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Allarme Coldiretti sui danni del clima, un messaggio pure per il governo

All’assemblea nazionale di Coldiretti, la più grande organizzazione agricola italiana e d’Europa (vicina al governo Meloni), non hanno voglia di scherzare. Alla presenza del segretario generale e del presidente di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo ed Ettore Prandini, vengono snocciolati il bilancio dell’annata nei campi e i danni della crisi climatica.
Sono saliti a 9 miliardi di euro i danni causati nel 2024 dai cambiamenti climatici e dalle epidemie all’agricoltura italiana, con un impatto dirompente sui redditi delle imprese, già alle prese con i problemi causati dalla concorrenza sleale delle importazioni dall’estero e dagli elevati costi di produzione.

Danni climatici e crisi agricola: un settore in ginocchio

Siccità e maltempo hanno devastato le produzioni agricole da Nord a Sud con cali a doppia cifra per alcune produzioni simbolo della Dieta mediterranea, così cara al ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, che, pietrificato, segue i lavori in platea. Il grano segna un -20%, e il rinomato olio d’oliva italiano crolla del -32%. La siccità ha pesato anche sulla produzione di vino, in calo del 13% rispetto alla media produttiva degli ultimi anni. Sono in diminuzione anche la produzione di riso e di nocciole. Ai “flagelli del clima” – come li chiamano da queste parti – si aggiungono gli effetti delle epidemie che hanno colpito le stalle italiane, dalla peste suina africana alla lingua blu, fino all’aviaria, con centinaia di migliaia di animali abbattuti.

In Italia, il numero delle aziende di agricoltura, silvicoltura e pesca è calato per la prima volta sotto la soglia delle 700mila unità. Per questo, dicono da Coldiretti, serve un “intervento urgente a sostegno del settore”. Non basta la recente decisione della Commissione europea di modificare il regolamento “de minimis” per il settore agricolo, gli aiuti di piccola entità che non hanno alcun impatto sugli scambi nel mercato unico, alzando la soglia ad azienda (da 25mila a 50mila euro in tre anni) e dando la possibilità agli Stati di erogarli senza doverli notificare alla Commissione, evitando il rischio di procedure di infrazione per distorsioni della concorrenza. “Per garantire quella sovranità alimentare europea che la Presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha annunciato di voler porre alla base del suo secondo mandato, occorre intervenire – sottolinea Coldiretti – sulle risorse della Politica agricola comune, assicurando che esse vadano solo ai veri agricoltori”.

Tra allarmi ignorati e risposte insufficienti

Da queste parti sanno bene che “la perdita di ogni metro quadrato di produzione agricola europea e la sua sostituzione hanno effetti negativi – conclude Coldiretti – anche dal punto di vista dell’ambiente e della salute, con un aumento delle emissioni, un arretramento dei presidi ambientali e civici, e minori sicurezze per i nostri cittadini”. Il record storico di 70 miliardi di esportazioni segnati quest’anno non rassicura l’associazione di categoria. L’accordo dell’Ue con Mercosur viene visto come un pericolo per la filiera italiana. “La Commissione Ue promette reciprocità e poi firma l’opposto”, spiega Prandini.

Ma la preoccupazione primaria è il cambiamento climatico, detto senza troppi eufemismi. Ora a Lollobrigida non resta che spiegarlo al suo collega di governo Matteo Salvini. Quello che a Cervia l’anno scorso diceva che “d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo”, quello secondo cui gli scioglimenti dei ghiacciai “sono cicli” e “non è che perché Capezzone sgasa con la sua Golf Turbo che i ghiacciai arretrano”. Sorridevano in molti, in quei giorni, dei “folli ideologici” e dei “fanatici green”. Forse conviene che Lollobrigida lo aggiorni.

