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L’ossessione di Giorgia Meloni per i nemici, una paranoia politica perenne – Lettera43

Saviano, Schlein, Landini, Macron, von der Leyen, i migranti, la magistratura: la premier è sempre alla compulsiva ricerca di avversari o cospiratori che la minaccerebbero. Ogni nuova critica è una prova della sua centralità. Come se avesse un bisogno costante di vigilanza contro complotti immaginari. Due libri analizzano questa sindrome tipicamente italiana.

L’ossessione di Giorgia Meloni per i nemici, una paranoia politica perenne

Il teatro della politica italiana si arricchisce ogni giorno di nuovi protagonisti e antagonisti, ma mai come sotto il governo di Giorgia Meloni si è visto un simile carosello di nemici. L’elenco è interminabile, quasi ossessivo: un susseguirsi di figure, istituzioni e idee che la presidente del Consiglio individua come ostacoli, avversari o cospiratori. Questo atteggiamento non è soltanto una strategia politica, ma sembra rivelare un tratto più profondo, radicato nella psicologia del potere.

Un registro dei nemici vario e composito

Dagli avversari nazionali agli interlocutori internazionali, il registro dei nemici è vario e composito. Tra i più citati, Roberto Saviano, accusato di attaccarla per interesse personale; Elly Schlein, leader del Partito democratico, derisa per la sua presenza ai Pride; Emmanuel Macron, presidente francese, tacciato di neocolonialismo; e persino Ursula von der Leyen, con cui Meloni ha scelto di non collaborare per la sua rielezione alla guida della Commissione europea. Questo catalogo è talmente vasto che persino figure interne alla coalizione, come Matteo Salvini, sono entrate nel mirino della premier, segno di una visione del mondo costantemente polarizzata tra “noi” e “loro”.

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Giorgia Meloni con Emmanuel Macron (Imagoeconomica).

Protezione della propria identità

La retorica dei nemici è una caratteristica che non appartiene solo a Meloni. Come sottolinea il saggio Il cerchio della paranoia politica di Laura Bazzicalupo, lo stile paranoico è una componente ricorrente nelle dinamiche politiche. «La paranoia», scrive l’autrice, «si manifesta in una perfetta adesione a immagini ideologiche o stereotipi simbolici, che vengono assunti alla lettera. Il residuo di sé, il segreto non accettato né rappresentabile, viene trasferito sull’Altro, avvertito come totalmente esterno, diverso e minaccioso». Questo spiega come le accuse di Meloni possano apparire così feroci e personali, mentre in realtà rispondono a una necessità più profonda: proteggere la propria identità politica proiettando il kakon – la parte negativa e inaccettabile – su un nemico esterno.

Bisogno costante di vigilanza contro complotti immaginari

Richard Hofstadter, nel suo The Paranoid Style in American Politics, analizza un fenomeno simile nella storia politica statunitense, evidenziando come la paranoia politica generi un senso di urgenza e un bisogno costante di vigilanza contro complotti immaginari. Questo meccanismo è evidente anche in Italia, dove Meloni dipinge un quadro di minacce costanti: dai migranti, descritti come pericoli per l’identità culturale, alla magistratura, accusata di favorire le organizzazioni criminali con le sue decisioni. Ogni elemento della realtà viene filtrato attraverso la lente del sospetto, trasformando il dialogo politico in un campo di battaglia perenne.

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Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

Il presupposto delirante: l’esistenza di un nemico onnipresente

Il saggio di Bazzicalupo aggiunge un elemento chiave: «Il paranoico esprime una perfetta padronanza del nous, del ragionamento consequenziale. Tuttavia, questa lucidità razionale si basa su un presupposto delirante: l’esistenza di un nemico onnipresente». Meloni dimostra una capacità straordinaria nel costruire narrazioni coerenti e coinvolgenti, ma queste raccontano sempre di una minaccia esterna, da Macron a Maurizio Landini, passando per Benjamin Netanyahu e Olaf Scholz. Questa narrativa, pur essendo efficace nel consolidare il consenso, rischia di chiudere il discorso politico in un “cerchio paranoico”, dove ogni diversità o critica diventa automaticamente un attacco da neutralizzare.

Strategia deliberata o riflesso inconscio?

