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Aumenti beffa ai pensionati, dieci grammi di pane al dì

Non le costosissime carceri deserte in Albania, né le scazzottate tra Lega e Forza Italia sul canone che non deve disturbare la famiglia Berlusconi, né la lista della spesa dei nuovi reati: se c’è un’immagine che fotografa il Paese impantanato, sono le pensioni minime, appiglio vitale di un’Italia sempre più vecchia e con sempre meno servizi sanitari pubblici. Qualche settimana fa, nella bozza della legge finanziaria, si parlava di un aumento di tre euro, portando le pensioni minime a 617,77 euro, una cifra per mettere insieme il pranzo con la cena, trascinandosi come peso in un Paese in cui figli e genitori diventano welfare gli uni per gli altri in mancanza di protezione e cura dello Stato. Poi qualcuno deve aver pensato che tre euro fossero troppi e quindi, da gennaio, l’aumento sarà di 1,80 euro al mese. Sono trecento grammi di pane in più da dividere in un mese, 10 grammi al giorno.

È il tozzo di pane non figurato. Forza Italia (ma non solo), da anni, a ogni tornata elettorale, promette pensioni minime da mille euro per tutti, secondo il verbo che fu di Silvio Berlusconi. Ai tempi d’oro, c’era anche la promessa di una dentiera gratis per tutti “i nostri nonni”, come li chiamava Silvio. Con l’aumento delle pensioni minime, i nonni dovranno vivere almeno altri 25 anni per comprarsene una. I giovani traditi dal mercato del lavoro con salari bloccati, gli anziani in fila per il loro tozzo di pane, il ceto medio stangato dall’aumento delle tasse. Non ci vuole troppa fantasia per comprendere a chi giova la legge di bilancio, basta escludere le categorie punite. Niente nonni, dunque, nella famiglia tradizionale che si vuole preservare. Né nipoti, né cittadini medi. E, se finirà il pane, qualcuno dirà di distribuire le brioche.

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Tra Tajani e Salvini è guerra, e Meloni si arrocca sui fedelissimi

Giorgia Meloni aveva fretta. Stringe il tempo del probabile rinvio a giudizio della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, e la priorità era quella di sostituire subito il ministro degli Affari europei e del Pnrr, Raffaele Fitto, neo commissario a Bruxelles alla corte di von der Leyen.

Evitare il rimpasto era l’imperativo della presidente del Consiglio, soprattutto in queste settimane in cui Tajani e Salvini se le stanno dando di santa ragione, inficiando la parvenza di maggioranza compatta che per Meloni è fondamentale per concimare la sua autorevolezza.

Forza Italia ha timidamente provato a chiedere la poltrona in virtù della crescita alle ultime tornate elettorali. Da Palazzo Chigi fanno notare che ,al massimo, avrebbe dovuto essere la Lega a cedere qualcuno dei suoi posti. Per qualche giorno si è coltivata l’idea di mettere al ministero un tecnico, qualsiasi cosa significhi. Il ragionamento era semplice: un nome ben visto dall’Ue avrebbe contribuito alla narrazione di Meloni moderata ed europeista, un altro passo per rendere potabile il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (Ecr) nel consesso dei grandi d’Europa.

Ma alla fine a vincere sono le fobie. La presidente del Consiglio si sente assediata perfino dai suoi alleati, vede complotti dappertutto. Si opta per la fedeltà come primo merito, ingrediente immancabile del sovranismo contemporaneo. Così Con Fitto a Bruxelles  Tommaso Foti diventa ministro. “Masino” è meloniano fino al midollo, bravo a mostrarsi istituzionale quando non gli scappa una mascherina con la scritta “Boia chi molla” e quando non rinnega il 25 aprile per eccesso di euforia. “Tra le migliori risorse di cui Fratelli d’Italia dispone oggi”. Non ne dubitiamo.

Buon martedì.

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Quando il mare si alza, chi paga La sfida delle isole del Pacifico contro gli inquinatori globali

Non è solo una questione di sopravvivenza. Le isole del Pacifico, i luoghi che rischiano di sparire sotto il mare gonfiato dai gas serra dei giganti industriali, hanno deciso di puntare il dito. Non con le armi, ma con la legge. Vanuatu, l’arcipelago che i modelli climatici predicono sarà sommerso entro pochi decenni, è al centro di un processo che potrebbe cambiare il modo in cui il mondo definisce il cambiamento climatico: responsabilità giuridica, non più un generico “problema globale”.

