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Anche i buoni sul razzismo sono distratti

Se la stampa e il dibattito pubblico non prestassero il fianco alle considerazioni sagraiole di un vicepresidente del Consiglio e ai conseguenti rutti dei suoi tifosi oggi avremmo potuto riflettere con serietà sulle conclusioni della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa. 

Leggendo nel rapporto che in Italia “ci sono numerosi resoconti di profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine che prendono di mira in particolare i rom e le persone di origine africana (…) Si tratta di una forma di potenziale razzismo istituzionale” potremmo ricordarci del rapporto Onu di qualche giorno fa che confermava le discriminazioni nel sistema carcerario italiano, evidenziando “il persistente razzismo sistemico contro gli africani e le persone di origine africana”. “In Italia persiste in maniera significativa il razzismo sistemico contro gli africani e le persone di origine africana da parte della polizia e dei sistemi di giustizia penale”, scriveva quindici giorni fa l’Onu nella sua relazione presentata al Consiglio per i diritti umani a Ginevra. 

Qualcuno ne aveva scritto ma in quei giorni il governo non aveva l’urgenza di seppellire la figuraccia internazionale da rimpatrioti che deportano migranti avanti e indietro. Così la notizia – sostanzialmente identica a quella di ieri – era scivolata come una fastidiosa burocrazia umanitaria degli appassionati del genere. 

Viene il lecito dubbio, dunque, che la frastornante propaganda di governo abbia come inconsapevoli alleati anche i presunti giornali progressisti e il Quirinale che si fanno dettare l’agenda dagli strilli più che dai fatti. 

Buon mercoledì. 

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Europa divisa sui migranti, Ursula sotto assedio per il sostegno al modello Albania

Qualcosa si muove nel Parlamento europeo, e Ursula von der Leyen ne avverte il peso. L’avvicinamento della presidente della Commissione Europea alle politiche migratorie del governo Meloni, soprattutto al modello dell’accordo Italia-Albania, ha scatenato un’ondata di dissenso. Iratxe Garcia-Perez, presidente del gruppo Socialisti e Democratici (S&D), è stata esplicita: “No all’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori”, una politica che il gruppo socialista considera una palese violazione del diritto internazionale. E questo non è solo un principio astratto, ma una realtà giuridica sancita dai giudici italiani, che hanno messo in discussione la legittimità dell’accordo tra Roma e Tirana.

Scontro sul modello Albania

Quello che emerge è un messaggio chiaro a von der Leyen: se continuerà a inseguire la linea dura sui migranti, potrà dire addio all’appoggio dei socialisti. Il gruppo S&D non tollererà la creazione di centri di espulsione in Paesi terzi come l’Albania, e non sosterrà l’estensione di queste politiche a livello europeo. “Siamo pronti a collaborare per l’applicazione del Patto su migrazione e asilo – ha precisato Garcia-Perez – ma deve essere globale”. E la loro opposizione potrebbe non fermarsi qui: per la prima volta, S&D ha ventilato la possibilità di ritirare il proprio sostegno alla maggioranza di von der Leyen, segnalando che il loro voto sarà legato all’esito delle audizioni parlamentari.

Non sono solo i socialisti a minacciare di rompere l’equilibrio della Commissione. I liberali di Renew Europe, con Valérie Hayer, hanno definito i centri di espulsione in Albania uno “spreco di fondi pubblici”, sottolineando l’assurdità di un costo di 65 milioni di euro per la gestione di soli 12 migranti. La denuncia è chiara: dietro la retorica di gestione responsabile dei flussi migratori si cela una politica fallimentare, un’ossessione che si nutre di demagogia. “L’Europa e i migranti meritano di meglio”, ha dichiarato Hayer, ribadendo che una gestione umana e rispettosa delle frontiere è già prevista dal Patto su asilo e migrazione, che però va implementato, non bypassato.

Anche i Verdi, con Terry Reintke, non si sono trattenuti. La loro critica punta direttamente all’Italia, che secondo loro sta “spingendo i limiti della legalità” con l’esternalizzazione delle procedure d’asilo. Una politica non solo moralmente discutibile, ma anche economicamente insostenibile, che minaccia di trascinare l’Ue in una deriva pericolosa. Reintke ha sottolineato come questo cambio di dinamica rifletta una rottura all’interno del Parlamento: il Partito Popolare Europeo (Ppe), tradizionalmente cauto nelle sue alleanze, ha scelto di schierarsi apertamente con l’estrema destra, rompendo una lunga tradizione di non collaborazione con le forze euroscettiche e anti-europee.

