Vai al contenuto

Non è in vendita la coscienza dei giornalisti (nemmeno su Amazon)

C’è qualcosa di tremendamente affascinante nella dignità di chi sa ancora alzarsi dalla sedia, di chi sa ancora dire “no, grazie” anche quando quel “grazie” vale milioni di dollari. È successo al Washington Post, dove l’ombra lunga di Jeff Bezos ha tentato di soffocare una tradizione quasi cinquantennale di endorsement democratici, scatenando un terremoto che ha fatto tremare le fondamenta del giornalismo americano.

I giornalisti del Post non hanno esitato: hanno sbattuto la porta. Robert Kagan, penna storica del quotidiano, ha definito “facile” la scelta di dimettersi. Facile come sono facili le scelte quando si ha ancora una spina dorsale che funziona, quando si comprende che il giornalismo non è un esercizio di equilibrismo ma una questione di responsabilità.

Mentre in Italia ci culliamo ancora nell’illusione dell’oggettività giornalistica – questa chimera che ci raccontiamo per non affrontare la verità delle nostre scelte – i colleghi americani ci mostrano cosa significa essere intellettualmente onesti: scegliere da che parte stare e dirlo apertamente. Non c’è niente di più trasparente del dichiarare le proprie posizioni, niente di più rispettoso verso i lettori del mostrare le proprie carte.

L’oggettività è un feticcio che abbiamo inventato per nascondere le nostre paure, un velo sottile dietro il quale mascherare le nostre convinzioni. Ma la verità è che ogni parola che scriviamo è già una scelta, ogni virgola è già una presa di posizione. E allora tanto vale avere il coraggio di ammetterlo.

Bezos, con la sua decisione di bloccare l’endorsement a Kamala Harris non ha solo tradito una tradizione: ha mostrato quanto il potere economico possa piegarsi al ricatto del potere politico. Ma ha anche, involontariamente, permesso ai suoi giornalisti di darci una lezione di dignità professionale che dovremmo appendere in ogni redazione italiana.

Forse il vero giornalismo non è quello che si nasconde dietro una presunta neutralità: è quello che ha il coraggio di dire “io sto qui” e di pagarne il prezzo.

 

Foto di Michael Fleischhacker – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11161982

L’articolo proviene da Left.it qui

La retorica dell’invasione e della guerra ai confini che infetta l’America e fa scuola in Italia – Lettera43

Negli Usa una squadra guidata da Tom Homan, che ha già un posto promesso nell’eventuale amministrazione Trump, alimenta la propaganda dell’emergenza continua e del tradimento dei dem. E nutrendo questa paura incassa anche come business man. Una tattica simile a quella di Salvini-Meloni coi migranti nel Mediterraneo. Dietro il falso allarme c’è sempre un guadagno.

La retorica dell’invasione e della guerra ai confini che infetta l’America e fa scuola in Italia

Nella grande fabbrica della paura americana c’è una nuova retorica: non più solo muri, non solo confini, ma un’ossessione rivestita di parole come «invasione» e «tradimento». Da un’inchiesta del collettivo internazionale giornalistico Lighthouse Reports sappiamo che negli Stati Uniti una squadra guidata da Tom Homan, ex direttore ad interim dell’Immigration and Customs Enforcement sotto Donald Trump, ha costruito una macchina ben oliata che alimenta il fuoco della propaganda. L’associazione “Border911”, travestita da fondazione senza scopo di lucro, alimenta la narrazione della «guerra al confine», e per loro, la minaccia non è più un’ipotesi: è una profezia auto-avverante, raccontata in diretta sui canali di destra e sul palcoscenico delle elezioni presidenziali.

La retorica dell'invasione e della guerra ai confini che infetta l'America e fa scuola in Italia
Tom Homan (Getty).

L’evoluzione del racconto della “frode elettorale”

Quello di Homan non è solo il racconto di una frontiera vulnerabile, ma di un’invasione manipolata da un governo complice: l’idea è che l’amministrazione Biden stia di proposito “aprendo le porte” ai migranti per alterare il voto e mantenere il potere. È la linea che guida i comizi di Homan e dei suoi alleati, che in questi mesi hanno girato gli Stati Uniti seminando dubbi sulle elezioni e preparando così il terreno per contestare il risultato elettorale di novembre 2024 se non dovesse sorridere a Trump. In fondo non è una strategia nuova: si tratta dell’evoluzione del racconto della “frode elettorale”, che inizia con l’assurda premessa di una democrazia venduta agli “illegali”.

