Vai al contenuto

Gaza è un test morale

Ha ragione il professore Mario Ricciardi quando scrive che Gaza è un test morale. La violenza del conflitto in Medio Oriente, a partire dal 7 ottobre, svela le ipocrisie di chi si è costruito un profilo di credibilità sommessamente, fingendo.
Da ieri, il leader israeliano Benjamin Netanyahu è ufficialmente un ricercato internazionale, insieme al suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant. Sono ritenuti responsabili della devastante guerra all’interno della Striscia di Gaza, definita un “attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile”.
È la prima volta che un alleato dell’Occidente viene condannato dalla Corte penale internazionale. È sicuramente la prima volta che le politiche estere di Europa e Usa vengono schiaffeggiate dal diritto.
Netanyahu come Putin, leader criminali. E non sorprende che qualche unto commentatore festeggiasse nel caso del mandato dell’Aia nei confronti dell’oligarca russo (“la decisione rimette ordine nelle regole internazionali”, scriveva, ad esempio, un direttore di quotidiano) e ora che quell’Aia sia diventata colpevole “della caccia all’ebreo”.
Serve, del resto, molta ipocrisia per ritenere il genocidio una forma di legittima difesa. Ci vuole molta ipocrisia per credere che la privazione di acqua, cibo e medicine abbia a che fare con la caccia ai terroristi. Ci vuole molta ipocrisia per ritenere Netanyahu una sineddoche di tutti gli ebrei, pur di arrivare a evocare l’antisemitismo.
Gaza è un test morale anche per la classe politica. Se Netanyahu è un criminale, è fin troppo facile immaginare chi siano i suoi fiancheggiatori, che ne risponderanno di fronte alla Storia.

Buon venerdì.

Nella foto: l’ex ministro Gallant e il premier Netanyahu

L’articolo proviene da Left.it qui

Corsa alla poltrona, nel centrodestra è già guerra aperta sulle Regionali

Incassate le sconfitte in Emilia Romagna e Umbria in vista delle elezioni regionali del 2025,il centrodestra vive un malcelato nervosismo che rischia di trasformarsi in uno scontro aperto. Due delle sue regioni strategiche, Veneto e Campania, sono al centro di una partita dove il futuro delle leadership locali si intreccia con le ambizioni nazionali di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Dietro ai proclami di unità, emergono crepe, eccome. 

Veneto: il feudo leghista sotto assedio

Nel Veneto, feudo incontrastato della Lega da decenni, la sfida è molto delicata. Luca Zaia, presidente uscente e uomo simbolo del “buon governo leghista”, si avvia al termine del secondo mandato consecutivo. Senza un intervento legislativo per rimuovere il limite, Zaia non potrà ricandidarsi, aprendo una competizione per la successione.

Fratelli d’Italia, forte dei risultati alle europee e consapevole della crescita nel nord-est, rivendica per sé la candidatura. Il nome più gettonato è quello del senatore Luca De Carlo, che il partito di Giorgia Meloni considera un profilo adatto per sfidare l’egemonia leghista. Non è solo una questione locale: una vittoria in Veneto significherebbe per Fratelli d’Italia lanciare un segnale forte al proprio alleato-rivale.

La Lega, dal canto suo, non sembra intenzionata a cedere il passo. La strategia del partito di Matteo Salvini è chiara: proteggere un territorio che considera parte integrante della propria identità politica. Tuttavia, l’assenza di Zaia rischia di indebolire il consenso. E c’è chi, come Forza Italia, intravede nella situazione un’opportunità. Gli azzurri hanno rilanciato il nome di Flavio Tosi, ex sindaco di Verona, come possibile candidato di compromesso. Una proposta che, però, sembra più un tentativo di rimanere in partita che una reale alternativa.

Campania: la sfida che può riscrivere gli equilibri

Se in Veneto si litiga per il futuro, in Campania si combatte per il presente. Qui la sfida è ancora più incerta, con Fratelli d’Italia e Forza Italia che si contendono la guida della coalizione. Forza Italia ha già lanciato il suo cavallo di battaglia: Fulvio Martusciello, europarlamentare con un impressionante bagaglio di preferenze personali (100.000 alle europee). La scelta punta a consolidare il radicamento territoriale del partito, facendo leva su un nome conosciuto e con una macchina elettorale già rodata.