Manon Aubry, co-presidente del gruppo The Left, ha colto l’opportunità per tendere una mano ai socialisti e ai Verdi, proponendo un’alleanza per contrastare l’avanzata della destra estrema. “Da soli non potrete continuare a giocare con il Ppe – ha detto Aubry – perché loro hanno già scelto l’estrema destra come alleato”. Il messaggio è chiaro: o si costruisce una coalizione forte e progressista, o si lascia il campo libero a forze politiche che vogliono fare dell’espulsione e della repressione la colonna portante della gestione migratoria.

Una maggioranza in bilico

Il Parlamento europeo ha già mostrato i segni di questo cambio di equilibri. Un voto sull’ordine del giorno della sessione plenaria ha visto il Ppe allinearsi con l’estrema destra e i sovranisti per bocciare la richiesta di un dibattito sull’accordo Italia-Albania. I numeri parlano da soli: 319 voti contrari alla proposta dei Verdi, 288 contrari a quella di Renew. Il Ppe non si è fatto scrupoli a cercare nuove sponde politiche, consolidando una maggioranza che si delinea sempre più a destra.

E qui si trova il nodo per Ursula von der Leyen. La sua vicinanza alle politiche migratorie di Giorgia Meloni potrebbe costarle caro. La presidente della Commissione, che finora ha mantenuto un difficile equilibrio tra le diverse anime politiche del Parlamento, rischia ora di perdere il sostegno dei socialisti, dei liberali e dei Verdi. La sua maggioranza è in bilico, e la questione migratoria potrebbe essere il tema che farà esplodere definitivamente le tensioni. Il segnale che arriva da Strasburgo è inequivocabile: se von der Leyen insisterà sull’esternalizzazione dei flussi migratori, dovrà trovare una nuova maggioranza, e questa potrebbe essere quella di una destra estrema pronta a portare l’Europa su una strada senza ritorno.

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Soliloquio a mezzo social per spegnere due candeline

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni – che da due anni viene chiamata “il presidente” da giornalisti ancora abbagliati dai vestiti nuovi dell’imperatore – festeggia il primo biennio del suo governo. Non c’è bisogno di riportare le iperboli del suo messaggio ufficiale. In un Paese normale la presidente del Consiglio si sarebbe presentata di fronte alla stampa, noi qui ci accontentiamo di un soliloquio sui social. Questo è uno dei risultati di governo: abolite le domande, i giornalisti si riducono a megafoni del potere e chi non ci sta rientra nella schiera dei traditori della patria. 

Nei due anni in cui l’Italia avrebbe dovuto recuperare credibilità internazionale la presidente Meloni è diventata la versione omeopatica dell’autoritarismo in salsa occidentale. Amica di Orbàn ha simulato europeismo in Europa, sovranismo in patria e ha sfoggiato atlantismo a braccetto di Salvini. Alla fine si è svelata messa all’angolo a Bruxelles. 

In due anni di governo ha scritto leggi incagliatesi nei tribunali nazionali e internazionali di ogni ordine e grado. In due anni di Pnrr ,che fatica a rispettare, ha esacerbato la povertà (lo dice l’Istat), s’è rimangiata gli obiettivi e ha un’infrastruttura nazionale che inceppa i treni e supplica Elon Musk per ottenere una connessione decente. 

Dice Meloni che il programma elettorale è stato rispettato. Non mente. La vendetta è una portata quotidiana contro i suoi storici nemici immaginari: poveri, stranieri, gay, studenti, operai, sindacati, giornalisti, donne che non figliano, artisti che non propagandano, magistrati che rispettano le leggi più dei poteri. Ma non finirà bene, no.