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Medici senza frontiere: Gaza è una trappola mortale

Il rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF) – una denuncia dettagliata e fondata sui fatti – getta luce su una realtà che molti preferiscono ignorare: Gaza, una prigione a cielo aperto, è diventata una trappola mortale per oltre due milioni di persone. Ogni aspetto della vita quotidiana è stato stravolto, ogni diritto negato, ogni speranza sepolta sotto le macerie di un assedio senza fine.

La devastazione umanitaria a Gaza

Secondo i dati di MSF, dall’inizio delle ostilità più recenti, più di 10.000 persone sono rimaste uccise, la maggior parte civili. I bombardamenti indiscriminati hanno colpito ospedali, scuole e mercati, violando apertamente il diritto internazionale umanitario. Le immagini che emergono dalle testimonianze di chi opera sul campo non lasciano spazio a dubbi: Gaza non è solo un teatro di guerra, ma un laboratorio di distruzione sistematica.

Il sistema sanitario è sull’orlo del collasso. MSF descrive scene che sfidano ogni principio di dignità umana: feriti gravi curati in condizioni precarie, interventi chirurgici condotti senza anestesia adeguata, e medici costretti a scegliere chi salvare a causa della carenza di risorse. Gli ospedali, che avrebbero dovuto rappresentare un rifugio sicuro, sono diventati bersagli diretti, mentre le ambulanze spesso non riescono a raggiungere i feriti a causa delle strade distrutte e dei continui attacchi.

Le infrastrutture vitali, come gli impianti di approvvigionamento idrico ed elettrico, sono state deliberate vittime dei bombardamenti. La mancanza di acqua potabile ha già innescato epidemie di malattie trasmissibili, mentre le condizioni igienico-sanitarie peggiorano di giorno in giorno. Nel frattempo, i blackout elettrici rendono impossibile la conservazione degli alimenti e il funzionamento delle apparecchiature mediche.

Ma il rapporto di MSF non si limita a documentare la catastrofe in corso. L’organizzazione richiama l’attenzione sulla responsabilità collettiva di chi potrebbe intervenire e sceglie di non farlo. Israele viene accusato di violazioni sistematiche del diritto internazionale, ma MSF sottolinea anche l’inerzia della comunità internazionale, che con il suo silenzio diventa complice. Ogni richiesta di un cessate il fuoco e di corridoi umanitari è rimasta inascoltata, mentre i convogli di aiuti vengono bloccati o ritardati alle frontiere.

La popolazione civile è intrappolata, senza alcuna possibilità di fuga. I pochi che cercano di attraversare i confini rischiano di essere colpiti o respinti. MSF riporta che più della metà delle vittime sono donne e bambini, un dato che evidenzia la natura indiscriminata della violenza. Le storie personali raccolte dai volontari sono una testimonianza della tragedia umana in atto: famiglie distrutte, bambini rimasti orfani, giovani che hanno perso ogni prospettiva di futuro.

La macchina della solidarietà internazionale, già lenta e inefficace, sembra essersi arenata del tutto. Gli aiuti che riescono a entrare nella Striscia di Gaza sono insufficienti rispetto all’enormità dei bisogni. Le scorte mediche sono esaurite, e il cibo non basta per sfamare una popolazione stremata. La situazione è resa ancora più grave dalla mancanza di coordinamento e dalla burocrazia che ostacola gli sforzi umanitari.

La responsabilità collettiva e il fallimento morale

Le conclusioni del rapporto di MSF sono inequivocabili. Non si tratta solo di una crisi umanitaria, ma di un fallimento morale e politico su scala globale. Gaza è diventata il simbolo di un mondo che tollera l’intollerabile, che chiude gli occhi di fronte alle sofferenze dei più vulnerabili. Le richieste di MSF per un cessate il fuoco immediato, l’apertura di corridoi umanitari e l’accesso illimitato agli aiuti sono un grido disperato che non può essere ignorato.

La domanda che il rapporto pone è semplice ma devastante: quanto ancora possiamo permetterci di sacrificare sull’altare della realpolitik? Gaza non è solo una questione locale, ma un banco di prova per la nostra capacità di agire in nome dell’umanità. Ogni minuto che passa senza un intervento concreto è una macchia indelebile sulla coscienza collettiva.