Fratelli d’Italia, però, non intende fare da spettatore. Il viceministro Edmondo Cirielli rappresenta il profilo preferito dai meloniani: un politico con esperienza, già noto nel panorama regionale e in grado di incarnare l’immagine di un partito in crescita. La sua candidatura, però, rischia di esacerbare i contrasti interni, soprattutto se Forza Italia decidesse di insistere con Martusciello.

A complicare il quadro c’è il ruolo marginale della Lega, ormai una forza residuale in Campania. Salvini, che ha sempre cercato di espandere il partito al Sud, potrebbe dover accettare un ruolo defilato, con il rischio di alimentare malumori nella base.

Non solo le Regionali: dietro le tensioni c’è di più

Il nervosismo che serpeggia nel centrodestra non riguarda solo il controllo delle singole regioni. Veneto e Campania rappresentano due pilastri fondamentali per la strategia nazionale della coalizione. Per Fratelli d’Italia, vincere in una di queste regioni significherebbe consolidare il suo primato nel centrodestra, dimostrando di poter trascinare la coalizione anche nelle sfide locali. Per la Lega, il Veneto è una questione di sopravvivenza politica, un territorio che non può permettersi di perdere senza mettere in discussione il suo stesso futuro. Per Forza Italia, la Campania è l’occasione per riaffermare la propria centralità in una coalizione che tende a vederla relegata a comprimario.

Il rischio, però, è che queste ambizioni individuali si trasformino in uno scontro fratricida. E così, mentre a parole si invoca l’unità, nei fatti si costruiscono trincee. Le regionali del 2025, più che una competizione contro il centrosinistra, rischiano di diventare una resa dei conti interna al centrodestra.

L’articolo Corsa alla poltrona, nel centrodestra è già guerra aperta sulle Regionali sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tasso alcolemico alla guida, calcolato con l’indice Borghi

Chi si rivede: il senatore leghista Claudio Borghi. Lo scambio del parlamentare con un utente su X è una scena da bancone del bar a fine serata. “Non posso più prendere una bottiglia di vino al ristorante con la mia ragazza”, si lamenta un utente dopo l’approvazione del nuovo Codice della strada, che aumenta le sanzioni per chi guida in stato di ebbrezza. La risposta di Borghi non tarda ad arrivare: “Se te la scoli da solo ti sconsiglierei di guidare ma anche scolandotela da solo non arrivi a 0,8 perché una bottiglia non è un litro, ma 75 cl. NB i limiti alcolemici non sono stati toccati, anche oggi il limite consentito è 0,5 e 0,8 è il limite per l’ubriachezza grave al volante”. Insomma, per Borghi, con una bottiglia di vino si può guidare tranquillamente, alla faccia del Ministero della Salute, che indica come limite massimo tre bicchieri di vino per un uomo di 70 chili.

“Apparentemente, il senatore è persuaso che il tasso alcolemico si misuri in litri di vino anziché in grammi per litro di sangue. E c’è pure chi gli dà credito quando parla di modelli climatici”, commenta il giornalista scientifico Marco Cattaneo. Ma veniamo ai conti: se lo stesso uomo di 70 chili, cui si riferisce la tabella del ministero della Salute, beve un’intera bottiglia (750 cc, circa sei bicchieri) a stomaco pieno, avrà nel sangue un tasso alcolemico pari a 0,15 (per un singolo bicchiere da 125 cc) moltiplicato per 6, quindi 0,9 e ben oltre il limite legale di 0,5. La base della Lega è in rivolta, rivendicando il diritto di guidare un po’ brilli. Il senatore Borghi risponde inciampando sulla legge che ha votato. A questo punto, per misurare le capacità di guida potremmo istituire una nuova scala: la “scala Borghi”. L’automobilista fermato dovrebbe semplicemente dimostrare di avere capito la legge meglio del senatore. Se supera la prova, via libera.

L’articolo Tasso alcolemico alla guida, calcolato con l’indice Borghi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Dal ricatto del Ppe alla resa dei Socialisti

A destra, com’era facilmente prevedibile, è un coro di applausi. La nomina dell’ex ministro al Pnrr Raffaele Fitto come prossimo vicepresidente della Commissione europea accende un profluvio di dichiarazioni dei partiti di maggioranza. Il ministro dell’Istruzione Valditara parla di “successo per l’Italia”, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ci mette la retorica patriottica: “Siamo uno dei Paesi fondatori, siamo una grande Nazione, con un governo stabile e un’economia in salute ed è giusto che tutto questo venga riconosciuto e valorizzato”.