La domanda cruciale è: fino a che punto questa ossessione per i nemici è una strategia deliberata e fino a che punto è un riflesso inconscio? Gli studiosi della paranoia politica suggeriscono che questa dinamica è spesso radicata in un bisogno di auto-conservazione. La paranoia, infatti, agisce come uno strumento immunitario, proteggendo l’identità del leader e del suo gruppo politico dalle minacce – reali o immaginarie – che potrebbero destabilizzarla. Tuttavia, come osserva il saggista Massimo Recalcati, «una certa dose di paranoia è necessaria per la costruzione dell’identità, ma la sua radicalizzazione può portare a una cancellazione totale della parte del sé che possiede quei caratteri “nemici”».

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La premier Giorgia Meloni urla in Aula contro l’opposizione (Imagoeconomica).

Una leader intrappolata in un circolo vizioso di sospetti e accuse

Nel caso di Giorgia Meloni, questa dinamica sembra essere spinta all’estremo. Ogni nuova critica è una prova della propria centralità; ogni nuovo nemico è una conferma della propria missione. Ma come tutte le costruzioni paranoiche, anche questa rischia di implodere su se stessa, intrappolando il leader in un circolo vizioso di sospetti e accuse. Come conclude Bazzicalupo, «il cerchio paranoico è una struttura fragile, incapace di includere l’alterità e dunque destinata a crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni». L’Italia, intanto, osserva. Mentre il governo si consuma nella sua lotta contro nemici reali e immaginari, resta da vedere se la parabola di Meloni confermerà le teorie degli studiosi o troverà un modo per spezzare il cerchio della paranoia politica.

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Musk tira la volata all’estrema destra tedesca di AfD

C’è un filo rosso che lega Elon Musk e l’Alternative für Deutschland (AfD), e non è certo un mistero per chi osserva la politica tedesca e la gestione dei social media del miliardario statunitense. L’ultima uscita su X, la piattaforma un tempo conosciuta come Twitter, è un’ulteriore tessera di un mosaico che si sta delineando con preoccupante chiarezza: “Solo l’AfD può salvare la Germania”, ha scritto Musk. Una dichiarazione che ha immediatamente trovato eco nella portavoce federale del partito di estrema destra, Alice Weidel, che ha prontamente ringraziato Musk, rilanciando le sue parole e aggiungendo il link a una recente intervista in cui criticava l’ex cancelliera Angela Merkel e l’Unione europea.

Musk e AfD: un’alleanza inquietante

Non è la prima volta che Musk si trova allineato, volontariamente o meno, con l’AfD. Già ad aprile, un reportage di Deutsche Welle aveva evidenziato come il fondatore di Tesla avesse espresso simpatie per il partito, condividendo post che speravano in una vittoria elettorale dell’AfD e denunciando presunti complotti contro i suoi leader. Il sostegno, a dire il vero, è stato reciproco, anche se non privo di contraddizioni: nella cittadina di Grünheide, dove sorge la Gigafactory Tesla, l’AfD si è opposta all’espansione dello stabilimento, schierandosi al fianco di manifestanti ambientalisti.

Il rapporto tra Musk e l’AfD appare dunque complesso, ma è chiaro che il miliardario non disdegna l’uso della sua piattaforma per amplificare messaggi che risuonano con le istanze del partito di estrema destra. E non si tratta solo di un’azione priva di conseguenze: il sostegno pubblico di una figura globale come Musk contribuisce a legittimare un partito che, pur godendo di una crescente popolarità in Germania, resta fortemente contestato per le sue posizioni transfobiche, razziste e antieuropee.

Il prezzo della legittimazione: Musk e le sue responsabilità

Ma cosa spinge Musk a interagire con una forza politica che rappresenta il lato più oscuro della politica tedesca Una chiave di lettura potrebbe essere trovata nel pragmatismo opportunistico che caratterizza le sue mosse. Musk è un imprenditore che non ha mai nascosto di adattare le sue alleanze e dichiarazioni agli interessi contingenti. In Germania, l’AfD potrebbe rappresentare un alleato utile contro la burocrazia europea e le regolamentazioni ambientali che ostacolano l’espansione delle sue operazioni industriali. Un calcolo cinico, certo, ma in linea con un personaggio che ha costruito la sua immagine su dichiarazioni provocatorie e sfide alle istituzioni tradizionali.

