponenti dell’opposizione cadono in simili semplificazioni. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, attribuisce al Jobs Act il merito di aver creato un milione di posti di lavoro durante il suo governo. Tuttavia, come evidenzia Pagella Politica, questo numero rappresenta l’intero aumento degli occupati in quel periodo, senza che sia possibile isolare il contributo specifico della riforma. Analogamente, lo slogan di Giorgia Meloni sui “24 milioni di occupati, record dai tempi di Garibaldi” pecca di anacronismo: confrontare numeri assoluti tra epoche con dinamiche demografiche e metodologie diverse è fuorviante.

Reddito di cittadinanza e occupazione: una correlazione fragile

Tra le argomentazioni più controverse figura quella secondo cui l’abolizione del reddito di cittadinanza avrebbe alimentato l’occupazione. Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, è stato tra i più vocali nel sostenere questa tesi. Ma, come evidenziato da ISTAT, il numero degli occupati è cresciuto anche durante la vigenza del reddito. Inoltre, i dati più recenti mostrano un aumento degli inattivi – persone che non lavorano e non cercano lavoro – di 280 mila unità tra settembre e ottobre 2024, proprio dopo l’introduzione del nuovo sussidio di formazione e lavoro.

La polemica sull’ora lavorata

Dall’opposizione arriva un’altra critica ricorrente: i dati ISTAT sarebbero falsati dal metodo di conteggio, che considera occupati anche coloro che hanno lavorato per una sola ora nella settimana di riferimento. Questo criterio, però, è adottato in tutta l’Unione europea e segue le linee guida dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). Inoltre, i lavoratori che dichiarano di lavorare meno di dieci ore settimanali rappresentano appena il 2 per cento del totale.

Contratti a termine e precariato

Un altro tema divisivo è l’andamento del precariato. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha sostenuto che il record di occupati si debba a un aumento dei contratti a termine. In realtà, i dati ISTAT mostrano un calo dei contratti a tempo determinato (-266 mila) e un aumento di quelli a tempo indeterminato (+940 mila) dall’inizio del governo Meloni. Tuttavia, è vero che l’incremento degli occupati a tempo indeterminato si concentra soprattutto nelle fasce d’età più avanzate, complici le politiche di posticipo pensionistico.

Povertà lavorativa e PIL

Un ultimo aspetto riguarda la povertà tra i lavoratori. Sebbene Eurostat segnali un calo della povertà lavorativa, ISTAT evidenzia un aumento della povertà assoluta tra gli occupati, passato dall’7,7 all’8,1 per cento tra il 2022 e il 2023. Questo dato è influenzato dall’inflazione, che ha eroso il potere d’acquisto delle retribuzioni.

Insomma, la narrazione politica sull’occupazione spesso si piega alle esigenze di consenso, perdendo di vista la complessità dei fenomeni. Come dimostra l’analisi di Pagella Politica, i dati offrono una prospettiva più sobria e meno sensazionalistica rispetto alle dichiarazioni dei leader di governo e opposizione. Forse, è tempo di tornare a leggere i numeri prima di pronunciare proclami.

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Ogni sterco ha il suo profumo

Quando nel 2018 la Lega Serie A firmò l’accordo con l’Arabia Saudita per la Supercoppa italiana Giorgia Meloni e Matteo Salvini parlarono di «schifo» e «vergogna». L’accordo era quadriennale e poiché ieri si è giocata la prima partita (stasera ce ne sarà un’altra) significa che qualcuno ha rinnovato quel patto. Indovinate chi? Il governo di Meloni e Salvini. 

I 92 milioni di euro sauditi evidentemente puzzano solo quando si sta all’opposizione. A pensarci bene non puzzano nemmeno i 363 milioni di armi venduti al governo di Riad, poco sotto ai 417 milioni in armamenti spediti a Kiev. 

Qualcuno, come Amnesty International, fa notare che poco lontano dallo stadio in cui giocano Inter, Milan, Atalanta e Juventus aleggia il record di condanne a morte (più di 300 nel 2024) che hanno toccato chi si batte per i diritti umani. Da quelle parti impegnarsi per i diritti significa dissentire dal governo e questo è tutto quello che c’è da dire sul presunto “Rinascimento saudita” strenuamente pubblicizzato da un ex presidente del Consiglio italiano. 

