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Bocciata la corsa al riarmo: il 55% degli italiani contrario all’aumento delle spese militari

La maggioranza degli italiani si oppone all’aumento delle spese militari e sostiene una tassa sugli extra-profitti delle aziende attive nel settore bellico. Lo rivela un sondaggio SWG per Greenpeace Italia, che conferma una tendenza già osservata nel gennaio 2023. Il 55% degli intervistati si dichiara contrario al piano del governo di incrementare il budget della Difesa fino al 2% del Pil entro il 2028, passando da 30 a circa 40 miliardi di euro. Solo il 23% approva questa proposta, mentre il 22% preferisce non esprimersi.

Spese militari, un budget miliardario che divide

Il sondaggio  arriva a pochi giorni dalla trasmissione al Parlamento di una manovra di bilancio che aumenta il budget della Difesa e dal lancio della nuova campagna “Ferma il riarmo!” promossa da Greenpeace Italia, Fondazione PerugiAssisi, Rete Pace e Disarmo e Sbilanciamoci. I risultati mettono in luce un sentimento diffuso di insoddisfazione: il 65% degli italiani è favorevole a una tassa sugli extra-profitti delle aziende che traggono vantaggio dai conflitti e dalle crisi geopolitiche. Questi profitti straordinari, alimentati dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle tensioni in Medio Oriente, appaiono come un’ingiustizia per molti cittadini, soprattutto in un contesto di sacrifici economici.

“Le cittadine e i cittadini italiani vogliono meno spese militari e più investimenti per il benessere collettivo”, afferma Sofia Basso di Greenpeace Italia. La preoccupazione è che il perseguimento dell’obiettivo del 2% del Pil per la Difesa possa compromettere settori essenziali come la sanità e il welfare. Questo scenario evidenzia una spaccatura tra le priorità governative e le aspettative della popolazione.

Il dissenso verso l’aumento delle spese militari non è isolato. Il 52% degli italiani si oppone anche a un incremento della spesa militare europea, promossa dalla Commissione Ue e dal nuovo commissario alla Difesa. Questa posizione riflette un desiderio di bilanciare le risorse pubbliche a favore di investimenti che migliorino la qualità della vita, anziché alimentare la macchina bellica.

L’idea di tassare gli extra-profitti delle aziende belliche raccoglie un consenso particolarmente forte tra gli over 55 e i residenti nel Nord-Est, con il 76% dei 55-64enni a favore. Tale misura viene percepita come un atto di equità: un modo per restituire alla collettività una parte dei guadagni generati da un settore che prospera in periodi di instabilità. I profitti delle aziende belliche sono visti come un simbolo di disuguaglianza, di un sistema che premia chi alimenta le tensioni mentre le famiglie fanno i conti con l’aumento del costo della vita.

Appelli per un cambio di rotta: il peso delle scelte economiche

Greenpeace e le organizzazioni della campagna “Ferma il riarmo!” chiedono una riduzione delle spese militari per destinare più fondi a salute, istruzione e sostenibilità ambientale. “È tempo che il governo riconosca che la corsa al riarmo rischia di portare al collasso il nostro sistema sociale”, conclude Basso. Questo grido d’allarme si colloca in un contesto in cui la sicurezza nazionale deve bilanciarsi con le esigenze della società civile, che chiede servizi migliori e una maggiore protezione sociale.

Il risultato è lineare: gli italiani, spinti da una percezione di ingiustizia e dalla preoccupazione per il futuro, reclamano politiche che rispecchino i loro bisogni reali. Non si tratta solo di numeri e percentuali: è la storia di un popolo che, pur consapevole delle necessità di difesa, riconosce l’urgenza di un cambio di rotta. In questo contesto la proposta di tassare gli extra-profitti non è una provocazione ma un appello a una giustizia più alta, capace di sostenere le comunità e favorire un progresso condiviso. Una visione ben diversa da quella coltivata dal governo. 