Il forzista viceministro alla Giustizia Paolo Sisto ne approfitta per dare una carezza al suo segretario di partito, Antonio Tajani, artefice della nomina “grazie alla sua delicata opera di mediazione”. Il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia Lucio Malan ci vede invece “un capolavoro politico di Giorgia Meloni” e invita “i gufi” a rassegnarsi. Che la confermata presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen morisse dalla voglia di fare entrare nella maggioranza il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (Ecr) di cui fa parte Fratelli d’Italia non è mai stato un mistero. I dietrofront sul Green Deal e nella gestione dei flussi migratori erano un chiaro segnale dell’indole dei Popolari in Europa, come accade qui in Italia: fingersi liberali ma non riuscire a frenare l’inclinazione per le pulsioni autoritarie.

Il grande capo del Ppe a Bruxelles, Manfred Weber, ha giocato sporco fin dall’inizio di questo tragicomico balletto sulla seconda Commissione von der Leyen puntando dritto sulla socialista spagnola Teresa Ribera nel ruolo di vicepresidenza. Le simulate preoccupazioni per le responsabilità dell’ex vicepresidente spagnola sull’alluvione recente di Valencia erano il fondotinta su un ricatto politico. Se il gruppo dei Socialisti&Democratici non avesse votato Fitto, il Ppe (la più grande delegazione a Bruxelles) avrebbe impallinato Ribera per provocare lo stallo. Anche la retorica per additare i socialisti ha fatto la sua parte: la guerra in Medio Oriente e in Ucraina, l’elezione di Trump e il quadro economico globale imponevano per Weber una veloce “assunzione di responsabilità”. Anche questo è un trucco più da sovranisti che liberali, il “chi è contro di me è contro il bene della nazione” è un artifizio antico dalle radici nere.

I socialisti, guidati da Iratxe Garcia Perez, con la benedizione di Pedro Sanchez, ci sono cascati. Così, il prossimo 27 novembre, la plenaria confermerà la seconda commissione guidata da von der Leyen fingendo di non avere smentito il voto del 28 luglio. Lì la commissaria aveva ricevuto il mandato da 401 voti di una solida maggioranza europeista formata dal Ppe, dai socialisti, dai liberali e dai verdi. A giorni, il governo von der Leyen II sarà confermato da una maggioranza frammentata, con diversi voti contrari all’interno di S&D e Ppe, con l’uscita dei Verdi e con l’ingresso dei meloniani a Bruxelles che voteranno in dissenso con i loro compagni di gruppo, i polacchi di Legge e Giustizia.

“Questo è stato un bluff del Ppe”, ha detto il deputato dei Verdi Thomas Waitz, che è anche il presidente del Partito Verde Europeo, riferendosi alle minacce contro Ribera. “Ma ovviamente sono riusciti a far credere ai socialdemocratici che avrebbero potuto rischiare l’intera Commissione solo per aver rifiutato Madame Ribera”. Ne esce malconcio anche il Parlamento europeo. È la prima volta dal 1999 che nessun candidato di un Paese alla Commissione è stato respinto. La nuova Commissione è un prodotto di caminetti politici. Alla faccia di chi s’è fatto eleggere urlando contro i “burocrati” di Bruxelles. A proposito, e il Pd?

L’articolo Dal ricatto del Ppe alla resa dei Socialisti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Moltissimi casi isolati

Un «modus operandi diffuso» fatto di «violenze fisiche e atti vessatori nei confronti di alcuni detenuti». Condotte «reiterate nel corso del tempo e messe in atto deliberatamente da un gruppo di agenti penitenziari in servizio presso la casa circondariale di Trapani».

Sono le parole della Procura di Trapani, che ha portato all’emissione di 25 misure cautelari contro altrettanti poliziotti penitenziari in servizio al carcere Pietro Cerulli. Undici sono finiti agli arresti domiciliari, quattordici sospesi dal servizio e altri ventuno risultano indagati.