La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha aperto oggi audizioni che nessuno può permettersi di ignorare. Non si tratta di una querelle accademica, ma della domanda più scomoda del nostro tempo: gli Stati che inquinano possono essere considerati legalmente responsabili dei danni climatici? La risposta, se arriverà, sarà il risultato di un’iniziativa lanciata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su richiesta proprio di Vanuatu. Sono stati necessari anni di lobbying internazionale per ottenere quel voto, che ora porta la questione davanti ai 15 giudici dell’Aia.

Il parere che uscirà da queste udienze non sarà tecnicamente vincolante, ma sarebbe superficiale sottovalutarne il potenziale impatto. Negli anni, i pareri consultivi della CIG hanno tracciato linee rosse per le dispute territoriali, definito i contorni delle violazioni dei diritti umani, e ora potrebbero aprire la strada a cause climatiche che non sarebbero più un’utopia. Potremmo trovarci, a breve, in un mondo in cui gli Stati più colpevoli di emissioni devono rispondere non solo ai propri elettori, ma anche ai tribunali internazionali.

Chi paga il conto del riscaldamento globale

La partita non è solo giuridica. È politica, economica, e profondamente morale. Quando la Cina e gli Stati Uniti – i due più grandi emettitori di gas serra al mondo – si presentano all’Aia, è chiaro che la posta in gioco è enorme. Le nazioni del Pacifico, spesso liquidate come vittime passive, ribaltano la narrativa. Non chiedono elemosina, ma riconoscimento: il danno che subiscono è conseguenza diretta delle emissioni altrui. Non è fatalismo, ma causalità scientifica.

Gli ultimi report dell’IPCC parlano chiaro: il livello del mare è salito di circa 21-24 cm dal 1900 a oggi, con un’accelerazione negli ultimi trent’anni. Per nazioni come Vanuatu, questo significa non solo perdere terra, ma anche acqua potabile, biodiversità, economie. La vita quotidiana di chi vive in queste isole è già segnata da eventi climatici estremi che diventano più frequenti e devastanti. Eppure, i finanziamenti promessi dai Paesi ricchi – come i famosi 100 miliardi di dollari annui per il clima – restano una promessa. L’Ocse ha certificato che quella cifra non è mai stata raggiunta, un altro tassello di un sistema costruito sulla retorica.

Le promesse infrante della diplomazia

L’Accordo di Parigi del 2015, celebrato come il punto di svolta per la lotta al cambiamento climatico, non prevede meccanismi di enforcement. Chi inquina e non rispetta gli impegni può farlo impunemente. La CIG, con il suo parere, potrebbe colmare questo vuoto, fornendo un quadro giuridico che altri tribunali – nazionali e internazionali – potrebbero adottare.

Dietro le quinte, però, si intravede il nervosismo. Stati Uniti, Cina e persino l’Unione europea non amano l’idea di trovarsi accusati per inazione o per politiche climatiche troppo lente. Eppure, negare che esista una responsabilità giuridica rischia di indebolire ulteriormente la credibilità di quei Paesi che si autoproclamano leader nella transizione verde. Come puoi dichiararti “campione del clima” quando rifiuti persino di affrontare un tribunale?

L’orizzonte del 2025

Il parere consultivo della CIG arriverà, con ogni probabilità, nel 2025. Ma non sarà la fine. È solo il primo capitolo di una battaglia legale che potrebbe durare decenni. Intanto, il mondo continuerà a bruciare: 2024 potrebbe essere l’anno più caldo mai registrato, spinto da El Niño e dall’aumento continuo delle emissioni di CO₂. Le persone migranti climatiche – termine che oggi sembra ancora troppo astratto – potrebbero raggiungere i 1,2 miliardi entro il 2050, secondo un rapporto della Banca Mondiale.

Ecco perché il caso delle isole del Pacifico non riguarda solo loro. Riguarda tutti. Se un giorno ci sarà giustizia climatica, sarà grazie a quelle nazioni che, nonostante la fragilità geografica e politica, hanno deciso di sfidare il mondo intero. Vanuatu e le altre isole del Pacifico non stanno chiedendo il permesso di sopravvivere. Stanno reclamando un diritto. E se vinceranno, sarà un precedente che nessun inquinatore potrà ignorare.

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Joe Biden: grazia a Hunter, ma chi grazierà la sua credibilità?

