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Il tandem Musk-Trump già provato con Berlusconi

Non ci vuole molta fantasia per capire l’impatto che Elon Musk potrebbe avere sui cittadini USA e sugli Stati Uniti nel palcoscenico internazionale. Noi italiani quel film l’abbiamo già visto. Il 26 gennaio 1994, un miliardario proprietario del media più importante del momento (la televisione) annunciò il suo ingresso in politica. La promessa era la stessa: contrastare la sinistra e portare un’impronta imprenditoriale e modernizzatrice nel sistema politico. Le voci a favore erano simili a quelle che si sentono ora per Musk: “Se un uomo ha avuto tanto successo nella vita, perché non dovrebbe portare tutti noi al successo come le sue aziende?”.

L’Italia promessa da Silvio Berlusconi stava tutta nelle sue televisioni: donne bellissime per spingere gli ascolti e quindi i consumi; linguaggio greve per rivendicare un nuovo modello di libertà, quella di badare ai propri interessi senza disturbi; un inno alla ricchezza insieme allo sdoganamento dei poveri come falliti; attacchi contro il fastidio portato dalla magistratura e dalle regole (ve lo ricordate Sgarbi nella sua trasmissione “Sgarbi quotidiani”?); il mito del self-made man, che deve essere messo in condizione di decidere da solo senza l’impiccio dei meccanismi istituzionali. Come sia andata lo sappiamo bene, ce lo ricordiamo (quasi) tutti. Il mondo di Elon Musk sta nel suo potentissimo social X, trasformato in un’osteria di squinternati in cui vince chi spara il complotto più grosso, dove la calunnia è scambiata per informazione e il falso è “la verità nascosta”. Un’altra cosa accomuna Berlusconi e Musk: la politica è la via indispensabile per proteggere gli affari e trovare riparo giudiziario. L’abbiamo già vista, questa storia.

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Esposto di Sea Watch contro l’Italia e Musk torna alla carica

Nel cuore del Mediterraneo, su acque ormai troppo spesso segnate da drammi inumani, si è consumata una tragedia che Sea Watch – l’organizzazione non governativa tedesca che da anni monitora e soccorre i migranti alla deriva – non vuole permettere che passi sotto silenzio. È il 2 settembre 2024 quando ventuno persone perdono la vita in un naufragio a poche miglia da Lampedusa, nell’attesa di un intervento che non arriverà. Sea Watch ha presentato ieri alla Procura di Agrigento un esposto contro le autorità italiane, accusandole di aver omesso i soccorsi.

Secondo il rapporto dell’organizzazione, l’intervento sarebbe stato richiesto per ore ma gli operatori della Guardia costiera italiana hanno negato il soccorso immediato, attendendo invece che fosse la cosiddetta Guardia costiera libica ad intervenire. Risultato: le persone a bordo di quella barca, che non aveva altra speranza che vedere una nave all’orizzonte, sono diventati numeri in più da contabilizzare nelle statistiche dei morti nel Mediterraneo.

Attacchi alle Ong e diritti umani ignorati: ora ci si mette anche Musk

A queste accuse, che toccano il cuore della gestione dei soccorsi, si è aggiunto oggi Elon Musk che con un tweet accusatorio, ha definito gli attivisti di Sea Watch “criminali”. Il fondatore di Tesla e proprietario della piattaforma X (e ora nella squadra di governo di Trump) ha insinuato che le Ong, come Sea Watch, non stiano salvando vite, ma alimentando un sistema illegale di immigrazione. La Ong non si è lasciata intimidire. Ha risposto a Musk con parole nette, ricordando che il vero crimine è l’abbandono in mare e l’omissione di soccorso: “Chi crede che il nostro dovere morale di soccorrere vite sia un crimine, non conosce la legge internazionale”. “Non ci facciamo intimidire da bulli antidemocratici – scrive Sea Watch – che minacciano chi rispetta i diritti umani, giudici o Onf. Ci chiama criminali. Il nostro unico “crimine” è testimoniare le brutali politiche in mare, come l’omissione di soccorso del 2 settembre, costata la vita a 21 persone”. 