Eppure, il legame tra Musk e l’AfD solleva interrogativi più ampi. Qual è il costo della legittimazione di una forza politica che alimenta divisioni e odii? Quali sono le responsabilità di una figura pubblica con milioni di follower quando sceglie di amplificare certe voci? Musk, che ama definirsi un innovatore visionario, sembra ignorare che l’innovazione sociale non passa per il sostegno a ideologie retrograde.

L’ultima uscita di Musk è anche un monito su come il potere dei social media possa essere usato per orientare il dibattito pubblico, spesso in modo irresponsabile. Le sue parole trovano terreno fertile in un’Europa dove le tensioni sociali ed economiche alimentano la crescita di forze populiste e di estrema destra. E mentre il miliardario continua a muoversi con disinvoltura in questo panorama, il rischio è che i suoi tweet diventino benzina sul fuoco di una Germania già scossa da divisioni profonde.

La vicenda dimostra ancora una volta che Musk non è solo un imprenditore: è anche un attore politico, consapevole o meno delle sue azioni. E se il suo sostegno all’AfD rappresenta una strategia o una semplice provocazione, poco importa. Le parole contano, e il loro peso è tanto maggiore quanto più ampia è la piattaforma da cui vengono pronunciate. In un contesto dove la posta in gioco è la coesione sociale e l’integrità democratica, le scelte di Musk non possono essere liquidate come semplici eccentricità.

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“Più potere alle lobby venatorie”: dalla Manovra un regalo ai cacciatori

Si alzano le proteste delle associazioni animaliste contro l’emendamento alla legge di bilancio targato Fratelli d’Italia. WWF Italia, Legambiente, ENPA e LAV  denunciano una svolta che definiscono pericolosa: un tentativo di consolidare un potere che privilegia interessi particolari a scapito dell’interesse collettivo.

Le modifiche introdotte non sono dettagli marginali, ma interventi che incidono profondamente su principi e diritti. La prima stabilisce che, oltre al parere scientifico dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), sia necessario consultare il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, un organo riorganizzato nel 2023 con una composizione sbilanciata a favore delle associazioni venatorie. Una scelta che mina la credibilità delle decisioni tecniche, privilegiando visioni politiche che rischiano di sacrificare specie protette sull’altare di interessi di parte.

Un emendamento che arma le lobby dei cacciatori

La seconda modifica limita drasticamente il termine per presentare ricorsi contro i calendari venatori a soli 30 giorni e include le associazioni venatorie come parti necessarie nei procedimenti. Questo significa ostacolare i ricorsi contro le attività di caccia anche in caso di evidenti irregolarità. Un attacco diretto non solo al diritto alla tutela ambientale, ma anche al principio stesso di giustizia.

WWF Italia, Legambiente, ENPA e LAV hanno denunciato questa misura in una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, definendola una violazione dei principi costituzionali e delle convenzioni internazionali come quella di Aarhus. “Per concedere tutto ai cacciatori si calpestano i fondamenti di uno Stato di diritto”, scrivono, sottolineando il rischio di una deriva che minaccia la biodiversità e la trasparenza delle decisioni pubbliche.

Questo emendamento si inserisce in un contesto più ampio, già segnato da numerose concessioni al mondo venatorio durante questa legislatura. Europa Verde lo ha definito una “vergogna assoluta”, mentre il governo lo presenta come un provvedimento “di buon senso” per regolamentare l’attività venatoria. Ma la questione è ben più profonda: è una questione di equilibrio tra tutela dell’ambiente e pressioni lobbistiche.

Giustizia ambientale sotto attacco

Il rischio è quello di trasformare specie vulnerabili in bersagli legittimi e di compromettere l’immagine dell’Italia sul piano internazionale, dove già pendono procedure d’infrazione per il mancato rispetto delle normative europee. Le associazioni ambientaliste mettono in guardia: la politicizzazione delle decisioni tecniche non è solo un errore, ma un pericolo che minaccia la stessa integrità degli habitat naturali.

L’esame della legge di bilancio prosegue, ma il messaggio è chiaro: questo emendamento rappresenta un punto di non ritorno per la gestione della fauna selvatica e per il rispetto delle norme ambientali. Le proteste delle associazioni animaliste non sono solo una reazione, ma un richiamo alla responsabilità collettiva di difendere i diritti degli animali e dell’ambiente.