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La Libra ormeggia in Albania: una nave per 8 migranti e per la propaganda

Al porto albanese di Shengjin questa mattina c’erano più giornalisti e fotografi che passeggeri. Dopo due giorni, la nave militare italiana Libra è arrivata in Albania intorno alle 8 del mattino. A bordo ci sono 6 persone provenienti dall’Egitto e due dal Bangladesh, magro bottino dell’operazione pubblicitaria che il governo offre ai suoi elettori.

La nave Libra e il simbolo di un’operazione controversa

Nell’ultima settimana, l’Italia ha registrato un totale di 850 sbarchi di migranti: 743 il 4 novembre e 107 il 5 novembre. Questi portano il totale degli arrivi via mare a novembre a 1.211 persone. Dall’inizio dell’anno fino al 5 novembre 2024, sono sbarcati complessivamente 56.624 migranti. Gli 8 a bordo della Libra sono quelli che hanno passato la procedura di pre-screening effettuata a bordo della stessa nave per verificare la sussistenza dei requisiti per essere collocati nei centri albanesi: essere uomini maggiorenni, ritenuti non vulnerabili e provenienti da paesi sicuri (secondo la normativa italiana).

Ora si ripete il film già visto tre settimane fa. I migranti sono passati dall’hotspot nei pressi del porto, dove saranno sottoposti ad alcune procedure di verifica e controllo sanitario, dopodiché verranno trasferiti al campo di Gjader. Qui il loro trattenimento e la loro probabile richiesta d’asilo dovranno essere convalidati dai giudici italiani ed è altamente probabile che la sezione immigrazione del tribunale di Roma possa smentire le intenzioni del governo, così com’è successo per i primi 12 migranti che, in attesa dell’accoglimento del loro ricorso, sono stati “parcheggiati” al Cara di Bari.

La missione del Tai e le reazioni internazionali

In Albania è arrivata la missione del Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai), la principale rete della società civile impegnata nella promozione e difesa dei diritti delle persone migranti, realizzata in collaborazione con il Gruppo di Contatto Parlamentare sull’immigrazione per monitorare le procedure e le condizioni di accoglienza. Con loro ci sono i parlamentari Franco Mari, di Alleanza Verdi Sinistra, e Rachele Scarpa, del Pd, a cui si aggiungerà nei prossimi giorni Alfonso Colucci del Movimento 5 Stelle.

Nella nota il Tai afferma: “Nonostante i pronunciamenti di tribunali italiani e della Corte di Giustizia Europea, il governo continua a perseguire una propaganda anti-immigrati che sembra prevalere sugli interessi del Paese e sui diritti fondamentali delle persone. La decisione di mobilitare risorse significative per trasferire appena 8 migranti – egiziani e bengalesi – evidenzia l’assurdità di un’operazione sproporzionata rispetto ai suoi obiettivi. Dopo il rilascio dei 12 migranti trasferiti lo scorso ottobre, a seguito della mancata convalida dei decreti di trattenimento da parte del Tribunale di Roma, il governo ha intensificato lo scontro con la magistratura”.

Per il Tai “l’aver incluso Paesi come l’Egitto nella lista dei cosiddetti ‘Paesi sicuri’ non cambia il quadro: ogni giorno oppositori politici e attivisti per i diritti umani vengono arrestati o fatti sparire. Il caso Regeni, ancora irrisolto, è la prova più evidente che il governo egiziano non garantisce i diritti fondamentali”.

Il prevedibile nuovo scontro tra il governo Meloni e la magistratura ha ottenuto l’appoggio anche del presidente ungherese Viktor Orbàn che da Budapest, nella conferenza stampa finale della riunione dei leader d’Europa, ha detto che bisogna uscire dalla “trappola” costituita “dall’attivismo giurisdizionale”. “Gli elettori non possono accettarlo: eleggono i leader perché li servano. Se gli attivisti giudiziari li fermano, questo è contro la democrazia. È una questione di regolazione eccessiva”, ha detto Orbàn. Del resto, la sua allergia alle regole non è certo una sorpresa.