L’attacco all’Ong è doppio: da un lato quello dei governi, sempre più insofferenti di fronte alla supplenza che le organizzazioni non governative esercitano rispetto a quelli che dovrebbero essere compiti degli Stati, e dall’altro quello di figure pubbliche di rilievo internazionale che alimentano accuse già smontate da diverse sentenze. Di fronte a tutto questo, Sea Watch rilancia l’accusa: la violazione dei diritti umani è un peso che non è possibile  ignorare.

Il decreto Paesi Sicuri: sulla Nigeria tutto da rifare

Intanto, dopo il decreto Paesi Sicuri varato dal governo, si apre per i richiedenti asilo provenienti dalla Nigeria la possibilità di reiterare le istanze precedentemente respinte. Il Paese africano, indicato inizialmente nel decreto interministeriale come Paese sicuro, è stato depennato dall’elenco proprio con l’adozione del decreto legge 158, con il quale l’esecutivo ha riproposto, aggiornandola, la lista dei Paesi di provenienza per i quali è possibile espletare le procedure accelerate prendendo atto della sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre sorso. Ma ora, i cittadini nigeriani che sono stati assoggettati a procedura accelerata sulla base del precedente decreto interministeriale, potrebbero richiedere, proprio in base al nuovo decreto legge, il riesame dell’istanza con procedura ordinaria. Come ha stabilito un decreto del 7 novembre scorso del Tribunale di Napoli che ha infatti accolto l’istanza di sospensione – reiterata da un richiedente nigeriano – che era stata rigettata in prima istanza, prima della pubblicazione del nuovo decreto Paesi sicuri.

Mentre Sea Watch porta avanti la sua battaglia per la verità e la giustizia, il decreto sui Paesi sicuri mostra crepe evidenti nei tribunali italiani e le deportazioni in Albania rimangono bloccate in attesa della Corte di giustizia europea. La narrazione ufficiale che vorrebbe dipingere la migrazione come un problema di sicurezza interna rischia di sgretolarsi sotto i colpi delle sentenze, mentre sullo sfondo rimane la tragedia umana di chi continua a morire nel Mediterraneo.

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Pugno di ferro e affari, Trump si prende l’America

L’impero ritorna, o almeno è questa l’idea. Donald Trump non si limita a vincere le elezioni, vuole costruire un’amministrazione che suoni come un grido di guerra, come un sigillo che promette tempi cupi. A guardare i volti, i nomi e i trascorsi di chi sta selezionando per i ruoli più alti del governo, sembra che l’ex presidente non si accontenti di tornare sulla poltrona della Casa Bianca: vuole ridefinire il potere americano come una fortezza impietosa, governata da un élite di falchi e attivisti dalle vedute suprematiste se non addirittura xenofobe. 

Perché questo è il nuovo mantra dell’amministrazione: l’efficienza, ma alla maniera di Elon Musk. È lui, il miliardario dai proclami altisonanti, che Trump mette a capo del Dipartimento per l’Efficienza, un nome che suona quasi ironico se pensiamo alle battaglie con la giustizia e alle accuse di conflitto d’interessi che circondano il suo impero. Musk, con Vivek Ramaswamy, dovrebbe sfoltire la giungla di regolamentazioni che, secondo Trump, ha messo in ginocchio l’America. Musk, che si è schierato più volte contro politiche pro-migranti, è l’alleato ideale di un presidente pronto a tagliare con l’accetta ogni vincolo, ogni norma che sembri frenare il “progresso”, una parola che nel loro vocabolario significa solo affari e profitti.

L’efficienza secondo Trump: Musk e Ramaswamy contro ogni regolamento

La selezione non sorprende: l’amministrazione Trump II è popolata di fedelissimi e di falchi. Kristi Noem, governatrice del South Dakota e figura amata dalla destra più dura, prende la Sicurezza Interna. Con una carriera costellata di posizioni controverse – è celebre la sua decisione di sparare al suo stesso cane “perché non ubbidiva” – Noem sembra la scelta perfetta per un presidente che vuole l’America dura, spietata, priva di empatia. È l’alfiere ideale di una politica che vede nei migranti un nemico da respingere, nelle frontiere una trincea da blindare.