In totale, quarantasei agenti sono sospettati – per ora – di aver partecipato a torture sistematiche contro i detenuti, scegliendo preferibilmente i più fragili psicologicamente. Il copione? «Tu sei un cane», «Spogliati, coso inutile», ripetevano alle vittime. E poi pugni, sputi. Nel settembre 2021, un uomo recluso è stato colpito con calci sulle gambe e violenti schiaffi alla testa. «In maniera ingiustificata – scrivono gli inquirenti – come segno di disprezzo».

Uomini trascinati sui corridoi bagnati, spinti nelle celle a calci, ricoperti di liquidi, bagnati con acqua e urina. Tutto avveniva nel “Reparto blu”, dove le telecamere di sorveglianza non registravano.

Eppure, a ogni nuovo caso, si sente parlare di «casi isolati». Lo ripetono i parlamentari di maggioranza, che negano l’esistenza di un problema sistemico e spingono per cancellare il reato di tortura. Moltissimi «casi isolati», con un sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, che sembra quasi compiacersi nel mantenere un approccio sadico nei confronti dei detenuti.

Sarà una coincidenza. Certo.

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

In Corte d’Appello giustizia più… lontana

Nonostante le decisioni dei Tribunali e il rinvio della questione al vaglio della Corte di giustizia Ue, il governo e la maggioranza non demordono. E con gli emendamenti al decreto-legge n. 145/2024, il cosiddetto “decreto flussi”, va in scena l’ennesimo tentativo di arginare l’ostacolo del diritto e della giurisprudenza Ue. Come? Trasferendo la competenza sulla convalida dei trattenimenti delle persone migranti dalle sezioni specializzate dei tribunali ordinari direttamente alle Corti d’Appello.

Una giustizia più distante

Un dettaglio tecnico, si potrebbe pensare. Ma come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli, e qui non c’è nemmeno bisogno di scavare troppo. “Così si stravolge il sistema giudiziario”, ha denunciato senza mezzi termini l’Associazione nazionale magistrati.

L’Anm è preoccupata per l’inevitabile carico di lavoro che andrà a colpire le Corti d’Appello, già stremate da arretrati che non fanno che aumentare. “La modifica – spiegano i magistrati – rischia di paralizzare ulteriormente il sistema, aggravando i ritardi e compromettendo l’efficienza della giustizia”. Ma c’è di più, perché dietro ai numeri dei fascicoli che si accumulano si intravede il profilo di chi paga davvero il prezzo: le persone migranti. “Un attacco al diritto di difesa”, ha dichiarato l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), che parla di un disegno politico preciso. Più alto è il tribunale, più lontano è il diritto.

Le Corti d’Appello sono poche, sparse in modo disomogeneo sul territorio, e molte persone rischiano di trovarsi impossibilitate a partecipare ai propri procedimenti per i costi e le difficoltà logistiche. E senza la presenza diretta dell’interessato, il rischio di una giustizia sommaria diventa quasi certezza. Dietro l’apparente tecnicismo, c’è una manovra di controllo che non sfugge nemmeno ai giuristi più prudenti. Scoraggiando e rendendo più difficoltosi i ricorsi. C’è chi arriva a spingersi anche oltre. “Un tentativo di scegliere i magistrati più allineati” (ma fino a che punto quando in ballo c’è l’applicazione del diritto? ndr), si legge su Pressenza in un articolo firmato da Antonio Mazzeo, che parla di “una lesione del principio di separazione dei poteri”.

E poi c’è il principio del giusto processo che rischia a sua volta di essere compresso. “Le sezioni specializzate dei tribunali ordinari hanno esperienza e competenza specifica”, sottolinea ancora l’Asgi. Spostare tutto alle Corti d’Appello significa perdere quella sensibilità maturata negli anni, sostituendola con la freddezza burocratica di un’istituzione pensata per il secondo grado di giudizio, non per i primi accertamenti. Risultato: compressione dei diritti, ricorsi più difficili.

Diritti compressi

La strategia è quella di alzare barriere, non solo fisiche ma anche giuridiche. È una partita a scacchi giocata sulla pelle delle persone migranti, che si vedono allontanare sempre di più da una giustizia accessibile. Una giustizia che, quando funziona, è una delle poche difese contro il potere. Il tutto in un clima di silenzio assordante.