Si viaggia sul doppio binario della paura e del profitto

È una macchina complessa, quella costruita da Homan e i suoi collaboratori, che viaggia sul doppio binario della paura e del profitto. “Border911”, con sede a Fredericksburg, in Virginia, opera su più livelli: come fondazione senza fini di lucro da un lato e come organizzazione di “dark money” dall’altro. L’assetto permette alla fondazione di eludere alcuni obblighi fiscali, mentre il denaro scorre da un’entità all’altra come un fiume oscuro, secondo documenti dell’Irs che evidenziano una gestione delle spese sospetta, quasi identica per entrambe le organizzazioni.

Melania Trump ha costretto suo marito, l’allora presidente Donald Trump, ad abbandonare una legge sull'immigrazione
Un comizio di Donald Trump di agosto a Sierra Vista, sul confine dell’Arizona con il Messico (Getty Images).

Un «nuovo 11 settembre» che minaccia l’integrità americana

Nel reticolo di “Border911” spuntano figure che aggiungono credibilità alla messinscena della “minaccia”: ex agenti federali, investigatori, volti noti dei canali di destra come NewsMax e Fox News. Gente come Rodney Scott, ex capo della Border Patrol, e Derek Maltz, ex agente della Dea, che ai microfoni del Congresso e ai meeting locali sfoderano la narrazione di un confine assediato, un «nuovo 11 settembre» che minaccia l’integrità americana. Al fianco di Homan c’è chi non disdegna il ritorno economico di questa retorica: le consulenze private di Scott e il software di sorveglianza che Maltz pubblicizza, già adottato da Ice e Dea, generano contratti miliardari proprio grazie a questa narrazione di emergenza continua.

Forze di polizia locali diventano sceriffi della frontiera

Il teatro di Homan non si limita a questo. In Arizona i legislatori repubblicani, ispirati da “Border911”, hanno già introdotto proposte per dichiarare formalmente una “invasione” e trasformare le forze di polizia locali in una sorta di sceriffi della frontiera. L’iniziativa si fonda su un vecchio istinto: prendersi il diritto di stabilire chi è dentro e chi è fuori dalla comunità, come se l’America non fosse altro che un fortino sotto assedio. Nella loro versione, ogni stato è una “frontiera”. E se i confini giuridici non bastano si può sempre dichiarare una “guerra”.

Migranti, droga e dazi: il Messico guarda al voto Usa e tifa Harris
Migranti davanti al muro al confine tra Messico e Usa (Getty).

Slogan, microfoni aperti e contratti multimilionari

La politica della paura si costruisce sui simboli. Alla conferenza di luglio a El Paso, Homan proclamava: «Milioni di persone nei prossimi censimenti saranno contati nelle città santuario», il che «creerà più seggi in Congresso per i democratici. Hanno venduto questo Paese, è quasi tradimento». L’audience applaude, perché ciò che risuona non è la verità ma la risonanza di un fantasma che si alimenta da sé. Nessun confine è “sicuro” nella sua visione, a meno che non sia una barricata, un muro: ma un muro fatto di slogan, di microfoni aperti, e di contratti multimilionari ai fedelissimi.

Pronta «la più grande forza di deportazione mai vista in America»

Trump, dal canto suo, sembra assecondare questo progetto senza batter ciglio. Ha già promesso un ruolo di punta a Homan nella sua ipotetica prossima amministrazione e la sua elezione pare far parte di un piano già scritto. «Trump torna a gennaio, e io sarò al suo fianco per comandare la più grande forza di deportazione che questo Paese abbia mai visto», dichiarava Homan. L’ex direttore Ice è abile nel giocare su due livelli: come difensore “patriottico” e come business man, che da un lato costruisce il mito dell’invasione e dall’altro incassa sui contratti federali che la giustificano.

Migranti, droga e dazi: il Messico guarda al voto Usa e tifa Harris
Il candidato vicepresidente repubblicano JD Vance al confine col Messico (Getty).

Certe retoriche sono entrate anche nel linguaggio italiano

Da questa parte dell’Atlantico i leader italiani guardano e imparano. Non è un caso che certe retoriche siano entrate anche nel nostro linguaggio, nei proclami che guardano al Mediterraneo come una minaccia e vedono nei migranti un’arma lanciata contro l’Europa. Alimentare il sospetto non è solo un’arte: è un investimento, una scommessa che paga bene. L’Italia e l’Europa, con i loro “patti” e le nuove forme di sorveglianza alle frontiere, si muovono sullo stesso piano inclinato: rendere l’invisibile tangibile, il pericolo imminente, giustificare lo stato d’emergenza con la paura del diverso, mentre i confini si fanno sempre più business. Così, nel grande teatro del mondo il copione di Homan si duplica, ispira nuovi attori e trova sostenitori in Italia e altrove, dove i confini sono aperti, sì, ma solo agli interessi di chi sa come far girare la macchina della propaganda. La “guerra” di Homan è un monito: per fermarla non basta chiudere le frontiere, serve disinnescare la retorica e svelare il guadagno dietro il falso allarme.