Il futuro dell’emendamento dipende ora dal confronto parlamentare, ma la mobilitazione delle associazioni continua, con la speranza che il Presidente della Repubblica e i rappresentanti delle istituzioni ascoltino l’appello. “Si tratta del sesto provvedimento di modifica pro-caccia della Legge 157/92 dall’inizio della legislatura, una vera e propria ossessione di cui già paghiamo tutti le conseguenze. – dichiarano le associazioni – Un simile scenario si è infatti già verificato dopo l’approvazione della Legge di Bilancio 2022, quando furono introdotte modifiche alla Legge sulla caccia, con conseguente avvio della procedura di infrazione europea per violazione della Direttiva Uccelli, che è ancora attiva”. 

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Tra Tony Effe e Ghali: due pesi e due censure

La presunta censura del cantante Tony Effe, chiamato e poi ricusato per il capodanno a Roma, è la notizia perfetta per confezionare una pagina che non si sporca troppo le mani. Pare di capire che tutti siano d’accordo sul fatto che i testi delle canzoni del rapper siano piuttosto ributtanti quando descrivono le donne. Poi ci sono quelli che fanno notare come sia difficile parlare di censura per uno che spopola sui social e che, nel giro di qualche ora, ha trovato, sempre a Roma, un palazzetto in cui esibirsi. C’è chi chiede di non affidare un ruolo pedagogico agli artisti e invece parla di vera e propria censura. Poi ci sono i colleghi artisti che ne prendono le difese e quelli che ne prendono le distanze, secondo una geografia più di case di produzione che di ideali.

C’è il capolavoro politico, questo sì, di un’amministrazione comunale che invita un cantante e poi ci ripensa. L’amministrazione romana è riuscita nell’arduo compito di fare apparire perfino il prossimo Sanremo a trazione sovranista come un luogo di libertà. C’è un fatto però di cui si parla troppo poco. Gli attestati di solidarietà e di vicinanza verso Tony Effe non si sono visti quando a essere stati censurati erano Ghali e Dargen.

I due si erano messi in testa di parlare di Gaza e di migranti. Sono stati travolti dalla bava sovranista che (ovviamente) li ha accusati di voler “fare politica” invece di fare i cantanti, come se non fossimo tutti animali politici in ogni nostra scelta, anche la più apparentemente insignificante. In quel caso, il mondo della musica italiana è stato colto da un curioso moto di timidezza. I due artisti hanno incassato il fango di una parte politica e il silenzio dei colleghi.

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Rimane la sconfitta politica

Nonostante l’assoluzione, Matteo Salvini torna a casa con in tasca una sconfitta politica che non potrà negare a lungo. Dal punto di vista umanitario, un ex ministro dell’interno convinto che lasciare galleggiare in mezzo al mare dei disperati per giorni potesse risolvere il problema delle migrazioni è un’onta conosciuta oggi a livello internazionale. Il cattivismo per scoraggiare l’affollamento delle rotte migratorie non funziona e non funzionerà mai con gente che ha nel Mediterraneo l’unica rotta per poter sperare di salvarsi.

Si potrebbe dire che tutto questo non interessi ai suoi elettori e ai suoi compagni di partito. È vero. Ma il Salvini custode dei confini è un’occasione persa che non si ripeterà mai più. Il Viminale Salvini l’ha perso per sempre quando Giorgia Meloni ha deciso di relegarlo al ministero dei Trasporti regalandogli il ponte come illusorio giocattolo per tenerlo a bada. Salvini ieri ha politicamente perso perché i suoi alleati hanno preferito addirittura il suo capo di gabinetto al ministero dell’interno.

Ma anche sul campo del vittimismo il leader leghista non ha troppo spazio di manovra. Quando si tratta di rivendersi come custode della patria contro nemici più o meno immaginari Giorgia Meloni gli è irraggiungibile. Salvini è assolto ma è una vittoria languida che durerà il tempo di un paio di brindisi. Passate le feste nella Lega e nel governo stanno già preparando l’imboscata contro di lui. E in quel caso non sarà possibile fare appello.