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L’effetto Trump rivitalizza Orbán: champagne a Budapest, preoccupazioni a Bruxelles

Viktor Orbán non ha mai nascosto la sua predilezione per Donald Trump. E questa settimana a Budapest, con il suono dei tappi di champagne che riecheggia nelle sale della politica europea, il primo ministro ungherese celebra la vittoria dell’ex presidente americano come un trionfo personale. Orbán, maestro di tempismo, aveva pianificato tutto. In un momento di disordine politico tra i tradizionali giganti dell’Ue come Francia e Germania, il premier ungherese si erge come la figura chiave di un blocco transatlantico che guarda con ammirazione all’America di Trump.

La scommessa su Trump e il nuovo asse sovranista

La scena è questa: 47 leader europei riuniti a Budapest per la Comunità Politica Europea, con Orbán al centro di un palcoscenico che sembra orchestrato per rafforzare la sua immagine di leader imprescindibile. Non è solo una questione di festeggiamenti; Orbán è pronto a sfruttare ogni occasione per consolidare la sua narrativa di “Rendere l’Europa di nuovo grande”, uno slogan che risuona come eco di quello trumpiano. E mentre l’Europa è costretta a confrontarsi con l’elezione di Trump e le sue implicazioni, Orbán si muove con l’agilità di un veterano del populismo.

Non è un mistero che l’elezione di Trump abbia scosso Bruxelles. I diplomatici europei sono già al lavoro, preoccupati per le minacce di nuove tariffe americane fino al 20% sulle importazioni. “La nostra reazione deve essere strategica”, ha dichiarato un diplomatico dell’UE a Politico, sottolineando l’importanza di un approccio ponderato che possa definire il tono delle relazioni future. Ma la sfida più grande è mantenere l’unità tra gli Stati membri, un obiettivo che rischia di sgretolarsi sotto il peso delle ambizioni individuali.

Nel frattempo, Giorgia Meloni osserva con attenzione. La premier italiana, accolta da Orbàn alla Puskas Arena con baciamo e foto di rito, è identificata come una figura capace di fungere da ponte tra le posizioni più rigide del blocco sovranista e le istituzioni europee, ancora fiduciose nella sua collaborazione. La sua alleanza ideologica con Trump e la vicinanza con figure come Elon Musk le conferiscono una posizione unica: abbastanza interna da dialogare con Ursula von der Leyen, ma sufficientemente allineata con le correnti più conservatrici per cavalcare l’onda populista. Orbán, però, ha ben altro in mente che un semplice brindisi.

Mentre Budapest è il centro delle celebrazioni, i segnali di allarme non mancano. Da una parte, la Commissione europea osserva preoccupata. Věra Jourová, vicepresidente uscente incaricata dei valori e della trasparenza, ha avvertito che i movimenti più conservatori vedranno rafforzata la loro influenza su temi come l’Ucraina, la migrazione e i diritti di genere. Il ritorno di Trump spiana la strada a una nuova era di tensioni, dove Orbán e i suoi alleati potrebbero spingere ulteriormente il dibattito verso una concezione di sovranità che minaccia l’equilibrio comunitario. Intanto il commissario ungherese designato Olivér Várhelyi che dovrebbe ottenere le deleghe per la Salute e il Benessere degli Animali è uno dei candidati più in bilico della nuova squadra di von der Leyen.

Orbán festeggia, tra brindisi e sondaggi in calo

Ma Orbán non è invulnerabile. Otto mesi dopo il lancio del partito Tisza, guidato dall’ex alleato e ora avversario Péter Magyar, i sondaggi indicano un sorpasso storico: il Tisza ha raggiunto il 46% delle intenzioni di voto, lasciando Fidesz al 39%. Non è un evento isolato; è il primo segnale in 18 anni di una possibile erosione del potere di Orbán.

Così la realtà domestica si intreccia con la dimensione internazionale. Mentre Orbán alza i calici, le sfide interne potrebbero minare la sua posizione proprio quando si sente più forte. E il gioco è tutto da scrivere: tra il rischio di nuove divisioni nell’UE e una crescente pressione sui leader europei per rafforzare la cooperazione difensiva e commerciale, il ritorno di Trump spinge ogni Paese a cercare una via di dialogo bilaterale con Washington. Come avverte Guy Verhofstadt, ex primo ministro belga, questo potrebbe essere il preludio a una disintegrazione dell’unità europea.

