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Omofobia, aggressione di Capodanno ad una coppia gay: quando tenersi per mano diventa pericoloso

Nella notte di Capodanno, nel quartiere Malatesta a Roma, si è verificata una grave aggressione ai danni di una coppia omosessuale, Sthepano e Matteo, che rientravano a casa tenendosi per mano. Intorno all’una di notte, un gruppo composto da dieci individui li ha accerchiati e colpiti con calci e pugni, accompagnando la violenza con insulti omofobi. Sthepano ha riportato gravi lesioni: trauma cranico, naso rotto e volto tumefatto, con una prognosi di 25 giorni. Anche Matteo è stato colpito mentre cercava di difendere il compagno.

A complicare ulteriormente la situazione, non erano disponibili ambulanze per soccorrere i due giovani, che sono stati costretti a raggiungere il pronto soccorso a piedi. Durante il tragitto, Sthepano perdeva sangue ed era sorretto da Matteo. Nonostante il trauma subito, la coppia ha trovato la forza di denunciare l’episodio, dichiarando attraverso l’associazione Gaynet: “Abbiamo denunciato e vogliamo che la nostra storia sia da esempio. Tenersi per mano o scambiarsi uno sguardo romantico deve essere un gesto normale per tutti”.

Un’aggressione che denuncia un sistema di intolleranza

L’associazione Gaynet ha reso pubblici i dettagli dell’aggressione, denunciando il clima di intolleranza che permea il contesto sociale italiano. Rosario Coco, presidente di Gaynet, ha collegato l’episodio a una più ampia mancanza di interventi legislativi: “Questo è il risultato di tutte quelle leggi di uguaglianza che ancora non ci sono. L’Italia occupa il 36° posto nella Rainbow Map di Ilga Europe. Le lacrime di coccodrillo non bastano più”. Coco ha inoltre criticato le istituzioni per aver bloccato iniziative come la legge contro l’omolesbobitransfobia e per l’assenza di educazione alla diversità nelle scuole.

L’episodio ha scatenato una forte reazione nelle realtà LGBTQIA+, che hanno organizzato un presidio per sabato 4 gennaio alle ore 17 nel quartiere Malatesta, con l’obiettivo di chiedere giustizia e sensibilizzare l’opinione pubblica. “Chi in Parlamento avrà il coraggio di ammettere le proprie responsabilità?”, ha chiesto Coco.

Non si tratta di un fatto isolato bensì di un segnale allarmante di un problema sistemico che necessita di risposte urgenti. Sthepano ha sintetizzato l’essenza del problema con parole semplici ma incisive: “Con la paura di essere se stessi non si vive”. Ignorare i problemi non permetterà di nasconderli a lungo. 

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Caso Omeonga: se non fosse stato un calciatore, forse non se ne sarebbe neppure parlato

Non fosse stato un calciatore, non ne avremmo nemmeno sentito parlare. La vicenda di Stephane Omeonga è diventata pubblica solo perché riguarda una persona con abbastanza visibilità. Se si fosse trattato di uno straniero qualsiasi – per di più nero – sarebbe stato relegato a una breve notizia su qualche giornale locale, tra la cronaca e il dimenticatoio. Ma Omeonga è un volto conosciuto, ex Genoa, oggi nella serie B israeliana con il Bnei Sakhnin, e il video postato sui social rende difficile ignorare quanto accaduto.

Un Natale da incubo: l’arresto di Stephane Omeonga

È il giorno di Natale, 25 dicembre 2024. Stephane Omeonga si trova su un volo in transito a Fiumicino, diretto a Tel Aviv. La giornata, che avrebbe dovuto trascorrere in tranquillo spostamento, prende una piega drammatica quando uno steward lo avvicina per segnalare un presunto problema con i suoi documenti. Fiducioso nella loro validità, Omeonga chiede spiegazioni. Le risposte non arrivano, ma l’escalation sì. Dopo una lunga attesa, viene chiamata la polizia. Due agenti salgono a bordo e lo conducono con la forza giù dall’aereo.

