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Ormai non c’è più rispetto, a dispetto della Treccani

“Con tutto il rispetto”, diciamo. E in quel momento sappiamo già che stiamo per dire qualcosa di irriguardoso, offensivo, sprezzante. Il “con tutto il rispetto” è diventato il visto d’ingresso nel territorio delle nefandezze, il timbro che ci autorizza a oltrepassare la frontiera della decenza. L’Istituto Treccani ha scelto “rispetto” come parola dell’anno e forse non poteva essere più precisa nel fotografare l’ipocrisia del nostro tempo. Perché il rispetto è diventato esattamente questo: una formula vuota che usiamo come scudo per proteggerci mentre facciamo esattamente il contrario. “Col dovuto rispetto”, e poi giù a martellare. “Rispettosamente”, e poi via a demolire.

Come quei killer gentiluomini che si inchinano prima di sparare. Il rispetto è la nostra assoluzione preventiva. È la monetina che gettiamo nel cestino delle offerte prima di commettere peccato. È il “non è per fare polemica” che anticipa la polemica più velenosa. È quel “detto con rispetto” che apre la strada alle peggiori mancanze di rispetto. Siamo diventati così bravi a usare il rispetto come grimaldello per scardinare il rispetto che ormai non ci accorgiamo nemmeno più della contraddizione. Lo pronunciamo a mo’ di formula magica, come se bastasse nominarlo per essere autorizzati a dimenticarlo subito dopo. Come quei politici che prima citano la Costituzione e poi la calpestano, che invocano le istituzioni mentre le svuotano, che parlano di dialogo mentre alzano muri. È la parola trasformata in alibi. Il lasciapassare per ogni bassezza. Il salvacondotto per navigare nel mare dell’arroganza. “Con tutto il rispetto”, e poi affondiamo. Con rispetto, naturalmente.

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L’Italia si salva grazie agli stranieri, ma anche loro fanno meno figli: la fotografia del declino demografico

Il censimento Istat del 2023 conferma una tendenza ormai consolidata: l’Italia è un Paese che invecchia inesorabilmente, sostenuto a fatica dall’apporto delle persone straniere. A fine 2023, la popolazione residente in Italia è calata a 58,97 milioni di individui, con una perdita di quasi 26 mila unità rispetto all’anno precedente. Tra i dati più significativi, spicca un bambino ogni sei ultrasessantacinquenni. Una fotografia impietosa di un Paese in declino demografico, dove l’età media si è attestata a 46,6 anni, con le donne che superano gli uomini.

Il declino demografico e il ruolo delle persone straniere

Nonostante ciò, la componente straniera rappresenta un fattore stabilizzante. Il numero di residenti stranieri è cresciuto a oltre 5,25 milioni (+21,8 per mille rispetto al 2022), incidendo per quasi il 9% sul totale della popolazione. Il saldo migratorio positivo (+281 mila unità) ha di fatto rallentato il declino, ma non basta a invertire la tendenza. Anche tra gli stranieri, infatti, l’invecchiamento avanza: l’età media è salita da 36,2 a 36,8 anni. Un indicatore, questo, che riflette un generale adattamento al contesto italiano, dove la natalità è in caduta libera.

Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,20 nel 2023 (da 1,24 del 2022), con un calo che riguarda sia le italiane (1,14 figli per donna) sia le straniere (1,82, in calo rispetto all’1,86 dell’anno precedente). Anche il contributo delle madri straniere, che tradizionalmente ha rappresentato un baluardo contro il crollo delle nascite, sta perdendo forza. L’età media al parto per le donne straniere è aumentata a 29,6 anni, avvicinandosi a quella delle italiane.

Il Mezzogiorno è l’area più colpita dal calo demografico, con tassi negativi che sfiorano l’8 per mille in Basilicata. Al contrario, il Nord-ovest e il Nord-est registrano una lieve crescita, trainata dalla maggiore presenza di stranieri. Tuttavia, la quota di stranieri si concentra prevalentemente nelle grandi città del Nord, lasciando il Sud e le Isole con percentuali marginali, rispettivamente del 4,7% e del 3,9%. Un divario che amplifica le disuguaglianze territoriali e pone interrogativi sulla sostenibilità del sistema sociale nel Mezzogiorno.