Il dibattito parlamentare è svuotato, ridotto a una corsa per blindare un decreto senza ascoltare chi lavora sul campo, chi conosce i meccanismi della giustizia e chi vive sulla propria pelle queste decisioni. Ma la verità è che questo silenzio è voluto: più è forte la barriera tra cittadini e giustizia, più il potere resta intoccabile. E se le sezioni specializzate dei tribunali civili sono troppo “scomode”, meglio trasferire tutto altrove, magari in un ufficio distante, anche fisicamente.

Questo è il nuovo volto della giustizia italiana: lontana, più difficile da attivare, selettiva. “Un accerchiamento dei diritti fondamentali”, lo ha definito Giovanni Tizian su Domani. In questa logica il decreto flussi, dietro al nome innocuo, non è che l’ennesimo tassello di una politica che sta trasformando i diritti in un lusso per pochi.

L’articolo In Corte d’Appello giustizia più… lontana sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Una Ceo per l’Europa, Von der Leyen rischia il tutto per tutto

La riorganizzazione interna della Commissione europea orchestrata da Ursula von der Leyen è tutt’altro che un passaggio burocratico: è un banco di prova per la sua leadership e, soprattutto, per la tenuta di un’Unione sempre più fragile. L’obiettivo dichiarato è consolidare il controllo sul bilancio comunitario da 1,2 trilioni di euro, un’enormità che la presidente intende gestire accentrando potere nelle sue mani. L’idea sembra chiara: più comandi e meno negoziazioni. Tradotto, meno democrazia interna, più efficienza. Almeno così sperano a Bruxelles. 

Cash-for-reforms: un modello che divide l’Unione

La mossa si materializza con il trasferimento di quasi 200 funzionari del dipartimento per le riforme, che confluiranno in quello del Recovery Fund, sotto un’unica struttura. Una fusione che mira a estendere il modello “cash-for-reforms” del Recovery Fund anche al prossimo bilancio settennale 2028-2034: gli Stati membri dovranno mettere sul tavolo riforme concrete per ricevere i fondi europei. Più facile a dirsi che a farsi, specie in un’Unione dove ogni governo ha la sua agenda, spesso in contrasto con quella di Bruxelles.

Ma è qui che emerge il lato politico della questione. Von der Leyen ha bisogno di presentarsi come la leader di un’Europa compatta, capace di rispondere alle sfide globali con un’unica voce. Peccato che dietro il sipario questa compattezza somigli più a un castello di carte. Se l’idea è che per governare meglio si debba avere più potere, allora significa che la maggioranza che sostiene von der Leyen è tutto fuorché salda. Del resto, anche le critiche interne parlano chiaro: questa riorganizzazione rischia di mettere in evidenza più i difetti che i pregi del suo mandato. 

L’ambizione di von der Leyen: accentramento o fragilità?

E non è solo una questione di efficienza. Secondo molti funzionari, accorpare due dipartimenti con culture e obiettivi così diversi potrebbe generare più tensioni che soluzioni. Inoltre, la concentrazione del potere decisionale rischia di ridurre la trasparenza, una qualità che Bruxelles fatica già a mantenere in tempi normali. Non sorprende, quindi, che molti vedano in questa mossa un tentativo di “managerializzare” l’Europa, trasformando la Commissione in una sorta di consiglio di amministrazione con von der Leyen nel ruolo di Ceo. Sarà davvero questa la strada giusta

Poi c’è il capitolo Fitto, uno dei protagonisti italiani di questa partita. Il ministro per gli Affari Europei pare destinato a vedere ridimensionato il proprio ruolo. Per rendere il piano di von der Leyen digeribile, infatti, si ipotizza un modello in cui i poteri nazionali come quelli di Fitto vengano ulteriormente indeboliti. Un paradosso tutto italiano: se il nostro governo voleva meno Europa invadente, ora potrebbe trovarsi con un’Europa ancora più intraprendente e con meno leve nazionali da manovrare.

Non è finita qui. L’approvazione del piano richiede l’unanimità degli Stati membri, un traguardo quasi utopico. I paesi del Nord potrebbero appoggiare la condizionalità dei fondi a rigide riforme, ma quelli del Sud e dell’Est non sono altrettanto entusiasti. E c’è da capirli: chi accetterebbe volentieri ulteriori vincoli in un contesto già complicato?

