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L’oro che non luccica

Pippo Russo su Domani racconta il fallimento del progetto di cittadinanza “per ricchi” voluto dal governo Meloni. Doveva essere l’arca dell’alleanza tra migranti di lusso e una nazione alla ricerca di investimenti. Si è rivelato un deserto di cifre, impolverato dalla comparazione con i più efficienti programmi europei. L’Italia, fanalino di coda anche quando si tratta di attrarre milionari, registra numeri imbarazzanti: il 2024 si chiuderà con appena 11,25 milioni di euro, un’elemosina rispetto ai 921 milioni del Portogallo nel 2016.

La promessa di un passaporto d’oro in cambio di investimenti è naufragata tra requisiti elevati e un disinteresse palpabile. Eppure, il governo Meloni, che ama il pugno duro sui migranti meno fortunati, appare straordinariamente discreto quando si parla di questi viaggiatori economici. La trasparenza è svanita, sostituita da un silenzio impenetrabile che protegge più i fallimenti del programma che i dati sensibili.

Dal 2022, unico anno di pubblicazione dei dati sotto il governo Draghi, le cifre languono. Gli investimenti in titoli di stato sono spariti, mentre quelli in startup e imprese arrancano. Gli Usa e il Regno Unito, principali mercati di riferimento, contribuiscono con numeri risibili. E il Sud Italia, sempre marginalizzato, riceve briciole rispetto a Milano o Roma. I ricchi non abboccano al flauto magico di Meloni. 

C’è un aspetto ironicamente tragico in tutto questo. Mentre si erigono muri contro chi scappa da guerre e miserie, si stendono tappeti rossi per chi arriva con capitali che, però, raramente varcano davvero le soglie del nostro sistema economico. Ma, si sa, il silenzio è d’oro. Più del visto.

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Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee – Lettera43

Con l’insediamento alla Casa Bianca, le ‘promesse’ elettorali di Trump diventeranno realtà. Centinaia di migliaia di migranti irregolari saranno deportati ed entrare negli Stati Uniti legalmente diventerà pressoché impossibile. Senza contare la criminalizzazione dell’aiuto umanitario. Un modello crudele, inefficace ma capace di portare consenso. E che per questo sarà facilmente esportabile a casa nostra.

Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee

Alla vigilia del suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump non lascia dubbi sulla sua agenda migratoria: deportazioni di massa, detenzioni collettive e la trasformazione di famiglie disperate in strumenti di propaganda. Se il primo mandato era stato segnato dall’orrore delle gabbie per bambini, il nuovo piano promette di superare i limiti della crudeltà, testando la tolleranza degli Stati Uniti verso una strategia che combina disumanizzazione e spettacolo. Ma mentre l’America si prepara a osservare l’esito di questa politica “shock and awe”, l’Europa, e in particolare Giorgia Meloni, potrebbe trovare in Trump un modello sinistro.

Trump sollecita l'Ue a comprare più gas e petrolio, oppure «sono dazi a tutto spiano»
Donald Trump (Getty Images).

Richiedere asilo diventerà praticamente impossibile 

Il border czar designato, Tom Homan, ha delineato i contorni del piano: intere famiglie detenute in tende, bambini nati negli Stati Uniti costretti a scegliere tra rimanere soli o seguire i genitori deportati, e raid mirati nelle case e nei luoghi di lavoro per rastrellare migranti privi di documenti. La narrativa è quella già nota: responsabilizzare le vittime, come se chi fugge dalla fame e dalla violenza avesse volontariamente scelto di sfidare leggi e confini per mettere a rischio la propria famiglia. Per Homan, il messaggio è chiaro: «Avete fatto questa scelta, ora affrontatene le conseguenze». Le implicazioni umanitarie di queste politiche sono devastanti. Centinaia di migliaia di persone rimarranno bloccate in Messico, un Paese che non hanno mai inteso chiamare casa, vulnerabili a estorsioni, rapimenti e violenze. Il sistema di appuntamenti per l’asilo tramite l’app CBPOne, unica via legale per accedere agli Stati Uniti, verrà probabilmente chiuso, lasciando i migranti senza opzioni se non quelle offerte da trafficanti di esseri umani o dalle gang. «Non sappiamo cosa succederà», ha detto un operatore di un rifugio per migranti a Ciudad Juárez, «ma sarà un disastro».

Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee
Migranti bloccati al confine meridionale degli Usa (Getty Images).

Il modello trumpiano rischia di essere adottato anche in Europa

Le conseguenze non si limiteranno al continente americano. Trump, infatti, offre un modello di repressione che potrebbe ispirare leader europei, tra cui Giorgia Meloni. Il filo rosso che unisce queste politiche è la costruzione di un nemico comune: il migrante, rappresentato come una minaccia culturale ed economica. Nel contesto europeo, dove i governi di destra si confrontano con la gestione dei flussi migratori, il metodo Trump potrebbe essere adottato per giustificare misure altrettanto drastiche. Meloni, già promotrice di accordi come quello con l’Albania per deportare le persone migranti, potrebbe trovare nella retorica trumpiana una potente alleata ideologica. La “linea dura” americana, pur mascherata da necessità di sicurezza, non è altro che una strategia di consenso, progettata per placare le paure dell’elettorato con risposte brutali ma inefficaci. E se Trump può deportare famiglie intere e confinare bambini in condizioni precarie, perché i governi europei non dovrebbero spingersi altrettanto lontano?

Meloni: «A Fitto portafoglio da mille miliardi, missione compiuta»
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa).

Il confine meridionale degli Usa potrebbe diventare un laboratorio di repressione migratoria globale

Le implicazioni sono inquietanti. Le politiche di Trump, nel loro cinismo, rischiano di trasformare il confine meridionale degli Stati Uniti in un laboratorio per nuove forme di repressione migratoria globale. L’Europa, già testimone di naufragi nel Mediterraneo e di accordi con regimi autoritari per bloccare i flussi migratori, potrebbe rapidamente adottare queste pratiche. A peggiorare il quadro è la crescente criminalizzazione dell’aiuto umanitario. Negli Stati Uniti, come in Europa, chi aiuta i migranti rischia di essere perseguito. Le organizzazioni che gestiscono rifugi e offrono supporto sono sotto attacco, accusate di incentivare l’immigrazione irregolare. Negli ultimi mesi, episodi di intimidazione contro operatori e volontari sono diventati sempre più frequenti. In Texas, il governatore Greg Abbott ha tentato di chiudere rifugi cattolici accusandoli di traffico di esseri umani, mentre in Messico, le gang sfruttano la disperazione dei migranti, imponendo tasse di passaggio o costringendoli al lavoro forzato.

Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee
Il governatore del Texas Greg Abbott (Getty Images).

La dissennata strategia del meglio curare che prevenire

La narrativa anti-migranti, amplificata da leader politici e media compiacenti, rischia di radicalizzare ulteriormente l’opinione pubblica, normalizzando politiche disumane. Se Trump riuscirà a chiudere l’unico canale legale per l’asilo, centinaia di migliaia di persone si troveranno intrappolate alla frontiera senza risorse e senza futuro. La tensione aumenterà, con conseguenze potenzialmente esplosive sia per le comunità locali sia per i migranti stessi. Eppure, mentre il mondo osserva con apprensione, le radici di questa crisi affondano in decenni di fallimenti politici. Gli Stati Uniti, come l’Europa, hanno ignorato le cause profonde delle migrazioni, preferendo affrontare i sintomi con muri e barriere. La povertà, i conflitti e il cambiamento climatico continuano a spingere milioni di persone a cercare sicurezza e opportunità altrove, e nessuna politica di repressione potrà fermare questo fenomeno.

Migranti, droga e dazi: il Messico guarda al voto Usa e tifa Harris
Migranti davanti al muro al confine tra Messico e Usa (Getty Images).

