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Dalle promesse (stracciate) alla realtà: il bilancio fiscale del governo Meloni

C’era una volta il governo Meloni, quello che prometteva di riscrivere le regole del gioco fiscale, di alleggerire le tasse al ceto medio e di cancellare le odiate accise sui carburanti. Un anno dopo, il sipario cala su una legge di Bilancio che lascia dietro di sé solo un elenco di promesse stracciate. Il taglio delle imposte al ceto medio? Rinviato a data da destinarsi. L’innalzamento del tetto per le partite Iva sotto la flat tax? Un miraggio. E la riduzione delle tasse per chi ha figli, annunciata a gran voce? Finisce in un “ci abbiamo provato” di Giancarlo Giorgetti, che ammette il fallimento.

Il centrodestra ha dimostrato che le parole volano e i fatti restano intrappolati in un sistema fiscale che continua a premiare i più ricchi, lasciando a bocca asciutta chi sostiene il Paese con stipendi da fame. L’abolizione delle accise, cavallo di battaglia della premier in campagna elettorale, si trasforma nel suo contrario: un graduale aumento delle imposte sul gasolio per allinearle a quelle della benzina.

E che dire delle detrazioni? Spacciato come un “riordino”, il taglio colpirà tutti, con un aumento del gettito che sfiora i 900 milioni di euro a regime. La “sforbiciata” sarà meno pesante per chi ha figli, ma il piano per incentivare la natalità è solo l’ennesima occasione mancata.

La Lega, intanto, resta a mani vuote: niente flat tax per i ricchi autonomi, niente Fornero cancellata. E il ceto medio? Maurizio Leo aveva promesso una riduzione dell’aliquota Irpef. La realtà è ben diversa: il flop del concordato preventivo lascia vuote le casse necessarie per finanziare lo sgravio.

Promesse non mantenute, illusioni e la sensazione amara di un governo che governa a parole ma lascia che i numeri raccontino un’altra storia. In italiano si chiama tradimento. 

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Mafie e riciclaggio, ecco il sistema bancario parallelo d’Italia

C’è una nuova mappa del riciclaggio in Italia, e non è fatta di confini geografici, ma di corridoi finanziari, algoritmi e connivenze. Le mafie, ancora una volta, non hanno bisogno di nascondersi: si muovono in piena luce, nei conti correnti, nei bonifici e nelle operazioni digitali. Secondo un’analisi di Unimpresa, il riciclaggio di denaro sporco nel nostro Paese è cresciuto dell’85% dal 2022 al 2023. Non è un errore di battitura. Ottantacinque per cento. Roma e Milano dominano la triste classifica, ma anche Palermo (settima) e Catania (undicesima) non sono semplici comparse in questa tragedia.  

Una crescita fuori controllo

Dietro i numeri c’è una verità tanto evidente quanto insopportabile: il sistema finanziario non è vittima delle mafie, ma il loro alleato. Non un sodalizio dichiarato, certo, ma un rapporto che si nutre di disattenzione, omissioni e, spesso, di complicità. Le operazioni sospette riconducibili alle mafie sono passate da 22.654 nel 2021 a 53.046 nel 2023. Non c’è città immune, come ricorda il generale Michele Carbone della Dia: le mafie non si pongono confini. Operano in “spazi finanziari”, spartendosi il mercato con l’efficienza di multinazionali.  

La tecnologia, dicono, è il futuro. Ma nelle mani sbagliate, è anche un’arma. Intelligenza artificiale, blockchain, dark web: strumenti che dovrebbero rendere il mondo più equo diventano perfetti alleati per chi vuole riciclare denaro sporco. Ogni bonifico tracciabile nasconde un’altra transazione che sfugge ai radar, ogni algoritmo antiriciclaggio viene eluso da chi conosce meglio il sistema di chi lo ha creato.  

Tecnologia e complicità: le nuove armi delle mafie

E intanto le banche? Raccolgono proclami e non bastano le dichiarazioni di buone intenzioni di dirigenti e autorità per nascondere le falle nei sistemi di controllo. Servono normative più stringenti, certo, ma anche una rivoluzione culturale. Perché, diciamolo chiaramente, il riciclaggio non è un atto isolato, ma l’esito di un sistema che tollera, quando non incoraggia, la penetrazione mafiosa nell’economia reale.  