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Dieci anni di abusi su Gisèle, l’orrore sta nell’ordinario

Non si può parlare di Gisèle Pelicot senza rabbrividire, ma sarebbe un errore considerare la sua storia un’aberrazione isolata. Gisèle è stata drogata, abusata e filmata dal marito per un decennio: un incubo che non si è consumato nell’ombra di qualche vicolo degradato, ma tra le mura domestiche di una casa qualunque. E a infliggerle tutto questo non è stato un mostro, ma un uomo ordinario. Proprio qui sta la radice dell’orrore: non in Dominique Pelicot, ma in quei 51 uomini “normali”, padri, mariti, professionisti, che hanno abusato di una donna inerme e si sono detti innocenti. La vicenda Pelicot è uno specchio brutale: riflette una società in cui la violenza è così ordinaria da non essere riconosciuta come tale. I 51 complici non sono un’anomalia, sono la regola. Non sono mai arrivati a chiedersi se ciò che stavano facendo fosse un crimine.

Alcuni hanno persino osato scusarsi in aula, quasi che un “mi dispiace” bastasse a cancellare nove anni di stupri. E fuori dal tribunale, le pene comminate sono state accolte con sdegno: è questa la giustizia per Gisèle? “Merci Gisèle”, si leggeva sugli striscioni. Grazie per aver portato alla luce ciò che preferiamo non vedere: che il male indossa la maschera della normalità, che il patriarcato è un sistema prima che un comportamento deviante. La Francia applaude il coraggio di Gisèle, ma si accontenta di qualche condanna e di una manciata di kit antidroga nelle farmacie. Come se il problema fosse solo chimico e non culturale. La vergogna deve cambiare campo, dice Gisèle. Responsabili del ribaltamento, più che del cambiamento. Scritto così mi sembra che sia chiarissimo.

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Una destra allergica pure al Colle

Ieri la deputata di Fratelli d’Italia Ylenja Lucaselli, ospite della trasmissione Tagadà su La7, ci ha spiegato che il presidente della Repubblica secondo lei “utilizza comunque molto spesso il riferimento alla Costituzione per esprimere la propria posizione rispetto ai provvedimenti del governo, atteso che non esiste una sinistra, un’opposizione capace”. La frase è rivelatrice. La deputata meloniana ritiene evidentemente che sia prerogativa della cosiddetta “sinistra” – qualsiasi cosa voglia indicare con questo termine – attenersi alla Costituzione, come se fosse non la Carta su cui si fonda la nostra democrazia ma un libello di una precisa parte politica.

Lucaselli, che è anche relatrice della legge finanziaria, ha osservato anche che i rilievi di Mattarella siano poco significanti sui provvedimenti “se poi alla fine li firma”, per cui “evidentemente non c’è un vero problema costituzionale alla base”. Insomma, questo insolente Presidente si permette di avanzare delle osservazioni per puro spirito polemico. Forse va aggiunto anche lui alla lista di nemici presunti di cui questo governo e questa maggioranza si sentono attorniati. Noi la ringraziamo Lucaselli, soprattutto quando dice che “il riferimento da parte del presidente della Repubblica è un po’ oltre il potere”, perché in poche parole ci spiega il poco valore che questa maggioranza assegna alla Corte costituzionale e il vero motivo per cui vogliono il cosiddetto premierato.

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La resa degli ipocriti: quando la pace diventa una comoda scusa per il fallimento

«Io mi auguro che la pace si avvicini. Sono valutazioni della situazione militare sul terreno. Mi sembrava ovvio che l’Ucraina non avesse le forze per riconquistare la Crimea. Adesso l’importante è che la guerra finisca perché ci sono ancora conflitti in corso, abbiamo visto cos’è successo a Mosca, vediamo cosa succede nel Donbass, in territorio russo, in territorio ucraino. Noi lavoriamo per la pace, che sia una pace giusta, sapendo bene che la pace non può essere la resa dell’Ucraina, perché c’è stato un invasore e un Paese che è stato attaccato, però bisogna lavorare per la pace». 