Il business dietro la disperazione 

Ciò che rende il momento attuale particolarmente pericoloso è la velocità con cui le politiche di esclusione si stanno diffondendo. Con la vittoria elettorale di Trump, leader come Meloni potrebbero sentirsi legittimati ad adottare misure sempre più estreme, giustificando la repressione come necessità per la sicurezza nazionale. Questa competizione al ribasso rischia di trasformare il diritto all’asilo in un concetto obsoleto, un ricordo di tempi più umani. Ma c’è un altro aspetto che non possiamo ignorare. Le politiche migratorie di Trump non solo alimentano sofferenza e ingiustizia, ma rafforzano un sistema economico che prospera sulla disperazione. Il complesso industriale delle carceri private è pronto a trarre profitto dalla detenzione di massa, con contratti miliardari che trasformano la sofferenza umana in opportunità di business. Lo stesso vale per le gang e i trafficanti di esseri umani, che vedono aumentare i loro guadagni grazie alla chiusura delle vie legali. Di fronte a questa realtà, il rischio maggiore è l’assuefazione. Ogni immagine di bambini separati dai genitori, ogni storia di famiglie intrappolate in condizioni disumane rischia di perdere il suo impatto, diventando parte di una normalità distorta. E quando l’indignazione si spegne, ciò che rimane è l’accettazione passiva di un sistema che tratta la migrazione non come un fenomeno umano, ma come un crimine da punire. Con Trump alla guida e leader europei pronti a seguirne l’esempio, il futuro della gestione migratoria si preannuncia oscuro. Ma mentre le vittime si accumulano, nelle tende, nei centri di detenzione e nei deserti, una domanda rimane sospesa: fino a che punto siamo disposti a ignorare la nostra umanità per compiacere un’agenda politica?

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Il Parlamento come buffet: la manovra è servita

La manovra approda al Senato. 30 miliardi di euro previsti per il 2025, che potrebbero essere già licenziati domani, giusto in tempo per preparare le valigie e spedire i nostri valorosi parlamentari alle mete turistiche dove trascorrere il Capodanno.

La pantomima è iniziata il 23 ottobre, perfino in linea con i tempi. Questi due mesi sono trascorsi tra i bambineschi litigi della maggioranza per rivederne insignificanti particolari utili solo per la propaganda. Una discussione grave, ma mai seria. Sugli ordini del giorno, i partiti di governo si sono sfidati sulle mance di contorno, come gli affamati invitati quando si buttano sul buffet.

Nessuna discussione sulla reale efficacia delle misure è stata messa in discussione da diversi analisti, vaghe risposte sulla mancanza di misure a sostegno della povertà, nessuna spiegazione sulla prevista “bastonata” al ceto medio, e soprattutto l’intoccabile privilegio degli straricchi.

In commissione al Senato si è discusso della manovra per quindici minuti, poi si è deciso di portarla in Aula. Ovviamente la votazione sarà blindata: nessuna modifica è consentita, e all’opposizione verrà lasciato giusto il tempo di fotografare le proteste per offrirle ai giornali.

Il governo Meloni è l’ennesimo a trattare il Parlamento come un’appendice burocratica da cui si pretende solo sveltezza per ratificare decisioni già prese. Giorgia Meloni, quand’era all’opposizione, lamentava la “mancanza di democrazia” e lo “svilimento del Parlamento”. Sono solo ruoli in commedia. Anche quest’anno la manovra finanziaria è un capolavoro di ragioneria passato sopra le teste della politica.

Buon venerdì.

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A proposito del “capolavoro” politico di Macron

Il governo Bayrou è l’ultimo, patetico atto di un teatro politico che non incanta più nessuno. Nato per sopravvivere e non per governare, l’esecutivo porta la firma indelebile di Emmanuel Macron, ormai intrappolato nella sua stessa arroganza. Macron ha scelto la strada più comoda: non una soluzione, ma un maquillage politico, affidando la Francia a François Bayrou, volto già consumato, incapace di raccogliere una sfida che richiede coraggio e visione.