Nel video pubblicato dal calciatore sui social, si vede il momento in cui viene prelevato. Tuttavia, secondo quanto raccontato dallo stesso Omeonga, è lontano dalle telecamere che si sarebbe consumata la parte più grave. “Lontano dalla vista dei testimoni, la polizia mi ha violentemente gettato a terra – continua il racconto via social del calciatore -, mi ha picchiato e uno di loro ha premuto il ginocchio contro la mia testa. Sono stato poi portato in un veicolo della polizia, ammanettato come un criminale, fino all’aeroporto. È arrivata un’ambulanza, ma io, in stato di choc, non ero in grado di rispondere alle domande dei paramedici. Poco dopo, dalla radio dell’auto della polizia ho sentito dire: ‘Ha rifiutato le cure mediche, va tutto bene’. Questo era completamente falso, ho chiesto di portarmi in ambulanza, spaventato da quello che la polizia poteva farmi”.

La replica della polizia

Le autorità italiane, in risposta, affermano che l’intervento si è reso necessario poiché Omeonga risulterebbe inserito in una “black list” israeliana. Le stessa fonti della polizia hanno spiegato che la Polaria è intervenuta su richiesta del capo scalo e del comandante della compagnia aerea. Prima dell’intervento, immortalato da un video di un passeggero in cui Omeonga viene trascinato a forza giù dal velivolo, riferiscono le stesse fonti, ci sarebbe stata una mediazione di circa 40 minuti. Poi Omeonga è stato portato negli uffici della polaria di Fiumicino e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Ora rischierebbe un’ulteriore denuncia per diffamazione.

Una vicenda che Omeonga, nel suo lungo post su Instagram, non ha esitato a definire un caso di razzismo.

I rischi di profilazione razziale

La Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) ha più volte denunciato la profilazione razziale in Italia. Controlli e arresti sembrano colpire in modo sproporzionato persone di origine africana o afrodiscendente. L’episodio di Omeonga, purtroppo, non rappresenta un caso isolato. Ogni anno, molte storie simili si consumano nell’ombra, lontano dai riflettori. La differenza, in questo caso, è che Omeonga ha una piattaforma per far sentire la propria voce.

“Molte persone che mi somigliano non riescono a trovare lavoro, non hanno accesso alle abitazioni o non possono partecipare agli sport che amano, semplicemente perché sono neri”, ha scritto il calciatore, sottolineando come la sua esperienza sia solo una delle tante. Il suo racconto punta il dito contro un sistema che sembra aver normalizzato pratiche discriminatorie e abusi di potere.

L’Italia è stata più volte richiamata dalle Nazioni Unite per episodi di razzismo sistemico. Tuttavia, le denunce sembrano cadere nel vuoto. La storia di Stephane Omeonga, per quanto grave, è anche un monito. Non è solo la vicenda personale di un calciatore, ma il simbolo di una piaga sociale più ampia.

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A Lampedusa si annega, a Roma si brinda

Maledetti questi migranti che si permettono di turbare il capodanno degli italici patrioti andando a morire al largo di Lampedusa proprio a cavallo dei fuochi d’artificio. 

Per tutta la notte sono continuate le ricerche dei 20 dispersi tra cui 5 donne e 3 bambini. I sette sopravvissuti, tra cui un bambino siriano di otto anni, sono stati trasferiti all’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa per poi lasciare l’isola, diretti a Porto Empedocle con il traghetto, quelli che non si rovesciano in mare. 

Maledetti quei venti naufraghi che hanno deciso di non farsi trovare, che hanno scelto di farsi inghiottire dal mare per disturbare il brindisi della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, impegnata nella caccia ai trafficanti mentre si lasciano morire le loro vittime. Maledette queste persone migranti che annegano prima di volere attaccare, almeno per dare la soddisfazione a qualche Salvini di sbattergli in faccia la chiusura di un porto in nome della difesa della patria. 