Non sono le parole di un sinistro pacifista. A pronunciarle ieri è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, membro della schiera che all’inizio del conflitto riteneva la guerra elemento risolutivo dell’invasione russa in Ucraina. La dichiarazione è la ricaduta locale di ciò che ha lasciato intendere, sempre ieri, Zelensky: per come stanno le cose il Donbass e la Crimea son definitivamente perdute. 

La svolta era fin troppo facile da prevedere. Che l’Ucraina avesse davvero la possibilità di vincere la guerra contando su un sostegno reale dell’Ue e dell’Occidente era la pillola indorata dei signori delle armi che delle vite ucraine – così come delle altre sparse nel mondo – hanno pochissimo interesse. 

La «guerra giusta», la «difesa della democrazia», il «ripristino della legalità internazionale» e gli altri altisonanti principi enunciati fin qui avevano un preciso scopo: adornare le fatture delle armi vendute e profumatamente pagate. Poi il resto – le vite e le speranze delle persone – possono essere sacrificate sull’altare di un’improvvisa voglia di pace.

Buon giovedì. 

Nella foto: il presidente ucraino Zelensky e la presidente della Commissione Ue Von der Leyen

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Fra propaganda e realtà, in mezzo ci sono i numeri

Uno degli aspetti che stupisce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è l’ostinata indifferenza – se non negazione – dei dati che piovono sull’Italia quando si parla di lavoro. Ieri la Commissione europea nella “proposta sul rapporto sull’occupazione nell’ambito del Pacchetto di autunno del semestre europeo” scrive nero su bianco che il reddito familiare lordo disponibile pro capite è in una “situazione critica”. Riprendendo i dati Eurostat l’Ue racconta come il reddito degli italiani sia ulteriormente diminuito nel 2023 portandosi al 94% del valore del 2008, contro una media Ue a 111,1 (+0,6 punti dal 2022). Mentre gli altri vedevano il proprio reddito crescere dell’11% da noi si abbassava del 6%. Si legge poi che in Italia restano “importanti sfide nel mercato del lavoro”, con un tasso di occupazione al “record” del 66,3% nel 2023 ma “ancora 9 punti percentuali sotto la media Ue e “debole ma in miglioramento” e “particolarmente indietro nel sud (52,5%) e nelle isole (51,5%)”.

Si definisce “critico” il divario occupazionale di genere “senza miglioramenti significativi nell’ultimo decennio”. Tutte cose che i cittadini italiani – quelli fuori dalla cerchia ristretta dei dibattiti televisivi – sanno benissimo perché le scontano sulla propria pelle. Eppure la presidente del Consiglio e i suoi compagni di governo appaiono sconnessi, riluttanti alla realtà, perfino negazionisti. Ci deve essere dalle parti di Palazzo Chigi la freudiana convinzione che la narrazione ridisegni la realtà. Ed è strano, perché di solito la parola che genera realtà è un vezzo di scrittori e intellettuali, categorie non proprio amate da quelle parti.

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Più carbone e libertà a rischio, ecco la presidenza Ue di Varsavia

La Polonia è pronta a guidare il Consiglio dell’Unione europea, con il motto “Security, Europe!”, per i sei mesi del 2025. Un mantra che ambisce a rendere centrale la sicurezza in ogni sua declinazione: esterna, energetica, economica, informativa, alimentare, climatica e sanitaria. Almeno sulla carta. Perché dietro la retorica dei proclami ufficiali si celano contraddizioni che rischiano di trasformare questa presidenza in un esercizio di immagine piuttosto che in un progetto politico coerente.