È un governo senza maggioranza e senza idee, pensato per durare qualche mese, non per risolvere le profonde fratture sociali ed economiche del Paese. La destra del Rassemblement National e la sinistra del Nuovo Fronte Popolare, forti della maggioranza parlamentare, hanno già preparato il terreno per bloccare ogni proposta. Eppure, la vera opposizione a Bayrou non è in Parlamento: è nelle piazze, nei quartieri dimenticati, in una Francia che si sente abbandonata.

Macron, al suo secondo mandato, si rivela incapace di evolvere. Prometteva riforme strutturali, ma si è ridotto a difendere un centrismo vuoto, che ormai non rappresenta nessuno. Il governo Bayrou non è solo un fallimento annunciato: è il riflesso della crisi di una presidenza che non ha più nulla da offrire. 

Quando il presidente francese convocò nuove elezioni usando la sinistra per sconfiggere la destra e poi virare a destra per un governo contro i voti presi a sinistra alcuni lo chiamarono “capolavoro politico”. Il capolavoro oggi è l’agonia politica organizzata per tirare a campare. Eccolo il riformismo: trasformismo sempre perdente. 

In foto:La deputata Mathilde Panot (La France insoumise) racconta chi è François Bayrou

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Salvini naufrago tra i ministeri: il leader senza rotta

Che Matteo Salvini fosse stato parcheggiato al ministero dei Trasporti perché non era riuscito a ottenere il Viminale era chiaro un secondo dopo la formazione del governo Meloni.
Sì, certo, il leader della Lega ha ripetuto più volte che brigare di treni e di ponti fosse la sua grande aspirazione. Prova, con fatica, a interpretare la maschera dell’operoso lombardo nel ministero romano, ma viene sfrantato ogni giorno dai disservizi e dalla mala organizzazione. Nemmeno il cosiddetto ponte di Messina – che oggi è un’idea molle piantata su sponde incerte – riesce a dargli smalto.
L’unico capitale in mano al leader leghista era quel processo. Gli è bastato raccontarlo storto per trasformarlo in un giudizio della sua esperienza da ministro dell’Interno e la recente assoluzione dovrebbe essere la certificazione che sì, Salvini «ha protetto i confini».
Peccato che la narrazione non stia in piedi, proprio per niente. Matteo Salvini ha lasciato languire persone migranti per qualche giorno per poi farle sbarcare, quindi non c’è nessun respingimento, nessun porto chiuso. Anche i suoi sostenitori più sfegatati ammettono che l’unica utilità di quel gesto cattivo con Open Arms sia il messaggio deterrente.
Ma per Salvini la politica è solo un teatro di posa. Il suo fare mira a corroborare il personaggio. Per questo oggi chiede a Meloni di potersi esibire sull’antico palcoscenico del Viminale. Non ha più sostanza, non ha più programmi. La malinconia per il ministero dell’Interno è il suo unico messaggio politico. A pensarci bene, è un naufrago anche lui.

Buon lunedì.

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L’ossessione di Giorgia Meloni per i nemici, una paranoia politica perenne – Lettera43

Saviano, Schlein, Landini, Macron, von der Leyen, i migranti, la magistratura: la premier è sempre alla compulsiva ricerca di avversari o cospiratori che la minaccerebbero. Ogni nuova critica è una prova della sua centralità. Come se avesse un bisogno costante di vigilanza contro complotti immaginari. Due libri analizzano questa sindrome tipicamente italiana.

L’ossessione di Giorgia Meloni per i nemici, una paranoia politica perenne

Il teatro della politica italiana si arricchisce ogni giorno di nuovi protagonisti e antagonisti, ma mai come sotto il governo di Giorgia Meloni si è visto un simile carosello di nemici. L’elenco è interminabile, quasi ossessivo: un susseguirsi di figure, istituzioni e idee che la presidente del Consiglio individua come ostacoli, avversari o cospiratori. Questo atteggiamento non è soltanto una strategia politica, ma sembra rivelare un tratto più profondo, radicato nella psicologia del potere.