Natalità in crisi: un problema che non risparmia nessuno

Nonostante i numeri allarmanti, il ruolo delle persone straniere rimane centrale per il futuro demografico ed economico del Paese. Tra il 2008 e il 2023, le nascite da genitori entrambi stranieri sono diminuite del 3,1%, mentre quelle da coppie miste sono aumentate leggermente (+1,2%). Anche questo dato sottolinea come l’integrazione non possa essere vista come una panacea, ma come un processo che richiede politiche attive e lungimiranti.

La diminuzione delle nascite è un fenomeno complesso, legato non solo alla contrazione della popolazione femminile in età riproduttiva ma anche a una crescente propensione a posticipare la maternità. L’Italia, con una fecondità media tra le più basse in Europa, si trova intrappolata in un circolo vizioso di invecchiamento e denatalità. La soluzione non può limitarsi all’incremento della natalità tramite incentivi economici: è necessaria una riforma profonda delle politiche sociali e di accoglienza.

Ma il punto sostanziale che demolisce la propaganda è che senza un contributo decisivo delle persone straniere il declino demografico sarebbe ancora più marcato. Tuttavia, l’Italia deve fare i conti con una realtà in cui anche chi arriva da Paesi con tradizioni di alta natalità finisce per adattarsi a un contesto che non offre speranze. Siamo un Paese in cui passa la voglia di fare figli. E gli slogan sulla famiglia tradizionale non risolveranno il problema.

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Poi, immagino, avrà pianto a casa

Poi, immagino, alla sera tornata a casa si sarà lasciata andare a un pianto a dirotto per essersi delusa di nuovo. Sono due anni che Giorgia Meloni si impone di essere capa di governo ma soprattutto statista. Si sforza di piacere ai salotti che contano, studia per addolcire l’irruenza che la assimila agli altri capi-macchietta del circo politico. Telefona, immagino, al suo armolinguista per correggerla quando esce dai gangheri.

Poi come ogni anno arriva Atreju e la sua inguaribile fobia di perdere presa sulla sua famiglia di Fratelli d’Italia butta via tutto il lavoro fatto. La Giorgia Meloni che piace da quelle parti è la sacerdotessa del revanscismo. Quelli la votano soprattutto per potersi togliere la soddisfazione della vendetta, per poter svelenire. Gli avversari politici sono nemici, gli elettori degli altri sono collaborazionisti del nemico e l’Italia è un trono tronfio per irridere dall’alto.

Così la presidente del Consiglio che sognava di essere uno dei maschi che la votano irrompe con un discorso politico contro Schlein, omosessuale, che «fa la battaglia partigiana sui carri allegorici del gay pride», contro Saviano «guru dell’antimafia», contro i magistrati «irragionevoli» perché non accarezzano i suoi istinti, perfino contro Romano Prodi che a 85 anni disturba ancora i suoi sogni.

Dodici mesi a coprire il livore con il fondotinta e poi basta l’odore della festa per sciogliere il trucco. Meloni si lascia andare con i suoi amici e il faticoso lavoro di mimo diventa inutile. Poi, immagino, alla sera tornata a casa si sarà lasciata andare a un pianto a dirotto per essersi delusa di nuovo.

Buon lunedì

 

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Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare – Lettera43

Da quando fu sequestrata nell’agosto 2017 per crimini inesistenti, la nave della Jugend Rettet è rimasta a marcire. Una distruzione fisica e simbolica. Che racconta di un sistema che ha deciso di colpire chi aiuta il prossimo nel timore di smascherare la propria inadeguatezza. Ma ora l’organizzazione tedesca chiede il conto allo Stato. Non è solo una questione di soldi. Ma di dignità. E di responsabilità.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare

Sette anni. Tanto è durata la paralisi di una nave che aveva un solo crimine alle spalle: salvare vite nel Mediterraneo. La storia della Iuventa, l’imbarcazione dell’organizzazione tedesca Jugend Rettet, è il racconto di un abisso morale che ha capovolto il senso di giustizia cominciato sette anni fa, quando chi tendeva una mano è stato trattato come un complice di crimini inesistenti. Ma ora il cerchio potrebbe chiudersi, lasciando emergere le responsabilità di uno Stato che ha preferito colpire chi agiva lì dove le istituzioni erano assenti.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
L’interno della Iuventa dopo anni di incuria (da X).