Maledetti quei 1.700 che nel 2024 hanno deciso di morire nella rotta del Mediterraneo centrale, in quella lingua di mare che è un’indelebile onta sulla dignità dell’Italia e dell’Europa tutta. 

Il 2025 però porta con sé una rassicurazione per i governanti: i morti sono talmente tanti, quasi tutti nello stesso tratto di mare, che alla fine vincerà l’abitudine. Una persona migrante annegata è un niente di nuovo nell’anno che verrà. Si potranno raccontare come vittime collaterali della caccia ai criminali, anche se sono affogati dalla politica di Bruxelles.

Buon giovedì. 

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Salvare le persone, prima di ogni altra cosa

Ieri Cecilia Sala, la giornalista de Il Foglio e di Chora Media detenuta nel carcere di Evin in Iran ha potuto fare tre telefonate. Al padre, alla madre e al compagno ha raccontato le sue condizioni in carcere. Nessuna delle rassicurazioni fatte dagli ayatollah al governo italiano è vera. 

Evin è un girone infernale per Sala come lo raccontano tutti quelli che ci sono passati. Perfino la consegna pacco con i beni di prima necessità inviato dall’ambasciata è stata una truffa del regime. 

Il regime si comporta da regime, con i giornalisti italiani come con i tedeschi, gli europei gli iraniani stessi, quelli non allineati. Il regime usa Sala come leva per trattare la liberazione di Mohammad Abedini-Najafabad, l’ingegnere iraniano esperto di droni e detenuto in Italia dal 16 dicembre per conto degli Stati Uniti

Meloni, Crosetto e Tajani raccontano da due anni che l’Italia è “tornata protagonista sul palcoscenico internazionale” e da ieri sera sappiamo che il governo è stato irriso dall’Iran. La credibilità internazionale italiana non riesce a consegnare un pacco di cioccolato, sigarette e maglioni. 

A Cecilia Sala sono stati sequestrati anche gli occhiali da vista. Il governo iraniano non s’è preso nemmeno la briga di formalizzare accuse specifiche, al di là di una presunte “violazione delle leggi della Repubblica islamica” generica e strumentale. 

La priorità umana e politica è riportare Cecilia Sala a casa. Anche se dovesse costare l’adombramento di qualche alleato a cui s’è promessa irrazionale fedeltà. Ora conta questo, solo questo. È un obbiettivo che viene prima di qualsiasi disquisizione di qualsiasi credibilità. Salvare le persone, prima di ogni altra cosa. 

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La persona dell’anno sono i figliocci di Mussolini

Nella redazione del quotidiano Libero, diretta dall’ex portavoce della presidente del Consiglio, hanno passato un lunedì furioso di pensieri e immaginazioni. Alla fine qualcuno probabilmente ha pensato che non ci fosse niente di meglio che dedicare l’ultima prima pagina del 2024 a Benito Mussolini, sbattendolo in una foto grande e poi costellandolo di irridenti editoriali. L’uomo dell’anno è Mussolini perché è pieno di gente che evoca un pericolo fascismo: questo è il ragionamento editoriale. 

Ci sono andati vicini. La persona dell’anno di questo 2024 sono coloro che hanno aperto gli sfinteri potendo evocare Mussolini in assoluta tranquillità. Sono quelli che usano la nostalgia fascista come termometro della tenuta del proprio potere, sono quelli che ammiccano al fascismo giocando vigliaccamente su rimandi mai troppo espliciti (vigliaccamente, proprio come Benito Mussolini). 

Sono quelli che intendono la libertà come il diritto di spargere la loro merda oppure quelli che rivendicano il diritto di non occuparsi (più) di alcune categorie di cittadini perché non sono utili all’Italia che hanno in mente. Sono quelli che vomitano sui dissidenti la loro maggioranza parlamentare, quelli che riscrivono la storia con quei pochi fatti che conoscono e hanno superficialmente studiato. 

La persona dell’anno sono i figliastri di Mussolini che tra di loro si dicono che lui finalmente è tornato e che in pubblico si lamentano che se ne parli troppo, complimentandosi per averlo fatto succedere. 