E poi c’è Pete Hegseth, il volto della propaganda a stelle e strisce su Fox News, nominato al Pentagono. Un anchorman con un passato da militare, il suo sguardo è tutto rivolto all’interno, al culto dell’America First, a una politica estera fatta di minacce, muri e sospetti. Sotto di lui, il Pentagono non sarà un organo di difesa: diventerà uno strumento di pressione, di retorica e di spada sguainata contro chiunque non si allinei.

Altri volti conosciuti: Stephen Miller, già ideatore delle politiche migratorie più rigide e divisive dell’era Trump, torna come Vice capo di gabinetto. È Miller che orchestrò la famigerata politica della “tolleranza zero” contro i migranti, quella che strappava i figli dalle braccia dei genitori al confine. Per Miller, la sicurezza americana non è solo una questione di difesa, è una guerra senza tregua contro chi non appartiene a questa terra. E Trump, evidentemente, lo vuole di nuovo sul campo di battaglia.

Falchi e fedelissimi: la nuova guardia della Casa Bianca

Ma l’ombra più inquietante si staglia con la nomina di Marco Rubio a Segretario di Stato. Il senatore della Florida ha le mani pronte a stringere alleanze con i regimi più discutibili, ma sempre a favore dell’imperativo suprematista di chi considera l’America come una roccaforte da difendere a ogni costo, anche a scapito dei diritti umani e della dignità. Rubio, che a ogni crisi internazionale reagisce con dichiarazioni che trasudano nazionalismo, sarà il volto di una politica estera implacabile, per nulla incline alla mediazione.

In mezzo a tutto questo, troviamo un’idea che Trump non fa nulla per nascondere: la sua seconda amministrazione non sarà una democrazia liberale, sarà una macchina efficiente, senza ostacoli morali, senza freni né mezze misure. I suoi uomini e donne, dai miliardari agli ideologi, sono lì per un solo motivo: smantellare quel che resta della tolleranza e dell’inclusività nella burocrazia americana. Li ha scelti perché sono volti che hanno dimostrato fedeltà cieca, e perché, nei rispettivi ruoli, rappresentano un’ideologia precisa e violenta.

Trump, alla fine, non è solo un uomo che ha riconquistato la presidenza, è il regista di un film distopico che, questa volta, ha deciso di mettere in scena non nei confini della fantasia ma in quelli della realtà americana. E la sua realtà, adesso, è una squadra di fedelissimi pronti a trasformare ogni dissenso in un’onta da estirpare, ogni diritto in un beneficio revocabile. Con queste nomine, la storia americana non si limita a ripetere il proprio passato oscuro: lo riporta in vita, con una nuova veste e volti che, come spettri, promettono di rimanere impressi nella memoria collettiva.

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Mille euro per nascere nel 2024: il bonus di Meloni è un copione già visto e fallito

Da sempre Giorgia Meloni ha puntato il dito contro quello che chiamava il “Paese dei bonus,” definendo le erogazioni una tantum come il simbolo di una politica debole, concentrata sui consensi facili piuttosto che su riforme strutturali. Oggi, alla guida del governo, si ritrova ad applicare proprio il metodo che criticava: per i nuovi nati del 2024 propone un bonus bebè da mille euro, riprendendo una vecchia formula che si è già dimostrata inadeguata. A dimostrarlo ci sono i dati: i bonus bebè già introdotti dai governi passati hanno mostrato risultati inconsistenti, se non fallimentari, nel tentativo di stimolare la natalità.

Dai proclami contro i bonus alla replica di un fallimento: Meloni e il bonus bebè del 2024

Come spiega Pagella politica in una sua analisi, già nel 2006 il governo Berlusconi lanciò un bonus bebè di mille euro, rivolto a tutte le neo-mamme senza restrizioni di reddito. L’obiettivo era chiaro: invertire la tendenza delle nascite in calo e sostenere le famiglie. Risultato? Dopo un anno, l’Istat registrò un lieve incremento delle nascite, ma l’effetto non durò. Senza misure continuative, la natalità non si stabilizza. Così, con il governo Letta nel 2013, arrivò un nuovo tentativo: un altro bonus per le nascite, questa volta con limiti di reddito. Un assegno singolo, nonostante le aspettative, non ha la forza di cambiare i bilanci familiari né di sostenere le famiglie con figli a lungo termine.