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/retorica-invasione-guerra-confini-america/

La beffa del Canone Rai: il tributo torna a 90 euro e le Tv private ringraziano

Il taglio promesso del canone Rai per il 2025 non ci sarà. Nonostante le rassicurazioni, la nuova legge di Bilancio ha lasciato da parte la misura che doveva ridurre il canone da 90 a 70 euro, come era stato previsto per il solo 2024. Lo schema è chiaro: da una parte si assicura un “regalo” alle famiglie per addolcire il quadro dei rincari; dall’altra, senza clamore, si lascia decadere il beneficio, rientrando nei ranghi del solito bilancio statale. Ma chi beneficerà del mancato taglio?

Il dietrofront sul taglio del canone: una promessa a metà

In prima fila c’è Mediaset, il gigante mediatico della famiglia Berlusconi: il canone a 90 euro è la migliore garanzia che i tetti pubblicitari imposti alla Rai non verranno ritoccati al rialzo – con tutto ciò che ne deriverebbe in termini di concorrenza – per compensare un’eventuale riduzione del sostegno pubblico. Ma come mai Giorgia Meloni, che in passato tuonava contro l’obbligo di pagare un canone “sospetto”, ha deciso di mettere da parte un impegno di sconto al pubblico? Nel 2016, da battagliera leader dell’opposizione, Meloni criticava aspramente il canone in bolletta, vedendolo come una tassa per ingrassare quelli che chiamava “pseudo artisti” della Rai. Oggi, al contrario, sposa lo stop al taglio, facendo leva su un silenzio di governo di cui beneficia direttamente Mediaset, il concorrente per eccellenza della Rai, dimenticando le promesse ai cittadini.

La questione è anche economica. L’abolizione del canone è stata una promessa elettorale sventolata dalla Lega, e nel 2024 l’iniziativa di riduzione del canone Rai da 90 a 70 euro ha comportato un costo di 430 milioni di euro, coperto con altre voci di bilancio. Per il 2025, però, il governo non ha trovato quei soldi. Anzi, la questione è sparita dal Documento programmatico di bilancio 2025, anticipando una disillusione per milioni di italiani. Una scelta di cui la maggioranza parlamentare dovrà rispondere. Senza un emendamento che reintroduca il taglio, si torna ai 90 euro: una beffa per chi, forse ingenuamente, aveva sperato nella continuità di un governo che dichiara di avere a cuore i portafogli delle famiglie.

In fondo, il condono del taglio del canone Rai parla una lingua ben conosciuta. Invece di risparmiare, gli italiani si troveranno un costo in più tra le spese già appesantite. Dopo mesi di rincari energetici, il conto finale è pronto a scaricarsi sui consumatori. Secondo il Codacons, il mancato rinnovo costerà alle famiglie tra i 420 e i 430 milioni di euro nel 2025. Un rincaro che si fa sentire, e che cade su un tessuto sociale già provato da due anni di crisi energetica.

Mediaset e Rai: una concorrenza sempre più sbilanciata

Dunque, si può dire che le intenzioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – confermate pubblicamente appena dieci giorni fa – si siano sgretolate (come osserva Pagella Politica, ndr) davanti a una logica che, ancora una volta, se non ad avvantaggiare va quantomeno a non danneggiare le imprese private, come Mediaset, nella raccolta pubblicitaria. I silenzi di Meloni non lasciano spazio a dubbi: l’eliminazione del taglio del canone è una delle tante manovre economiche che flettono la schiena al volere di una certa economia televisiva tra pubblico e privato.

Resta una domanda: che fine hanno fatto le promesse? Forse lo stesso ministro dell’Economia, apparentemente “confermando” la misura qualche giorno fa, ne era consapevole. Ma il colpo di coda del governo Meloni sembra suonare come un monito a quanti si fidano delle parole di facciata. La politica di governo, in fondo, sembra ancora dominata dall’arte del fare “un po’ e un po’…”, il che, stavolta, coincide con una comoda spartizione dei vantaggi: al governo, un bilancio senza spese aggiuntive; a Mediaset, una Rai senza sconti che le impediscono di competere oltre un certo limite sul mercato pubblicitario.

Intanto, mentre la proposta della Lega per abolire il canone giace dimenticata in commissione Trasporti, gli italiani resteranno con il solito balzello.

L’articolo La beffa del Canone Rai: il tributo torna a 90 euro e le Tv private ringraziano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il crollo del baluardo moderato in Europa: come il Ppe si è piegato ai sovranisti

Il Partito Popolare Europeo (Ppe), che da sempre si dichiara baluardo della moderazione, sembra ora essersi abbandonato a un gioco pericoloso di equilibrio tra potere e compromessi. La sua discesa verso la destra sovranista non è un semplice cambio di rotta ma un tradimento delle proprie radici. I segni erano già visibili: un Ppe che gioca la parte del custode della stabilità, mentre siede sempre più vicino a coloro che negano i fondamenti della democrazia liberale.