Orbán brinda, l’Europa trattiene il fiato.

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Meloni e l’arte del gnegneismo

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni – probabilmente credendo di essere simpatica – in diretta radiofonica durante la trasmissione Un giorno da pecora di Rai Radio 1 ha inviato un messaggio in cui dice di stare male ma di essere costretta a lavorare perché non ha “particolari diritti sindacali”.

La battuta sarebbe già di cattivo gusto così. Meloni, a differenza dei 3 milioni di italiani, il 13% del totale, non ha il problema di tornare a casa povera anche dopo un’estenuante giornata di lavoro. Sono persone che hanno una retribuzione annuale uguale o inferiore ai 6.000 euro, a cui andrebbero aggiunti altri 3 milioni di lavoratori irregolari e in nero.

Meloni, pur lavorando, potrà fare visite e accertamenti medici, al contrario di circa 4,5 milioni di italiani che hanno rinunciato a visite o accertamenti medici nel 2023 per l’incremento delle liste d’attesa, difficoltà di accesso ai servizi sanitari e problemi economici.

Ma i “diritti sindacali” a cui fa riferimento la presidente del Consiglio sembrano essere una stilettata allo sciopero generale indetto da Cgil e Uil per il prossimo 29 novembre contro la legge di Bilancio del governo. Quando il segretario della Cgil Maurizio Landini ha detto che è «il momento di una vera rivolta sociale», Fratelli d’Italia l’ha avvisato di «stare molto attento», minacciando addirittura azioni legali.

La “febbre” di Meloni è stata la scusa per non incontrare i sindacati nei giorni scorsi. La sua battuta di ieri è stata l’infantile vendetta. Voleva essere simpatica, Meloni, e invece ha dimostrato per l’ennesima volta di essere maestra del gnegneismo, sconnessa dalla realtà e sana solo al cospetto di Orbàn impegnato nel baciamano.

Buon venerdì.

Nella foto: La presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il primo ministro ungherese Orbàn al vertice europeo a Budapest, 7 novembre 2024

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Omicidio Vassallo, una storia tanto italiana

Ma chi se lo ricorda più Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica assassinato oltre quattordici anni fa Per mesi la sua morte ha occupato le pagine dei giornali sotto il marchio del “sindaco pescatore”, con quella tendenza a romanticizzare gli omicidi che piace tanto a certa stampa. Poi, il silenzio.

Ieri, su richiesta del pm di Salerno Marco Colamonici e del procuratore capo Giuseppe Borrelli, sono state emesse quattro ordinanze di arresto per l’omicidio del 5 settembre 2010. Tra gli arrestati ci sono il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo e l’imprenditore Giuseppe Cipriano, detto ‘Peppe Odeon’, proprietario di una sala cinematografica a Scafati.

Secondo la Procura, Vassallo fu ucciso perché voleva denunciare un traffico di droga intorno al porto di Acciaroli, organizzato dal clan camorrista Fucito con la complicità di carabinieri infedeli e imprenditori. Aveva fissato un appuntamento con un ufficiale della compagnia dei carabinieri di Agropoli per il 6 settembre 2010, un appuntamento a cui non è mai arrivato.

Il colonnello Cagnazzo, allora in servizio al nucleo investigativo di Castello di Cisterna, redasse un’informativa che dirottò le indagini su un sospetto brasiliano, Bruno Humberto Damiani, poi archiviato due volte: un depistaggio in piena regola. Cagnazzo si premurò anche di sequestrare i video di una telecamera di sorveglianza sul porto, senza autorizzazione del magistrato.

Tra gli arrestati ci sono anche il brigadiere Lazzaro Cioffi, già condannato a 15 anni per traffico di droga, e il collaboratore di giustizia Romolo Ridosso. Un bel quadretto di criminalità organizzata e istituzioni deviate. Una storia così tanto italiana.