Del resto sono sempre Meloni e Salvini, insieme a Tajani, ad avere tolto nel 2023 il bando sulla vendita delle armi italiane al regime di bin Salman, nonostante continui a fare la guerra allo Yemen. Le autocrazie in Italia hanno vita facile: basta che scucino la giusta cifra. Solo se nella loro tela detentiva finisce qualche italiano allora diventano davvero brutti, sporchi e cattivi. È il sovranismo del denaro sonante. Il più ipocrita, il più empio, il più vigliacco. 

Buon venerdì. 

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L’Ungheria perde un miliardo, ma guadagna le lodi di Salvini

L’Ungheria ha perso definitivamente il diritto a ricevere 1,04 miliardi di euro di finanziamenti dall’Unione europea che erano stati congelati da Bruxelles per preoccupazioni sullo stato di diritto. Avrebbe dovuto attuare sufficienti riforme entro la fine del 2024 per prevenire conflitti di interesse e combattere la corruzione, ma il satrapo Orbán, presidente in carica, è sempre stato convinto che l’Unione europea fosse un bancomat sempre aperto.

Promesse mancate

In questi ultimi anni ha promesso in cambio di fare il lavoro sporco ai confini, respingendo le persone migranti con modalità degne di un regime. L’Ungheria, che avrebbe dovuto cambiare l’Europa, sta nell’angolo con le orecchie da asino. Orbán, leader amato pubblicamente da Salvini e privatamente da Meloni, ha concluso il suo semestre di presidenza europea guadagnando poco più di qualche amorevole buffetto dal suo sodale Putin. È la prima volta che l’Ue adotta una soluzione del genere, andando oltre la procedura di “condizionalità”.

Uno stato europeo che è disposto a perdere un miliardo di euro pur di non contrastare efficacemente la corruzione al suo interno dovrebbe essere un’onta per i suoi governanti e per i loro amici. Ieri, invece, la Lega ha deciso di vergare una nota in cui dice che “il taglio dei fondi europei all’Ungheria è un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia”. Capolavoro: rivendicano i diritti per chi oscura i diritti. Ma, del resto, loro sono fatti così: per loro sono “stati di diritto” solo i Paesi con presidenti disposti a scattare un selfie con Matteo Salvini. Il resto è burocrazia difficile da comprendere.

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Il lavoro in Italia è ancora una condanna: 1.481 caduti senza nome

Anche nel 2024, i morti sul lavoro sono rimasti ciò che la nostra società ha deciso che siano: una cifra. Una cifra che non si alza la voce, che non pesa sulla bilancia della politica e che, soprattutto, non fa ombra alle dichiarazioni solenni che durano il tempo di un ciclo mediatico. Sono 1.481, ci dice l’Osservatorio di Bologna. Quanti di questi, a pochi giorni dall’anno nuovo, hanno già perso anche la dignità di un nome?

Ogni tragedia è stata diligentemente archiviata come “incidente”, come se la fatalità fosse l’alibi perfetto per l’inerzia. Casteldaccia, Suviana, Esselunga di Firenze, Calenzano: non sono solo luoghi di lutto, sono monumenti a una negligenza che si rinnova ogni giorno. Il 2024 ci ha lasciato in eredità il consueto paradosso: un Presidente della Repubblica che invita a prevenire l’evitabile, mentre le fabbriche e i cantieri restano trappole letali.

Ci si affida alla fredda contabilità, al gioco delle percentuali, perché è più comodo contare che agire. Diventano numeri buoni per i titoli di fine anno, poi per i rapporti ministeriali, infine per sbiadire. Di chi erano quelle mani che hanno toccato per l’ultima volta il ferro o il cemento? La risposta non serve. Non serve perché il mercato, le imprese e anche le istituzioni hanno accettato da tempo il compromesso: la vita umana è un costo, e non si investe in sicurezza senza un ritorno. Vittime collaterali, niente di più. 