L’abbandono della Iuventa è il riflesso di una precisa strategia politica

Quando, il 2 agosto 2017, la Iuventa fu sequestrata dalla procura di Trapani, l’Italia si lasciava abbindolare dalla propaganda di chi dipingeva le Ong come complici dei trafficanti. Le accuse erano fragili, fondate su un castello di testimonianze raccogliticce, intercettazioni interpretate a convenienza e una narrazione tossica costruita per giustificare l’immobilismo europeo. «Taxi del mare» li chiamavano, un termine inventato quell’anno dall’allora candidato premier M5s Luigi Di Maio e che è diventato l’arsenale retorico di una politica disumanizzante. Tra i più entusiasti di questa demonizzazione c’era Matteo Salvini che oggi ritorna nella storia della Iuventa, questa volta dalla parte di chi dovrebbe rispondere.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
Luigi Di Maio e Matteo Salvini nel 2019 (Imagoeconomica).

La Iuventa è rimasta intrappolata in un limbo giuridico fino al 2024, mentre si sbriciolava sotto il peso dell’incuria. L’equipaggio? Prosciolto. Le accuse? Inesistenti. «Il fatto non sussiste», ha sentenziato il tribunale nell’aprile scorso. Eppure, mentre la giustizia si prendeva tutto il tempo per sancire l’innocenza di chi operava soccorsi in mare, la nave veniva abbandonata al degrado. Saccheggiata, trascurata, umiliata. Una perizia del 2022 aveva già denunciato i danni irreversibili: la Iuventa non era più una nave, ma un relitto. Ma cos’è successo davvero in quei sette anni? L’abbandono della nave non è solo una questione di incuria materiale: è il riflesso di una strategia politica ben precisa. Quella di criminalizzare chi osa contraddire la narrativa della fortezza Europa, chi cerca di mettere in salvo le persone migranti mentre le istituzioni scelgono l’indifferenza come politica. Ogni pezzo arrugginito della Iuventa racconta di un sistema che ha scelto di punire chi fa ciò che è giusto, per paura di smascherare la propria inadeguatezza.

L’Ong Jugend Rettet ora punta il dito contro l’autorità portuale di Trapani e il ministero dei Trasporti

Nel frattempo, il Mediterraneo continuava a inghiottire vite. E la distruzione fisica della Iuventa è diventata una distruzione simbolica: l’idea che si potesse agire per solidarietà, senza chiedere permesso, è stata colpita con metodi che ricordano più la repressione che la giustizia. È stato un messaggio chiaro a tutte le altre Ong: questo è ciò che vi aspetta se osate intervenire. Ora, Jugend Rettet chiede conto di questa distruzione. Chiede che chi aveva il dovere di custodire risponda di quella negligenza che somiglia più a una sentenza silenziosa.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
Il ponte della Iuventa (da X).

La battaglia legale punta il dito contro l’Autorità portuale di Trapani e il ministero dei Trasporti, quest’ultimo sotto la guida di Salvini. Un nome che torna, come un monito: lo stesso Salvini che è già imputato nel processo Open Arms per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. «Vogliamo risarcimenti per rendere la Iuventa di nuovo operativa», ha dichiarato Benedikt Funke, rappresentante di Jugend Rettet. Ma questa non è solo una questione di soldi. È una questione di principio. Di responsabilità. Di dignità. Dariush Beigui, ex imputato, lo ha detto chiaramente: «La nostra nave è diventata un bersaglio politico. Ora vogliamo che i responsabili della sua distruzione rispondano».

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
L’interno della Iuventa (da X).