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COP29, l’assenza di von der Leyen e Macron: l’ombra lunga dell’indifferenza europea

L’assenza annunciata della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, alla prossima COP29 a Baku che inizierà lunedì suscita perplessità e preoccupazione tra gli osservatori climatici. L’Europa, storicamente pioniera nella lotta contro il cambiamento climatico e baluardo delle politiche ambientali globali, sembra vacillare proprio quando la crisi richiederebbe invece ancora più intransigenza. L’assenza di von der Leyen, definita da molti come “un segnale fatale”, ora rischia di minare ulteriormente la credibilità dell’Unione in un momento critico.

Cop29, l’Europa tra leadership e assenza

Ma non è solo von der Leyen a disertare l’evento. Anche altri leader europei chiave, come il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, hanno deciso di non partecipare alla COP29. La mole di assenze inevitabilmente solleva interrogativi sulla volontà politica dell’Europa di mantenere il proprio ruolo di guida nella lotta contro il cambiamento climatico.

Le conferenze internazionali sul clima, da anni, sono il palcoscenico dove i leader mondiali devono dare prova di leadership e assumere impegni tangibili. La scelta di von der Leyen e di altri leader di non partecipare alla COP29 viene letta da molti come un segnale di debolezza o, peggio, di indifferenza.

L’assenza segna un disallineamento tra le dichiarazioni solenni di Bruxelles e le azioni concrete necessarie per fronteggiare una crisi sempre più pressante. La COP29 si tiene in un contesto già teso, con emissioni globali che non accennano a calare e con la fiducia del pubblico che si sgretola sotto il peso delle promesse non mantenute.

La scelta di Baku: una sede controversa

A questo si aggiunge, il controverso ruolo dell’Azerbaigian come ospite della COP29. Sebbene il paese abbia investito in alcune iniziative energetiche rinnovabili, la sua economia resta fortemente dipendente dall’estrazione e dall’esportazione di combustibili fossili. In molti sottolineano come l’Azerbaigian abbia spesso adottato politiche contraddittorie, dichiarando ambizioni ecologiche mentre continuava a rafforzare la sua produzione di petrolio e gas.

L’Europa, che solo pochi anni fa aveva lanciato il Green deal europeo come strumento di rinascita economica e sostenibilità, sta cambiando. Le pressioni interne ed esterne, dai costi energetici alle divisioni politiche tra gli stati membri, hanno indebolito la capacità di von der Leyen e degli altri leader di sostenere un ruolo di primo piano nella diplomazia climatica.

Alcuni critici vedono in questa mossa un tentativo di evitare l’assunzione di nuove responsabilità o impegni troppo vincolanti, che potrebbero trovare resistenze nei governi più reticenti. Tuttavia, l’assenza non fa che ampliare il divario tra le parole e i fatti, minando la credibilità dell’Ue agli occhi dei partner internazionali e degli elettori europei.

Effetto Trump sulle politiche green

In parallelo, la COP29 si tiene in un contesto mondiale caratterizzato dal ritorno di politiche climatiche negazioniste. Donald Trump, nuovamente presidente degli Stati Uniti, ha riaperto la stagione delle dichiarazioni infondate e pericolose. In una recente intervista, ha affermato: “Il cambiamento climatico è una bufala. Non c’è nessuna prova che il clima stia cambiando a causa dell’attività umana.” Parole che riecheggiano vecchi slogan ma che, tornate in auge sulla scena mondiale, complicano ulteriormente la ricerca di soluzioni condivise.

Mercoledì, la Commissione europea in una nota aveva scritto: “La nostra leadership è dimostrata dalle nostre azioni coerenti a livello nazionale e internazionale. Siamo sempre una voce di spicco per la nostra ambizione nella lotta al cambiamento e non cambieremo atteggiamento anche quest’anno”. Non resta che vedere. 

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Asgi smonta il decreto Paesi sicuri: “Così è a rischio il diritto d’asilo”

Il Decreto Paesi sicuri del governo Meloni, a detta dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), rappresenta una forzatura che travolge il diritto di asilo con una lista di Paesi “sicuri” costruita su criteri più politici che reali. Apparentemente è una norma per velocizzare le pratiche, evitare lungaggini, risparmiare soldi pubblici. Ma, nella sostanza, Asgi solleva un dubbio pesante: chi stabilisce cosa sia sicuro e cosa no, e soprattutto, come può questa lista non essere una scorciatoia che fa saltare garanzie fondamentali?