Perché a Palermo e Catania le segnalazioni di operazioni sospette rappresentano solo il 2% e l’1,4% del totale nazionale? Non è che le mafie siano meno attive in Sicilia: è che i sistemi di controllo sono meno capaci di intercettarle. Troppo spesso si parla di prevenzione senza mai guardare al cuore del problema: le mafie prosperano perché sono percepite come un fenomeno inevitabile.  

C’è una lezione in tutto questo: il riciclaggio non è un’anomalia, ma una regola non scritta del sistema economico attuale. E finché ci si accontenterà di indignarsi davanti ai numeri senza affrontare le responsabilità sistemiche, Palermo e Catania continueranno a essere numeri di una statistica che non fa altro che crescere.

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L’Italia al collasso climatico: 351 eventi meteo estremi nel 2024

Il 2024 si chiude con un bilancio devastante per l’Italia: 351 eventi meteo estremi hanno travolto il Paese, un record che conferma l’impotenza cronica nell’affrontare una crisi climatica ormai fuori controllo. Il rapporto dell’Osservatorio città clima di Legambiente, stilato in collaborazione con il gruppo Unipol, denuncia un aumento del 485% rispetto al 2015. Un dato che non lascia scampo: l’Italia si trova nel mirino di siccità, alluvioni e temperature record, e il governo sembra incapace di rispondere con una strategia efficace.

Una nazione divisa tra siccità e allagamenti

Il Paese è stato spaccato in due. Da un lato, la siccità ha colpito duramente regioni come la Sicilia, dove il lago Pergusa si è ridotto a una pozza d’acqua. Dall’altro, alluvioni e inondazioni hanno paralizzato il Nord Italia, con la Lombardia ed Emilia-Romagna tra le più colpite. La fotografia è impietosa: 134 casi di allagamenti da piogge intense, 46 esondazioni fluviali e 34 eventi di siccità prolungata.

Le grandi città non sono state risparmiate. Milano ha vissuto l’ennesima esondazione del Seveso, causando ritardi di oltre due ore per i treni e blocchi nelle linee tranviarie. A Roma, la stazione Cipro della metro è stata chiusa per allagamenti, mentre il trasporto pubblico ha subito interruzioni senza precedenti.

Il silenzio assordante del governo

A fronte di questo scenario, il governo Meloni non ha mostrato alcuna volontà di affrontare il problema. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), che avrebbe dovuto rappresentare la risposta strategica, rimane una scatola vuota. Non sono stati stanziati fondi adeguati e il decreto per l’insediamento dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento climatico non è mai stato emanato.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ha denunciato l’inerzia dell’esecutivo: “Interventi mirati avrebbero permesso di risparmiare il 75% delle risorse spese per riparare i danni post-emergenza. Invece, si preferisce ignorare il problema, lasciando che gli eventi estremi colpiscano sempre più duramente”.

Temperature record: una soglia superata

Il 2024 è stato anche l’anno più caldo mai registrato in Italia, con temperature che per la prima volta hanno superato il limite di 1,5 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali. Il mese di novembre è stato il secondo più caldo di sempre, con una media di 14,1 gradi centigradi. In quota, lo zero termico ha raggiunto i 5.206 metri in Piemonte, segnando un altro record allarmante.

Gli effetti sul territorio sono devastanti. I ghiacciai continuano a ritirarsi, ecosistemi unici sono in pericolo e la biodiversità è sempre più fragile. L’agricoltura italiana, già provata da anni di crisi, è sotto attacco. Eppure, i finanziamenti per il settore rimangono insufficienti.

Le vere minacce: crisi climatica e cementificazione

Mentre il governo si concentra su misure controproducenti, come il divieto al fotovoltaico a terra previsto dal decreto Agricoltura, le vere minacce continuano a crescere. La cementificazione selvaggia e il consumo di suolo aggravano una situazione già critica. “Servono interventi concreti per fermare il consumo di suolo e promuovere il riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura”, sottolinea Ciafani.

Eventi estremi nel resto del mondo

Il 2024 non ha risparmiato nemmeno il resto del pianeta. Negli Stati Uniti, gli uragani Helene e Milton hanno causato danni per oltre 100 miliardi di dollari, lasciando dietro di sé distruzione e morti. In Asia, il tifone Yagi ha provocato almeno 829 vittime e devastato intere comunità, con danni economici che superano i 12 miliardi di dollari. L’Europa non è stata immune: la tempesta Boris ha colpito duramente diverse nazioni, mentre il Sud America ha affrontato inondazioni senza precedenti, specialmente in Brasile. Questi eventi confermano che la crisi climatica è una minaccia globale che richiede risposte urgenti e coordinate a livello internazionale.