Quel relitto è il fallimento di un sistema che preferisce affondare la solidarietà piuttosto che ammettere le sue colpe

La Iuventa non è un caso isolato, è un simbolo. Un monito di cosa accade quando lo Stato abdica al suo dovere umanitario per abbracciare la propaganda. Un relitto non è solo una nave distrutta ma il fallimento di un sistema che preferisce affondare la solidarietà piuttosto che ammettere le sue colpe. Ogni vite arrugginita è una testimonianza del cinismo con cui le istituzioni hanno trattato un progetto umanitario. E ora, con il procedimento legale in corso, si prepara a chiedere il conto. Forse, il vero insegnamento della Iuventa è che la verità non si arrende. Anche quando viene soffocata dalle sabbie del tempo, trova il modo di riemergere. Con questo processo, non si tratta solo di ottenere giustizia per una nave distrutta, ma di riaffermare il principio che salvare vite non è e non sarà mai un crimine. La storia della Iuventa è un ammonimento: mentre il mare continua a chiedere il suo tributo, c’è ancora chi combatte per riportare l’umanità dove è stata abbandonata.

Il relitto della Iuventa e il fallimento di una politica che punisce chi salva vite in mare
La Iuventa in navigazione (da X).

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La cooperazione in saldo: una legge di bilancio che tradisce il futuro

C’è una parola che si erge a vessillo e a monito nei documenti ufficiali e nei discorsi istituzionali: cooperazione. Ma, come spesso accade in Italia, il suo significato evapora tra le righe di una legge di bilancio che di cooperativo ha ben poco, relegando un pilastro della politica internazionale a una comparsa senza battute.

L’analisi di Openpolis mette a nudo questa contraddizione. L’incremento del 6,7% nelle risorse destinate alla cooperazione internazionale, sbandierato come una conquista, appare in realtà una cortina di fumo. Nel quadro dell’inflazione e della crescita prevista del reddito nazionale lordo (RNL), si tratta di un aumento che non incide e non si avvicina neanche lontanamente all’obiettivo dello 0,70% del rapporto APS/RNL promesso entro il 2030. Per metterla in termini più crudi: siamo fermi a uno sconfortante 0,27%, meno della metà del traguardo, e con una prospettiva che non lascia spazio a ottimismo.

La cooperazione mutilata: tagli e disuguaglianze che parlano chiaro

La distribuzione delle risorse, poi, è un affresco di disuguaglianze che parla chiaro. Il ministero dell’Economia e delle Finanze assorbe una fetta importante dei fondi, con un’attenzione privilegiata al canale multilaterale, mentre il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale vede una contrazione di 115 milioni di euro. È qui che emerge il paradosso: l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), il cuore operativo della politica bilaterale, viene privata di 32 milioni di euro, una mutilazione che riduce l’Italia a una comparsa sulla scena internazionale, più spettatrice che protagonista.

Questa mutilazione delle risorse è una ferita aperta che lascia il nostro Paese lontano dal panorama internazionale delle responsabilità condivise. I numeri sono impietosi: nel 2023 l’Italia si è fermata a uno sconsolante 0,27% del rapporto APS/RNL, un dato che segna un’inversione rispetto a qualunque ambizione di progresso e che condanna la cooperazione a un perenne stato di marginalità. Ogni taglio, ogni ritocco, è una rinuncia che pesa sulla credibilità internazionale e che espone il vuoto di una politica che preferisce ripiegare sul piccolo cabotaggio.

Ma non basta. Una quota rilevante delle risorse classificate come “cooperazione” viene dirottata per l’accoglienza delle persone migranti sul territorio nazionale. Una necessità, certo, ma anche una pratica che svuota di significato il concetto stesso di cooperazione allo sviluppo, trasformandolo in un paravento per spese interne. Il rischio è duplice: da un lato si tradisce il mandato di solidarietà globale, dall’altro si alimenta una narrazione fuorviante che dipinge l’Italia come leader in un campo dove, nei fatti, recita il ruolo di un comprimario.

La Campagna 070, con la sua richiesta di una roadmap vincolante, è l’unico barlume di resistenza in un panorama di disimpegno mascherato da efficienza. La roadmap richiesta non è solo un’operazione tecnica, ma una scelta etica che ricollocherebbe l’Italia nel suo ruolo naturale di mediatore e promotore di sviluppo. Eppure, questa richiesta si scontra con una sordità istituzionale che non riconosce l’urgenza di rilanciare investimenti sostenibili e capaci di creare legami duraturi con i Paesi partner.