L’ambigua alleanza del Ppe con i sovranisti

Manfred Weber, lo stratega che guida il più grande gruppo politico del Parlamento europeo, sta tessendo una trama che oscilla tra i fili sottili del pragmatismo e del cinismo politico. La recente alleanza con l’ECR, il gruppo guidato da Giorgia Meloni, ne è la manifestazione più esplicita. Un corteggiamento sottile ma fin troppo visibile: da una parte, il Ppe finge di sostenere la coalizione di Ursula von der Leyen, dall’altra si avvicina a coloro che mettono in discussione i valori stessi dell’Unione europea. Come non ricordare l’opposizione della stessa Meloni alla riconferma della presidente della commissione? Eppure, oggi, quel dissenso sembra evaporato nel calore di accordi e compromessi dietro le quinte.

È emblematico il caso di Raffaele Fitto, un tempo figura centrale del Ppe, ora divenuto alleato dei sovranisti italiani e polacchi. Nonostante le sue posizioni, l’ex ministro italiano è stato difeso con zelo dai popolari, come se le vecchie alleanze personali valessero più delle ideologie attuali. Il messaggio è chiaro: in nome della convenienza politica, il Ppe è disposto a difendere chiunque, anche chi ora rappresenta l’opposto di ciò che il partito affermava di essere.

Un bilancio che segna la svolta a destra

Ma il vero campanello d’allarme è suonato durante il voto sul bilancio dell’Ue. Qui, il Ppe ha rotto ogni vincolo con i suoi alleati centristi e ha scelto di sostenere emendamenti proposti dall’AfD, un partito che rappresenta una delle espressioni più viscerali dell’estrema destra in Europa. Le politiche migratorie che l’AfD promuove, con la costruzione di centri di deportazione e barriere ai confini, sono state accolte dai popolari senza esitazione. Un’operazione da anima venduta per una manciata di voti.

Un tempo bastione della democrazia cristiana e della moderazione europea, i popolari ora si ritrovano a ballare sul filo teso tra il centro e l’estrema destra, con il rischio di cadere rovinosamente da entrambi i lati. Le recenti parole di Auke Zijlstra, deputato del gruppo Patriots for Europe, che festeggiava apertamente la collaborazione con il Ppe, sono un simbolo del declino. Il cordone sanitario che un tempo isolava l’estrema destra è stato smantellato e il Ppe ha scelto di accogliere i suoi nuovi alleati estremisti a braccia aperte.

Tutto questo sotto lo sguardo preoccupato di figure come Donald Tusk, che vede il suo partito trascinato in un gioco politico di cui fatica a riconoscere le regole. E se Tusk rappresenta l’anima moderata del Ppe, Weber è l’uomo delle contraddizioni, capace di stringere alleanze con chiunque possa garantirgli un posto al tavolo del potere.

In questo scenario, si delinea un futuro incerto per il Ppe e per l’Europa stessa. Se un tempo i popolari potevano essere considerati un garante della stabilità, oggi il loro ruolo appare più ambiguo che mai. Weber potrebbe credere di poter controllare il fuoco che ha acceso, ma la realtà politica insegna che il vento del sovranismo brucia tutto ciò che incontra. E in questo braciere, il Ppe rischia di consumare la sua stessa natura.

Così mentre i sovranisti festeggiano e brindano, l’Europa osserva preoccupata. Imbellettare l’estrema destra per avere i numeri che servono per governare è il modo migliore per aprirle le porte. Qui a Roma ne sanno qualcosa.

L’articolo Il crollo del baluardo moderato in Europa: come il Ppe si è piegato ai sovranisti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il grande bluff dei Cpr: milioni spesi per un rimpatrio su dieci

I Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiani rappresentano oggi uno dei capitoli più vergognosi della gestione migratoria. Il rapporto “Trattenuti 2024”, redatto da ActionAid e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari, espone in dettaglio l’inutilità pratica e lo sperpero economico delle strutture così amate dal governo Meloni. Il bilancio è chiaro: a fronte di una spesa pubblica di quasi 39 milioni di euro solo negli ultimi due anni, i Cpr hanno prodotto un tasso di rimpatrio pari al 10%. Questo significa che solo una minima parte delle persone trattenute viene effettivamente espulsa, mentre il resto resta confinato in una sorta di limbo, con costi umani e finanziari altissimi.