Il futuro prossimo: un banco di prova per il 2025

Il 2025 dovrà rappresentare un punto di svolta. La crisi climatica non è più un problema futuro: è il presente. Senza una risposta immediata e coordinata, l’Italia rischia di trovarsi ogni anno più vulnerabile. Servono più risorse, un piano chiaro e la volontà politica di mettere la lotta alla crisi climatica al centro dell’agenda nazionale. Il costo dell’inerzia si misura ormai in vite umane, miliardi di euro e la perdita irrimediabile di ciò che rende unico il nostro territorio.

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Cecilia Sala in ostaggio, ma la chiave è a Washington

L’arresto di Cecilia Sala in Iran è diventato un nodo geopolitico che lega Roma, Washington e Teheran in una rete di interessi e contrappesi diplomatici. Da undici giorni, la giornalista italiana è detenuta nel carcere di Evin, accusata di “violazione della legge islamica” ma, nei fatti, ostaggio di un regime che cerca di fare leva su di lei per ottenere un vantaggio: la liberazione di Mohammad Abedini. Il dipartimento generale dei Media Esteri del ministero della Cultura e dell’orientamento islamico dell’Iran ha confermato oggi che “l’arresto è stato eseguito secondo la normativa vigente e l’ambasciata italiana è stata informata. Le è stato garantito l’accesso consolare ed il contatto telefonico con la famiglia”. Ma la chiave va cercata altrove.

Abedini, l’ingegnere dei droni che lega Teheran a Washington

Abedini, ingegnere iraniano, è stato arrestato a Malpensa lo scorso 16 dicembre su ordine della Digos di Milano. Gli Stati Uniti ne chiedono l’estradizione, accusandolo di aver esportato illegalmente tecnologie utilizzate per droni militari. Una storia intricata che coinvolge la società Illumove SA, con sede in Svizzera, attraverso cui Abedini avrebbe aggirato le sanzioni internazionali fornendo alla forza aerospaziale dei pasdaran componenti chiave per i droni Shahed, impiegati in Medio Oriente e nella guerra in Ucraina. Washington è determinata: vuole processarlo per associazione a delinquere e supporto a organizzazioni terroristiche. L’Italia, ora, si trova stretta tra la pressione americana e la necessità di ottenere il rilascio di Sala.

La Farnesina, con il ministro Antonio Tajani, si è attivata per garantire condizioni di detenzione adeguate alla giornalista, ma il vero nodo resta politico. Teheran ha già fatto capire che la detenzione di Sala è una “cattura preventiva”. Nessuna accusa formale, nessuna prova concreta: un ostaggio per negoziare. Il viceministro degli Esteri iraniano, Vahid Jalalzadeh, ha lasciato intendere che la liberazione della giornalista dipende dalla sorte di Abedini. L’Iran cerca uno scambio, diretto o indiretto, per evitare che l’ingegnere venga consegnato agli Stati Uniti.

Un’Italia senza margini: la diplomazia ostaggio degli alleati

Ma l’Italia ha davvero margine di manovra Non è la prima volta che il nostro Paese si trova a dover bilanciare la fedeltà all’alleato americano con la tutela dei propri cittadini. Ogni mossa è monitorata da Washington, che non vuole ripetere il precedente del russo Arthem Uss, evaso dagli arresti domiciliari mentre pendeva una richiesta di estradizione americana. Per questo, la via dei domiciliari per Abedini sembra già sbarrata.

Nel frattempo, Cecilia Sala resta chiusa a Evin, il carcere simbolo della repressione iraniana. La sua detenzione è una dimostrazione di forza da parte di un regime che utilizza le persone come pedine sullo scacchiere internazionale. E proprio qui emerge la fragilità della posizione italiana: qualsiasi decisione sul destino di Abedini non dipenderà esclusivamente da Roma. Sarà Washington, con il suo peso geopolitico, a dettare le condizioni.

Il presidente americano Joe Biden arriverà in Italia il prossimo 9 gennaio, e il caso Sala potrebbe entrare nell’agenda dei colloqui con Giorgia Meloni. Un confronto delicato che metterà alla prova la capacità italiana di difendere la propria autonomia diplomatica senza incrinare i rapporti con gli Stati Uniti. Ma è lecito domandarsi: quanto potere ha davvero l’Italia in questa partita Le trattative sembrano già spostate sull’asse Roma-Washington, con Teheran a dettare i tempi e le condizioni.