Nel 2015 ci provò Renzi con un bonus rinnovato: una somma mensile per ogni figlio fino ai tre anni, con tetto ISEE fissato a 25.000 euro. Una misura più articolata, che doveva rappresentare un passo avanti. Ma anche qui, i risultati non furono quelli sperati. Tra il 2015 e il 2020, il numero di nascite ha continuato a calare: nel 2015 sono nati 485.780 bambini, ma nel 2020 siamo scesi a 404.892, il minimo storico. Il bonus mensile, nonostante il tentativo di renderlo più stabile, si è rivelato insufficiente: i mille euro all’anno per i figli di famiglie con Isee basso non hanno risolto nulla.

Con l’arrivo del governo Conte II nel 2020, si introdusse un “assegno temporaneo” da 80 euro al mese per figlio, un’altra misura che aveva come obiettivo quello di sostenere le famiglie a basso reddito. L’investimento, pari a oltre un miliardo di euro, sembrava indicare un cambiamento, ma di nuovo il risultato fu deludente: alla fine del 2020, Istat confermò il calo delle nascite, con 404.892 nuovi nati, mentre nel 2021 si toccò un nuovo record negativo, con 400.249 nascite. Insomma, i bonus bebè di breve periodo, per quanto rinnovati, non sono in grado di sostenere un aumento stabile della natalità in Italia.

Il vero sostegno alla natalità: gli esempi di Francia e Svezia

A questo punto, bisogna chiedersi: perché i bonus una tantum o i contributi per pochi anni non hanno funzionato? La risposta è semplice e chiara nei numeri. Mettere al mondo un figlio è una decisione che implica costi sostenuti per anni e che richiede condizioni di stabilità, un contesto economico e sociale che possa supportare la crescita della famiglia. È proprio ciò che altri Paesi europei hanno compreso bene. La Francia, ad esempio, ha stabilito da anni un sistema di sostegno alle famiglie che include congedi parentali ben pagati, asili nido gratuiti e agevolazioni fiscali significative, con un investimento pari a oltre il 2,8% del PIL nel 2022, contro l’1,1% dell’Italia. La Francia è uno dei pochi Paesi europei dove la natalità è più stabile, un fatto che ha radici in politiche di welfare concrete e durature, non in bonus spot.

Un altro caso significativo è la Svezia, dove il governo copre fino al 75% delle spese per i servizi di cura dell’infanzia e offre incentivi alle aziende che favoriscono la flessibilità per i genitori. Questa struttura permette alle famiglie di progettare il loro futuro con maggiore sicurezza. L’Italia, invece, ha riproposto sempre le stesse soluzioni, pensando che bastasse un piccolo incentivo una tantum per risolvere un problema sociale complesso. Ma come dimostrano i dati dell’Istat, la popolazione continua a calare e i nati del 2024 non saranno certo incentivati a sufficienza dai mille euro offerti dal governo Meloni.

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I “fantamiliardi” di Soros e il silenzio su Musk: l’ipocrisia sovranista tra complotti e veri miliardari

Matteo Salvini e Giorgia Meloni per anni hanno concimato l’idea che un miliardario americano (di cui non dimenticavano mai di sottolineare l’origine ebrea) George Soros decidesse le sorti del mondo con i suoi fantamiliardi favorendo l’immigrazione clandestina per rovesciare le democrazie europee. 

I loro più fervidi seguaci propugnano tutt’oggi questa ipotesi, soprattutto su quella latrina che è diventata l’ex Twitter ora X. Nessuno è mai riuscito a spiegarci perché Soros avrebbe scelto come hobby quello di boicottare Lega e Fratelli d’Italia ma questo sembra non interessare a chi lamenta “le ingerenze di un miliardario” nel placido sovranismo italico. 

Un miliardario americano di origine sudafricana, Elon Musk, con i suoi soldi ha comprato il social X trasformandolo in un contenitore di propaganda e di ingerenza politica. Padrone dell’algoritmo il miliardario Musk sfrutta la sua vasta eco per rilanciare calunnie, millanterie e rutti sui sistemi democratici del mondo (ieri contro il sistema giudiziario italiano). 