Sicurezza esterna: retorica e pragmatismo

La Polonia si erge a paladina della sicurezza esterna, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la difesa europea e sostenere l’Ucraina nel conflitto con la Russia. Ma se Varsavia è stata in prima linea nel condannare l’aggressione russa, non si può ignorare la recente frenata sui fondi destinati a Kiev, motivata da restrizioni di bilancio. Le esitazioni sollevano domande: è questa la solidarietà europea che la Polonia intende promuovere? Inoltre, il ruolo di Varsavia nei rapporti transatlantici è ambivalente. Se da un lato ribadisce il legame con gli Stati Uniti, dall’altro le sue posizioni unilaterali in ambito europeo rischiano di minare l’unità necessaria per affrontare le sfide comuni.

Sicurezza energetica: il carbone come zavorra

Nel quadro della transizione energetica, la Polonia annuncia l’intenzione di ridurre la dipendenza dalle fonti esterne e accelerare l’adozione di tecnologie europee. Eppure, è uno dei paesi più dipendenti dal carbone, con politiche che spesso rallentano gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione. Il contrasto è evidente: mentre Bruxelles punta a un’Europa verde, Varsavia sembra ancorata a un passato fossile che ne limita l’azione. L’ambizione di abbassare i costi dell’energia per famiglie e imprese rischia di tradursi in un ulteriore incentivo al carbone, perpetuando un modello insostenibile e in contraddizione con gli impegni climatici europei.

Sicurezza economica: la politica di coesione sotto esame

La Polonia, beneficiaria netta dei fondi di coesione europei, promette di riformare il quadro finanziario pluriennale dell’UE per rafforzare la solidarietà economica tra gli Stati membri. Ma la credibilità di questa promessa vacilla di fronte alle tensioni con Bruxelles sullo stato di diritto. La recente chiusura della procedura dell’articolo 7 (un meccanismo previsto per affrontare gravi violazioni dei valori fondamentali dell’UE) non cancella le perplessità sulla tenuta democratica del paese governato da Donald Tusk, e le riforme giudiziarie controverse restano un nervo scoperto. La Polonia dovrà dimostrare che il suo impegno per la coesione non è solo una rivendicazione di risorse, ma una reale volontà di rafforzare i valori comuni dell’Unione.

Sicurezza informativa: la libertà sotto pressione

La lotta alla disinformazione è uno dei pilastri del programma polacco. Un obiettivo condivisibile, ma che rischia di perdere forza in un contesto dove la libertà di stampa è sotto pressione. Gli episodi di interferenza governativa nei media e il controllo crescente sulla narrativa pubblica rendono difficile prendere sul serio le ambizioni di Varsavia in questo ambito. La Polonia, che si presenta come baluardo contro la propaganda esterna, deve prima affrontare le derive interne che minacciano l’indipendenza dell’informazione.

Un test per l’Europa

La presidenza polacca del Consiglio Ue si presenta come un banco di prova per Varsavia. La capacità di tradurre le parole in azioni coerenti sarà cruciale per valutare il successo di questo semestre. La sicurezza, declinata in tutte le sue dimensioni, non può restare uno slogan: richiede una leadership credibile, rispettosa dei principi fondamentali dell’Unione. Se la Polonia riuscirà a superare le sue contraddizioni e ad allinearsi con gli obiettivi comuni, potrà legittimare il suo ruolo di guida. In caso contrario, il rischio è che la sua presidenza si riduca a una vetrina priva di sostanza, lasciando un’Europa più frammentata e meno sicura.

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Giornata internazionale dei migranti: tra diritti negati e opportunità mancate, oltre i numeri ci sono le vite

La Giornata internazionale dei migranti è uno specchio. Secondo l’Unicef, il 25% dei giovani italiani crede che le persone migranti siano più della metà della popolazione, mentre in realtà rappresentano solo l’8,7%. Lo scarto non è un errore, è l’effetto di una narrazione che trasforma i numeri in paura e i volti in minaccia. Una distorsione che alimenta un dibattito pubblico fatto di stereotipi, lasciando sullo sfondo le storie reali.