Nel frattempo, la vita di Cecilia Sala resta sospesa, come quella di tanti altri reporter detenuti ingiustamente nel mondo. Il caso non è solo una questione diplomatica ma un test cruciale per la credibilità dell’Italia nel proteggere i propri cittadini. Una credibilità che oggi è messa seriamente alla prova.

 

Aggiornato alle ore 13:05

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Il giornalismo ai tempi di X: indignarsi è un affare

Non sopportano coloro che ficcano il naso nelle questioni italiane. Per Giorgia Meloni, per Matteo Salvini e per i loro elettori, Macron, Scholz, prima la Merkel, Von der Leyen e qualsiasi altro leader di Stato che non sia iscritto nella lista dei “sovranisti compiacenti” devono farsi i c***i loro.

Poi è arrivato Elon Musk, immigrato sudafricano e “criminale universale” (per ricorso alla gpa) , e loro l’hanno applaudito. Musk attaccava i giudici, Meloni e Salvini sorridevano sornioni. È toccato a Mattarella fare il patriota: i patrioti erano tutti intenti a spellarsi le mani.

Ora Musk ha deciso di rivolgere lo sguardo alla Germania. Sia chiaro, il cipiglio è quello di sempre, piuttosto stralunato e fuori fuoco. Sul giornale tedesco Welt am Sonntag Musk ha preso carta e penna ed ha scritto uno squinternato articolo per rilanciare il suo sostegno al partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd – Alternativa per la Germania). Per il ceo di Tesla , “la rappresentazione dell’Afd come estremista di destra è chiaramente falsa, considerando che Alice Weidel, la leader del partito, ha un partner dello stesso sesso proveniente dallo Sri Lanka! Vi sembra una cosa da Hitler? Per favore!”. Un’analisi politica sopraffina, non c’è che dire.

La caporedattrice della sezione opinioni del giornale, Eva Marie Kogel, ha deciso di rassegnare le dimissioni. Il direttore e l’’editore del giornale hanno spiegato che “le posizioni polarizzanti” sono “libertà di espressione” e che l’articolo “ha avuto 340 commenti” in poche ore. È il prodotto interno lordo della provocazione e della sua indignazione.

Ma allora non vale la pena leggere il giornale, basta starsene su X. Che, tra l’altro, è proprio di Musk.

In foto Elon Mask, scattata da NORAD and USNORTHCOM Public Affairs – https://www.northcom.mil/Images/igphoto/2002117234/ (archived), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80448544

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L’oro che non luccica

Pippo Russo su Domani racconta il fallimento del progetto di cittadinanza “per ricchi” voluto dal governo Meloni. Doveva essere l’arca dell’alleanza tra migranti di lusso e una nazione alla ricerca di investimenti. Si è rivelato un deserto di cifre, impolverato dalla comparazione con i più efficienti programmi europei. L’Italia, fanalino di coda anche quando si tratta di attrarre milionari, registra numeri imbarazzanti: il 2024 si chiuderà con appena 11,25 milioni di euro, un’elemosina rispetto ai 921 milioni del Portogallo nel 2016.

La promessa di un passaporto d’oro in cambio di investimenti è naufragata tra requisiti elevati e un disinteresse palpabile. Eppure, il governo Meloni, che ama il pugno duro sui migranti meno fortunati, appare straordinariamente discreto quando si parla di questi viaggiatori economici. La trasparenza è svanita, sostituita da un silenzio impenetrabile che protegge più i fallimenti del programma che i dati sensibili.

Dal 2022, unico anno di pubblicazione dei dati sotto il governo Draghi, le cifre languono. Gli investimenti in titoli di stato sono spariti, mentre quelli in startup e imprese arrancano. Gli Usa e il Regno Unito, principali mercati di riferimento, contribuiscono con numeri risibili. E il Sud Italia, sempre marginalizzato, riceve briciole rispetto a Milano o Roma. I ricchi non abboccano al flauto magico di Meloni. 

C’è un aspetto ironicamente tragico in tutto questo. Mentre si erigono muri contro chi scappa da guerre e miserie, si stendono tappeti rossi per chi arriva con capitali che, però, raramente varcano davvero le soglie del nostro sistema economico. Ma, si sa, il silenzio è d’oro. Più del visto.