Musk è la dimostrazione di come denaro e social rendano un soggetto ricco anche un soggetto politico, alla faccia del “popolo”, della “democrazia” e di un altro paio di concetti su cui si poggiano le democrazie liberali occidentali. 

Meloni e Salvini in questo caso tacciono, anzi addirittura gongolano. Di Musk e di Trump hanno detto che sono il simbolo della “vittoria del popolo sulle élite”. E questo è tutto quello che c’è da dire sull’attuale momento storico. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: Giorgia Meloni e Elon Musk (fb ufficiale G.Meloni)

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Bannon scarica Meloni, con il piede in due staffe

C’era una volta una premier che sognava di essere il ponte tra due mondi, ma ha dimenticato che i ponti si costruiscono con solide fondamenta, non con gli specchi. Giorgia Meloni, nella sua personale favola di ascesa internazionale, aveva immaginato di poter interpretare il ruolo della grande mediatrice tra Trump e l’Europa, dimenticando però un dettaglio non trascurabile: per mediare bisogna essere credibili da entrambe le parti. E invece ecco che arriva Steve Bannon, l’architetto del trumpismo, a frantumare questo castello di carta con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. “Non abbiamo bisogno di nessuno in Europa”, tuona l’ex stratega della Casa Bianca, aggiungendo quella che suona come una stilettata: “Sii ciò che eri quando Fratelli d’Italia era al 3%”. Traduzione per i non addetti ai lavori: cara Giorgia, smettila di giocare a fare la statista moderata, torna a urlare dai palchi, eri meglio.

Il problema di Meloni è che ha cercato di cavalcare due cavalli contemporaneamente: da una parte l’atlantismo di facciata per compiacere Washington, dall’altra lo strizzare l’occhio ai sovranisti europei. Ma nella politica internazionale, come nella vita, non si può essere contemporaneamente candela e vento. E ora che Trump si prepara a riconquistare la Casa Bianca, il MAGA movement le fa sapere che non ha bisogno di intermediari in Europa: ha già i suoi Le Pen, Farage e Orbán di riferimento. La premier italiana si ritrova così in un limbo politico: troppo moderata per i trumpiani, troppo sovranista per i democratici. Un’ambiguità che porta sempre a un solo risultato: l’irrilevanza strategica.

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Irregolari, sporche e pericolose: una mensa scolastica su quattro è un rischio per i bambini

In Italia, una mensa scolastica su quattro è irregolare, ma non si tratta di irregolarità trascurabili o di qualche dettaglio fuori posto. L’ultima indagine dei Carabinieri dei Nas, iniziata con l’anno scolastico e concordata con il Ministero della Salute, getta luce su un sistema che dovrebbe tutelare la salute dei bambini e che invece sembra nutrirsi di negligenza e risparmio senza scrupoli. I numeri dei controlli sono chiari: su 700 mense scolastiche, 170 hanno mostrato irregolarità igienico-sanitarie, strutturali e autorizzative così gravi da richiedere, in alcuni casi, denunce penali e sequestri. E mentre le famiglie italiane pagano, spesso a caro prezzo, il servizio mensa, si trovano a fare i conti con una realtà che non rispetta nemmeno i minimi standard di sicurezza.

Irregolarità allarmanti: il controllo che svela la negligenza

Le criticità riscontrate parlano da sole: umidità diffusa, muffe che prosperano nei locali destinati alla preparazione dei pasti, insetti e persino escrementi di roditori. È un quadro raccapricciante, dove la trascuratezza assume le sembianze di un pericolo concreto per la salute. Ma non finisce qui. Mancano informazioni sugli allergeni, fondamentali per prevenire reazioni potenzialmente pericolose nei bambini allergici. Senza dimenticare la mancanza di tracciabilità degli alimenti e le condizioni dei locali, in cui le norme igieniche sembrano essere solo parole scritte e mai lette. Gli ispettori dei Nas hanno sequestrato circa 350 chilogrammi di alimenti mal conservati, scaduti o etichettati in modo irregolare, per un valore stimato di circa cinque milioni di euro. È lo specchio di un settore che, quando si parla di qualità, preferisce risparmiare piuttosto che proteggere.