Fingiamo di scandalizzarci, ma in fondo ci va bene così. I morti sul lavoro, come sempre, sono abbastanza freddi da non meritare memoria. Fino al prossimo, che resterà caldo per qualche ora se sarà stato ucciso con le caratteristiche giuste per diventare notizia. 

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Cecilia Sala, si tratta sulla reciproca concessione dei domiciliari con l’iraniano Abedin arrestato in Italia

Due settimane di isolamento in condizioni di detenzione degradanti: una cella sporca e fredda, illuminata da una luce perennemente accesa che mina le facoltà cognitive e il benessere psicologico. La vicenda di Cecilia Sala, giornalista ventinovenne trattenuta nel carcere di Evin, rappresenta un nodo cruciale non solo per i diritti umani, ma anche per le dinamiche di potere che regolano i rapporti internazionali tra Italia, Iran e Stati Uniti.

Cecilia Sala, un arresto simbolico tra giochi di potere

Arrestata il 19 dicembre mentre lavorava a un reportage sulle trasformazioni geopolitiche in Iran, Sala è ora al centro di un intricato scenario diplomatico. Le autorità iraniane la accusano genericamente di violare le leggi della Repubblica islamica, un capo d’imputazione nebuloso che appare, secondo molti analisti, un pretesto per ottenere vantaggi negoziali. La detenzione della giornalista sembra infatti intrecciarsi con il caso di Mohammad Abedini Najafabadi, ingegnere iraniano arrestato a Malpensa il 13 dicembre su richiesta degli Stati Uniti. Accusato di aver fornito componenti utilizzati in droni per attacchi contro basi americane, Abedini è detenuto in Italia in attesa di estradizione. La sua figura emerge come elemento di pressione su Roma per un possibile scambio con Sala. Per il momento si starebbe trattando almeno per uno scambio sulla reciproca concessione degli arresti domiciliari ai due arrestati.

Il carcere di Evin, d’altra parte, tristemente noto per le condizioni disumane e le pratiche di “tortura bianca”, rappresenta il teatro della sofferenza di Cecilia. Durante una rara telefonata ai genitori, ha descritto la situazione: nessun letto, due coperte insufficienti a mitigare il freddo, e la privazione di beni essenziali nonostante i pacchi inviati dall’ambasciata italiana. Questo contesto di isolamento e privazioni non è solo una forma di punizione fisica, ma un’intenzionale strategia di destabilizzazione psicologica.

La risposta diplomatica italiana, coordinata dalla Farnesina, si è concentrata sulla richiesta di rilascio immediato della giornalista e di garanzie sul rispetto dei suoi diritti fondamentali. Tuttavia, la posizione del governo italiano è vincolata da un delicato equilibrio tra le pressioni di Teheran e l’esigenza di mantenere solida la relazione strategica con Washington. Da parte sua, il governo iraniano sembra determinato a sfruttare ogni leva per ottenere la liberazione di Abedini, il cui caso coinvolge direttamente le dinamiche della politica di sicurezza globale.

La mobilitazione globale e il peso della solidarietà

Parallelamente, la mobilitazione civile e mediatica è cresciuta rapidamente. L’hashtag #FreeCecilia ha raggiunto ampia diffusione, accompagnato da manifestazioni di solidarietà in Italia e all’estero, tra cui opere murarie di artisti e appelli di intellettuali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato, nel discorso di fine anno, il valore inalienabile della libertà di stampa, collegando la vicenda di Sala a un principio democratico universale.

Il carcere di Evin, suddiviso in sezioni controllate da diverse entità governative iraniane — ministero dell’intelligence, sistema giudiziario, e Pasdaran — è emblematico della complessità del sistema repressivo iraniano. Questo stesso contesto complica le trattative diplomatiche, rendendo il caso Sala non solo una questione di diritti umani, ma anche un banco di prova per l’efficacia delle strategie negoziali italiane.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è chiamato a decidere sul destino di Abedini, una scelta che avrà inevitabili ripercussioni sui rapporti bilaterali e sulla posizione dell’Italia nell’arena internazionale. Ogni decisione, però, porta con sé rischi: una concessione all’Iran potrebbe incrinare il legame con gli Stati Uniti, mentre un irrigidimento potrebbe prolungare inutilmente la detenzione di Sala.