Un registro dei nemici vario e composito

Dagli avversari nazionali agli interlocutori internazionali, il registro dei nemici è vario e composito. Tra i più citati, Roberto Saviano, accusato di attaccarla per interesse personale; Elly Schlein, leader del Partito democratico, derisa per la sua presenza ai Pride; Emmanuel Macron, presidente francese, tacciato di neocolonialismo; e persino Ursula von der Leyen, con cui Meloni ha scelto di non collaborare per la sua rielezione alla guida della Commissione europea. Questo catalogo è talmente vasto che persino figure interne alla coalizione, come Matteo Salvini, sono entrate nel mirino della premier, segno di una visione del mondo costantemente polarizzata tra “noi” e “loro”.

L'ossessione di Giorgia Meloni per i nemici, una paranoia politica perenne
Giorgia Meloni con Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Protezione della propria identità

La retorica dei nemici è una caratteristica che non appartiene solo a Meloni. Come sottolinea il saggio Il cerchio della paranoia politica di Laura Bazzicalupo, lo stile paranoico è una componente ricorrente nelle dinamiche politiche. «La paranoia», scrive l’autrice, «si manifesta in una perfetta adesione a immagini ideologiche o stereotipi simbolici, che vengono assunti alla lettera. Il residuo di sé, il segreto non accettato né rappresentabile, viene trasferito sull’Altro, avvertito come totalmente esterno, diverso e minaccioso». Questo spiega come le accuse di Meloni possano apparire così feroci e personali, mentre in realtà rispondono a una necessità più profonda: proteggere la propria identità politica proiettando il kakon – la parte negativa e inaccettabile – su un nemico esterno.

Bisogno costante di vigilanza contro complotti immaginari

Richard Hofstadter, nel suo The Paranoid Style in American Politics, analizza un fenomeno simile nella storia politica statunitense, evidenziando come la paranoia politica generi un senso di urgenza e un bisogno costante di vigilanza contro complotti immaginari. Questo meccanismo è evidente anche in Italia, dove Meloni dipinge un quadro di minacce costanti: dai migranti, descritti come pericoli per l’identità culturale, alla magistratura, accusata di favorire le organizzazioni criminali con le sue decisioni. Ogni elemento della realtà viene filtrato attraverso la lente del sospetto, trasformando il dialogo politico in un campo di battaglia perenne.

L'ossessione di Giorgia Meloni per i nemici, una paranoia politica perenne
Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

Il presupposto delirante: l’esistenza di un nemico onnipresente

Il saggio di Bazzicalupo aggiunge un elemento chiave: «Il paranoico esprime una perfetta padronanza del nous, del ragionamento consequenziale. Tuttavia, questa lucidità razionale si basa su un presupposto delirante: l’esistenza di un nemico onnipresente». Meloni dimostra una capacità straordinaria nel costruire narrazioni coerenti e coinvolgenti, ma queste raccontano sempre di una minaccia esterna, da Macron a Maurizio Landini, passando per Benjamin Netanyahu e Olaf Scholz. Questa narrativa, pur essendo efficace nel consolidare il consenso, rischia di chiudere il discorso politico in un “cerchio paranoico”, dove ogni diversità o critica diventa automaticamente un attacco da neutralizzare.

Strategia deliberata o riflesso inconscio?

La domanda cruciale è: fino a che punto questa ossessione per i nemici è una strategia deliberata e fino a che punto è un riflesso inconscio? Gli studiosi della paranoia politica suggeriscono che questa dinamica è spesso radicata in un bisogno di auto-conservazione. La paranoia, infatti, agisce come uno strumento immunitario, proteggendo l’identità del leader e del suo gruppo politico dalle minacce – reali o immaginarie – che potrebbero destabilizzarla. Tuttavia, come osserva il saggista Massimo Recalcati, «una certa dose di paranoia è necessaria per la costruzione dell’identità, ma la sua radicalizzazione può portare a una cancellazione totale della parte del sé che possiede quei caratteri “nemici”».