Nelle ultime settimane prima del passaggio di consegne alla Casa Bianca, il presidente uscente Joe Biden ha sentito l’impellente necessità di concedere l’uso di mine antiuomo all’Ucraina, dimenticando come gli Stati Uniti abbiano speso un miliardo di dollari per toglierle in luoghi come Iraq, Afghanistan, Vietnam, Laos e Cambogia.

Ieri Biden ha deciso di usare i suoi poteri residuali per dare la “grazia piena e incondizionata” a suo figlio Hunter, spiegando di averlo fatto per “ragioni politiche”. «Attraverso lui – ha spiegato – volevano spezzare me. Quando è troppo, è troppo».

Il figlio del presidente rischiava oltre vent’anni di carcere dopo essere stato dichiarato colpevole per possesso illegale di arma e per avere mentito all’Fbi e, in un altro processo in California, per frode finanziaria.

Hunter Biden è da tempo nel mirino della propaganda trumpiana, dipinto come connivente con la Cina e l’Ucraina (accuse che si sono rivelate infondate), nonché dedito a riti satanici e ad altre sciocchezze. Hunter Biden però è anche stato giudicato colpevole da due diversi tribunali statunitensi.

«Nessuna persona ragionevole – ha scritto il presidente Biden in una nota – che guarda ai fatti dei processi a Hunter può arrivare a una conclusione diversa da quella che sia stato preso di mira perché è mio figlio, e questo è sbagliato». Il presidente, quindi, ha ritenuto che il suo ruolo politico valesse come ultimo grado di giudizio, confondendo la giustizia con la politica.

Biden, quindi, ha fatto ciò che si teme possa fare Trump. L’indelebile ricordo lo pagheranno i Dem.

Buon lunedì.

Nella foto: Hunter e Joe Biden, 2009

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Punire o rieducare? La lezione di una madre ai politici che giocano con le leggi

C.G. ha compiuto da poco 18 anni. La sera del 16 ottobre, di fronte al bar Mediterraneo di Sorrento, è caduto vittima di un agguato. Sei ragazzi l’hanno aggredito alle spalle e, quando è caduto a terra, lo hanno riempito di calci e pugni. Ha rischiato di perdere un occhio; gli hanno frantumato la mandibola, uno zigomo e alcuni nervi; ha perso un dente.

C.G. quella sera è tornato a casa. I suoi genitori l’hanno visto rientrare con il cappuccio della felpa che gli nascondeva il viso e solo al mattino hanno scoperto la faccia sfigurata del figlio. Trasportato d’urgenza in ospedale, vi è rimasto per più di un mese. I medici parlano di danni permanenti.

La colpa di C.G. è stata quella di difendere un amico dal bullo del posto. Questioni di ex fidanzate, “ragazzate”, si scriverebbe negli articoli frettolosi. Qui il morto non c’è stato per poco, ma i morti in Campania e gli episodi di violenza giovanile si ripetono negli ultimi mesi.

La madre del ragazzo, Alessandra, intervistata da Vincenzo Iurillo del Fatto Quotidiano, alla domanda se ritiene troppo flebili gli arresti domiciliari degli aggressori di suo figlio, risponde: “Sui provvedimenti non ho rimproveri da fare. Da mamma mi sentirò tranquilla solo quando questi ragazzi saranno rieducati e capiranno il male che ci hanno fatto. Ho tanta speranza che siano recuperabili”.

Mentre il governo invoca nuovi reati e più punizioni, la madre di una vittima ricorda il dovere costituzionale della riabilitazione. Siamo in un tempo in cui le vittime sono più lucide dei governanti. E questo è tutto.

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Modena Today su “A casa loro”

Venerdì 29 novembre alle 21 al Teatro Troisi di Nonantola è in programma “A casa loro”, monologo teatrale sull’immigrazione che fa parte del del Festival della Migrazione 2024 Europa-Africa andata e ritorno. Partendo da inchieste, interviste e documentazione delle ONG Internazionali, Giulio Cavalli e Nello Scavo, reporter internazionale di “Avvenire”, raccontano la tratta degli esseri umani che ogni giorno si consuma attraverso l’Africa e il Mediterraneo, fino alle nostre coste. 