Un Paese che si arrende: l’illusione di una solidarietà globale

Le parole di Openpolis sono un monito: “Per raggiungere gli obiettivi prefissati servirebbe più che raddoppiare gli stanziamenti nei prossimi cinque anni”. Un imperativo che cade nel vuoto di una politica che sembra aver scordato le sue ambizioni, preferendo accontentarsi di piccoli gesti simbolici che non disturbano il manovratore. È il sintomo di un Paese che ha smarrito la rotta e che si rifugia in un immobilismo travestito da cautela.

E allora viene da chiedersi: dov’è finito lo slancio di un Paese che, almeno sulla carta, si dice impegnato per uno sviluppo sostenibile globale? La risposta è tutta in quella legge di bilancio che più che un testo normativo sembra una dichiarazione di resa.

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Export di silenzio: gli affari con l’Iran prevalgono sui diritti delle donne

In Iran l’obbligo dell’hijab si è trasformato accorra una volte in un campo di battaglia per la libertà. Le donne che osano sfidare la morale imposta rischiano non solo multe salatissime e frustate ma anche la reclusione e, in alcuni casi, la pena di morte.

La legge della repressione: in Iran l’hijab come arma di controllo

La nuova legge, approvata recentemente con il nome ipocrita di “Protezione della famiglia tramite la promozione della castità e dell’hijab”, rappresenta il culmine di una strategia repressiva che ha radici profonde nel regime. Il decreto punisce con una ferocia inaudita chi promuove o si espone a comportamenti considerati “indecenti”. Le pene includono multe fino a 12.500 sterline, la detenzione fino a quindici anni e, nei casi definiti come “corruzione sulla Terra”, l’esecuzione capitale.

La spirale di oppressione si è ulteriormente intensificata dal settembre 2022, quando la protesta “Donna, Vita, Libertà” ha scosso le fondamenta del regime. Da allora il numero di esecuzioni è aumentato drammaticamente: nel 2023, Amnesty International ha documentato almeno 853 condanne a morte, il numero più alto degli ultimi otto anni. L’Iran usa il patibolo come strumento di controllo, un monito sanguinario per soffocare la resistenza.

Tra le nuove misure spicca l’articolo 37, che introduce pene severissime per chiunque condivida con entità straniere immagini o informazioni relative alla violazione delle norme sull’abbigliamento. In sostanza, le donne che si mostrano senza velo o che collaborano con media internazionali rischiano fino a dieci anni di carcere. E ancora, per chi viene accusato di “promuovere il disvelamento”, la condanna a morte è una realtà possibile.

La repressione è orchestrata con una precisione spietata. La polizia morale è tornata a pattugliare strade e spazi pubblici con il “piano Noor”, un programma nazionale che mira a garantire l’applicazione ferrea delle norme sull’hijab. In parallelo, le autorità hanno intensificato le operazioni di sorveglianza digitale, monitorando attivamente le attività online delle donne e identificando coloro che condividono contenuti considerati inappropriati. Tuttavia, nonostante il clima di paura, molte donne continuano a resistere con coraggio. Condividono video, sfidano pubblicamente le autorità e mettono in scena atti di disobbedienza che sembrano piccoli, ma che pesano come macigni.

Resistere al terrore: il coraggio delle donne contro il regime

La comunità internazionale osserva, spesso in silenzio, troppo spesso con distrazione. Amnesty International ha denunciato le violazioni come crimini contro i diritti umani, sottolineando che punire con la morte chi invia video senza velo è una barbarie senza giustificazione. Eppure l’indignazione globale è un fiume che fatica a scorrere. A fronte di risoluzioni e appelli, le azioni concrete restano scarse, lasciando le donne iraniane sole in una battaglia che richiederebbe il sostegno di una comunità globale realmente impegnata.

L’Iran non si limita a colpire il corpo delle donne ma mira a spezzarne la volontà. Ogni esecuzione, ogni arresto, è un tassello di un disegno più grande: ridurre al silenzio chiunque osi immaginare una società diversa. Nonostante ciò, la lotta delle donne iraniane è un grido che non si spegne. Le loro voci si uniscono in un coro che attraversa le frontiere, raggiungendo chi ancora crede che la libertà e la dignità siano diritti universali e inalienabili.