L'ossessione di Giorgia Meloni per i nemici, una paranoia politica perenne
La premier Giorgia Meloni urla in Aula contro l’opposizione (Imagoeconomica).

Una leader intrappolata in un circolo vizioso di sospetti e accuse

Nel caso di Giorgia Meloni, questa dinamica sembra essere spinta all’estremo. Ogni nuova critica è una prova della propria centralità; ogni nuovo nemico è una conferma della propria missione. Ma come tutte le costruzioni paranoiche, anche questa rischia di implodere su se stessa, intrappolando il leader in un circolo vizioso di sospetti e accuse. Come conclude Bazzicalupo, «il cerchio paranoico è una struttura fragile, incapace di includere l’alterità e dunque destinata a crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni». L’Italia, intanto, osserva. Mentre il governo si consuma nella sua lotta contro nemici reali e immaginari, resta da vedere se la parabola di Meloni confermerà le teorie degli studiosi o troverà un modo per spezzare il cerchio della paranoia politica.

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Musk tira la volata all’estrema destra tedesca di AfD

C’è un filo rosso che lega Elon Musk e l’Alternative für Deutschland (AfD), e non è certo un mistero per chi osserva la politica tedesca e la gestione dei social media del miliardario statunitense. L’ultima uscita su X, la piattaforma un tempo conosciuta come Twitter, è un’ulteriore tessera di un mosaico che si sta delineando con preoccupante chiarezza: “Solo l’AfD può salvare la Germania”, ha scritto Musk. Una dichiarazione che ha immediatamente trovato eco nella portavoce federale del partito di estrema destra, Alice Weidel, che ha prontamente ringraziato Musk, rilanciando le sue parole e aggiungendo il link a una recente intervista in cui criticava l’ex cancelliera Angela Merkel e l’Unione europea.

Musk e AfD: un’alleanza inquietante

Non è la prima volta che Musk si trova allineato, volontariamente o meno, con l’AfD. Già ad aprile, un reportage di Deutsche Welle aveva evidenziato come il fondatore di Tesla avesse espresso simpatie per il partito, condividendo post che speravano in una vittoria elettorale dell’AfD e denunciando presunti complotti contro i suoi leader. Il sostegno, a dire il vero, è stato reciproco, anche se non privo di contraddizioni: nella cittadina di Grünheide, dove sorge la Gigafactory Tesla, l’AfD si è opposta all’espansione dello stabilimento, schierandosi al fianco di manifestanti ambientalisti.

Il rapporto tra Musk e l’AfD appare dunque complesso, ma è chiaro che il miliardario non disdegna l’uso della sua piattaforma per amplificare messaggi che risuonano con le istanze del partito di estrema destra. E non si tratta solo di un’azione priva di conseguenze: il sostegno pubblico di una figura globale come Musk contribuisce a legittimare un partito che, pur godendo di una crescente popolarità in Germania, resta fortemente contestato per le sue posizioni transfobiche, razziste e antieuropee.

Il prezzo della legittimazione: Musk e le sue responsabilità

Ma cosa spinge Musk a interagire con una forza politica che rappresenta il lato più oscuro della politica tedesca Una chiave di lettura potrebbe essere trovata nel pragmatismo opportunistico che caratterizza le sue mosse. Musk è un imprenditore che non ha mai nascosto di adattare le sue alleanze e dichiarazioni agli interessi contingenti. In Germania, l’AfD potrebbe rappresentare un alleato utile contro la burocrazia europea e le regolamentazioni ambientali che ostacolano l’espansione delle sue operazioni industriali. Un calcolo cinico, certo, ma in linea con un personaggio che ha costruito la sua immagine su dichiarazioni provocatorie e sfide alle istituzioni tradizionali.

Eppure, il legame tra Musk e l’AfD solleva interrogativi più ampi. Qual è il costo della legittimazione di una forza politica che alimenta divisioni e odii? Quali sono le responsabilità di una figura pubblica con milioni di follower quando sceglie di amplificare certe voci? Musk, che ama definirsi un innovatore visionario, sembra ignorare che l’innovazione sociale non passa per il sostegno a ideologie retrograde.