“Siamo lieti – commenta l’Assessora Ileana Borsari – di ospitare a Nonantola la IX Edizione del Festival della Migrazione 2024 Europa-Africa  andata e ritorno: le storie e i cammini che rigenerano l’Italia. Il Festival si pone l’obiettivo ambizioso di trasformare la narrazione della migrazione, in  particolare mette in luce il contributo delle comunità migranti all’economia, alla cultura e alla società italiana.  Il Festival non è solo un’occasione di riflessione accademica e istituzionale, ma offre anche appuntamenti di grande impatto. Venerdì 29 novembre  – conclude l’Assessora con deleghe a Servizi sociali, Associazionismo, Pace ed intercultura –  è in programma il primo evento. Attraverso inchieste, interviste e documentazioni raccolte da ONG internazionali, il monologo teatrale “A casa loro” racconta le stori di chi affronta la tratta degli esseri umani, attraverso l’Africa e il Mediterraneo”. 

Un’opera scritta e interpretata da Giulio Cavalli, insieme a Nello Scavo, reporter internazionale di “Avvenire” che ci invita a riflettere sulla migrazione da una prospettiva umana e diretta. Un evento realizzato grazie al contributo della rete di Associazioni presente e impegnata a Nonantola nell’accoglienza e nella promozione dei diritti e della cittadinanza dei migranti.

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Al Teatro Troisi di Nonantola il monologo sull’immigrazione “A casa loro”
https://www.modenatoday.it/eventi/a-casa-loro-troisi-nonantola-29-novembre-2024.html
© ModenaToday

Andrii Chufus, uno straniero morto sul lavoro che non fa rumore – Lettera43

Aveva 32 anni ed era arrivato dall’Ucraina con la madre, in fuga dalle bombe. È stato schiacciato da un mezzo in una cava di Battipaglia. Un nome che si perde nella cronaca locale, derubricato a fatalità. Ma è invece simbolo di un’altra guerra, fatta di sfruttamento, precarietà e vite che valgono poco. Sognava l’Italia, il Paese che alla fine lo ha tradito.

Andrii Chufus, uno straniero morto sul lavoro che non fa rumore

Andrii Chufus non aveva mai visto l’Italia sulle cartoline. Non aveva mai immaginato quei borghi, le strade che si arrampicano tra i vigneti e le piazze. Lui, l’Italia, l’aveva raggiunta come si raggiunge un rifugio di fortuna durante una tempesta: con il cuore in gola e gli occhi bassi, portando con sé solo ciò che poteva contenere uno zaino e i ricordi di un mondo che stava andando in pezzi. E sua madre. Andrii aveva 32 anni e veniva da Nadvirna, una piccola città nell’Ucraina occidentale, una di quelle che raramente finiscono nei notiziari. Non era stata bombardata, ma non servivano le bombe a distruggere la vita che conosceva. Era fuggito dalla guerra come si fugge da un incendio, cercando di lasciarsi alle spalle il fuoco e l’incertezza. La guerra non ha bisogno di colpire direttamente: basta che avveleni l’aria. E Nadvirna, come il resto dell’Ucraina, respira quell’aria da troppo tempo.

Il posto in cava non era certo il sogno di una vita

In Italia Andrii aveva trovato una nuova casa a Eboli, un nome che suona quasi poetico ma che, per lui, era solo un’altra tappa di un viaggio che doveva portarlo lontano dall’inferno. Viveva in un quartiere chiamato Mulinello, assieme a sua madre. Di lei parlava spesso con i colleghi della cava, quelli che lo ricordano come un ragazzo silenzioso, sempre pronto ad aiutare. Era arrivato qui con la speranza di costruire un futuro, non solo per sé, ma anche per chi era rimasto. Il lavoro in cava non era certo il sogno di una vita, ma Andrii lo affrontava con la determinazione di chi sa che ogni fatica è un passo verso qualcosa di meglio. O almeno così credeva.

Andrii Chufus, uno straniero morto sul lavoro che non fa rumore
L’incidente mortale è avvenuto in una cava di Battipaglia (Ansa).

Il referto medico parlava di “schiacciamento del bacino”

Lunedì 25 novembre il suo viaggio si è interrotto brutalmente. Era nel piazzale dell’area prefabbricati vicino alla cava dell’Inca, dove lavorava. Un carrello elevatore semovente, un modello Merlo, si stava muovendo. Andrii era vicino al mezzo, forse troppo vicino. Un attimo, una scivolata, e la ruota del carrello lo ha travolto. L’autista, un uomo di 55 anni, ha provato a fermarsi, ma era troppo tardi. Andrii è stato portato d’urgenza all’ospedale “Santa Maria della Speranza“, ma il suo cuore ha smesso di battere poco dopo il ricovero. Il referto medico parlava di “schiacciamento del bacino”. La realtà, però, era molto più cruda: Andrii era morto di lavoro dopo essere scappato dalle bombe.