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Le “famiglie tradizionali” hanno fame: 1,4 milioni di bambini in povertà assoluta

Mentre il governo Meloni costruisce la sua narrazione sulla difesa della “famiglia tradizionale” e sulla necessità di stimolare la natalità e mentre la ministra della Famiglia Eugenia Roccella si occupa di gravidanza per altri c’è un aspetto che sembra sfuggire dal dibattito pubblico: i figli che ci sono già. E stanno male. L’Italia, come confermano i dati di Openpolis, vede un preoccupante aumento della povertà assoluta tra i bambini e i ragazzi delle famiglie svantaggiate. Tra il 2021 e il 2022, la percentuale di minori in povertà assoluta è passata dal 12,1% al 14,3%, un salto allarmante che significa oltre 1 milione e 400mila bambini che vivono in condizioni di estrema difficoltà.

Un esercito di bambini poveri ignorato dal governo

Mentre si discute di come incentivare nuove nascite nessuno sembra accorgersi che c’è un esercito di bambini già nati che vive in povertà. Le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono aumentate da 1,9 milioni nel 2021 a 2 milioni nel 2022. E questi numeri, nonostante i proclami governativi, non fanno che crescere. Nel Mezzogiorno, la situazione è ancora più drammatica: la povertà minorile tocca il 16,1%, più del doppio rispetto al Nord, dove si ferma al 7,2%. Sono cifre che raccontano di un’Italia divisa, non solo tra ricchi e poveri, ma anche tra Nord e Sud, tra chi può dare un futuro ai propri figli e chi lotta per sopravvivere.

Gli effetti della povertà assoluta sui bambini sono devastanti. Non si tratta solo di difficoltà economiche, ma di una condizione che condanna i minori a un futuro di esclusione sociale e di marginalizzazione. La povertà ha conseguenze a lungo termine che si ripercuotono sull’intero ciclo di vita: basti pensare all’alto tasso di abbandono scolastico, che nel 2022 si attestava al 12,7%, con picchi preoccupanti proprio nelle regioni del Sud. Un dato che non lascia spazio a interpretazioni benevole: più povertà significa meno istruzione, e meno istruzione significa un futuro segnato dall’impossibilità di riscatto.

Interventi insufficienti: l’Assegno Unico e la precarietà dei lavoratori

Il problema non si risolve con interventi superficiali né con i proclami. L’Assegno Unico Universale, introdotto nel 2022, non ha avuto l’impatto sperato. Nonostante l’assegno abbia raggiunto molte famiglie la povertà assoluta continua a crescere. Questo suggerisce che i problemi sono più complessi di quanto il governo voglia ammettere, e che non possono essere affrontati solo con trasferimenti monetari. I costi della vita in aumento, la disoccupazione e la carenza di servizi di base nelle aree più svantaggiate del Paese richiedono politiche strutturali.

Anche la condizione professionale dei genitori incide enormemente sulla povertà minorile. Se la persona di riferimento svolge un lavoro da dirigente, quadro o impiegato, la povertà familiare dei nuclei con bambini e ragazzi è del 3,7%. Sale al 19,4% se è operaio e al 23,9% quando è in cerca di occupazione.

Tra il 2022 e il 2023 va sottolineato il peggioramento nella condizione delle famiglie con figli la cui persona di riferimento fa l’operaio. In questi casi l’incidenza passa dal 15,6% al 19,4%. Un peggioramento che testimonia una condizione di vulnerabilità per i nuclei di lavoratori dipendenti in mansioni esecutive; specialmente quando possono contare su un solo reddito e quindi a maggior rischio di finire nell’esclusione sociale in caso di perdita del lavoro.

Mentre il governo si preoccupa di definire chi può essere considerato “famiglia sta perdendo di vista il punto centrale: le famiglie reali, quelle che faticano ogni giorno, non hanno bisogno di nuove definizioni. Hanno bisogno di sostegno concreto, di politiche che le aiutino a uscire dalla povertà, a garantire ai propri figli un futuro. Ma finché la priorità resterà la retorica ideologica, la povertà dei bambini italiani continuerà ad aumentare, silenziosa e inesorabile.

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Delazione di Stato

Delazione di Stato. Oltre al cumulo di violenta disumanità e cultura dello scontro che il governo Meloni sta offrendo in questi ultimi giorni c’è anche la ministra alla Famiglia Eugenia Roccella che delira su medici che dovrebbero denunciare i pazienti. 