Cpr, cifre da capogiro per un fallimento colossale

L’analisi dei dati raccolti da ActionAid dipinge uno scenario di caos amministrativo e finanziario: dai costi delle strutture come il Cpr di Roma Ponte Galeria, che supera i 6 milioni di euro tra il 2022 e il 2023, alle drammatiche inefficienze, come quella di Torino, chiuso dal marzo 2023 nonostante le spese milionarie per affitto e ristrutturazioni. I numeri del fallimento si ripetono: a Brindisi il costo annuo per posto supera i 71.500 euro, mentre a Macomer si arriva a spendere più per il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine a presidio del centro che per la gestione stessa.

Le ragioni dell’inefficacia dei Cpr vanno oltre la sola gestione economica. Come sottolinea Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid, questi centri sembrano progettati non tanto per rimpatriare ma per trasformare i migranti in “criminali” agli occhi dell’opinione pubblica, ignorando il diritto d’asilo e riducendo la dignità dei trattenuti a una questione di numeri e posti disponibili. Le strutture detentive funzionano a meno della metà della loro capacità e spesso restano inutilizzabili a causa di danneggiamenti e rivolte provocate da condizioni di vita disumane, in cui autolesionismo e proteste sono all’ordine del giorno.

Un sistema che alimenta lo stigma e ignora i diritti umani

La Sicilia, con i suoi Cpr, è ormai diventata un “hub di trattenimento” per le procedure di frontiera, specialmente per i cittadini tunisini, grazie a un accordo bilaterale con la Tunisia. Questo sistema però si scontra con la realtà: nel 2023 i tunisini sono stati meno dell’11% degli arrivi complessivi in Italia, mentre l’85% dei rimpatri è stato riservato a loro, rendendo evidente l’assurdità di un sistema che isola e trattiene in frontiera solo una specifica nazionalità, lasciando irrisolto il quadro complessivo delle migrazioni.

Anche la trasparenza è una chimera: alcune strutture, come quelle di Gorizia, non hanno dati contabili disponibili. I gestori, spesso gli stessi da anni, continuano a vincere appalti nonostante il coinvolgimento in illeciti o scandali amministrativi. Questa continuità, denuncia Coresi, permette alle cooperative e ai soggetti for-profit di accumulare guadagni nonostante una cronica inadempienza degli obblighi contrattuali.

Il Decreto Cutro, con l’incremento della permanenza nei Cpr fino a 18 mesi, promette un ulteriore aggravio dei costi senza garanzie di efficienza. Il modello di trattenimento “leggero” dei richiedenti asilo in aree di frontiera si avvia ad estendersi in Albania, dove il governo italiano ha previsto centri di detenzione offshore, spostando all’estero le inefficienze e i costi di un sistema già fallimentare in Italia.

Alla luce di tutte queste criticità, emerge un paradosso: i Cpr, anziché facilitare i rimpatri, contribuiscono a un ingorgo burocratico che non risolve la questione migratoria, alimenta la spesa pubblica e compromette i diritti umani dei detenuti. La loro esistenza appare più una misura di facciata che una soluzione, mentre il governo fatica a giustificare un modello insostenibile, costoso e inefficace. Il grido “a casa!” è solo un costosissimo slogan. 

L’articolo Il grande bluff dei Cpr: milioni spesi per un rimpatrio su dieci sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

È la solita Ue: due pesi e due misure

La “legittima difesa” dell’esercito di Israele ieri ha provocato l’uccisione e il ferimento di circa 150 civili effettuando un attacco aereo su un complesso residenziale nel campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. L’esercito israeliano avrebbe raso al suolo almeno 10 edifici. Nel frattempo l’Idf ha anche fatto irruzione nell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, anche qui nel nord della Striscia, dove sono intrappolate più di cento persone. L’irruzione è avvenuta il giorno dopo che i carri armati israeliani hanno bombardato il complesso dell’ospedale.

Il Kamal Adwan è uno dei pochi centri sanitari ancora operativi nel nord della Striscia. Un’altra carneficina nelle stesse ore a Khan Younis, dove sotto le bombe sono rimasti uccisi 38 civili di cui 14 bambini. In Libano si registravano altri attacchi dell’esercito israeliano contro le basi dell’Unifil e il bombardamento di una sede televisiva e di un edificio in cui si erano riparati diversi giornalisti locali con fuori le auto con la scritta ‘press’ sul tetto.

Almeno tre cronisti son rimasti uccisi. Nessun cenno, nemmeno mezza parola, è arrivato dal governo italiano. Silenzio tombale – nel senso letterale – anche dall’Europa. L’Ue ieri ha però minacciato sanzioni contro la Georgia nel caso in cui alle elezioni di domani vincesse il partito di governo filorusso. È l’amorale atteggiamento dei due pesi e due misure: prevenire in un caso e fingere di non vedere nell’altro.