L’incognita sovranista sul cammino di von der Leyen

Il tempismo non aiuta. Con il voto sulla Commissione europea alle porte, ogni mossa di von der Leyen diventa un bersaglio per i partiti sovranisti, pronti a dipingere Bruxelles come un mostro tecnocratico lontano dai bisogni dei cittadini. E von der Leyen si gioca molto più di una riorganizzazione interna: il suo futuro politico potrebbe dipendere da come sarà percepita questa operazione. Se fallisce, le possibilità di un secondo mandato rischiano di svanire.

La verità, però, è che questa riforma racconta un’Europa spaventata, che tenta di blindarsi attraverso l’accentramento del potere. Forse von der Leyen dovrebbe chiedersi se governare meglio significhi davvero avere più controllo o, piuttosto, saper dialogare con quelle parti dell’Unione che si sentono lasciate indietro. Per ora, resta l’impressione di una Commissione che si racconta forte, ma che nella sostanza appare debole e divisa. Un’Europa con il pugno di ferro, ma i nervi scoperti.

L’articolo Una Ceo per l’Europa, Von der Leyen rischia il tutto per tutto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ucraini fregati due volte, ora dicono basta guerra

La guerra in Ucraina sta mostrando il suo volto più cinico: quello della stanchezza. Non quella dei soldati in trincea, ma quella ben più insidiosa dei salotti occidentali, dove i calcoli politici hanno iniziato a prevalere sugli impegni presi. I numeri dell’ultimo sondaggio Gallup sono impietosi quanto rivelatori: il 52% degli ucraini ora chiede una pace negoziata. Una resa mascherata da pragmatismo? No, il risultato di un doppio tradimento. Il primo tradimento è evidente: viene da una Russia che ha violato ogni principio del diritto internazionale, invadendo un paese sovrano con la scusa della “denazificazione”. Un’invasione che ha trasformato città in macerie e vite in statistiche. Ma il secondo tradimento, più sottile e forse più doloroso, viene da quell’Occidente che aveva promesso vittoria totale, protezione, integrazione, un futuro europeo.

Guardate i numeri: nel 2022, il 73% degli ucraini era pronto a combattere fino alla vittoria. Una determinazione granitica, alimentata dalle promesse di sostegno “incondizionato” dell’Occidente. Oggi quel numero si è dimezzato. Non è solo la stanchezza della guerra: è la delusione di chi ha creduto nelle parole altisonanti pronunciate nei palazzi di Bruxelles e Washington. La verità è che qualcuno ha venduto agli ucraini un sogno che non erano pronti a difendere fino in fondo. Ora il 52% di coloro che vogliono negoziare è disposto anche a cedere territorio per la pace. Un prezzo altissimo per chi aveva creduto nelle promesse di sostegno “incondizionato” sventolato da certi politici ora in ritirata. Zelensky dice che la fine della guerra è più vicina di quanto pensiamo. Ha ragione, ma non nel modo in cui sperava. Chissà se qualcuno ci spiegherà che anche gli ucraini sono solo “pacifinti”.

L’articolo Ucraini fregati due volte, ora dicono basta guerra sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Alla Cop29 l’Italia predica ma non pratica

Alla COP29 di Baku, l’Italia si è presentata al mondo come sempre, avvolta nella retorica: il governo si proclama all’avanguardia nella lotta al cambiamento climatico ma i numeri la smentiscono con fragore. Il 43° posto nel Climate Change Performance Index (CCPI), elaborato da Germanwatch, CAN e NewClimate Institute, è impietoso. È il simbolo di una politica climatica che non funziona. Un leggero miglioramento rispetto al 44° posto dello scorso anno, ma ben lontano dalle prime posizioni occupate da Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito. L’Italia è ferma, mentre gli altri corrono.

Il 43° posto: una condanna alle politiche italiane

Non mancano, però, i proclami. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha esitato a dichiarare che l’Italia è in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, le ha fatto eco affermando che l’Italia sta mantenendo gli impegni climatici internazionali. Dichiarazioni, però, che cozzano contro i dati del rapporto: l’Italia si colloca al 55° posto per la politica climatica, un segnale inequivocabile di un impegno più raccontato che reale.