«Un pubblico ufficiale, e anche il medico, è tenuto a segnalare i casi di sospetta violazione della legge sulla maternità surrogata alla Procura. E poi si vedrà», ha detto la ministra ospite di una trasmissione televisiva. «Spero che l’applicazione della legge abbia un effetto fortemente dissuasivo», ha aggiunto Roccella, ricordando che «in Italia c’è una procedura che protegge i minori e assicura la possibilità al compagno del genitore biologico di essere riconosciuto come genitore».

A correggerla è stato il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo) Filippo Anelli: «Il medico ha il dovere di curare. Che il medico sia esonerato dall’obbligo di denuncia nei confronti del proprio paziente lo si desume anche dal capoverso dell’articolo 365 del Codice penale che esime il medico da tale obbligo quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale. Quindi il medico non deve, è vero, ostacolare la giustizia ma non deve, soprattutto, porre in essere atti che mettano a rischio la relazione di cura, limitando la tutela della salute dei cittadini».

La ministra controbatte, insiste. Non capisce che al di là del piano legale la sua richiesta è mostruosa sul piano sociale, dove questi sanno solo coltivare conflitti per provare a rimanere in piedi. In Italia, durante il Fascismo, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, la pratica della delazione piantò le sue radici nella società, penetrando nell’area del dissenso clandestino, degli ambiti apolitici e finanche dei settori schiettamente fascisti. Eccoci qui. 

Buon martedì.  

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Fitto specchio del governo e riflesso dell’Europa

Raffaele Fitto, prossimo commissario europeo fortemente voluto da Ursula von der Leyen fino a qualche giorno fa era ministro di un governo che negli ultimi giorni ha messo in fila azioni che vanno ripassate. Fitto era ministro di un governo che ha riunito i suoi ministri per scontare una forzatura contro il diritto europeo (nonché contro i trattati internazionali) per rivendicare di essere al di sopra delle leggi. Fitto era ministro di un governo che per bocca del suo ministro della Giustizia Carlo Nordio rivela di voler studiare un nuovo assetto costituzionale che assoggetti il potere giudiziario al potere politico alla stregua dei peggiori stati illiberali che mai verrebbero accettati nell’Unione europea.

Fitto era ministro in un governo con un vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, che esulta per la morte di uno straniero ammazzato dalle forze dell’ordine e che animalizza i migranti per tornaconto elettorale (“cani e porci”, li chiama). Fitto era ministro di una presidente del Consiglio che da quando è al governo ha attaccato ripetutamente magistrati, giornalisti, intellettuali, organizzazioni umanitarie e organi dello Stato. La domanda a questo punto è semplice: come si può votare un commissario ex ministro di un governo così? Come possono il Pse e i Verdi – perfino il Ppe – ingoiare un boccone di questo tipo? Ma soprattutto com’è possibile dare fiducia alla presidente della Commissione, von der Leyen, a braccetto con Giorgia Meloni nella malsana idea dei centri in Albania come modello di gestione dell’immigrazione nell’Unione europea Ci sarà un limite entro cui fermarsi? E se non è questo cos’altro manca all’abisso?

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Autonomia differenziata, l’antipasto passa dagli asili nido: la soglia passa dal 33 al 15%, penalizzato il Sud

Il governo ha preso una decisione che segna uno spartiacque nella gestione delle politiche sociali per la prima infanzia scegliendo di abbassare i livelli essenziali di prestazione (Lep) per l’accesso agli asili nido. Fino a oggi l’obiettivo fissato dall’Unione Europea e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) era chiaro: garantire un posto in asilo nido ad almeno il 33% dei bambini sotto i tre anni, un traguardo pensato per assicurare a tutte le famiglie, indipendentemente dalla loro regione di provenienza, pari opportunità di accesso a un servizio fondamentale per la crescita e lo sviluppo dei più piccoli. Ma questo diritto, che avrebbe dovuto essere universale, ha subito una drastica revisione.