L’articolo È la solita Ue: due pesi e due misure sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sgarbi inciampa sull’arte e sulla sua stessa vanità

Vittorio Sgarbi, critico d’arte dall’eloquio infuocato e dai gesti teatrali, si trova oggi dall’altra parte della tela: accusato di possedere e aver contraffatto un dipinto del Seicento rubato, un’opera di Rutilio Manetti, “La cattura di San Pietro”. Un quadro che dal castello piemontese di Buriasco sparì nel 2013, per riapparire anni dopo, sorprendentemente, proprio in una mostra di Sgarbi a Lucca, in una versione “inedita”, con una torcia aggiunta nell’angolo in alto a sinistra. Una variazione di pennello che ha sollevato sospetti, tramutatisi presto in indagini. Per quell’opera, che secondo la procura di Macerata sarebbe stata “taroccata” e riciclata, il critico rischia fino a 12 anni di carcere per riciclaggio e contraffazione.

Ma c’è di più: la confessione del pittore-copista Pasquale Frongia, detto Lino, che ammette di aver alterato l’opera su richiesta dello stesso Sgarbi, aggiunge peso all’accusa. A incastrarlo anche una traccia quasi ironica: un tubetto di tempera trovato in una delle sue case, comprato a pochi passi dal Collegio Romano, lì dove Sgarbi lavorava da sottosegretario alla Cultura. Così, mentre lui insiste che quel quadro l’ha trovato in soffitta “già così com’era” il mistero si infittisce.

Ecco l’amara ironia: l’uomo che si è sempre fatto paladino della purezza artistica e della verità storica, sembra aver “restaurato” un’altra storia, la propria. Un ritratto poco lusinghiero di un critico d’arte che, cadendo nella sua stessa vanità, rischia di finire prigioniero di un inganno non solo per i giudici ma anche per quell’arte che dice di perorare.

L’articolo Sgarbi inciampa sull’arte e sulla sua stessa vanità sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il trucco dei numeri: Gimbe svela l’illusione dei fondi sanitari del governo Meloni

La manovra finanziaria 2025 presentata dal governo Meloni ha ricevuto una dura analisi da parte della Fondazione Gimbe, che ha denunciato l’insufficienza delle risorse destinate alla sanità, evidenziando un “trucco dei numeri” che sembra illudere sulla reale entità degli investimenti. Secondo Gimbe, i fondi destinati al Fondo Sanitario Nazionale (FSN) risultano infatti “fuorvianti”: i 5,8 miliardi previsti per il 2026, i 5,7 per il 2027 e gli oltre 1,3 miliardi annunciati per il 2025 vengono cumulati, nascondendo il reale stanziamento annuale, che è in realtà molto inferiore rispetto alle promesse diffuse dall’Esecutivo.

Promesse e realtà: il trucco dei numeri spiegato da Gimbe

Il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, ha evidenziato come l’incremento di 1,3 miliardi nel 2025 risulti del tutto inadeguato a coprire le necessità urgenti del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), sottolineando che queste risorse sono principalmente assorbite dai rinnovi contrattuali del personale, non certo dagli investimenti strutturali di cui il SSN ha bisogno. La manovra, pertanto, lascia ben poche speranze sul fronte del rafforzamento delle strutture e del personale, con le risorse per le nuove assunzioni di medici e infermieri rinviate a un futuro non meglio precisato. L’aggiornamento delle tariffe per le prestazioni acute e post-acute, pur essendo un passo avanti, partirà solo nel 2026, così come le modeste risorse destinate ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ormai bloccati da quasi un decennio e che non sembrano poter cambiare marcia.

In questo quadro desolante, Gimbe non esita a porre le Regioni davanti a un vero e proprio bivio: queste, per rispettare gli obiettivi del governo, dovranno scegliere tra la riduzione dei servizi sanitari o l’aumento dell’addizionale IRPEF. Con un FSN vincolato a incrementi modesti, le Regioni si troveranno costrette a operare drastici tagli ai servizi, aumentando di fatto le disparità territoriali e il divario tra Nord e Sud. Le Regioni, già provate da bilanci in affanno, potrebbero vedersi obbligate a “tirare la coperta troppo corta” a scapito dei cittadini. Nel 2026, ad esempio, a fronte di un aumento del FSN di oltre 4 miliardi, sono previste misure per un totale di 2,3 miliardi che, senza adeguati finanziamenti, si tradurranno in obiettivi disattesi, alimentando un cortocircuito economico che vede ancora una volta penalizzato il settore sanitario.

Sanità regionale in crisi: le Regioni al bivio

La manovra include, inoltre, anche misure aggiuntive, come il fondo per le dipendenze comportamentali giovanili, il contrasto alle patologie derivanti da dipendenze, e l’incremento delle indennità per specifiche categorie sanitarie, come il personale di pronto soccorso e gli infermieri. Tuttavia, la Fondazione denuncia che questi interventi, per lo più operativi solo dal 2026, saranno esigibili in minima parte, lasciando scoperte le attuali esigenze dei cittadini e del personale sanitario. Cartabellotta parla di una “cosmesi sul FSN” che tradisce ampiamente i proclami dell’Esecutivo e descrive una politica che, ancora una volta, sottovaluta il tema cruciale della salute pubblica, lasciando il SSN in una situazione di precario equilibrio, laddove invece ci sarebbe bisogno di una vera e propria riforma strutturale. 