Le ispezioni rivelano storie emblematiche di negligenza e disprezzo per la sicurezza. A Treviso, un centro educativo per l’infanzia operava senza autorizzazione alla refezione scolastica e senza la registrazione sanitaria necessaria. L’intera struttura è stata messa sotto sequestro amministrativo. A Pescara, un asilo nido ha subito la sospensione immediata delle attività di somministrazione di alimenti per gravi carenze igienico-sanitarie e strutturali. A Caserta, una ditta fornitrice di pasti è stata denunciata per frode: il titolare apponeva etichette della sua ditta su pasti prodotti da altre aziende. In totale, le verifiche hanno portato all’emissione di 225 violazioni amministrative e penali e sanzioni per un totale di 130 mila euro. Cifre che rivelano un sistema in cui le regole sembrano un optional e dove i gestori giocano con la sicurezza alimentare di milioni di bambini.

Un mercato da 2,5 miliardi di euro

Il mercato delle mense scolastiche in Italia è un settore di grande rilievo economico e sociale. Secondo la VII Indagine sulle mense scolastiche condotta da Cittadinanzattiva, nell’anno scolastico 2023/2024 le famiglie italiane hanno speso in media 84 euro al mese per la mensa di un figlio alla scuola primaria e 85 euro per l’infanzia, con una media di circa 4,20-4,26 euro a pasto. Numeri che diventano imponenti se consideriamo la platea degli studenti: in Italia ci sono circa 2,5 milioni di alunni nelle scuole primarie e 1,5 milioni nella scuola dell’infanzia, e si stima che il 55% usufruisca del servizio mensa. Tradotto in cifre, le famiglie italiane spendono annualmente circa 2,5 miliardi di euro per garantire ai propri figli un pasto durante le ore scolastiche. Un investimento pesante che, per molte famiglie, rappresenta una spesa importante, in un sistema dove le tariffe variano considerevolmente da regione a regione.

A fronte di questa spesa imponente da parte delle famiglie, lo Stato cerca di intervenire con investimenti pubblici. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) prevede la costruzione di circa 1.000 nuove mense scolastiche per ridurre le disparità territoriali, un impegno volto a garantire accesso equo al servizio, almeno sulla carta. Ma il problema resta la qualità di questi servizi, troppo spesso soggetti ad appalti al ribasso e logiche di risparmio, che sacrificano la sicurezza e la qualità per i margini di profitto.

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Da Waltz a Rubio, Trump punta sugli “yes man”

Donald Trump non è noto certo  per le mezze misure e questa volta sembra intenzionato a non lasciare nulla al caso, nemmeno le sue scelte per le posizioni strategiche. La recente nomina di Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale è l’esempio perfetto: Waltz è un deputato repubblicano noto per le sue posizioni anti-Cina e per il suo sostegno incondizionato a Trump. Waltz dovrà confrontarsi con un panorama internazionale instabile: dalla guerra in Ucraina alle tensioni con Cina e Corea del Nord, passando per il fuoco incrociato in Medio Oriente. Ma c’è di più: Waltz rappresenta quell’ala dura che Trump ha scelto per il suo staff, un segnale chiaro di quali saranno le sue priorità in politica estera.

Un falco alla diplomazia e uno zar al confine: Trump disegna il suo nuovo team

Nel rimettere insieme i pezzi della sua squadra, Trump non si è limitato a rimettere in piedi solo le sue vecchie glorie. La scelta di Marco Rubio come Segretario di Stato non è solo simbolica; è una riconciliazione pubblica che racconta la presa salda che Trump esercita ormai sul Partito Repubblicano. E se una volta Rubio era un critico, oggi è uno dei fautori del suo programma. Di origini cubane, il senatore della Florida ha maturato un’esperienza in politica estera che va dalla lotta contro l’influenza cinese al sostegno a leggi sui diritti umani per Hong Kong. Con la sua nomina, l’orientamento è chiaro: sarà un “falco” alla guida della diplomazia americana, e non è certo un caso se Pechino ha già sanzionato Rubio, vietandogli l’ingresso.