Buon 2025. 

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Dalle promesse (stracciate) alla realtà: il bilancio fiscale del governo Meloni

C’era una volta il governo Meloni, quello che prometteva di riscrivere le regole del gioco fiscale, di alleggerire le tasse al ceto medio e di cancellare le odiate accise sui carburanti. Un anno dopo, il sipario cala su una legge di Bilancio che lascia dietro di sé solo un elenco di promesse stracciate. Il taglio delle imposte al ceto medio? Rinviato a data da destinarsi. L’innalzamento del tetto per le partite Iva sotto la flat tax? Un miraggio. E la riduzione delle tasse per chi ha figli, annunciata a gran voce? Finisce in un “ci abbiamo provato” di Giancarlo Giorgetti, che ammette il fallimento.

Il centrodestra ha dimostrato che le parole volano e i fatti restano intrappolati in un sistema fiscale che continua a premiare i più ricchi, lasciando a bocca asciutta chi sostiene il Paese con stipendi da fame. L’abolizione delle accise, cavallo di battaglia della premier in campagna elettorale, si trasforma nel suo contrario: un graduale aumento delle imposte sul gasolio per allinearle a quelle della benzina.

E che dire delle detrazioni? Spacciato come un “riordino”, il taglio colpirà tutti, con un aumento del gettito che sfiora i 900 milioni di euro a regime. La “sforbiciata” sarà meno pesante per chi ha figli, ma il piano per incentivare la natalità è solo l’ennesima occasione mancata.

La Lega, intanto, resta a mani vuote: niente flat tax per i ricchi autonomi, niente Fornero cancellata. E il ceto medio? Maurizio Leo aveva promesso una riduzione dell’aliquota Irpef. La realtà è ben diversa: il flop del concordato preventivo lascia vuote le casse necessarie per finanziare lo sgravio.

Promesse non mantenute, illusioni e la sensazione amara di un governo che governa a parole ma lascia che i numeri raccontino un’altra storia. In italiano si chiama tradimento. 

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Mafie e riciclaggio, ecco il sistema bancario parallelo d’Italia

C’è una nuova mappa del riciclaggio in Italia, e non è fatta di confini geografici, ma di corridoi finanziari, algoritmi e connivenze. Le mafie, ancora una volta, non hanno bisogno di nascondersi: si muovono in piena luce, nei conti correnti, nei bonifici e nelle operazioni digitali. Secondo un’analisi di Unimpresa, il riciclaggio di denaro sporco nel nostro Paese è cresciuto dell’85% dal 2022 al 2023. Non è un errore di battitura. Ottantacinque per cento. Roma e Milano dominano la triste classifica, ma anche Palermo (settima) e Catania (undicesima) non sono semplici comparse in questa tragedia.  

Una crescita fuori controllo

Dietro i numeri c’è una verità tanto evidente quanto insopportabile: il sistema finanziario non è vittima delle mafie, ma il loro alleato. Non un sodalizio dichiarato, certo, ma un rapporto che si nutre di disattenzione, omissioni e, spesso, di complicità. Le operazioni sospette riconducibili alle mafie sono passate da 22.654 nel 2021 a 53.046 nel 2023. Non c’è città immune, come ricorda il generale Michele Carbone della Dia: le mafie non si pongono confini. Operano in “spazi finanziari”, spartendosi il mercato con l’efficienza di multinazionali.  

La tecnologia, dicono, è il futuro. Ma nelle mani sbagliate, è anche un’arma. Intelligenza artificiale, blockchain, dark web: strumenti che dovrebbero rendere il mondo più equo diventano perfetti alleati per chi vuole riciclare denaro sporco. Ogni bonifico tracciabile nasconde un’altra transazione che sfugge ai radar, ogni algoritmo antiriciclaggio viene eluso da chi conosce meglio il sistema di chi lo ha creato.  