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Omofobia, aggressione di Capodanno ad una coppia gay: quando tenersi per mano diventa pericoloso

Nella notte di Capodanno, nel quartiere Malatesta a Roma, si è verificata una grave aggressione ai danni di una coppia omosessuale, Sthepano e Matteo, che rientravano a casa tenendosi per mano. Intorno all’una di notte, un gruppo composto da dieci individui li ha accerchiati e colpiti con calci e pugni, accompagnando la violenza con insulti omofobi. Sthepano ha riportato gravi lesioni: trauma cranico, naso rotto e volto tumefatto, con una prognosi di 25 giorni. Anche Matteo è stato colpito mentre cercava di difendere il compagno.

A complicare ulteriormente la situazione, non erano disponibili ambulanze per soccorrere i due giovani, che sono stati costretti a raggiungere il pronto soccorso a piedi. Durante il tragitto, Sthepano perdeva sangue ed era sorretto da Matteo. Nonostante il trauma subito, la coppia ha trovato la forza di denunciare l’episodio, dichiarando attraverso l’associazione Gaynet: “Abbiamo denunciato e vogliamo che la nostra storia sia da esempio. Tenersi per mano o scambiarsi uno sguardo romantico deve essere un gesto normale per tutti”.

Un’aggressione che denuncia un sistema di intolleranza

L’associazione Gaynet ha reso pubblici i dettagli dell’aggressione, denunciando il clima di intolleranza che permea il contesto sociale italiano. Rosario Coco, presidente di Gaynet, ha collegato l’episodio a una più ampia mancanza di interventi legislativi: “Questo è il risultato di tutte quelle leggi di uguaglianza che ancora non ci sono. L’Italia occupa il 36° posto nella Rainbow Map di Ilga Europe. Le lacrime di coccodrillo non bastano più”. Coco ha inoltre criticato le istituzioni per aver bloccato iniziative come la legge contro l’omolesbobitransfobia e per l’assenza di educazione alla diversità nelle scuole.

L’episodio ha scatenato una forte reazione nelle realtà LGBTQIA+, che hanno organizzato un presidio per sabato 4 gennaio alle ore 17 nel quartiere Malatesta, con l’obiettivo di chiedere giustizia e sensibilizzare l’opinione pubblica. “Chi in Parlamento avrà il coraggio di ammettere le proprie responsabilità?”, ha chiesto Coco.

Non si tratta di un fatto isolato bensì di un segnale allarmante di un problema sistemico che necessita di risposte urgenti. Sthepano ha sintetizzato l’essenza del problema con parole semplici ma incisive: “Con la paura di essere se stessi non si vive”. Ignorare i problemi non permetterà di nasconderli a lungo. 

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Caso Omeonga: se non fosse stato un calciatore, forse non se ne sarebbe neppure parlato

Non fosse stato un calciatore, non ne avremmo nemmeno sentito parlare. La vicenda di Stephane Omeonga è diventata pubblica solo perché riguarda una persona con abbastanza visibilità. Se si fosse trattato di uno straniero qualsiasi – per di più nero – sarebbe stato relegato a una breve notizia su qualche giornale locale, tra la cronaca e il dimenticatoio. Ma Omeonga è un volto conosciuto, ex Genoa, oggi nella serie B israeliana con il Bnei Sakhnin, e il video postato sui social rende difficile ignorare quanto accaduto.

Un Natale da incubo: l’arresto di Stephane Omeonga

È il giorno di Natale, 25 dicembre 2024. Stephane Omeonga si trova su un volo in transito a Fiumicino, diretto a Tel Aviv. La giornata, che avrebbe dovuto trascorrere in tranquillo spostamento, prende una piega drammatica quando uno steward lo avvicina per segnalare un presunto problema con i suoi documenti. Fiducioso nella loro validità, Omeonga chiede spiegazioni. Le risposte non arrivano, ma l’escalation sì. Dopo una lunga attesa, viene chiamata la polizia. Due agenti salgono a bordo e lo conducono con la forza giù dall’aereo.