Autonomia: sotto i 3 anni, posti negli asili nido dal 33 al 15%

Secondo il nuovo Piano Strutturale di Bilancio di medio termine 2025-2029, il governo ha stabilito che a livello regionale sarà sufficiente raggiungere una soglia del 15% dei posti disponibili per i bambini sotto i tre anni. La discrepanza è evidente: mentre a livello nazionale rimane valido l’obiettivo del 33%, nelle regioni del Sud, dove il gap di offerta è già drammaticamente evidente, il governo riduce ulteriormente le aspettative. Il diritto di accesso ai servizi per l’infanzia, anziché essere una conquista per tutti, diventa una questione geografica. Chi nasce al Sud, quindi, dovrà accontentarsi di molto meno.

È una decisione che non sorprende chi conosce il modus operandi del governo, sempre pronto a sacrificare le fasce più deboli del Paese, ma che fa comunque discutere per la sua crudeltà. La riduzione del target al 15% in alcune regioni non è solo un ripiego tecnico ma un vero e proprio abbandono di un principio di uguaglianza sociale che dovrebbe essere il cuore delle politiche di un Paese moderno. Garantire un’adeguata disponibilità di posti per i servizi per l’infanzia è una delle chiavi di volta per contrastare le disuguaglianze socio-economiche e abbassare le aspettative proprio in quelle aree che avrebbero più bisogno di un investimento massiccio è, a dir poco, irresponsabile.

Autonomia: il Pd all’attacco del governo

Il Pd con una nota delle senatrici Susanna Camusso e Simona Malpezzi sottolinea come, ancora una volta, siano i bambini e le famiglie del Sud a pagare il prezzo più alto delle politiche del governo. Il piano strutturale, che dovrebbe dare forma e sostanza al futuro del Paese, si traduce invece in un’ulteriore spinta verso la marginalizzazione del Mezzogiorno, già pesantemente colpito da carenze infrastrutturali e da una cronica mancanza di risorse. Il sillogismo delle parlamentari dem è chiaro. Il fatto che la soglia minima del 33%, che resta l’obiettivo nazionale, non venga applicata ovunque, è un segnale inequivocabile: il governo non crede più che tutte le regioni debbano avere gli stessi diritti.

Stabilire un tetto del 15% per l’accesso agli asili nido al Sud non è solo una questione di numeri. È una dichiarazione d’intenti che evidenzia, una volta di più, come questo governo consideri il Mezzogiorno come una terra di serie B, un’area da sacrificare sull’altare del risparmio. Non importa se questo significa compromettere il futuro di migliaia di bambini, né se le conseguenze sociali di questa scelta saranno devastanti. L’importante è far quadrare i conti a breve termine, senza considerare gli effetti di lungo periodo.

Oltre alle critiche politiche rimane il dato di fatto: con questa decisione il governo sta disegnando un’Italia ancora più diseguale, dove il diritto di accesso ai servizi per l’infanzia è una concessione geografica. L’antipasto per chi crede che l’Autonomia differenziata sia il metodo dolce per spaccare il Paese è servito: i Lep sono le foglie di fico che non nascondono l’intimo desiderio di secessione. 

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Un ‘sì’ amaro per la Moldavia: il referendum per l’adesione all’Ue apre una nuova guerra fredda con Mosca

Il referendum per l’adesione all’Unione Europea in Moldavia non scioglie incertezza e tensione politica che lasciano il Paese in bilico tra l’Europa e la Russia. Nonostante la vittoria del “sì” con un 50,3% contro un 49,7%, lo scarto minimo di soli 9.000 voti alimenta le accuse di frodi e interferenze straniere che la presidente Maia Sandu non ha esitato a denunciare con forza. Il risultato appare ancor più fragile se si considera che è stato il voto della diaspora a salvare l’aspirazione europea della Moldavia: ben l’88% dei votanti all’estero ha infatti sostenuto l’integrazione nell’UE.

Un trionfo fragile: il voto della diaspora salva l’aspirazione europea

Maia Sandu, in carica dal 2020 e figura emblematica del movimento europeista moldavo, si trova ora in una posizione critica. Non solo è riuscita a superare il primo turno delle elezioni presidenziali con il 42% dei voti, ma dovrà affrontare un secondo turno contro Alexandr Stoianoglo, il candidato filorusso sostenuto dai socialisti, che ha ottenuto il 26%. L’ex procuratore, abile nel catalizzare il malcontento popolare, potrebbe avere il sostegno degli altri candidati, ben otto dei quali sono schierati su posizioni filorusse. 