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Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee – Lettera43

Con l’insediamento alla Casa Bianca, le ‘promesse’ elettorali di Trump diventeranno realtà. Centinaia di migliaia di migranti irregolari saranno deportati ed entrare negli Stati Uniti legalmente diventerà pressoché impossibile. Senza contare la criminalizzazione dell’aiuto umanitario. Un modello crudele, inefficace ma capace di portare consenso. E che per questo sarà facilmente esportabile a casa nostra.

Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee

Alla vigilia del suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump non lascia dubbi sulla sua agenda migratoria: deportazioni di massa, detenzioni collettive e la trasformazione di famiglie disperate in strumenti di propaganda. Se il primo mandato era stato segnato dall’orrore delle gabbie per bambini, il nuovo piano promette di superare i limiti della crudeltà, testando la tolleranza degli Stati Uniti verso una strategia che combina disumanizzazione e spettacolo. Ma mentre l’America si prepara a osservare l’esito di questa politica “shock and awe”, l’Europa, e in particolare Giorgia Meloni, potrebbe trovare in Trump un modello sinistro.

Trump sollecita l'Ue a comprare più gas e petrolio, oppure «sono dazi a tutto spiano»
Donald Trump (Getty Images).

Richiedere asilo diventerà praticamente impossibile 

Il border czar designato, Tom Homan, ha delineato i contorni del piano: intere famiglie detenute in tende, bambini nati negli Stati Uniti costretti a scegliere tra rimanere soli o seguire i genitori deportati, e raid mirati nelle case e nei luoghi di lavoro per rastrellare migranti privi di documenti. La narrativa è quella già nota: responsabilizzare le vittime, come se chi fugge dalla fame e dalla violenza avesse volontariamente scelto di sfidare leggi e confini per mettere a rischio la propria famiglia. Per Homan, il messaggio è chiaro: «Avete fatto questa scelta, ora affrontatene le conseguenze». Le implicazioni umanitarie di queste politiche sono devastanti. Centinaia di migliaia di persone rimarranno bloccate in Messico, un Paese che non hanno mai inteso chiamare casa, vulnerabili a estorsioni, rapimenti e violenze. Il sistema di appuntamenti per l’asilo tramite l’app CBPOne, unica via legale per accedere agli Stati Uniti, verrà probabilmente chiuso, lasciando i migranti senza opzioni se non quelle offerte da trafficanti di esseri umani o dalle gang. «Non sappiamo cosa succederà», ha detto un operatore di un rifugio per migranti a Ciudad Juárez, «ma sarà un disastro».

Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee
Migranti bloccati al confine meridionale degli Usa (Getty Images).

Il modello trumpiano rischia di essere adottato anche in Europa

Le conseguenze non si limiteranno al continente americano. Trump, infatti, offre un modello di repressione che potrebbe ispirare leader europei, tra cui Giorgia Meloni. Il filo rosso che unisce queste politiche è la costruzione di un nemico comune: il migrante, rappresentato come una minaccia culturale ed economica. Nel contesto europeo, dove i governi di destra si confrontano con la gestione dei flussi migratori, il metodo Trump potrebbe essere adottato per giustificare misure altrettanto drastiche. Meloni, già promotrice di accordi come quello con l’Albania per deportare le persone migranti, potrebbe trovare nella retorica trumpiana una potente alleata ideologica. La “linea dura” americana, pur mascherata da necessità di sicurezza, non è altro che una strategia di consenso, progettata per placare le paure dell’elettorato con risposte brutali ma inefficaci. E se Trump può deportare famiglie intere e confinare bambini in condizioni precarie, perché i governi europei non dovrebbero spingersi altrettanto lontano?

Meloni: «A Fitto portafoglio da mille miliardi, missione compiuta»
Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa).

Il confine meridionale degli Usa potrebbe diventare un laboratorio di repressione migratoria globale

Le implicazioni sono inquietanti. Le politiche di Trump, nel loro cinismo, rischiano di trasformare il confine meridionale degli Stati Uniti in un laboratorio per nuove forme di repressione migratoria globale. L’Europa, già testimone di naufragi nel Mediterraneo e di accordi con regimi autoritari per bloccare i flussi migratori, potrebbe rapidamente adottare queste pratiche. A peggiorare il quadro è la crescente criminalizzazione dell’aiuto umanitario. Negli Stati Uniti, come in Europa, chi aiuta i migranti rischia di essere perseguito. Le organizzazioni che gestiscono rifugi e offrono supporto sono sotto attacco, accusate di incentivare l’immigrazione irregolare. Negli ultimi mesi, episodi di intimidazione contro operatori e volontari sono diventati sempre più frequenti. In Texas, il governatore Greg Abbott ha tentato di chiudere rifugi cattolici accusandoli di traffico di esseri umani, mentre in Messico, le gang sfruttano la disperazione dei migranti, imponendo tasse di passaggio o costringendoli al lavoro forzato.