Tecnologia e complicità: le nuove armi delle mafie

E intanto le banche? Raccolgono proclami e non bastano le dichiarazioni di buone intenzioni di dirigenti e autorità per nascondere le falle nei sistemi di controllo. Servono normative più stringenti, certo, ma anche una rivoluzione culturale. Perché, diciamolo chiaramente, il riciclaggio non è un atto isolato, ma l’esito di un sistema che tollera, quando non incoraggia, la penetrazione mafiosa nell’economia reale.  

Perché a Palermo e Catania le segnalazioni di operazioni sospette rappresentano solo il 2% e l’1,4% del totale nazionale? Non è che le mafie siano meno attive in Sicilia: è che i sistemi di controllo sono meno capaci di intercettarle. Troppo spesso si parla di prevenzione senza mai guardare al cuore del problema: le mafie prosperano perché sono percepite come un fenomeno inevitabile.  

C’è una lezione in tutto questo: il riciclaggio non è un’anomalia, ma una regola non scritta del sistema economico attuale. E finché ci si accontenterà di indignarsi davanti ai numeri senza affrontare le responsabilità sistemiche, Palermo e Catania continueranno a essere numeri di una statistica che non fa altro che crescere.

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L’Italia al collasso climatico: 351 eventi meteo estremi nel 2024

Il 2024 si chiude con un bilancio devastante per l’Italia: 351 eventi meteo estremi hanno travolto il Paese, un record che conferma l’impotenza cronica nell’affrontare una crisi climatica ormai fuori controllo. Il rapporto dell’Osservatorio città clima di Legambiente, stilato in collaborazione con il gruppo Unipol, denuncia un aumento del 485% rispetto al 2015. Un dato che non lascia scampo: l’Italia si trova nel mirino di siccità, alluvioni e temperature record, e il governo sembra incapace di rispondere con una strategia efficace.

Una nazione divisa tra siccità e allagamenti

Il Paese è stato spaccato in due. Da un lato, la siccità ha colpito duramente regioni come la Sicilia, dove il lago Pergusa si è ridotto a una pozza d’acqua. Dall’altro, alluvioni e inondazioni hanno paralizzato il Nord Italia, con la Lombardia ed Emilia-Romagna tra le più colpite. La fotografia è impietosa: 134 casi di allagamenti da piogge intense, 46 esondazioni fluviali e 34 eventi di siccità prolungata.

Le grandi città non sono state risparmiate. Milano ha vissuto l’ennesima esondazione del Seveso, causando ritardi di oltre due ore per i treni e blocchi nelle linee tranviarie. A Roma, la stazione Cipro della metro è stata chiusa per allagamenti, mentre il trasporto pubblico ha subito interruzioni senza precedenti.

Il silenzio assordante del governo

A fronte di questo scenario, il governo Meloni non ha mostrato alcuna volontà di affrontare il problema. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), che avrebbe dovuto rappresentare la risposta strategica, rimane una scatola vuota. Non sono stati stanziati fondi adeguati e il decreto per l’insediamento dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento climatico non è mai stato emanato.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ha denunciato l’inerzia dell’esecutivo: “Interventi mirati avrebbero permesso di risparmiare il 75% delle risorse spese per riparare i danni post-emergenza. Invece, si preferisce ignorare il problema, lasciando che gli eventi estremi colpiscano sempre più duramente”.

Temperature record: una soglia superata

Il 2024 è stato anche l’anno più caldo mai registrato in Italia, con temperature che per la prima volta hanno superato il limite di 1,5 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali. Il mese di novembre è stato il secondo più caldo di sempre, con una media di 14,1 gradi centigradi. In quota, lo zero termico ha raggiunto i 5.206 metri in Piemonte, segnando un altro record allarmante.

Gli effetti sul territorio sono devastanti. I ghiacciai continuano a ritirarsi, ecosistemi unici sono in pericolo e la biodiversità è sempre più fragile. L’agricoltura italiana, già provata da anni di crisi, è sotto attacco. Eppure, i finanziamenti per il settore rimangono insufficienti.