Gimbe conclude la sua analisi mettendo in evidenza quattro punti critici che risultano centrali per comprendere la reale portata della manovra finanziaria. Innanzitutto, sottolinea il modesto incremento del FSN nel 2025, con un reale aumento di appena 1,3 miliardi rispetto ai 3,5 miliardi annunciati: una cifra modesta che non risponde alle esigenze di un sistema sanitario già messo alla prova dalla pandemia e che continua a faticare per recuperare il terreno perso negli ultimi anni.

In secondo luogo, l’analisi rimarca come l’unico reale incremento di risorse sia previsto solo nel 2026, una decisione che appare paradossale e illogica, soprattutto alla luce delle necessità attuali, che vedono una sanità sempre più in affanno. Questo incremento, atteso per il 2026, non risponde a un piano di crescita programmata e sostenibile, ma appare come una mossa isolata in un contesto che manca di una visione a lungo termine.

Il terzo punto critico evidenziato riguarda la dispersione delle risorse in un numero eccessivo di micro-finanziamenti, senza una chiara strategia di rilancio per il SSN. Le risorse appaiono diluite in una serie di misure, che sebbene siano necessarie, non trovano un sostegno sufficiente e sembrano condannate a restare prive di un’efficacia concreta. In questo modo, il Governo sembra adottare una (non) strategia che, alla fine, finirà per mettere le Regioni davanti a un bivio: tagliare i servizi o aumentare le tasse locali, in un contesto già gravato dalle difficoltà economiche e sociali che ogni Regione vive. Si tratta di una scelta che, alla fine, ricadrà sulla pelle dei cittadini, che vedranno ancora una volta compromessi i propri diritti alla salute.

Infine, il quarto punto della Fondazione riguarda la mancanza di progressività nel finanziamento del SSN. Nonostante le numerose promesse, non si intravede alcun rilancio progressivo del finanziamento pubblico, che dopo la “fiammata” del 2026 torna a cifre da “manutenzione ordinaria” dell’era pre-pandemica. È evidente come la sanità pubblica sia oggi la vera emergenza del Paese, ma, come sottolineato dalla Gimbe, le scelte politiche sembrano seguire inesorabilmente la strada tracciata negli ultimi 15 anni: tutti i Governi che si sono succeduti hanno definanziato il SSN, senza che nessuno riuscisse ad attuare un piano di rilancio del finanziamento pubblico, che potesse accompagnarsi a una stagione di riforme coraggiose, indispensabili per ammodernare e riorganizzare la più grande opera pubblica del Paese.

Alla fine, conclude Gimbe, si tratta di un vero e proprio tradimento dei principi sanciti dall’art. 32 della Costituzione, che definisce la tutela della salute come un diritto fondamentale dell’individuo.

L’articolo Il trucco dei numeri: Gimbe svela l’illusione dei fondi sanitari del governo Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Veleni e spacconate, ma Trump vede la Casa Bianca vicina

Donald Trump tira la volata in vista delle elezioni. E come sempre non è silenzioso, non è discreto. Come un tuono che rotola su un paesaggio già devastato, il magnate della politica statunitense punta ancora una volta alla Casa Bianca. Ma questa volta il suo palcoscenico non è solo quello del populista carismatico che promette di “fare l’America di nuovo grande”. Ora Trump è il simbolo di qualcosa di più oscuro, qualcosa di più complesso. È il fulcro di accuse, polemiche, e una narrazione che abbraccia tanto il fascino del potere quanto il cinismo della corruzione morale.

L’ex modella Stacey Williams ha recentemente sollevato un nuovo capitolo nelle accuse che perseguitano Trump, dichiarando che nel 1993 il magnate l’aveva molestata alla Trump Tower, in compagnia di Jeffrey Epstein. Le accuse non sono nuove: il nome di Trump è stato più volte associato a episodi di abuso sessuale, con Epstein che funge da figura di collegamento in questa rete di violenza e potere. La campagna di Trump ha immediatamente negato le accuse, descrivendo Williams come un’ex attivista di Obama, ma è proprio questo tipo di difesa—ridurre tutto a una questione politica—che evidenzia quanto il gioco sia corrotto.

Il ritorno del salvatore o il trionfo del caos?