Tra dati e percezioni: la distorsione della realtà migratoria

Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana, ripete l’ovvio dicendo che “nessun essere umano è illegale”. Peccato che l’ovvio si scontri con la realtà dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Maria Grazia Gabrielli della Cgil li definisce luoghi dove la dignità viene calpestata, l’umanità ridotta a burocrazia. Secondo i dati forniti dalla Croce Rossa, negli ultimi cinque anni milioni di persone hanno intrapreso rotte migratorie estremamente rischiose, spinte da conflitti, disastri ambientali e crisi economiche. I Centri di permanenza, invece di rappresentare un luogo di transito dignitoso, si trasformano in una detenzione forzata. Sbarre dopo le sofferenze. 

Eppure, c’è chi vede nella migrazione un’opportunità. Sauro Rossi, segretario confederale della Cisl, insiste sulla necessità di politiche che garantiscano lavoro dignitoso e regolare. Con una crisi demografica in atto e settori strategici in sofferenza, l’inclusione diventa una questione di sopravvivenza economica. Le proposte della Cisl puntano su percorsi regolari e semplificazione burocratica ma anche su una visione di lungo periodo che superi l’emergenza. La formazione nei paesi d’origine e una gestione bilaterale dei flussi sono alcune delle misure indicate per costruire una migrazione ordinata e sostenibile.

L’indagine Unicef racconta una Generazione Z divisa: aperta alla diversità ma ancora intrappolata in un contesto discriminatorio. Il 93% dei giovani ha subito o assistito a episodi di discriminazione. Tra chi ha un background migratorio, il 36% segnala pregiudizi religiosi, il 17% discriminazioni legate al colore della pelle, il 31% alla condizione di migrante. Numeri che non chiedono solo analisi, ma azioni. La Croce Rossa sottolinea l’importanza di investire nella coesione sociale, un processo che passa dalla scuola, dai media e dai luoghi di lavoro. Tuttavia, questi interventi restano insufficienti senza una volontà politica che li sostenga.

Sul fronte politico, le risposte tardano. L’Italia ha sospeso l’esame delle domande di asilo per chi proviene dalla Siria, un Paese ancora devastato. Una decisione che, come sottolineato dalla Cgil, equivale a negare la protezione internazionale. L’Europa, dal canto suo, erige barriere più che ponti, spinta da un patto sulla migrazione che crea divisioni anziché soluzioni. Mentre si parla di “solidarietà flessibile” migliaia di persone rimangono bloccate in situazioni di incertezza giuridica e umanitaria.

Migranti, politiche mancanti e diritti sospesi: un’Europa dietro ai muri

Secondo i dati presentati dalla Croce Rossa, negli ultimi anni i conflitti e il cambiamento climatico hanno spinto milioni di persone lungo rotte migratorie sempre più pericolose. Questi flussi non sono fenomeni temporanei, ma la nuova geografia di un mondo segnato dalle disuguaglianze. L’Onu, con la Convenzione del 1990, aveva posto le basi per garantire dignità e diritti ai lavoratori migranti, ma la distanza tra gli intenti e la pratica resta abissale.

“Abbiamo bisogno di politiche coraggiose che riconoscano il contributo delle persone migranti”, ha affermato Sauro Rossi. Ma le politiche attuali sembrano più interessate a spostare il problema che a risolverlo. La sospensione delle domande di asilo e la crescente militarizzazione delle frontiere sono segnali di una visione che continua a trattare la migrazione come un’emergenza, anziché come una dinamica strutturale. Nel frattempo, i Centri di permanenza per il rimpatrio restano al centro delle critiche internazionali per le condizioni spesso disumane.

Dietro ogni statistica c’è una storia, dietro ogni storia un diritto.

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L’agente e il principe, così la spia cinese fece ingresso a Windsor

Yang Tengbo, imprenditore cinese conosciuto nei corridoi del potere londinese come Chris Yang, non era solo un uomo d’affari con agganci internazionali. Era, secondo l’accusa, un agente sotto copertura per Pechino. Il Regno Unito si ritrova, oggi, con uno scandalo che tocca le sue vene più nobili e più fragili: la famiglia reale, i governi di ieri e le maglie larghe della sua sicurezza nazionale.