Nel video pubblicato dal calciatore sui social, si vede il momento in cui viene prelevato. Tuttavia, secondo quanto raccontato dallo stesso Omeonga, è lontano dalle telecamere che si sarebbe consumata la parte più grave. “Lontano dalla vista dei testimoni, la polizia mi ha violentemente gettato a terra – continua il racconto via social del calciatore -, mi ha picchiato e uno di loro ha premuto il ginocchio contro la mia testa. Sono stato poi portato in un veicolo della polizia, ammanettato come un criminale, fino all’aeroporto. È arrivata un’ambulanza, ma io, in stato di choc, non ero in grado di rispondere alle domande dei paramedici. Poco dopo, dalla radio dell’auto della polizia ho sentito dire: ‘Ha rifiutato le cure mediche, va tutto bene’. Questo era completamente falso, ho chiesto di portarmi in ambulanza, spaventato da quello che la polizia poteva farmi”.

La replica della polizia

Le autorità italiane, in risposta, affermano che l’intervento si è reso necessario poiché Omeonga risulterebbe inserito in una “black list” israeliana. Le stessa fonti della polizia hanno spiegato che la Polaria è intervenuta su richiesta del capo scalo e del comandante della compagnia aerea. Prima dell’intervento, immortalato da un video di un passeggero in cui Omeonga viene trascinato a forza giù dal velivolo, riferiscono le stesse fonti, ci sarebbe stata una mediazione di circa 40 minuti. Poi Omeonga è stato portato negli uffici della polaria di Fiumicino e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Ora rischierebbe un’ulteriore denuncia per diffamazione.

Una vicenda che Omeonga, nel suo lungo post su Instagram, non ha esitato a definire un caso di razzismo.

I rischi di profilazione razziale

La Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) ha più volte denunciato la profilazione razziale in Italia. Controlli e arresti sembrano colpire in modo sproporzionato persone di origine africana o afrodiscendente. L’episodio di Omeonga, purtroppo, non rappresenta un caso isolato. Ogni anno, molte storie simili si consumano nell’ombra, lontano dai riflettori. La differenza, in questo caso, è che Omeonga ha una piattaforma per far sentire la propria voce.

“Molte persone che mi somigliano non riescono a trovare lavoro, non hanno accesso alle abitazioni o non possono partecipare agli sport che amano, semplicemente perché sono neri”, ha scritto il calciatore, sottolineando come la sua esperienza sia solo una delle tante. Il suo racconto punta il dito contro un sistema che sembra aver normalizzato pratiche discriminatorie e abusi di potere.

L’Italia è stata più volte richiamata dalle Nazioni Unite per episodi di razzismo sistemico. Tuttavia, le denunce sembrano cadere nel vuoto. La storia di Stephane Omeonga, per quanto grave, è anche un monito. Non è solo la vicenda personale di un calciatore, ma il simbolo di una piaga sociale più ampia.

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A Lampedusa si annega, a Roma si brinda

Maledetti questi migranti che si permettono di turbare il capodanno degli italici patrioti andando a morire al largo di Lampedusa proprio a cavallo dei fuochi d’artificio. 

Per tutta la notte sono continuate le ricerche dei 20 dispersi tra cui 5 donne e 3 bambini. I sette sopravvissuti, tra cui un bambino siriano di otto anni, sono stati trasferiti all’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa per poi lasciare l’isola, diretti a Porto Empedocle con il traghetto, quelli che non si rovesciano in mare. 

Maledetti quei venti naufraghi che hanno deciso di non farsi trovare, che hanno scelto di farsi inghiottire dal mare per disturbare il brindisi della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, impegnata nella caccia ai trafficanti mentre si lasciano morire le loro vittime. Maledette queste persone migranti che annegano prima di volere attaccare, almeno per dare la soddisfazione a qualche Salvini di sbattergli in faccia la chiusura di un porto in nome della difesa della patria. 