A prima vista, il decreto è semplice: chi proviene da Paesi dichiarati “sicuri” non avrebbe diritto a un percorso di protezione completo. In sostanza, con questa norma, il governo spera di sfoltire le richieste di asilo, trattando intere categorie di richiedenti come “a basso rischio”. Asgi tuttavia sottolinea come questa semplificazione sacrifichi il diritto a una valutazione personalizzata, un aspetto che dovrebbe essere basilare quando si parla di vite umane. La lista dei Paesi sicuri, infatti, include Stati che la stessa comunità internazionale – per non parlare delle associazioni umanitarie – ha più volte dichiarato “problematici” per la tutela dei diritti umani. La Tunisia, per esempio, è nella lista, eppure Asgi ricorda che il Paese è stato segnalato per casi di tortura e repressione. Dichiararla sicura, sostiene Asgi, è un atto di comodo che ignora i fatti.

La presunzione di sicurezza che mette a rischio le tutele

Ma il problema non finisce qui: come osserva Asgi, il decreto introduce una “presunzione di sicurezza” che finisce per ribaltare l’onere della prova. Invece di tutelare chi chiede protezione, costringe chi proviene dai Paesi in lista a dimostrare in tempi strettissimi e con prove stringenti di essere a rischio “individuale e straordinario”. Chi fugge da questi Paesi deve correre contro il tempo, raccogliere documenti che spesso è difficile procurarsi, e tutto questo per convincere una macchina burocratica che non intende soffermarsi su storie individuali, ma applicare un principio generale: se vieni da lì, te la cavi.

Asgi avverte che il decreto taglia le garanzie: le decisioni arrivano entro un mese, troppo poco per chi fugge da persecuzioni, lasciando spesso tutto alle spalle, compresi i documenti. Non solo: con il decreto diventa praticamente impossibile presentare un ricorso efficace. E così si svuota il diritto alla difesa, una scorciatoia che potrebbe tradursi in respingimenti di persone che secondo i trattati internazionali avrebbero pieno diritto alla protezione. Asgi descrive il decreto come un sistema accelerato che però si basa su una logica pericolosa: non contano le ragioni individuali, conta solo da dove vieni. Un passo indietro, un passo verso il rischio di violare i principi sanciti anche dall’articolo 10 della Costituzione italiana, che garantisce asilo a chiunque scappi da violazioni dei diritti umani.

L’Asgi sottolinea che questa accelerazione della procedura, a scapito delle garanzie, contraddice i principi che l’Italia ha firmato nelle direttive europee, che impongono valutazioni individuali e aggiornate. Con il decreto, dice Asgi, il governo tratta situazioni complesse con uno schema burocratico che elimina la dimensione umana del diritto di asilo.

Il cuore del problema, secondo Asgi, è nella stessa nozione di Paese “sicuro”: come si fa a catalogare come sicuro un intero Stato, ignorando i diversi contesti locali e politici? Chi garantisce che per ogni richiedente asilo proveniente da quel Paese esista un livello di sicurezza accettabile? Il diritto di asilo, come sottolinea Asgi, non dovrebbe dipendere da una lista geografica, bensì da una valutazione del rischio effettivo per la persona. Il decreto invece fa esattamente l’opposto: tratta chi arriva da un Paese “sicuro” come un caso di basso rischio, lasciando indietro la complessità di storie e situazioni.

Dl Paesi sicuri, un automatismo che ignora la complessità delle storie individuali

Il quadro delineato da Asgi è chiaro: il decreto, con la sua lista di Paesi sicuri, rischia di creare un’automatizzazione pericolosa. Questa “presunzione di sicurezza” porta a respingere persone che, se ascoltate, potrebbero rientrare nei criteri di protezione. L’Italia si impegna, in apparenza, a rispettare il diritto d’asilo, ma questa nuova lista tradisce quello che dovrebbe essere un principio di umanità.