Da Duluth a Las Vegas, Trump continua a riempire le piazze. I suoi discorsi non sono cambiati: parole taglienti, slogan ripetitivi, una narrazione apocalittica in cui l’America è sotto attacco e solo lui può salvarla. A Duluth, Georgia, ha attaccato Kamala Harris, definendola una minaccia per la democrazia. Ma dietro l’insulto c’è la paura, quella paura che trasforma ogni elezione in una battaglia per la sopravvivenza. Trump è riuscito a far credere ai suoi elettori che senza di lui l’America sarebbe perduta. E così, il pubblico non si limita a sostenerlo; lo venera, lo eleva a figura messianica, un salvatore contro le forze oscure del liberalismo e del socialismo.

Eppure, nel 2024, Trump non è solo un candidato in cerca di rivincita politica. È una figura profondamente divisiva, capace di polarizzare l’intero tessuto sociale americano. Mentre la campagna elettorale prosegue, i sondaggi mostrano un vantaggio sottile ma significativo su Kamala Harris. Gli elettori sembrano dimenticare, o forse scegliere di ignorare, i segni evidenti di un uomo che ha giocato con la democrazia come fosse un suo diritto esclusivo.

Nel suo discorso a Duluth, Trump ha parlato di un’America che “rivivrà l’età dell’oro” sotto il suo governo. Ma quale età dell’oro? Quella in cui i lavoratori stranieri vengono espulsi in massa e l’economia agricola americana rischia di collassare? O forse quella in cui l’industria manifatturiera tedesca teme le conseguenze economiche di un secondo mandato di Trump?

L’immigrazione, il tema che Trump cavalca con maggiore fervore, è il perno attorno al quale ruotano gran parte delle sue politiche. Ma mentre si fa vanto delle sue proposte di deportazione di massa, nessuno sembra voler affrontare le reali conseguenze di una tale stretta. L’industria lattiero-casearia americana, già in difficoltà, ne uscirebbe distrutta. E i prezzi del latte? Salirebbero a livelli inimmaginabili. Ma queste preoccupazioni sono irrilevanti quando la narrazione è focalizzata su un’America bianca e cristiana, un’utopia che Trump promette di realizzare.

Le conseguenze di una politica del terrore

D’altra parte, Kamala Harris, la sua rivale democratica, non è stata tenera con lui. Lo ha definito “un pericolo per l’America” e persino “un fascista”. Le sue parole trovano eco tra gli elettori democratici ma sono accolte con una freddezza gelida tra coloro che credono ancora in Trump. Harris cerca di posizionarsi come alternativa al caos ma non riesce a sfuggire all’ombra di Biden e il suo messaggio, seppur potente, sembra non riuscire a raggiungere il cuore di una nazione esausta dalle guerre culturali.

Trump, intanto, continua a incarnare quel mix di arroganza e vittimismo che lo ha reso celebre. Parla di una “caccia alle streghe”, si presenta come l’eroe di una battaglia contro un sistema corrotto, anche se lui stesso ne è stato il più grande beneficiario. Come un attore consumato, Trump sa esattamente quale copione recitare, sa dove colpire e come far leva sulle paure e le speranze di un’America divisa.

L’articolo Veleni e spacconate, ma Trump vede la Casa Bianca vicina sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Solo come un fesso

“Magistrato militante e corrotto spero che qualcuno ti spari molto presto, sarà un giorno di gioia e festa”. E ancora: “la toga rossa Albano fa politica e non fa trattenere i clandestini in Albania”.

Sono decine di messaggi arrivati nella casella di posta della giudice Silvia Albano, uno dei sei magistrati della Sezione specializzata sui Diritti della persona ed immigrazione del Tribunale di Roma che si sono espressi nei giorni scorsi sui provvedimenti di trattenimento in Albania. 

I molto furbi hanno pensato che fosse una buona idea minacciare di morte via mail, con la solita insipienza dei violenti infoiati da questo clima destrorso. 

Albano si aggiunge ai pubblici ministeri del processo Open Arms, in cui è imputato il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, che si sono visti assegnare la scorta per le minacce di alcuni esagitati di cui non è nemmeno troppo difficile immaginare la provenienza politica. 

Lo “scontro tra politica e magistratura” che ha tenuto banco per qualche giorno sulle prime pagine dei giornali non è solo uno sfilacciamento dell’equilibrio democratico di uno Stato. Quando il potere così violentemente scredita qualcuno lo indica come bersaglio agli arrapati violenti che in questi anni sono stati nutriti dalle bestie social di qualche leader mistificatore.

Così gli elettori pompati dalla propaganda truculenta si convincono che sia cosa buona e giusta difendere il proprio leader minacciando di morte il nemico del giorno. Quello denuncia, il leader controvoglia esprime solidarietà per il minacciato e l’elettore rimane incastrato in una bella denuncia irrimediabilmente solo. Come un fesso tradito. 

Buon venerdì. 

L’articolo proviene da Left.it qui