Nel 2023, l’interscambio commerciale tra Italia e Iran ha raggiunto i 750 milioni di euro, con 600 milioni di esportazioni italiane verso l’Iran e 150 milioni di importazioni dall’Iran. Si tratta di un incremento del 9% rispetto ai 629 milioni di euro del 2021, segnando il secondo anno consecutivo di crescita. Chissà se si troverà anche il tempo di parlare di diritti, in mezzo agli assegni. 

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Evasione e pizzo di Stato

Il direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha inviato le sue dimissioni al ministro Giancarlo Giorgetti, anticipando di un anno la naturale scadenza del suo mandato. Ruffini, in un’intervista al Corriere della Sera, afferma di non aver “mai visto pubblici funzionari come esattori di un pizzo di Stato”, spiegando il suo disagio di fronte alla “descrizione caricaturale del ruolo di direttore dell’Agenzia, come se combattere l’evasione fosse una scelta di parte e addirittura qualcosa di cui vergognarsi”.

Ruffini mette nero su bianco che la benevolenza nei confronti dell’evasione fiscale del governo non è una percezione giornalistica, ma una realtà palpabile all’interno dell’Agenzia, il polmone finanziario dello Stato. “In effetti non mi era mai capitato di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato – aggiunge -. Oppure di sentir dire che l’Agenzia delle Entrate tiene in ostaggio le famiglie, come fosse un sequestratore”. Promettere di demolire le istituzioni, sostenendo che questo sia il passo verso la completa libertà, è la favola di sfondo dei sovranisti di ogni latitudine.

La cittadinanza regalata per ius sanguinis al presidente argentino Javier Milei, l’etere spalancato a Elon Musk, la passione sfrenata per Viktor Orbán e le moine di Giorgia Meloni con Donald Trump raccontano l’attrazione di questo governo per i distruttori delle istituzioni. È la condanna di chi, anche al governo, dimostra di saper fare solo opposizione: distruggere ciò che non si riesce a governare. E chiamarla politica.

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La memoria non ha prezzo: ecco il vero risarcimento

Ci sono storie che non si accontentano di essere ricordate. Chiedono giustizia, esigono un nome, reclamano lo spazio che meritano nell’impietoso calendario della storia. Gaetano Comunale, maestro vetraio, internato e ucciso a Mauthausen nel 1944, è una di quelle. Ora, a quasi ottant’anni di distanza, il Tribunale di Firenze riconosce ai suoi eredi un risarcimento di 720 mila euro. Ma non è solo una cifra: è un segnale, un tentativo tardivo di sottrarre il suo sacrificio all’oblio.

Comunale era un operaio, non un eroe per scelta. Scioperava per la fine della guerra, per un salario che fosse dignitoso, per un domani che non avesse il sapore acre della paura. L’8 marzo 1944, insieme a 117 civili, fu strappato alla sua vetreria di Empoli. Prima Villa Triste, poi un vagone bestiame e infine Mauthausen, dove il suo nome si dissolse nel fumo delle camere a gas, come quello tanti. Morì in aprile, ucciso da quelle Schutz-Staffel che abbiamo imparato a riconoscere nelle iniziali sinistre di una sigla.

Settantanove anni dopo, quel nome torna a vibrare. La sentenza che riconosce ai suoi discendenti il diritto al risarcimento non è solo una conquista legale. È il richiamo di una memoria che rifiuta di tacere, un monito contro l’indifferenza. Non è il denaro che conta, ma l’atto di dare voce a chi l’ha persa, di restituire un frammento di giustizia a chi fu inghiottito dalla barbarie.

Ogni passo avanti nel riconoscimento del passato è una battaglia contro un presente che troppo spesso dimentica. A me sembra che la sentenza di Firenze sia anche un invito a raccontare, a non smettere di cercare. Gaetano Comunale non è solo un maestro vetraio, un internato, una vittima. È il simbolo di quella resistenza silenziosa che, ancora oggi, ci insegna a distinguere il coraggio dalla rassegnazione.