Le norme di sicurezza sono state rispettate?

La cava ha ripreso subito il suo ronzio meccanico. La polvere si è alzata di nuovo, coprendo il sangue che aveva segnato il piazzale. Due persone sono state indagate per omicidio colposo: la titolare dell’azienda e l’autista del mezzo. Saranno i tribunali a decidere se ci sono state colpe, se le norme di sicurezza sono state rispettate, se tutto questo poteva essere evitato. Ma Andrii non tornerà. La sua storia, come le altre, rischia di finire dimenticata in qualche faldone, tra perizie e accertamenti tecnici. Perché Andrii era uno di quelli che non fanno rumore.

Andrii Chufus, uno straniero morto sul lavoro che non fa rumore
Andrii Chufus.

Un morto straniero fa ancora meno notizia

Era un migrante, uno di quelli che si alzano prima dell’alba per un lavoro che nessuno vuole, che sorridono quando li chiamano “bravi ragazzi” perché è il massimo che possono aspettarsi. Non era uno di noi. Non ancora, almeno. I morti di lavoro diventano una fatalità, un episodio che si perde nella cronaca locale, tra le pagine che nessuno legge davvero. Un morto di lavoro straniero è ancora più sottovoce. Ma la storia di Andrii è più di una tragedia individuale. È il simbolo di un sistema che consuma vite con la stessa indifferenza con cui un carrello elevatore scarica merce. Andrii era venuto qui per vivere, per costruire qualcosa, e invece è stato schiacciato – letteralmente e simbolicamente – da un meccanismo che non si ferma mai. Non lo sapeva che la cava, come la guerra, non aspetta nessuno.

Fino ad agosto 2024 l’Italia ha registrato 680 decessi sul lavoro

In Ucraina le bombe continuano a cadere. Nadvirna, forse, resterà ancora intatta, ma non è questo il punto. Il punto è che non c’è un luogo sicuro per chi fugge. Le persone come Andrii lasciano una guerra per finire in un’altra: una guerra silenziosa, fatta di sfruttamento, di precarietà, di vite che valgono poco, pochissimo. Andrii non vedrà mai un’Italia che non fosse polvere e fatica. Non saprà mai che il suo sogno era troppo grande per un Paese che, alla fine, lo ha tradito. Fino ad agosto 2024, l’Italia ha registrato 680 decessi sul lavoro, inclusi 173 avvenuti in itinere, segnando un incremento di 23 casi rispetto allo stesso periodo del 2023. Nei primi sette mesi del 2024, le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail sono state 577, un aumento del 3,2 per cento rispetto alle 559 registrate nel 2023. Gli stranieri morti sul lavoro quest’anno – sotto i 60 anni – sono il 35 per cento.

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Intercettazioni, il limite di 45 giorni che uccide la verità: ecco perché la riforma taglia le gambe alle indagini

Il 20 novembre 2024, la Commissione Giustizia della Camera ha dato il via alle audizioni sulla proposta di legge che introduce un limite massimo di 45 giorni per le intercettazioni. Un provvedimento che, già approvato al Senato, ha scatenato le critiche di magistrati e operatori del diritto. Il coro è unanime: la norma rischia di agevolare la criminalità e di compromettere indagini complesse e delicate.

Nuovo limite alle intercettazioni, la preoccupazione della magistratura

Giuseppe Santalucia, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), ha espresso forti perplessità: “Un’indagine non è un cronometro. L’efficacia delle intercettazioni si misura non solo sui risultati diretti, ma anche sull’assenza di riscontri, che può orientare l’investigazione”. La limitazione temporale, sostiene Santalucia, potrebbe trasformare uno strumento essenziale in un meccanismo paralizzato dai vincoli burocratici.

Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, ha rincarato la dose, definendo la norma “metodologicamente inadeguata”. Secondo lui, le indagini richiedono elasticità e tempi variabili, non scadenze rigide che rischiano di tagliare fuori elementi chiave scoperti a ridosso del limite.