Il clima è divenuto rovente la notte del voto con Sandu che ha denunciato l’interferenza di “forze straniere” e “gruppi criminali”, accusando la Russia di aver orchestrato una massiccia operazione di manipolazione elettorale per ostacolare l’integrazione europea del Paese. Secondo Sandu, sarebbero stati acquistati ben 300.000 voti con decine di milioni di euro per favorire il “no” al referendum. Un’accusa che, se confermata, getterebbe un’ombra sinistra su un processo elettorale già di per sé contestato. Non è la prima volta che Sandu si scaglia contro le ingerenze russe: la presidente ha puntato con decisione verso Bruxelles, rompendo con Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Tuttavia, questo referendum, pensato per legittimare il suo percorso europeista, si è trasformato in un banco di prova politicamente insidioso.

La vittoria, se così può essere definita, si rivela infatti un trionfo amaro per Sandu e per il suo progetto politico. Nonostante il risultato finale sia stato favorevole all’UE, il margine ridottissimo e il successo dei partiti filorussi nelle elezioni presidenziali mettono in luce una nazione profondamente divisa. La Moldavia, con una storia di alleanze oscillanti tra Est e Ovest, continua a trovarsi in una posizione scomoda, costantemente influenzata dalle pressioni esterne di Mosca e dalle ambizioni europee.

Il peso delle interferenze russe: accuse di frode e manipolazione elettorale

I prossimi giorni saranno decisivi per capire quale direzione prenderà il Paese. Se da un lato il “sì” ha prevalso al referendum, dall’altro l’instabilità politica potrebbe portare a nuove contestazioni e complicazioni. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha già chiesto che Sandu presenti prove concrete delle sue accuse, definendo le dichiarazioni della presidente “estremamente gravi”. La richiesta del Cremlino non sorprende, dato il delicato equilibrio geopolitico che la Moldavia rappresenta per la Russia: un ulteriore spostamento verso l’Europa significherebbe per Mosca la perdita di un’altra ex repubblica sovietica, dopo l’Ucraina, in un contesto in cui la sfera d’influenza russa si sta progressivamente riducendo.

Per ora la nazione resta sospesa, con una metà del Paese che guarda a Bruxelles come baluardo di democrazia e libertà, e l’altra che teme le conseguenze economiche e sociali di un distacco definitivo dalla Russia. Le elezioni del 3 novembre, che vedranno fronteggiarsi Sandu e Stoianoglo, saranno decisive per il futuro del Paese: un secondo turno dal risultato incerto, in cui il timore di nuove frodi e interferenze non farà che acuire le tensioni.

In questo scenario, l’esito del referendum e delle presidenziali in Moldavia non riguarda solo il destino di un piccolo Paese dell’Europa orientale ma si inserisce in una partita molto più ampia, che vede l’Unione Europea e la Russia contendersi l’influenza su una regione strategica e delicata.

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Non solo Albania, il Decreto Piantedosi sotto la lente della Corte costituzionale

Preparatevi perché tra poco i “giudici comunisti” rischiano di essere evocati anche su un altro tema. Il cosiddetto decreto Piantedosi infatti è sotto esame della Corte costituzionale. La norma, pensata per “gestire” i flussi migratori, ha introdotto sanzioni severe contro le Ong che operano soccorsi in mare. Tra queste, multe da 2.000 a 10.000 euro e un fermo amministrativo di venti giorni per le navi che non rispettano le direttive delle autorità italiane o straniere.

Il cuore giuridico della questione è l’automatismo delle sanzioni che non consente alcuna discrezionalità ai giudici nel valutare le circostanze concrete. Un dispositivo che agisce come una trappola, privando i soccorritori della possibilità di difendersi con fatti e numeri.

Decreto Piantedosi: il nodo dell’automatismo delle sanzioni

La vicenda della nave Ocean Viking è emblematica. Il 6 febbraio 2024, la nave umanitaria ha effettuato quattro operazioni di salvataggio nel Mediterraneo, l’ultima in acque internazionali, nella zona Sar libica. Durante il salvataggio, l’equipaggio ha affrontato le minacce della cosiddetta Guardia costiera libica. La nave ha portato i migranti in salvo a Brindisi ma una volta arrivata in porto, le autorità italiane hanno applicato la sanzione prevista dal Decreto Piantedosi: fermo amministrativo e multa. La ragione? Non aver rispettato le indicazioni della Guardia costiera libica, che si era dichiarata competente per l’operazione di soccorso.