È il fratello di Carlo III, il principe Andrea, ad aver fatto da ponte – o forse da varco – tra Yang e le stanze più riservate del potere. Yang aveva accesso a residenze reali come Buckingham Palace e Windsor Castle. Riceveva deleghe personali per trattare con gli investitori cinesi. Ma in un documento ora esploso in pubblico, una lettera del 2016 firmata da Dominic Hampshire, consigliere di Andrea, ha il sapore della resa: “Lei siede in cima all’albero a cui molti ambiscono”. Il tono del messaggio, però, ha un’inquietante leggerezza: “Sotto la tua guida, abbiamo trovato il modo di far entrare e uscire persone rilevanti da Windsor, senza essere notati”.

L’agente H6 e i silenzi imbarazzanti

La storia non riguarda solo il principe caduto in disgrazia. Yang, oggi 50enne, ha incontrato anche ex primi ministri come David Cameron e Theresa May. Ha guidato la sezione cinese del programma Pitch@Palace, un progetto d’élite lanciato dal duca di York per promuovere start-up, mentre la sua Hampton Group firmava contratti con l’emittente statale cinese. Vent’anni in Gran Bretagna, un visto contestato, e poi l’espulsione: nel 2023, un tribunale ha stabilito che Yang rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. Ora il velo è caduto: dietro l’imprenditore si nascondeva l’agente H6.

Yang nega ogni accusa: “Amo il Regno Unito come la mia seconda casa. Non farei mai nulla per danneggiare questo Paese,” ha dichiarato. Ma il caso, oltre le smentite, illumina un imbarazzo tutto britannico. Per anni, un presunto agente di Pechino ha coltivato rapporti con un membro della famiglia reale senza che nessuno alzasse un sopracciglio. Peggio ancora: Yang si muoveva in ambienti dove le strette di mano valgono più delle parole e dove i controlli, evidentemente, erano considerati un fastidio.

Il vuoto di sicurezza e il ruolo del principe Andrea

C’è un vizio antico che riemerge ogni volta che la storia si avvita attorno all’aristocrazia inglese. La leggerezza con cui l’establishment ha permesso a Yang di intrecciare relazioni è, ancora una volta, il risultato di una fragilità sistemica. Il sospetto è che, mentre Londra si preoccupava di guardare lontano, la minaccia fosse già dentro casa. Yang non è un caso isolato: i servizi di sicurezza britannici, negli ultimi anni, hanno più volte denunciato infiltrazioni cinesi nel sistema accademico, industriale e politico del Paese. Ma il caso del principe Andrea ha una risonanza particolare.

Parliamo di una figura già ingombrante per la Corona, un uomo già travolto dallo scandalo Epstein e costretto a dimettersi dai suoi doveri reali. Ora Andrea torna al centro di un nuovo ciclone, stavolta con implicazioni geopolitiche. Se le accuse contro Yang reggeranno, la domanda inevitabile sarà questa: come è stato possibile? Come può un uomo con legami con il Partito comunista cinese entrare ed uscire indisturbato dalle stanze più protette del Regno Unito?

Il governo britannico ha promesso controlli più stringenti. Ma l’esistenza di personaggi come Yang Tengbo è la prova di una rete d’interessi che non si fermerà facilmente. C’è un mondo fatto di connivenze, di incontri senza verbale e di porte che si aprono al di fuori dei riflettori. Ed è qui che Londra è stata infilzata come una preda ignara.

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Francia, Macron si gioca tutto sul centrista Bayrou

Settantatré anni, sei figli, una fattoria nei Pirenei e un trattore che guida ancora personalmente. François Bayrou, appena nominato primo ministro di Francia, è il simbolo di un centrismo d’altri tempi. Radicato, pragmatico e sempre a un passo dal potere senza mai possederlo del tutto. Fino a ora. Emmanuel Macron lo ha scelto come capo del governo per necessità, non certo per affinità.