Immigrazione, il pericoloso laboratorio Usa che piace alle destre europee
Il governatore del Texas Greg Abbott (Getty Images).

La dissennata strategia del meglio curare che prevenire

La narrativa anti-migranti, amplificata da leader politici e media compiacenti, rischia di radicalizzare ulteriormente l’opinione pubblica, normalizzando politiche disumane. Se Trump riuscirà a chiudere l’unico canale legale per l’asilo, centinaia di migliaia di persone si troveranno intrappolate alla frontiera senza risorse e senza futuro. La tensione aumenterà, con conseguenze potenzialmente esplosive sia per le comunità locali sia per i migranti stessi. Eppure, mentre il mondo osserva con apprensione, le radici di questa crisi affondano in decenni di fallimenti politici. Gli Stati Uniti, come l’Europa, hanno ignorato le cause profonde delle migrazioni, preferendo affrontare i sintomi con muri e barriere. La povertà, i conflitti e il cambiamento climatico continuano a spingere milioni di persone a cercare sicurezza e opportunità altrove, e nessuna politica di repressione potrà fermare questo fenomeno.

Migranti, droga e dazi: il Messico guarda al voto Usa e tifa Harris
Migranti davanti al muro al confine tra Messico e Usa (Getty Images).

Il business dietro la disperazione 

Ciò che rende il momento attuale particolarmente pericoloso è la velocità con cui le politiche di esclusione si stanno diffondendo. Con la vittoria elettorale di Trump, leader come Meloni potrebbero sentirsi legittimati ad adottare misure sempre più estreme, giustificando la repressione come necessità per la sicurezza nazionale. Questa competizione al ribasso rischia di trasformare il diritto all’asilo in un concetto obsoleto, un ricordo di tempi più umani. Ma c’è un altro aspetto che non possiamo ignorare. Le politiche migratorie di Trump non solo alimentano sofferenza e ingiustizia, ma rafforzano un sistema economico che prospera sulla disperazione. Il complesso industriale delle carceri private è pronto a trarre profitto dalla detenzione di massa, con contratti miliardari che trasformano la sofferenza umana in opportunità di business. Lo stesso vale per le gang e i trafficanti di esseri umani, che vedono aumentare i loro guadagni grazie alla chiusura delle vie legali. Di fronte a questa realtà, il rischio maggiore è l’assuefazione. Ogni immagine di bambini separati dai genitori, ogni storia di famiglie intrappolate in condizioni disumane rischia di perdere il suo impatto, diventando parte di una normalità distorta. E quando l’indignazione si spegne, ciò che rimane è l’accettazione passiva di un sistema che tratta la migrazione non come un fenomeno umano, ma come un crimine da punire. Con Trump alla guida e leader europei pronti a seguirne l’esempio, il futuro della gestione migratoria si preannuncia oscuro. Ma mentre le vittime si accumulano, nelle tende, nei centri di detenzione e nei deserti, una domanda rimane sospesa: fino a che punto siamo disposti a ignorare la nostra umanità per compiacere un’agenda politica?

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Il Parlamento come buffet: la manovra è servita

La manovra approda al Senato. 30 miliardi di euro previsti per il 2025, che potrebbero essere già licenziati domani, giusto in tempo per preparare le valigie e spedire i nostri valorosi parlamentari alle mete turistiche dove trascorrere il Capodanno.

La pantomima è iniziata il 23 ottobre, perfino in linea con i tempi. Questi due mesi sono trascorsi tra i bambineschi litigi della maggioranza per rivederne insignificanti particolari utili solo per la propaganda. Una discussione grave, ma mai seria. Sugli ordini del giorno, i partiti di governo si sono sfidati sulle mance di contorno, come gli affamati invitati quando si buttano sul buffet.