Dello stesso avviso è Vincenza Maccora, presidente aggiunto dei Gip di Milano, che ha denunciato i rischi di lasciare irrisolti reati gravi, come omicidi e violenze sessuali non legati alla criminalità organizzata. “Le intercettazioni non sono solo uno strumento, sono un percorso investigativo indispensabile. Ridurlo a un limite temporale fisso è come spegnere una luce in una stanza ancora da esplorare”. Per questo Maccora ritiene che si “rischia di creare un arretramento nel contrasto all’illegalità e nell’accertamento dei reati, anche per quelli di forte allarme sociale”. Basti pensare a particolari reati come “gli omicidi non legati alla criminalità organizzata, oppure i casi di violenza sessuale: reati che richiedono un accertamento in sede di ricerca della prova, in cui lo strumento dell’intercettazione si rivela molto importante”.

Le eccezioni e i nodi della norma

Il disegno di legge prevede deroghe per reati di mafia e terrorismo, lasciando il limite dei 45 giorni per altre tipologie di reati. Tuttavia, le proroghe saranno possibili solo dimostrando l’assoluta indispensabilità delle operazioni, con motivazioni dettagliate e concrete. Per molti magistrati, questa stretta burocratica equivale a rendere inutilizzabili strumenti decisivi per reati come corruzione, stragi e criminalità economica.

Alfredo Bazoli, senatore del Partito Democratico, ha definito la norma “un atto politico mascherato da riforma”. Secondo Bazoli, imporre un limite temporale così drastico, senza un’analisi approfondita, è un errore che avrà ricadute gravi sull’efficacia delle indagini.

Le difese della maggioranza sulle intercettazioni

La maggioranza respinge le critiche. Pierantonio Zanettin, relatore del disegno di legge, ha spiegato che il limite di 45 giorni nasce per contrastare le proroghe automatiche, imponendo una maggiore responsabilizzazione nell’uso dello strumento. “Non è una norma contro le indagini, ma una norma di buon senso, pensata per garantire trasparenza ed equilibrio”, ha dichiarato.

Eppure, per molti osservatori, questa riforma si inserisce in una strategia più ampia di ridimensionamento degli strumenti investigativi. Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo e ora senatore del Movimento 5 Stelle, ha denunciato il provvedimento come “un attacco alla lotta alla criminalità organizzata, mascherato da riforma tecnica”. Secondo lui, la norma è un favore alle grandi reti di corruzione, che si muovono con tempi e dinamiche incompatibili con i limiti imposti.

Le implicazioni future

Mentre la Camera si prepara a votare, i magistrati lanciano un ultimo allarme. Il rischio, sottolineano, è che questa norma diventi il cavallo di Troia per una revisione complessiva degli strumenti investigativi, rendendo le intercettazioni sempre più inefficaci. “Non è solo una questione tecnica, ma una battaglia culturale. Decidere quanto tempo può avere la verità per emergere è un atto politico che incide sulla giustizia e sulla democrazia”, ha concluso Cantone.

Il destino della riforma è ancora incerto, ma il dibattito ha già mostrato le sue implicazioni più profonde. In un Paese dove la criminalità organizzata è spesso più rapida dello Stato, i magistrati chiedono di essere messi nelle condizioni di correre, non di inciampare. La giustizia, dicono, non può essere un conto alla rovescia.

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Georgia in ostaggio: il governo blocca l’Europa e spalanca le porte a Mosca

La Georgia è diventata, negli ultimi giorni, l’epicentro di una battaglia politica che riflette tensioni ben più ampie: da una parte il sogno europeo, dall’altra un governo che sembra voler avvicinare il paese a Mosca. Il 20 novembre 2024, il governo georgiano ha annunciato la sospensione dei negoziati per l’adesione all’Unione europea fino al 2028, una mossa che ha scatenato proteste di massa a Tbilisi e un’ondata di critiche sia interne che internazionali.

In Georgia un governo che si chiude

Il primo ministro Irakli Kobakhidze, espressione del partito al governo Georgian Dream, ha giustificato la decisione accusando Bruxelles di “ricatti e manipolazioni”. La mossa, tuttavia, appare come una scelta strategica che isola ulteriormente la Georgia dai suoi alleati occidentali. A risentirne non è solo l’immagine internazionale del paese, ma anche la sua stessa stabilità politica. “È un colpo di stato contro la volontà popolare”, ha dichiarato il presidente Salome Zourabichvili, in aperto dissenso con il governo.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza a Tbilisi, esprimendo il loro malcontento. La richiesta è chiara: rientrare nei binari dell’integrazione europea. Gli scontri con la polizia hanno portato a decine di arresti e feriti, mostrando un clima di tensione crescente.