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Stangata dal nuovo Codice della strada, Pagella Politica smentisce Salvini

Il nuovo Codice della strada, pronto a entrare in vigore, scatena polemiche e perplessità. Matteo Salvini, da ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, è stato rapido nel respingere le critiche, sostenendo che non vi sarebbero “mega aumenti” nelle sanzioni, fatta eccezione per alcune categorie particolarmente sensibili come i parcheggi riservati ai disabili. Eppure ancora una volta i numeri sembrano raccontare una realtà diversa.

Dati alla mano: un giro di vite che pesa

L’analisi dei dettagli normativi, pubblicata da Pagella Politica, rivela che l’entità degli aumenti è significativa e riguarda una gamma ben più ampia di infrazioni. Per esempio, l’uso del cellulare alla guida, una delle violazioni più comuni e pericolose, subirà un incremento del 52% nella sanzione minima, passando da 165 a 250 euro. In caso di recidiva, il costo sale fino a 350 euro, con la sospensione della patente fino a tre mesi. Numeri che contraddicono nettamente l’idea di un semplice “ritocco”.

Non si tratta di un caso isolato. Le sanzioni per il superamento dei limiti di velocità subiscono anch’esse ritocchi significativi: “Chi supera i limiti di velocità con un eccesso tra i 10 e i 40 chilometri orari è già punito con una multa da 173 euro – scrive Pagella Politica -. Ma con il nuovo Codice della strada, se questa violazione è commessa all’interno di un centro abitato, e per almeno due volte in un anno, la multa sale a 220 euro e si rischia di perdere la patente per almeno 15 giorni”.

E ancora: “Crescono anche le multe per chi parcheggia la moto o l’auto vicino a un incrocio, che salgono da 25 a 87 euro e da 42 a 165 euro”. Incrementi che fanno riflettere, soprattutto se confrontati con l’inflazione corrente, che pure viene spesso usata come giustificazione per le modifiche legislative.

Salvini ha cercato di presentare il nuovo Codice come una misura “educativa”, mirata a proteggere categorie deboli e migliorare la sicurezza stradale. Ha enfatizzato le sanzioni per chi parcheggia motocicli o auto in posti riservati ai disabili: la riforma “aumenta” le sanzioni previste “rispettivamente a 165 euro e a 330 euro”. Tuttavia, questa narrazione non basta a coprire l’estensione del giro di vite, che colpisce una vasta platea di automobilisti e include infrazioni di ogni genere.

Sanzioni e retorica: chi paga davvero?

Il rischio, evidente, è che il nuovo Codice della strada venga percepito non come uno strumento per promuovere comportamenti responsabili ma come un modo per fare cassa. Un’accusa che, nel contesto attuale, pesa come un macigno. L’Italia è il paese in cui il governo sostiene di voler sostenere famiglie e imprese, eppure le stesse vengono colpite da rincari su infrazioni che spesso derivano da distrazioni più che da comportamenti dolosi.

C’è poi un’altra questione, più sottile e politica. Salvini sembra scommettere che il profumo dell’“ordine e disciplina” possa compensare il malcontento per gli aumenti. Ma la sua strategia rischia di trasformarsi in un boomerang: in un paese dove i costi della vita sono già alti e la fiducia nelle istituzioni è fragile, l’impressione di una politica che punisce senza offrire alternative concrete di miglioramento è destinata a incrinare ulteriormente il rapporto tra cittadini e istituzioni.

Il nuovo Codice della strada è un banco di prova non solo per le promesse di Salvini ma per il governo tutto. Dietro le dichiarazioni rassicuranti, resta un elenco di multe più alte e sanzioni più severe. Il dubbio che siano state sottovalutate le ripercussioni sociali di questi aumenti persiste, così come la sensazione che il racconto del ministro leghista si pieghi alla convenienza politica.

La domanda che resta sul tavolo è una: questa stretta sulle multe migliorerà davvero la sicurezza stradale o finirà per alimentare il dissenso? Salvini dovrà fare i conti non solo con i dati, ma con gli automobilisti italiani, che non sembrano molto disposti ad accettare retoriche semplicistiche. I numeri, del resto, non mentono.  