L’ultima uscita di Musk è anche un monito su come il potere dei social media possa essere usato per orientare il dibattito pubblico, spesso in modo irresponsabile. Le sue parole trovano terreno fertile in un’Europa dove le tensioni sociali ed economiche alimentano la crescita di forze populiste e di estrema destra. E mentre il miliardario continua a muoversi con disinvoltura in questo panorama, il rischio è che i suoi tweet diventino benzina sul fuoco di una Germania già scossa da divisioni profonde.

La vicenda dimostra ancora una volta che Musk non è solo un imprenditore: è anche un attore politico, consapevole o meno delle sue azioni. E se il suo sostegno all’AfD rappresenta una strategia o una semplice provocazione, poco importa. Le parole contano, e il loro peso è tanto maggiore quanto più ampia è la piattaforma da cui vengono pronunciate. In un contesto dove la posta in gioco è la coesione sociale e l’integrità democratica, le scelte di Musk non possono essere liquidate come semplici eccentricità.

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“Più potere alle lobby venatorie”: dalla Manovra un regalo ai cacciatori

Si alzano le proteste delle associazioni animaliste contro l’emendamento alla legge di bilancio targato Fratelli d’Italia. WWF Italia, Legambiente, ENPA e LAV  denunciano una svolta che definiscono pericolosa: un tentativo di consolidare un potere che privilegia interessi particolari a scapito dell’interesse collettivo.

Le modifiche introdotte non sono dettagli marginali, ma interventi che incidono profondamente su principi e diritti. La prima stabilisce che, oltre al parere scientifico dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), sia necessario consultare il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, un organo riorganizzato nel 2023 con una composizione sbilanciata a favore delle associazioni venatorie. Una scelta che mina la credibilità delle decisioni tecniche, privilegiando visioni politiche che rischiano di sacrificare specie protette sull’altare di interessi di parte.

Un emendamento che arma le lobby dei cacciatori

La seconda modifica limita drasticamente il termine per presentare ricorsi contro i calendari venatori a soli 30 giorni e include le associazioni venatorie come parti necessarie nei procedimenti. Questo significa ostacolare i ricorsi contro le attività di caccia anche in caso di evidenti irregolarità. Un attacco diretto non solo al diritto alla tutela ambientale, ma anche al principio stesso di giustizia.

WWF Italia, Legambiente, ENPA e LAV hanno denunciato questa misura in una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, definendola una violazione dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali come quella di Aarhus. “Per concedere tutto ai cacciatori si calpestano i fondamenti di uno Stato di diritto”, scrivono, sottolineando il rischio di una deriva che minaccia la biodiversità e la trasparenza delle decisioni pubbliche.

Questo emendamento si inserisce in un contesto più ampio, già segnato da numerose concessioni al mondo venatorio durante questa legislatura. Europa Verde lo ha definito una “vergogna assoluta”, mentre il governo lo presenta come un provvedimento “di buon senso” per regolamentare l’attività venatoria. Ma la questione è ben più profonda: è una questione di equilibrio tra tutela dell’ambiente e pressioni lobbistiche.

Giustizia ambientale sotto attacco

Il rischio è quello di trasformare specie vulnerabili in bersagli legittimi e di compromettere l’immagine dell’Italia sul piano internazionale, dove già pendono procedure d’infrazione per il mancato rispetto delle normative europee. Le associazioni ambientaliste mettono in guardia: la politicizzazione delle decisioni tecniche non è solo un errore, ma un pericolo che minaccia la stessa integrità degli habitat naturali.

L’esame della legge di bilancio prosegue, ma il messaggio è chiaro: questo emendamento rappresenta un punto di non ritorno per la gestione della fauna selvatica e per il rispetto delle norme ambientali. Le proteste delle associazioni animaliste non sono solo una reazione, ma un richiamo alla responsabilità collettiva di difendere i diritti degli animali e dell’ambiente.