Altra pedina fondamentale in questa nuova scacchiera è Tom Homan, nominato “zar del confine” con il compito di gestire quella che Trump ha promesso essere la più grande operazione di deportazione nella storia degli Stati Uniti. Homan, noto per aver difeso le politiche di “tolleranza zero” durante la prima amministrazione Trump, si prepara a riprendere quel programma con rinnovato vigore. I critici puntano il dito contro un approccio che rischia di trasformare la gestione del confine in una macchina repressiva, ma per Trump è una priorità assoluta. E, con Homan, ha trovato l’uomo giusto. 

L’approccio di Trump sule nomine è coerente con la sua filosofia di comando: niente spazio per voci dissonanti, ma solo una squadra costruita su fedeltà e visione comune. Si inserisce in questo quadro la scelta di Stephen Miller, nominato vice capo di gabinetto per la politica, l’architetto della “zero tolerance” in tema di immigrazione. Miller è da sempre uno dei più fedeli sostenitori di Trump e, in questo ruolo, avrà carta bianca per dare seguito a politiche dure e inflessibili sui cui il di nuovo presidente Usa vuole costruire la sua immagine da leader dal pugno di ferro. 

Una fedeltà senza margini di dissenso: il Pentagono e l’impronta trumpiana

In tutto questo, c’è un messaggio chiaro: Trump vuole una squadra che esegua i suoi ordini senza riserve. La democrazia per il magnate americano è semplice burocrazia al servizio del comando Persino il Pentagono, che nel suo primo mandato ha tentato di moderare alcune sue decisioni, sarà riorganizzato in modo da eliminare possibili frizioni. È già in corso il processo di selezione per un Segretario della Difesa che non metta in discussione il volere presidenziale, una scelta che ovviamente preoccupa molti analisti. C’è il serio timore che questa volta il Dipartimento della Difesa possa diventare un’estensione diretta della visione trumpiana, anche questa senza margini di dissenso.

Nella sua seconda amministrazione, Trump sembra intenzionato a chiudere il cerchio, inserendo figure solo figure che rappresentano le sue idee in ogni posizione chiave. Un spoils system senza precedenti. Ma la mossa è considerata da molti pericolosa, perché rischia inevitabilmente di minare l’indipendenza delle istituzioni. Ma per Trump, la lezione sembra chiara: basta con le figure che potrebbero fare da freno. Il Paese, per lui, ha bisogno di una squadra che abbia come unica virtù l’accondiscendenza alla sua guida. La fedeltà, solo quella. 

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Clean the Cop lancia l’allarme: le conferenze sul clima sono ostaggio dei lobbisti

L’anno scorso a Dubai per la Cop28, l’annuale incontro sul clima delle Nazioni Unite, si è registrata la presenza record di 2.456 lobbisti del settore fossile, la delegazione più folta di tutta la conferenza, con accrediti provenienti direttamente dai governi, Italia compresa. Al momento, non sono disponibili dati ufficiali sul numero di lobbisti accreditati alla Cop29 di Baku. Si attende la pubblicazione dei dati ufficiali per valutare l’entità della loro partecipazione e l’eventuale impatto sulle negoziazioni in corso ma è lecito pensare che il numero sia cresciuto ancora.

L’invasione dei lobbisti fossili: chi rappresentano davvero?

Naturalmente, il fatto che anche quest’anno la Cop si svolgerà in un Paese grande esportatore di petrolio e gas lascia presagire una partecipazione importante di aziende energetiche. Clean the Cop, una campagna nata in Italia, denuncia questo cortocircuito tra politica climatica e interessi dei grandi inquinatori: “È come invitare i piromani a scrivere una legge contro gli incendi,” tuonano gli scienziati firmatari dell’appello.

Il cuore della questione non è solo il numero di presenze, ma chi queste persone rappresentano. Parliamo di colossi energetici le cui attività legate al petrolio e al gas sono in aperto contrasto con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Eppure, questi stessi attori sono stati accreditati dai governi per “negoziare” alle Cop, in una contraddizione che evidenzia un’incoerenza politica profonda e preoccupante.