Asgi avverte che questo decreto non solo rischia di violare i trattati internazionali, ma rischia di mettere l’Italia al centro di possibili violazioni dei diritti umani. L’associazione denuncia un pericolo concreto: queste scorciatoie burocratiche non risolvono la crisi migratoria, la spingono solo lontano dalla vista. Chi rimane fuori dalle porte chiuse, che il governo chiama “efficienza”, è una persona, una vita che rischia. Perché il rischio di chi fugge da un Paese dichiarato “sicuro” non scompare con un decreto.

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Riparte la nave Libra con solo 8 migranti a bordo in rotta verso l’Albania

La nave Libra riparte, stavolta con solo otto persone a bordo. La marina militare mobilitata per un carico ridotto all’osso, una scena che sfiora il surreale: mentre arrivano i primi provvedimenti giudiziari che mettono in discussione il decreto Paesi Sicuri, gli 80 metri della Libra salpano con una dozzina di membri dell’equipaggio e, come passeggeri, otto migranti. Erano stati selezionati in nove, ma uno è stato lasciato a terra. Troppo fragile, ha detto il medico. 

La Libra salpa con 8 migranti: propaganda o fallimento?

Un’operazione costosa e dal sapore aspramente politico, un’operazione svuotata nei numeri, ma tenuta in piedi per mostrare che il governo “fa”. I fatti, però, sono un’altra storia. Su oltre 1.200 persone sbarcate a Lampedusa nelle ultime 48 ore, solo otto uomini adulti e soli, senza vulnerabilità apparenti, hanno soddisfatto le rigide condizioni per essere considerati “idonei” al trasferimento. Il decreto governativo che definisce i “Paesi sicuri” restringe tanto i criteri che, alla prova dei fatti, appare più esclusivo che applicabile.

Lo scorso ottobre una decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea aveva lasciato chiaramente presagire il destino del modello Albania, sancendo che un paese può essere ritenuto “sicuro” solo se garantisce il rispetto dei diritti umani su tutto il territorio. Il governo italiano ha risposto stabilendo per decreto la lista dei Paesi sicuri. Un decreto già disapplicato dal Tribunale di Catania che nei giorni scorsi ha rigettato il trasferimento di un migrante egiziano. Dopo che il primo tentativo di portare in Albania 16 migranti era già culminato, tre settimane fa, in un fallimento. Le sentenze dei tribunali confermano che chi proviene da Paesi “sicuri” solo sulla carta, come l’Egitto o il Bangladesh, non può essere trattenuto né in Italia né all’estero. 

L’Albania, con i centri di Shengjin e Gjader, accoglierà questi migranti per una durata che difficilmente supererà le 48 ore. Le stesse 48 ore necessarie alla Libra per raggiungere le coste albanesi. Il governo lo sa, così come sa che il rischio di invalidazione dei trasferimenti è altissimo. Semmai accadesse, il governo spera che l’operazione appaia come l’iniziativa di un governo che si dà da fare. E se dovesse andare male, pazienza.

Sentenze europee e costi alle stelle

A terra, l’indignazione cresce. Costi enormi, una nave capiente per meno di dieci persone, carburante e risorse impiegate per una misura che, a conti fatti, è destinata a esaurirsi in un mare di carte bollate. E mentre la Libra sfida le perturbazioni in arrivo sul Mar Ionio, gli interrogativi aumentano: quanto ci costerà l’operazione Albania Quanto è disposto il governo a spendere per una politica migratoria che mostra tutti i suoi limiti strutturali?

“Una nave da guerra della Marina Militare viene utilizzata per trasportare 8 migranti da Lampedusa in Albania, – dice il portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli – se qualcuno aveva dei dubbi questa è la prova provata che ci troviamo di fronte ad un’operazione di propaganda politica che sperpera denaro pubblico. Un viaggio che costa ben 36 mila euro a migrante”.

Per Riccardo Magi di +Europa “siamo alle comiche, se non fosse che i Cpr albanesi sono fuori dal diritto europeo e costano ben 1 miliardo di euro ai contribuenti italiani, che pagano per dei centri che finora hanno ospitato solo 12 persone. Un enorme spreco di denaro pubblico, una ignominia sul nostro Paese che fa un altro passo fuori dal diritto europeo, una triste pagina per i diritti umani”. 