Le vere minacce: crisi climatica e cementificazione

Mentre il governo si concentra su misure controproducenti, come il divieto al fotovoltaico a terra previsto dal decreto Agricoltura, le vere minacce continuano a crescere. La cementificazione selvaggia e il consumo di suolo aggravano una situazione già critica. “Servono interventi concreti per fermare il consumo di suolo e promuovere il riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura”, sottolinea Ciafani.

Eventi estremi nel resto del mondo

Il 2024 non ha risparmiato nemmeno il resto del pianeta. Negli Stati Uniti, gli uragani Helene e Milton hanno causato danni per oltre 100 miliardi di dollari, lasciando dietro di sé distruzione e morti. In Asia, il tifone Yagi ha provocato almeno 829 vittime e devastato intere comunità, con danni economici che superano i 12 miliardi di dollari. L’Europa non è stata immune: la tempesta Boris ha colpito duramente diverse nazioni, mentre il Sud America ha affrontato inondazioni senza precedenti, specialmente in Brasile. Questi eventi confermano che la crisi climatica è una minaccia globale che richiede risposte urgenti e coordinate a livello internazionale.

Il futuro prossimo: un banco di prova per il 2025

Il 2025 dovrà rappresentare un punto di svolta. La crisi climatica non è più un problema futuro: è il presente. Senza una risposta immediata e coordinata, l’Italia rischia di trovarsi ogni anno più vulnerabile. Servono più risorse, un piano chiaro e la volontà politica di mettere la lotta alla crisi climatica al centro dell’agenda nazionale. Il costo dell’inerzia si misura ormai in vite umane, miliardi di euro e la perdita irrimediabile di ciò che rende unico il nostro territorio.

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Cecilia Sala in ostaggio, ma la chiave è a Washington

L’arresto di Cecilia Sala in Iran è diventato un nodo geopolitico che lega Roma, Washington e Teheran in una rete di interessi e contrappesi diplomatici. Da undici giorni, la giornalista italiana è detenuta nel carcere di Evin, accusata di “violazione della legge islamica” ma, nei fatti, ostaggio di un regime che cerca di fare leva su di lei per ottenere un vantaggio: la liberazione di Mohammad Abedini. Il dipartimento generale dei Media Esteri del ministero della Cultura e dell’orientamento islamico dell’Iran ha confermato oggi che “l’arresto è stato eseguito secondo la normativa vigente e l’ambasciata italiana è stata informata. Le è stato garantito l’accesso consolare ed il contatto telefonico con la famiglia”. Ma la chiave va cercata altrove.

Abedini, l’ingegnere dei droni che lega Teheran a Washington

Abedini, ingegnere iraniano, è stato arrestato a Malpensa lo scorso 16 dicembre su ordine della Digos di Milano. Gli Stati Uniti ne chiedono l’estradizione, accusandolo di aver esportato illegalmente tecnologie utilizzate per droni militari. Una storia intricata che coinvolge la società Illumove SA, con sede in Svizzera, attraverso cui Abedini avrebbe aggirato le sanzioni internazionali fornendo alla forza aerospaziale dei pasdaran componenti chiave per i droni Shahed, impiegati in Medio Oriente e nella guerra in Ucraina. Washington è determinata: vuole processarlo per associazione a delinquere e supporto a organizzazioni terroristiche. L’Italia, ora, si trova stretta tra la pressione americana e la necessità di ottenere il rilascio di Sala.

La Farnesina, con il ministro Antonio Tajani, si è attivata per garantire condizioni di detenzione adeguate alla giornalista, ma il vero nodo resta politico. Teheran ha già fatto capire che la detenzione di Sala è una “cattura preventiva”. Nessuna accusa formale, nessuna prova concreta: un ostaggio per negoziare. Il viceministro degli Esteri iraniano, Vahid Jalalzadeh, ha lasciato intendere che la liberazione della giornalista dipende dalla sorte di Abedini. L’Iran cerca uno scambio, diretto o indiretto, per evitare che l’ingegnere venga consegnato agli Stati Uniti.