Maledetti quei 1.700 che nel 2024 hanno deciso di morire nella rotta del Mediterraneo centrale, in quella lingua di mare che è un’indelebile onta sulla dignità dell’Italia e dell’Europa tutta. 

Il 2025 però porta con sé una rassicurazione per i governanti: i morti sono talmente tanti, quasi tutti nello stesso tratto di mare, che alla fine vincerà l’abitudine. Una persona migrante annegata è un niente di nuovo nell’anno che verrà. Si potranno raccontare come vittime collaterali della caccia ai criminali, anche se sono affogati dalla politica di Bruxelles.

Buon giovedì. 

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Salvare le persone, prima di ogni altra cosa

Ieri Cecilia Sala, la giornalista de Il Foglio e di Chora Media detenuta nel carcere di Evin in Iran ha potuto fare tre telefonate. Al padre, alla madre e al compagno ha raccontato le sue condizioni in carcere. Nessuna delle rassicurazioni fatte dagli ayatollah al governo italiano è vera. 

Evin è un girone infernale per Sala come lo raccontano tutti quelli che ci sono passati. Perfino la consegna pacco con i beni di prima necessità inviato dall’ambasciata è stata una truffa del regime. 

Il regime si comporta da regime, con i giornalisti italiani come con i tedeschi, gli europei gli iraniani stessi, quelli non allineati. Il regime usa Sala come leva per trattare la liberazione di Mohammad Abedini-Najafabad, l’ingegnere iraniano esperto di droni e detenuto in Italia dal 16 dicembre per conto degli Stati Uniti

Meloni, Crosetto e Tajani raccontano da due anni che l’Italia è “tornata protagonista sul palcoscenico internazionale” e da ieri sera sappiamo che il governo è stato irriso dall’Iran. La credibilità internazionale italiana non riesce a consegnare un pacco di cioccolato, sigarette e maglioni. 

A Cecilia Sala sono stati sequestrati anche gli occhiali da vista. Il governo iraniano non s’è preso nemmeno la briga di formalizzare accuse specifiche, al di là di una presunte “violazione delle leggi della Repubblica islamica” generica e strumentale. 

La priorità umana e politica è riportare Cecilia Sala a casa. Anche se dovesse costare l’adombramento di qualche alleato a cui s’è promessa irrazionale fedeltà. Ora conta questo, solo questo. È un obbiettivo che viene prima di qualsiasi disquisizione di qualsiasi credibilità. Salvare le persone, prima di ogni altra cosa. 

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La persona dell’anno sono i figliocci di Mussolini

Nella redazione del quotidiano Libero, diretta dall’ex portavoce della presidente del Consiglio, hanno passato un lunedì furioso di pensieri e immaginazioni. Alla fine qualcuno probabilmente ha pensato che non ci fosse niente di meglio che dedicare l’ultima prima pagina del 2024 a Benito Mussolini, sbattendolo in una foto grande e poi costellandolo di irridenti editoriali. L’uomo dell’anno è Mussolini perché è pieno di gente che evoca un pericolo fascismo: questo è il ragionamento editoriale. 

Ci sono andati vicini. La persona dell’anno di questo 2024 sono coloro che hanno aperto gli sfinteri potendo evocare Mussolini in assoluta tranquillità. Sono quelli che usano la nostalgia fascista come termometro della tenuta del proprio potere, sono quelli che ammiccano al fascismo giocando vigliaccamente su rimandi mai troppo espliciti (vigliaccamente, proprio come Benito Mussolini). 

Sono quelli che intendono la libertà come il diritto di spargere la loro merda oppure quelli che rivendicano il diritto di non occuparsi (più) di alcune categorie di cittadini perché non sono utili all’Italia che hanno in mente. Sono quelli che vomitano sui dissidenti la loro maggioranza parlamentare, quelli che riscrivono la storia con quei pochi fatti che conoscono e hanno superficialmente studiato. 

La persona dell’anno sono i figliastri di Mussolini che tra di loro si dicono che lui finalmente è tornato e che in pubblico si lamentano che se ne parli troppo, complimentandosi per averlo fatto succedere. 

Buon 2025. 

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