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Cassazione e Ue: la giustizia smonta i decreti “illegali” del governo

Il governo Meloni ha provato a mettere un bavaglio ai giudici e un argine alle contestazioni sul fronte migranti. Non sta andando benissimo. Le brutte notizie continuano ad arrivare, puntuali, dalla giustizia italiana e da quella europea. La prima, devastante per la narrativa del governo, arriva dalla Cassazione, che smonta pezzo per pezzo la teoria dell’intoccabilità delle liste dei “Paesi sicuri”.  

“Non spetta ai giudici decidere se un Paese è sicuro”, è stata la linea della maggioranza. Eppure, con una sentenza che non lascia spazio a interpretazioni, la Suprema Corte chiarisce che il potere di verifica dei magistrati non può essere soffocato da decisioni governative. La nozione di “Paese sicuro” è giuridica, non politica: una distinzione che il governo ha cercato di manipolare per blindare le proprie scelte. La Cassazione, citando anche la Corte di giustizia dell’Unione europea, ribadisce che il giudice può e deve disapplicare un decreto che contrasti con i criteri europei.  

La seconda stangata arriva direttamente dalla Corte di giustizia Ue, che dichiara inefficace la sospensione unilaterale dell’Italia sui trasferimenti di richiedenti asilo previsti dal trattato di Dublino. La manovra, vestita di motivazioni tecniche, è stata smascherata per quello che è: una violazione delle regole comuni.  

Il governo continua a distinguersi per una non invidiabile capacità di scrivere leggi illegali. Vengono promesse, date in pasto ai loro elettori e irrimediabilmente poi si sfaldano. Un capolavoro. 

Buon venerdì. 

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Allarme Coldiretti sui danni del clima, un messaggio pure per il governo

All’assemblea nazionale di Coldiretti, la più grande organizzazione agricola italiana e d’Europa (vicina al governo Meloni), non hanno voglia di scherzare. Alla presenza del segretario generale e del presidente di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo ed Ettore Prandini, vengono snocciolati il bilancio dell’annata nei campi e i danni della crisi climatica.
Sono saliti a 9 miliardi di euro i danni causati nel 2024 dai cambiamenti climatici e dalle epidemie all’agricoltura italiana, con un impatto dirompente sui redditi delle imprese, già alle prese con i problemi causati dalla concorrenza sleale delle importazioni dall’estero e dagli elevati costi di produzione.

Danni climatici e crisi agricola: un settore in ginocchio

Siccità e maltempo hanno devastato le produzioni agricole da Nord a Sud con cali a doppia cifra per alcune produzioni simbolo della Dieta mediterranea, così cara al ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, che, pietrificato, segue i lavori in platea. Il grano segna un -20%, e il rinomato olio d’oliva italiano crolla del -32%. La siccità ha pesato anche sulla produzione di vino, in calo del 13% rispetto alla media produttiva degli ultimi anni. Sono in diminuzione anche la produzione di riso e di nocciole. Ai “flagelli del clima” – come li chiamano da queste parti – si aggiungono gli effetti delle epidemie che hanno colpito le stalle italiane, dalla peste suina africana alla lingua blu, fino all’aviaria, con centinaia di migliaia di animali abbattuti.

In Italia, il numero delle aziende di agricoltura, silvicoltura e pesca è calato per la prima volta sotto la soglia delle 700mila unità. Per questo, dicono da Coldiretti, serve un “intervento urgente a sostegno del settore”. Non basta la recente decisione della Commissione europea di modificare il regolamento “de minimis” per il settore agricolo, gli aiuti di piccola entità che non hanno alcun impatto sugli scambi nel mercato unico, alzando la soglia ad azienda (da 25mila a 50mila euro in tre anni) e dando la possibilità agli Stati di erogarli senza doverli notificare alla Commissione, evitando il rischio di procedure di infrazione per distorsioni della concorrenza. “Per garantire quella sovranità alimentare europea che la Presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha annunciato di voler porre alla base del suo secondo mandato, occorre intervenire – sottolinea Coldiretti – sulle risorse della Politica agricola comune, assicurando che esse vadano solo ai veri agricoltori”.