Elezioni contestate e l’ombra di Mosca

Il terreno era già fertile per le polemiche. Le recenti elezioni parlamentari sono state segnate da accuse di brogli e interferenze russe. Una combinazione letale per un paese che ha già subito l’occupazione di parte del proprio territorio da parte di Mosca. Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che condanna le irregolarità, chiedendo nuove elezioni sotto supervisione internazionale, ma il governo georgiano ha respinto ogni accusa.

Dietro questa chiusura, secondo molti analisti, c’è il peso crescente della Russia. Le leggi approvate negli ultimi mesi, che limitano la libertà di stampa e l’attività delle ONG, sembrano una copia delle normative russe. La nomina di Mikheil Kavelashvili, ex calciatore e figura apertamente anti-occidentale, come prossimo presidente della Georgia non fa che confermare questa direzione.

La frattura interna

Il contrasto tra governo e popolazione si allarga. Secondo i sondaggi, oltre il 75% dei georgiani sostiene l’adesione all’Unione europea, vedendola come una via d’uscita dalle pressioni russe e una garanzia per lo sviluppo democratico del paese. Tuttavia, il governo sembra aver scelto una traiettoria diversa, alimentando le tensioni interne.

Le proteste, guidate da movimenti civici e partiti d’opposizione, chiedono trasparenza e nuove elezioni. Ma Georgian Dream, forte del controllo istituzionale, non sembra intenzionato a cedere. “Il popolo georgiano non può essere ignorato per sempre”, ha dichiarato un leader dell’opposizione durante le manifestazioni a Tbilisi.

Uno scontro che va oltre la Georgia

Questa crisi non riguarda solo il destino del paese. Per l’Unione europea, il caso georgiano rappresenta una sfida più ampia: come mantenere la credibilità nel sostenere le aspirazioni democratiche dei paesi ai confini dell’Europa Bruxelles, già criticata per la gestione dell’allargamento ai Balcani, rischia di perdere un altro tassello strategico. Intanto, la Russia osserva e sfrutta il caos. Le tensioni interne e l’isolamento internazionale della Georgia giocano a favore del Cremlino, che da anni cerca di riportare il paese sotto la propria sfera d’influenza.

Il bivio della Georgia

Il futuro della Georgia è incerto. Da una parte, un popolo che guarda a ovest, chiedendo trasparenza e diritti. Dall’altra, un governo che sembra sordo a queste richieste e sempre più vicino a Mosca. La questione non è solo geopolitica: è una lotta per l’anima democratica del paese. Mentre le proteste continuano, una cosa è chiara: la Georgia è al bivio. La sua scelta definirà non solo il suo destino, ma anche quello di una regione dove democrazia e autoritarismo si scontrano senza esclusione di colpi.

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Da rivolta sociale a politica

Le piazze ieri erano piene, non solo di lavoratori e lavoratrici, ma di una rabbia che ha smesso di essere sussurro. Lo sciopero generale non è una giornata qualsiasi: è la dimostrazione che il popolo non è disposto ad accettare in silenzio tagli alla sanità, precarietà strutturale e salari indegni. Il governo Meloni, arroccato nella sua fortezza, risponde con il solito repertorio di propaganda e precettazioni, incapace di ascoltare il grido del Paese reale.  

Landini parla di rivoltare il Paese come un guanto, e ha ragione. Ma non basta. La rivolta sociale deve diventare politica, perché se non coagula in azione rischia di restare solo sfogo. Ieri le opposizioni c’erano, è vero, e fanno bene a schierarsi al fianco delle piazze: il sostegno al diritto di sciopero è un atto necessario per difendere la Costituzione stessa. Ma è il momento di andare oltre.

La protesta non può restare confinata nelle strade. Deve farsi progetto, deve diventare una visione alternativa che rimetta al centro il lavoro, la giustizia sociale, la dignità di un futuro. Il governo scommette sulla stanchezza, sulla frammentazione, sulla rassegnazione. Non dargliela vinta.  

Le piazze di ieri ci dicono che c’è un Paese pronto a cambiare. Sta alla politica il compito di trasformare questa energia in una nuova stagione di diritti e conquiste. Altrimenti, il guanto resterà vuoto. E alla politica non resterà che presidiare le urne sempre più vuote. 

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