L’eterno ritorno di Bayrou

Bayrou, leader del Movimento Democratico (MoDem), è uno di quei politici che sembrano sempre in procinto di scivolare nell’oblio e invece tornano puntuali quando il gioco si fa stretto. Per Macron, in un’Assemblea Nazionale frammentata, Bayrou è diventato imprescindibile. Non c’è accordo che regga senza la sua spalla centrista. Un compromesso che il presidente ha accettato a denti stretti consapevole che il suo nuovo primo ministro è tanto utile quanto scomodo. “Macron deve qualcosa a Bayrou” ha confidato un consigliere all’Eliseo. Il prezzo è una coabitazione forzata tra due protagonisti che condividono l’interesse per il potere ma poco altro.

La carriera di Bayrou è quella di un maratoneta testardo. Candidato all’Eliseo tre volte e sempre sconfitto, ha costruito il suo profilo politico nelle pieghe della Quinta Repubblica. Ministro dell’Istruzione per quattro anni negli anni ’90, fondatore del MoDem nel 2007, interlocutore privilegiato per chiunque abbia voluto stringere il centro in una Francia sempre più polarizzata. Nel 2017, fiutata la forza dell’astro nascente Macron, Bayrou si ritirò dalla corsa presidenziale per appoggiarlo. Una mossa che lo portò alla soglia del potere come ministro della Giustizia, ma il destino gli giocò un brutto scherzo: costretto alle dimissioni pochi mesi dopo per un’indagine su fondi europei. Fu allora che si disse di lui che fosse “un politico finito”. E invece eccolo qui.

Da provinciale irriducibile, Bayrou ha costruito la sua retorica politica sulla distanza dagli estremi in nome di un equilibrio che a tratti sembra più un esercizio di sopravvivenza che un progetto di governo. Lontano dalla Parigi dei tecnocrati, il suo legame con la terra dei Pirenei, dove è nato e cresciuto, è diventato il simbolo di una politica vicina alla Francia profonda. Quella Francia che Macron, con la sua élite considerata “urbana e globalista”, fatica a comprendere.

Un mediatore in un Paese polarizzato

Eppure Bayrou non è solo l’uomo del trattore. Il suo centrismo, per quanto logoro e spesso vago, è quello di un mediatore instancabile. È un uomo che conosce il mestiere, uno che sa come far parlare fra loro pezzi di un Parlamento in guerra. Lo ha dimostrato più volte, come leader di partito e come ministro, anche quando sembrava destinato a essere l’eterno secondo. È forse questa la qualità che Macron cerca disperatamente ora: un uomo capace di ricucire un tessuto politico lacerato.

I suoi primi discorsi da premier, non a caso, hanno toccato corde precise: responsabilità fiscale, riduzione del debito pubblico, rilancio del dialogo con l’opposizione ma senza concessioni agli estremi. Parole da uomo di Stato, certo. Parole che dovranno fare i conti con una Francia che si sta spostando sempre più verso i bordi dello spettro politico. Da una parte la sinistra radicale di Mélenchon, che già minaccia una mozione di sfiducia. Dall’altra il Rassemblement National di Marine Le Pen, che continua a crescere nei sondaggi mentre attende paziente l’ennesimo inciampo di Macron.

Bayrou è tornato al potere ma lo ha fatto come uomo di mediazione in un Paese che sembra aver perso ogni voglia di compromesso. La sua figura, con la sua esperienza e la sua ostinazione, è al tempo stesso un punto di forza e una fragilità per il governo francese. Macron lo sa bene: questa nomina è il sintomo di una strategia politica che si è fatta improvvisazione. Bayrou, da buon maratoneta, è abituato a correre lunghe distanze.

Per ora, il centrista con il trattore ha vinto l’ennesima battaglia. Resta da vedere se sarà in grado di governare un Paese dove l’equilibrio sembra ogni giorno più precario.

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