Tra allarmi ignorati e risposte insufficienti

Da queste parti sanno bene che “la perdita di ogni metro quadrato di produzione agricola europea e la sua sostituzione hanno effetti negativi – conclude Coldiretti – anche dal punto di vista dell’ambiente e della salute, con un aumento delle emissioni, un arretramento dei presidi ambientali e civici, e minori sicurezze per i nostri cittadini”. Il record storico di 70 miliardi di esportazioni segnati quest’anno non rassicura l’associazione di categoria. L’accordo dell’Ue con Mercosur viene visto come un pericolo per la filiera italiana. “La Commissione Ue promette reciprocità e poi firma l’opposto”, spiega Prandini.

Ma la preoccupazione primaria è il cambiamento climatico, detto senza troppi eufemismi. Ora a Lollobrigida non resta che spiegarlo al suo collega di governo Matteo Salvini. Quello che a Cervia l’anno scorso diceva che “d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo”, quello secondo cui gli scioglimenti dei ghiacciai “sono cicli” e “non è che perché Capezzone sgasa con la sua Golf Turbo che i ghiacciai arretrano”. Sorridevano in molti, in quei giorni, dei “folli ideologici” e dei “fanatici green”. Forse conviene che Lollobrigida lo aggiorni.

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Medici senza frontiere: Gaza è una trappola mortale

Il rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF) – una denuncia dettagliata e fondata sui fatti – getta luce su una realtà che molti preferiscono ignorare: Gaza, una prigione a cielo aperto, è diventata una trappola mortale per oltre due milioni di persone. Ogni aspetto della vita quotidiana è stato stravolto, ogni diritto negato, ogni speranza sepolta sotto le macerie di un assedio senza fine.

La devastazione umanitaria a Gaza

Secondo i dati di MSF, dall’inizio delle ostilità più recenti, più di 10.000 persone sono rimaste uccise, la maggior parte civili. I bombardamenti indiscriminati hanno colpito ospedali, scuole e mercati, violando apertamente il diritto internazionale umanitario. Le immagini che emergono dalle testimonianze di chi opera sul campo non lasciano spazio a dubbi: Gaza non è solo un teatro di guerra, ma un laboratorio di distruzione sistematica.

Il sistema sanitario è sull’orlo del collasso. MSF descrive scene che sfidano ogni principio di dignità umana: feriti gravi curati in condizioni precarie, interventi chirurgici condotti senza anestesia adeguata, e medici costretti a scegliere chi salvare a causa della carenza di risorse. Gli ospedali, che avrebbero dovuto rappresentare un rifugio sicuro, sono diventati bersagli diretti, mentre le ambulanze spesso non riescono a raggiungere i feriti a causa delle strade distrutte e dei continui attacchi.

Le infrastrutture vitali, come gli impianti di approvvigionamento idrico ed elettrico, sono state deliberate vittime dei bombardamenti. La mancanza di acqua potabile ha già innescato epidemie di malattie trasmissibili, mentre le condizioni igienico-sanitarie peggiorano di giorno in giorno. Nel frattempo, i blackout elettrici rendono impossibile la conservazione degli alimenti e il funzionamento delle apparecchiature mediche.

Ma il rapporto di MSF non si limita a documentare la catastrofe in corso. L’organizzazione richiama l’attenzione sulla responsabilità collettiva di chi potrebbe intervenire e sceglie di non farlo. Israele viene accusato di violazioni sistematiche del diritto internazionale, ma MSF sottolinea anche l’inerzia della comunità internazionale, che con il suo silenzio diventa complice. Ogni richiesta di un cessate il fuoco e di corridoi umanitari è rimasta inascoltata, mentre i convogli di aiuti vengono bloccati o ritardati alle frontiere.

La popolazione civile è intrappolata, senza alcuna possibilità di fuga. I pochi che cercano di attraversare i confini rischiano di essere colpiti o respinti. MSF riporta che più della metà delle vittime sono donne e bambini, un dato che evidenzia la natura indiscriminata della violenza. Le storie personali raccolte dai volontari sono una testimonianza della tragedia umana in atto: famiglie distrutte, bambini rimasti orfani, giovani che hanno perso ogni prospettiva di futuro.

La macchina della solidarietà internazionale, già lenta e inefficace, sembra essersi arenata del tutto. Gli aiuti che riescono a entrare nella Striscia di Gaza sono insufficienti rispetto all’enormità dei bisogni. Le scorte mediche sono esaurite, e il cibo non basta per sfamare una popolazione stremata. La situazione è resa ancora più grave dalla mancanza di coordinamento e dalla burocrazia che ostacola gli sforzi umanitari.