Il Tribunale di Brindisi ha sospeso il provvedimento in attesa del giudizio costituzionale. La questione principale sollevata riguarda l’articolo 1, comma 2-sexies del decreto: l’automatismo delle sanzioni. Secondo il giudice la norma sottrae al magistrato la possibilità di valutare le circostanze di fatto e diritto del caso specifico, violando così il principio di proporzionalità sancito dall’articolo 3 della Costituzione. In pratica la sanzione scatta in automatico senza possibilità di apprezzare il contesto, come se tutte le situazioni fossero uguali, cancellando di fatto la possibilità di graduare le punizioni. Una nave che non rispetta i documenti di sicurezza può subire la stessa sanzione di chi salva migranti in condizioni di emergenza, senza margine di interpretazione.

Il decreto è stato pensato dal governo per contrastare l’immigrazione clandestina e dare una risposta forte all’Europa. Ma l’effetto è stato colpire duramente chi presta soccorso in mare. La nave Ocean Viking ha salvato vite ma è stata punita per non essersi piegata alle richieste della cosiddetta Guardia costiera libica. Qui sorge un altro problema: la Libia può essere considerata un porto sicuro? Secondo il diritto internazionale, assolutamente no. La giurisprudenza italiana ha già escluso che la Libia possa offrire garanzie di sicurezza per i migranti, citando le condizioni inumane nei centri di detenzione libici. La Convenzione di Amburgo, ratificata dall’Italia, impone di soccorrere e portare i naufraghi in un luogo sicuro, e la Libia non risponde a questo criterio.

Corte costituzionale: un giudizio che può cambiare le carte in tavola

Il Tribunale di Brindisi ha sottolineato che il decreto Piantedosi appare quindi in conflitto con il principio del non-refoulement, sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che vieta il respingimento di persone verso paesi dove rischiano persecuzioni o trattamenti inumani. Eppure, la nave è stata sanzionata perché non ha rispettato gli ordini di un’autorità, quella libica, che non è in grado di garantire la sicurezza dei migranti. La Corte costituzionale dovrà ora stabilire se questo decreto rispetta i principi della Costituzione italiana e del diritto internazionale.

La questione è di grande rilevanza, perché il Decreto non è solo un provvedimento amministrativo. È un atto politico che mette l’Italia in una posizione delicata sul piano dei diritti umani, Ora tocca alla Corte e le reazioni potrebbero essere la fotocopia di quelle di queste ore. 

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La maschera cade: il vero volto della destra al potere

Dai, hanno finalmente perso i freni inibitori e si sono svelati. Meglio così. La figuraccia internazionale di Giorgia Meloni e il suo governo per la fallita deportazione in Albania sta mostrando la vera faccia di questa destra che vuole comandare perché è incapace di governare.

Abbiamo visto la vera faccia di Meloni, ben lontana dalla rassicurante capa di governo dialogante in campo internazionale. La premier ritiene nemici della patria, perfino traditori, coloro che non appoggiano le sue riforme deliranti. Si identifica nella patria, vorrebbe essere al di sopra della legge, rivendica il comando. È tornata la missina che è stata. 

Matteo Salvini molla i freni e ci fa sapere che i migranti dunque sono cani e porci. È bastato che perdesse per poco l’equilibrio per mostrare la sua verve da bestemmiatore da osteria. Il vicepresidente del Consiglio non trattiene la xenofobia e punta a testa bassa contro la magistratura, come ogni patetico leader in declino.

Il ministro della Giustizia  Nordio dimostra una reazionaria interpretazione della materia del suo ministero. Sogna uno Stato illiberale con la magistratura al servizio dell’esecutivo. Voleva essere l’illuminato della compagnia e invece sta a qualche centimetro da Orbàn.

Tutti corrono a usare il servizio pubblico come predellino per la propaganda, infarcendo i telegiornali nazionali di gnegneismo di Stato. 

Hanno mostrato la vera faccia, meglio così. Ora non si può dire di non conoscere la loro natura. 

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