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Trump, Musk e la politica pagata a peso d’oro: chi ha il controllo degli Stati Uniti?

Nella vittoria di Trump Elon Musk non è solo l’imprenditore eccentrico e visionario, è il miliardario che ha trasformato la sua influenza in un motore politico capace di spostare masse e determinare risultati.

Con la sua super PAC “My America PAC” — un comitato di azione politica che può raccogliere e spendere somme illimitate di denaro per sostenere candidati senza coordinarsi ufficialmente con le loro campagne — Musk ha diretto l’operazione di mobilitazione elettorale più massiccia mai vista, spendendo oltre 175 milioni di dollari per raggiungere quasi 11 milioni di elettori nelle zone chiave. Mentre Trump affidava il suo destino politico a un outsider, Musk dettava le regole di un gioco che la democrazia americana stenta a riconoscere. Canvassers, ossia volontari o professionisti incaricati di contattare gli elettori porta a porta, venivano pagati, con bonus per reclutare voti, persino incentivi economici mascherati da appelli al patriottismo: tutto pur di accendere un riflettore su un sistema dove la voce di chi ha denaro urla più forte di quella degli elettori.

Il connubio tra Trump e Musk non è solo un’alleanza elettorale. È la prova che la politica si è fatta spettacolo per pochi ricchi protagonisti, e Musk – con la sua piattaforma X trasformata in megafono personale – ne è il regista e attore principale. Le tattiche sfacciate, dagli incentivi al controllo delle operazioni sul campo, mostrano come le campagne politiche si stiano trasformando in laboratori per esperimenti finanziati da miliardari.

“Una stella è nata”, ha detto Trump tra applausi e sorrisi, mentre Musk pianificava già le prossime mosse per influenzare le elezioni di midterm. E così, in un’America sempre più strattonata tra potere e capitale, resta una domanda inquietante: quanto è lontana la democrazia quando la politica diventa l’affare personale dei miliardari?

Buon giovedì. 

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La profezia di Lewis materializzata da Trump

Nel 1935, mentre l’Europa guardava con inquietudine l’ascesa del nazifascismo, Sinclair Lewis decise di raccontare una storia che i suoi contemporanei liquidarono come assurda fantapolitica. “Qui non è possibile”, la intitolò. E invece.

Il romanzo racconta di un senatore americano, Berzelius “Buzz” Windrip, che conquista la presidenza cavalcando il malcontento popolare. La sua tattica è semplice: promette denaro facile (5.000 dollari all’anno a ogni cittadino), si erge a difensore dei “veri americani” e dei loro valori tradizionali, trasforma ogni critica in un attacco alla nazione. Presentandosi come un campione dei valori tradizionali americani, Windrip sconfigge facilmente i suoi avversari. 

Ma non è tanto il personaggio a essere inquietante, quanto il meccanismo che Lewis descrive con chirurgica precisione: l’erosione quotidiana delle istituzioni democratiche, la progressiva normalizzazione dell’inaccettabile, la metamorfosi del dissenso in tradimento. Nel romanzo la maggioranza degli americani approva le misure autoritarie considerandole “passi necessari benché dolorosi”. I più scettici si consolano ripetendosi che “qui non è possibile”.

È questa la vera profezia di Lewis: non tanto l’ascesa di un demagogo, quanto la nostra infinita capacità di autoassolverci mentre l’impossibile accade sotto i nostri occhi. Il fascismo, ci mostra, non ha bisogno di camicie nere per manifestarsi. Può presentarsi in giacca e cravatta, parlando di patriottismo e prosperità.

Rileggere oggi “Qui non è possibile” significa riconoscere, uno dopo l’altro, i segni del nostro tempo: la demonizzazione degli avversari politici, la manipolazione della realtà attraverso la propaganda, la trasformazione del patriottismo in una clava contro il dissenso. D’altronde, cosa c’è di più americano di un uomo d’affari che promette di rendere l’America di nuovo grande?

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