La responsabilità collettiva e il fallimento morale

Le conclusioni del rapporto di MSF sono inequivocabili. Non si tratta solo di una crisi umanitaria, ma di un fallimento morale e politico su scala globale. Gaza è diventata il simbolo di un mondo che tollera l’intollerabile, che chiude gli occhi di fronte alle sofferenze dei più vulnerabili. Le richieste di MSF per un cessate il fuoco immediato, l’apertura di corridoi umanitari e l’accesso illimitato agli aiuti sono un grido disperato che non può essere ignorato.

La domanda che il rapporto pone è semplice ma devastante: quanto ancora possiamo permetterci di sacrificare sull’altare della realpolitik? Gaza non è solo una questione locale, ma un banco di prova per la nostra capacità di agire in nome dell’umanità. Ogni minuto che passa senza un intervento concreto è una macchia indelebile sulla coscienza collettiva.

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Dieci anni di abusi su Gisèle, l’orrore sta nell’ordinario

Non si può parlare di Gisèle Pelicot senza rabbrividire, ma sarebbe un errore considerare la sua storia un’aberrazione isolata. Gisèle è stata drogata, abusata e filmata dal marito per un decennio: un incubo che non si è consumato nell’ombra di qualche vicolo degradato, ma tra le mura domestiche di una casa qualunque. E a infliggerle tutto questo non è stato un mostro, ma un uomo ordinario. Proprio qui sta la radice dell’orrore: non in Dominique Pelicot, ma in quei 51 uomini “normali”, padri, mariti, professionisti, che hanno abusato di una donna inerme e si sono detti innocenti. La vicenda Pelicot è uno specchio brutale: riflette una società in cui la violenza è così ordinaria da non essere riconosciuta come tale. I 51 complici non sono un’anomalia, sono la regola. Non sono mai arrivati a chiedersi se ciò che stavano facendo fosse un crimine.

Alcuni hanno persino osato scusarsi in aula, quasi che un “mi dispiace” bastasse a cancellare nove anni di stupri. E fuori dal tribunale, le pene comminate sono state accolte con sdegno: è questa la giustizia per Gisèle? “Merci Gisèle”, si leggeva sugli striscioni. Grazie per aver portato alla luce ciò che preferiamo non vedere: che il male indossa la maschera della normalità, che il patriarcato è un sistema prima che un comportamento deviante. La Francia applaude il coraggio di Gisèle, ma si accontenta di qualche condanna e di una manciata di kit antidroga nelle farmacie. Come se il problema fosse solo chimico e non culturale. La vergogna deve cambiare campo, dice Gisèle. Responsabili del ribaltamento, più che del cambiamento. Scritto così mi sembra che sia chiarissimo.

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Una destra allergica pure al Colle

Ieri la deputata di Fratelli d’Italia Ylenja Lucaselli, ospite della trasmissione Tagadà su La7, ci ha spiegato che il presidente della Repubblica secondo lei “utilizza comunque molto spesso il riferimento alla Costituzione per esprimere la propria posizione rispetto ai provvedimenti del governo, atteso che non esiste una sinistra, un’opposizione capace”. La frase è rivelatrice. La deputata meloniana ritiene evidentemente che sia prerogativa della cosiddetta “sinistra” – qualsiasi cosa voglia indicare con questo termine – attenersi alla Costituzione, come se fosse non la Carta su cui si fonda la nostra democrazia ma un libello di una precisa parte politica.

Lucaselli, che è anche relatrice della legge finanziaria, ha osservato anche che i rilievi di Mattarella siano poco significanti sui provvedimenti “se poi alla fine li firma”, per cui “evidentemente non c’è un vero problema costituzionale alla base”. Insomma, questo insolente Presidente si permette di avanzare delle osservazioni per puro spirito polemico. Forse va aggiunto anche lui alla lista di nemici presunti di cui questo governo e questa maggioranza si sentono attorniati. Noi la ringraziamo Lucaselli, soprattutto quando dice che “il riferimento da parte del presidente della Repubblica è un po’ oltre il potere”, perché in poche parole ci spiega il poco valore che questa maggioranza assegna alla Corte costituzionale e il vero motivo per cui vogliono il cosiddetto premierato.

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