Gli scienziati sono i primi a insorgere: chi dovrebbe proteggere la salute planetaria, insistono, non può concedere le chiavi delle trattative a chi ha tutto l’interesse a sabotarle. E il loro grido d’allarme non cade nel vuoto: a Roma, oltre 30 ricercatori e accademici hanno firmato l’Appello della campagna Clean the Cop, chiedendo al governo di fermare questa presenza invadente e dannosa.

Per Michele Vannucchi di Openpolis, “il governo ha il diritto di invitare chi ritiene, ma deve rispondere ai cittadini”. La responsabilità di garantire trasparenza su chi rappresenta l’Italia a queste conferenze è ormai inderogabile. Se i rappresentanti dei combustibili fossili hanno ottenuto un lasciapassare dal governo, chi vigila che questi stessi soggetti non influenzino in modo indebito le decisioni prese?

I numeri non lasciano dubbi: mentre l’emergenza climatica si aggrava, l’invasione dei lobbisti è un fenomeno in crescita esponenziale. Dalla Cop26 del 2021, con circa 500 lobbisti presenti, alla Cop28 di Dubai, questo numero è quintuplicato, segnando un sinistro record. Le voci critiche si moltiplicano, e le associazioni ambientaliste insistono che la politica climatica non può più essere dettata da chi ne ostacola l’implementazione per profitto.

La denuncia di Clean the Cop: una richiesta di trasparenza

Clean the Cop non si limita alla denuncia. In Italia, associazioni come A Sud, Greenpeace e ISDE chiedono un netto cambio di rotta, un “ripulisti” che separi finalmente la politica climatica dagli interessi dei giganti del fossile. L’Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico hanno promesso sostegno in Parlamento: “Una campagna come questa è necessaria e va sostenuta in tutti i modi,” dichiara Filiberto Zaratti.

Non si tratta solo di una questione simbolica, ripetono gli organizzatori: dalla Cop29 di Baku fino alla Cop30 di Belem, in Brasile, Clean the Cop continuerà a monitorare e denunciare. Se i governi vogliono davvero affrontare la crisi climatica, devono rinunciare alla complicità dei grandi inquinatori, escludendo i lobbisti del fossile dalle stanze dove si decidono i destini del pianeta.

Come spiega l’associazione A Sud: “La denuncia è rivolta al governo Meloni, visto che nel 2023 per la Cop28 di Dubai il badge alla stragrande maggioranza dei lobbisti nostrani è arrivato direttamente dal governo italiano. Secondo i dati delle Nazioni Unite, alla scorsa conferenza sul clima il governo è stato il principale “sponsor” del settore oil&gas nazionale”.

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Migranti in Albania: la politica dell’istinto contro il diritto

Il primo aspetto – quello che segna una line netta tra chi fa politica con le persone e chi fa politica con gli istinti – è la disumanità. Sette persone sono state impacchettate su una nave militare, spedite in Albania, riportate a Brindisi nella notte, scelte nel mazzo degli arrivi sulle coste europee. Alla faccia del diritto, dell’obbligo (e l’istinto di accoglienza). Sarebbe bene ricordare che la prima vergogna è questa.

Poi c’è l’aspetto economico. Una nave militare e il suo equipaggio usati come giostra, centri costruiti in fretta e furia zeppi di militari italiani, gli alloggi. Una mastodontica e macchinosa scenografia per inscenare un pugno che vorrebbe essere di ferro e invece è di burro. Chissà se la Corte dei conti avrà qualcosa da dire. 

C’è l’aspetto politico, il fallimento di chi dimostra a tutto il mondo di non sapere governare e quindi vorrebbe comandare. Peccato per loro (e fortuna per noi) che le leggi nazionali e internazionali abbiano previsto la rabbiosa inettitudine e abbiano imparato dalla storia come contenerla. 

Infine ci sono le istituzioni. Le deportazioni in Albania non sono più una questione italiana. Ieri anche il tribunale di Roma, dopo quello di Bologna e di Catania, ha rinviato tutto alla Corte di giustizia europea. Ora avremo l’occasione di comprendere quanto Von der Leyen sia disposta a rinnegare se stessa per accontentare Meloni e il gruppo Ecr.

Intanto qui c’è la più violenta e degradante farsa politica a cui abbiamo  assistito negli ultimi anni.

Buon martedì. 

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