Nessuna discussione sulla reale efficacia delle misure è stata messa in discussione da diversi analisti, vaghe risposte sulla mancanza di misure a sostegno della povertà, nessuna spiegazione sulla prevista “bastonata” al ceto medio, e soprattutto l’intoccabile privilegio degli straricchi.

In commissione al Senato si è discusso della manovra per quindici minuti, poi si è deciso di portarla in Aula. Ovviamente la votazione sarà blindata: nessuna modifica è consentita, e all’opposizione verrà lasciato giusto il tempo di fotografare le proteste per offrirle ai giornali.

Il governo Meloni è l’ennesimo a trattare il Parlamento come un’appendice burocratica da cui si pretende solo sveltezza per ratificare decisioni già prese. Giorgia Meloni, quand’era all’opposizione, lamentava la “mancanza di democrazia” e lo “svilimento del Parlamento”. Sono solo ruoli in commedia. Anche quest’anno la manovra finanziaria è un capolavoro di ragioneria passato sopra le teste della politica.

Buon venerdì.

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A proposito del “capolavoro” politico di Macron

Il governo Bayrou è l’ultimo, patetico atto di un teatro politico che non incanta più nessuno. Nato per sopravvivere e non per governare, l’esecutivo porta la firma indelebile di Emmanuel Macron, ormai intrappolato nella sua stessa arroganza. Macron ha scelto la strada più comoda: non una soluzione, ma un maquillage politico, affidando la Francia a François Bayrou, volto già consumato, incapace di raccogliere una sfida che richiede coraggio e visione.

È un governo senza maggioranza e senza idee, pensato per durare qualche mese, non per risolvere le profonde fratture sociali ed economiche del Paese. La destra del Rassemblement National e la sinistra del Nuovo Fronte Popolare, forti della maggioranza parlamentare, hanno già preparato il terreno per bloccare ogni proposta. Eppure, la vera opposizione a Bayrou non è in Parlamento: è nelle piazze, nei quartieri dimenticati, in una Francia che si sente abbandonata.

Macron, al suo secondo mandato, si rivela incapace di evolvere. Prometteva riforme strutturali, ma si è ridotto a difendere un centrismo vuoto, che ormai non rappresenta nessuno. Il governo Bayrou non è solo un fallimento annunciato: è il riflesso della crisi di una presidenza che non ha più nulla da offrire. 

Quando il presidente francese convocò nuove elezioni usando la sinistra per sconfiggere la destra e poi virare a destra per un governo contro i voti presi a sinistra alcuni lo chiamarono “capolavoro politico”. Il capolavoro oggi è l’agonia politica organizzata per tirare a campare. Eccolo il riformismo: trasformismo sempre perdente. 

In foto:La deputata Mathilde Panot (La France insoumise) racconta chi è François Bayrou

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Salvini naufrago tra i ministeri: il leader senza rotta

Che Matteo Salvini fosse stato parcheggiato al ministero dei Trasporti perché non era riuscito a ottenere il Viminale era chiaro un secondo dopo la formazione del governo Meloni.
Sì, certo, il leader della Lega ha ripetuto più volte che brigare di treni e di ponti fosse la sua grande aspirazione. Prova, con fatica, a interpretare la maschera dell’operoso lombardo nel ministero romano, ma viene sfrantato ogni giorno dai disservizi e dalla mala organizzazione. Nemmeno il cosiddetto ponte di Messina – che oggi è un’idea molle piantata su sponde incerte – riesce a dargli smalto.
L’unico capitale in mano al leader leghista era quel processo. Gli è bastato raccontarlo storto per trasformarlo in un giudizio della sua esperienza da ministro dell’Interno e la recente assoluzione dovrebbe essere la certificazione che sì, Salvini «ha protetto i confini».
Peccato che la narrazione non stia in piedi, proprio per niente. Matteo Salvini ha lasciato languire persone migranti per qualche giorno per poi farle sbarcare, quindi non c’è nessun respingimento, nessun porto chiuso. Anche i suoi sostenitori più sfegatati ammettono che l’unica utilità di quel gesto cattivo con Open Arms sia il messaggio deterrente.
Ma per Salvini la politica è solo un teatro di posa. Il suo fare mira a corroborare il personaggio. Per questo oggi chiede a Meloni di potersi esibire sull’antico palcoscenico del Viminale. Non ha più sostanza, non ha più programmi. La malinconia per il ministero dell’Interno è il suo unico messaggio politico. A pensarci bene, è un naufrago anche lui.

Buon lunedì.

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