Un’Italia senza margini: la diplomazia ostaggio degli alleati

Ma l’Italia ha davvero margine di manovra Non è la prima volta che il nostro Paese si trova a dover bilanciare la fedeltà all’alleato americano con la tutela dei propri cittadini. Ogni mossa è monitorata da Washington, che non vuole ripetere il precedente del russo Arthem Uss, evaso dagli arresti domiciliari mentre pendeva una richiesta di estradizione americana. Per questo, la via dei domiciliari per Abedini sembra già sbarrata.

Nel frattempo, Cecilia Sala resta chiusa a Evin, il carcere simbolo della repressione iraniana. La sua detenzione è una dimostrazione di forza da parte di un regime che utilizza le persone come pedine sullo scacchiere internazionale. E proprio qui emerge la fragilità della posizione italiana: qualsiasi decisione sul destino di Abedini non dipenderà esclusivamente da Roma. Sarà Washington, con il suo peso geopolitico, a dettare le condizioni.

Il presidente americano Joe Biden arriverà in Italia il prossimo 9 gennaio, e il caso Sala potrebbe entrare nell’agenda dei colloqui con Giorgia Meloni. Un confronto delicato che metterà alla prova la capacità italiana di difendere la propria autonomia diplomatica senza incrinare i rapporti con gli Stati Uniti. Ma è lecito domandarsi: quanto potere ha davvero l’Italia in questa partita Le trattative sembrano già spostate sull’asse Roma-Washington, con Teheran a dettare i tempi e le condizioni.

Nel frattempo, la vita di Cecilia Sala resta sospesa, come quella di tanti altri reporter detenuti ingiustamente nel mondo. Il caso non è solo una questione diplomatica ma un test cruciale per la credibilità dell’Italia nel proteggere i propri cittadini. Una credibilità che oggi è messa seriamente alla prova.

 

Aggiornato alle ore 13:05

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Il giornalismo ai tempi di X: indignarsi è un affare

Non sopportano coloro che ficcano il naso nelle questioni italiane. Per Giorgia Meloni, per Matteo Salvini e per i loro elettori, Macron, Scholz, prima la Merkel, Von der Leyen e qualsiasi altro leader di Stato che non sia iscritto nella lista dei “sovranisti compiacenti” devono farsi i c***i loro.

Poi è arrivato Elon Musk, immigrato sudafricano e “criminale universale” (per ricorso alla gpa) , e loro l’hanno applaudito. Musk attaccava i giudici, Meloni e Salvini sorridevano sornioni. È toccato a Mattarella fare il patriota: i patrioti erano tutti intenti a spellarsi le mani.

Ora Musk ha deciso di rivolgere lo sguardo alla Germania. Sia chiaro, il cipiglio è quello di sempre, piuttosto stralunato e fuori fuoco. Sul giornale tedesco Welt am Sonntag Musk ha preso carta e penna ed ha scritto uno squinternato articolo per rilanciare il suo sostegno al partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd – Alternativa per la Germania). Per il ceo di Tesla , “la rappresentazione dell’Afd come estremista di destra è chiaramente falsa, considerando che Alice Weidel, la leader del partito, ha un partner dello stesso sesso proveniente dallo Sri Lanka! Vi sembra una cosa da Hitler? Per favore!”. Un’analisi politica sopraffina, non c’è che dire.

La caporedattrice della sezione opinioni del giornale, Eva Marie Kogel, ha deciso di rassegnare le dimissioni. Il direttore e l’’editore del giornale hanno spiegato che “le posizioni polarizzanti” sono “libertà di espressione” e che l’articolo “ha avuto 340 commenti” in poche ore. È il prodotto interno lordo della provocazione e della sua indignazione.

Ma allora non vale la pena leggere il giornale, basta starsene su X. Che, tra l’altro, è proprio di Musk.

In foto Elon Mask, scattata da NORAD and USNORTHCOM Public Affairs – https://www.northcom.mil/Images/igphoto/2002117234/ (archived), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80448544

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