L’analisi è impietosa. L’Italia arranca al 38° posto per la riduzione delle emissioni climalteranti, mostrando un trend che definire timido sarebbe generoso. La transizione verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica avanza con lentezza, mentre i ritardi nei processi autorizzativi continuano a soffocare ogni slancio verso la sostenibilità. “Il nostro Paese continua ad avere una visione miope che non riduce le bollette, crea nuove dipendenze energetiche e rallenta la transizione ecologica”, ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. Parole dure, che fotografano un immobilismo non solo politico, ma anche culturale.

I numeri non mentono: mentre la Danimarca brilla al 4° posto grazie alla significativa riduzione delle emissioni e allo sviluppo delle rinnovabili, l’Italia rimane ancorata a una strategia che sembra uscita dagli anni ’90. Lo stesso Green deal europeo, che potrebbe rappresentare una guida per uscire dall’impasse, viene trattato più come una seccatura che come un’opportunità.

COP29: tante parole, pochi fatti. Non solo dall’Italia

E la realtà, in Italia, si manifesta con eventi meteo estremi sempre più frequenti e devastanti. Alluvioni, siccità, ondate di calore: fenomeni che colpiscono duro l’agricoltura, l’economia e le comunità. Ogni anno si moltiplicano le occasioni per dimostrare di aver capito la lezione ma si continua a temporeggiare, ricorrendo ad ogni disastro al solito scaricabarile che offre al mondo uno spettacolo di immobilismo. Alla COP29, il nostro Paese ha ribadito un triste copione: si parla molto e si fa molto poco.

Il fallimento italiano non è isolato, certo. Il rapporto evidenzia che nemmeno le prime tre posizioni della classifica sono state assegnate, poiché nessun Paese ha raggiunto una performance in linea con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C. Ma mentre altri, come Regno Unito e Olanda, scalano posizioni grazie a politiche innovative e coraggiose, l’Italia si limita a inseguire un modello energetico superato, fondato su fossili e confuse ipotesi di ritorno al nucleare.

Legambiente parla di obiettivi chiari: ridurre le emissioni del 65% entro il 2030, in coerenza con l’Accordo di Parigi. Ma per farlo serve una visione che il governo attuale sembra incapace di fornire. Servono investimenti massicci in rinnovabili, efficienza energetica e infrastrutture sostenibili. Bisogna semplificare gli iter burocratici e abbandonare le fonti fossili una volta per tutte.

Nel 2023 l’Italia era crollata nell’indice delle performance ambientali al 44° posto perdendo ben 15 posizioni. Un anno dopo si può tranquillamente dire che non è stato un caso. 

L’articolo Alla Cop29 l’Italia predica ma non pratica sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cop29 come se fosse un hobby

A Baku, la Cop29 non smette di ricordarci che il cambiamento climatico è il convitato di pietra della politica globale. Le promesse scivolano sui tavoli come un rituale stanco: l’Unione Europea confessa il ritardo nei contributi nazionali (gli Ndc), le nazioni più inquinanti continuano a litigare sul “chi paga” e i Paesi vulnerabili attendono un fondo promesso da anni, mai veramente realizzato.  

I leader mondiali parlano di “svolta” ma guardano altrove. Il Commissario europeo Wopke Hoekstra ammette che l’obiettivo di aggiornare gli impegni climatici entro il 2025 potrebbe essere disatteso. Intanto, le emissioni globali toccano nuovi record, e ogni parola pronunciata nelle aule di Baku sembra galleggiare in un vuoto di credibilità.  

Il finanziamento climatico – il cuore del problema – è ancora una favola a cui nessuno sembra credere davvero. La roadmap proposta per garantire i 100 miliardi di dollari annuali resta un elenco di buone intenzioni, mentre chi avrebbe bisogno di risposte concrete continua a soccombere a eventi estremi e devastazioni.  

La questione climatica, relegata ai margini delle priorità globali, viene affrontata con lo stesso entusiasmo di un’incombenza amministrativa. E mentre i negoziati arrancano, il tempo si accorcia. Se il clima è il termometro del nostro futuro, allora il mondo, con il suo immobilismo, sembra scegliere di ignorare la febbre. E la stampa continua a relegare la questione nelle pagine dei lettori affezionati, come se fosse un hobby quello di preoccuparsi della fine del mondo. 

Buon mercoledì.

Nella foto: l’ecoattivista Greta Thunberg protesta davanti all’ufficio delle Nazioni Unite a Yerevan, Armenia, contro la Cop29 in corso a Baku, 16 novembre 2024

L’articolo proviene da Left.it qui