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Sì dell’Ue all’allargamento dell’area Schengen

Due giorni. Tanto è bastato per far crollare la maschera del leader della Lega. Matteo Salvini, che ha urlato la necessità di chiudere Schengen, si ritrova spettatore di un’Unione europea che non solo non gli dà ascolto, ma rilancia in direzione opposta. Bulgaria e Romania, dal primo gennaio, entreranno nell’area di libera circolazione. E sì, con il voto favorevole dell’Italia.

Salvini contro Schengen: urla in patria, silenzio a Bruxelles

L’ultima performance del Salvini ministro — quel mix di retorica e allarmismo di comodo — ha trovato il solito pubblico in patria, ma un silenzio assordante a Bruxelles. “Schengen va ripensato”, era il grido di battaglia. Ma l’Europa ha fatto orecchie da mercante, scegliendo di allargare il perimetro della libera circolazione anziché chiuderlo. Il voto del Consiglio dell’Unione europea è arrivato quasi senza intoppi: i ministri dell’Interno dei 27 Stati membri hanno dato il via libera definitivo all’ingresso di Romania e Bulgaria con una larga maggioranza. Il sostegno è stato schiacciante, con solo poche voci discordanti. Una vittoria netta per chi crede ancora in un’Europa aperta e inclusiva.

L’Italia, governata da una coalizione di destra, ha votato a favore. Una mossa che suona come una sberla politica a Salvini, ministro dei Trasporti e leader della Lega, che negli ultimi giorni aveva alzato il tiro contro Schengen, alimentando le solite paure sull’immigrazione. Non è la prima volta che il suo partito cerca di cavalcare l’onda del populismo, ma è forse una delle più clamorose sconfitte diplomatiche subite. Mentre Salvini agitava lo spauracchio del “nemico alle porte”, Romania e Bulgaria lavoravano con discrezione e serietà per soddisfare i criteri richiesti: controlli alle frontiere, lotta alla corruzione, riforme giudiziarie. Il risultato? Bruxelles ha preferito i dossier alle urla.

La decisione di allargare Schengen non è arrivata a cuor leggero. Negli ultimi anni, l’area ha subito pressioni crescenti. La pandemia ha riportato i controlli alle frontiere interne; la guerra in Ucraina ha aumentato le tensioni migratorie. Tuttavia, i ministri dell’Interno hanno scelto di guardare avanti, respingendo la retorica delle chiusure. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito il voto “un momento storico per l’Europa”. Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, ha parlato di “una vittoria per tutti i cittadini europei”. Parole che suonano come una sconfitta politica per chi, come Salvini, continua a evocare muri.

L’Italia vota sì: una sberla politica al leader della Lega

Eppure, la provocazione più grande arriva proprio dall’interno del governo italiano. Giorgia Meloni, impegnata a mantenere un fragile equilibrio tra le diverse anime della coalizione, ha scelto di sostenere l’allargamento. Salvini, così, si è trovato isolato anche a casa sua. Le ragioni del sì italiano sono chiare: il governo sa che bloccare l’accesso di Romania e Bulgaria avrebbe danneggiato gli interessi economici dell’Italia, uno dei principali partner commerciali dei due Paesi. L’allargamento di Schengen favorirà la circolazione delle merci, facilitando gli scambi e rafforzando le relazioni diplomatiche. Insomma, il pragmatismo ha vinto sull’ideologia.

Ma Salvini non demorde. Dopo il voto, ha ribadito la necessità di rivedere le regole di Schengen, accusando l’Europa di “ingenuità” di fronte alle sfide della sicurezza. È lo stesso refrain che il leader della Lega utilizza da anni, con sempre meno efficacia. L’Europa, intanto, si muove: il voto su Romania e Bulgaria è solo l’ultimo esempio di un’Unione determinata a mantenere vivo il progetto di integrazione, nonostante le difficoltà. Salvini, al contrario, sembra bloccato in un loop di slogan e paure.

Oggi, l’Italia deve fare i conti con un ministro che ha perso l’ennesima battaglia, lasciando spazio alla domanda: quanto ancora si potrà ignorare la distanza tra i proclami della Lega e la realtà di un’Europa che non si ferma Se la risposta non arriva dal governo, potrebbe arrivare presto dagli elettori.

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