Il futuro dell’emendamento dipende ora dal confronto parlamentare, ma la mobilitazione delle associazioni continua, con la speranza che il Presidente della Repubblica e i rappresentanti delle istituzioni ascoltino l’appello. “Si tratta del sesto provvedimento di modifica pro-caccia della Legge 157/92 dall’inizio della legislatura, una vera e propria ossessione di cui già paghiamo tutti le conseguenze. – dichiarano le associazioni – Un simile scenario si è infatti già verificato dopo l’approvazione della Legge di Bilancio 2022, quando furono introdotte modifiche alla Legge sulla caccia, con conseguente avvio della procedura di infrazione europea per violazione della Direttiva Uccelli, che è ancora attiva”. 

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Tra Tony Effe e Ghali: due pesi e due censure

La presunta censura del cantante Tony Effe, chiamato e poi ricusato per il capodanno a Roma, è la notizia perfetta per confezionare una pagina che non si sporca troppo le mani. Pare di capire che tutti siano d’accordo sul fatto che i testi delle canzoni del rapper siano piuttosto ributtanti quando descrivono le donne. Poi ci sono quelli che fanno notare come sia difficile parlare di censura per uno che spopola sui social e che, nel giro di qualche ora, ha trovato, sempre a Roma, un palazzetto in cui esibirsi. C’è chi chiede di non affidare un ruolo pedagogico agli artisti e invece parla di vera e propria censura. Poi ci sono i colleghi artisti che ne prendono le difese e quelli che ne prendono le distanze, secondo una geografia più di case di produzione che di ideali.

C’è il capolavoro politico, questo sì, di un’amministrazione comunale che invita un cantante e poi ci ripensa. L’amministrazione romana è riuscita nell’arduo compito di fare apparire perfino il prossimo Sanremo a trazione sovranista come un luogo di libertà. C’è un fatto però di cui si parla troppo poco. Gli attestati di solidarietà e di vicinanza verso Tony Effe non si sono visti quando a essere stati censurati erano Ghali e Dargen.

I due si erano messi in testa di parlare di Gaza e di migranti. Sono stati travolti dalla bava sovranista che (ovviamente) li ha accusati di voler “fare politica” invece di fare i cantanti, come se non fossimo tutti animali politici in ogni nostra scelta, anche la più apparentemente insignificante. In quel caso, il mondo della musica italiana è stato colto da un curioso moto di timidezza. I due artisti hanno incassato il fango di una parte politica e il silenzio dei colleghi.

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Rimane la sconfitta politica

Nonostante l’assoluzione, Matteo Salvini torna a casa con in tasca una sconfitta politica che non potrà negare a lungo. Dal punto di vista umanitario, un ex ministro dell’interno convinto che lasciare galleggiare in mezzo al mare dei disperati per giorni potesse risolvere il problema delle migrazioni è un’onta conosciuta oggi a livello internazionale. Il cattivismo per scoraggiare l’affollamento delle rotte migratorie non funziona e non funzionerà mai con gente che ha nel Mediterraneo l’unica rotta per poter sperare di salvarsi.

Si potrebbe dire che tutto questo non interessi ai suoi elettori e ai suoi compagni di partito. È vero. Ma il Salvini custode dei confini è un’occasione persa che non si ripeterà mai più. Il Viminale Salvini l’ha perso per sempre quando Giorgia Meloni ha deciso di relegarlo al ministero dei Trasporti regalandogli il ponte come illusorio giocattolo per tenerlo a bada. Salvini ieri ha politicamente perso perché i suoi alleati hanno preferito addirittura il suo capo di gabinetto al ministero dell’interno.

Ma anche sul campo del vittimismo il leader leghista non ha troppo spazio di manovra. Quando si tratta di rivendersi come custode della patria contro nemici più o meno immaginari Giorgia Meloni gli è irraggiungibile. Salvini è assolto ma è una vittoria languida che durerà il tempo di un paio di brindisi. Passate le feste nella Lega e nel governo stanno già preparando l’imboscata contro di lui. E in quel caso non sarà possibile fare appello.

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