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La palude è il suo governo

188 contro 187. A scrutinio segreto la Camera ha affossato l’emendamento sulle preferenze di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Udc, quello su cui il governo aveva messo il timbro con il parere favorevole dei relatori e della ministra Casellati. Semplificando, niente di meno di una fiducia mascherata da tecnicismo. Giorgia Meloni aveva alzato la posta poche ore prima, con un post: sfidava le…

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Dall’Ue briciole per Gaza e nessuna sanzione a Israele

Nello stesso palazzo di Bruxelles, lunedì, i ministri dei Ventisette hanno annunciato quasi un miliardo per ricostruire Gaza e lo stesso giorno hanno lasciato cadere l’unica misura che avrebbe toccato Israele. Il denaro ha un nome, Team Gaza Initiative: 883,6 milioni di euro annunciati al vertice dei donatori per la Palestina, con al tavolo il premier palestinese Mohammad Mustafa e 65 delegazioni. «L’Unione europea è il partner più affidabile e credibile del popolo palestinese», ha detto l’Alta rappresentante Kaja Kallas.

La misura scomparsa è il divieto di importare i prodotti delle colonie illegali, quella che per Kallas ha raccolto «il maggior sostegno». Si è arenata su una lite di etichetta: se è sanzione serve l’unanimità dei Ventisette, se è atto commerciale basta la maggioranza qualificata. Antonio Tajani ha chiuso alla seconda strada: «Credo che debba essere approvata all’unanimità visto che si tratta di una scelta politica e non commerciale». Così il veto di un solo governo basta a fermare tutto.

L’Europa è il primo partner commerciale di Israele, quasi 70 miliardi di interscambio nel 2024 secondo Eurostat. È più o meno quanto l’ONU stima per ricostruire Gaza. La leva c’è. Il parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 dice che gli Stati sono obbligati a non sostenere con il commercio l’occupazione dei territori palestinesi.

Intanto la Striscia. Il cessate il fuoco vige dal 10 ottobre e i raid tornano quasi ogni giorno: il 12 luglio l’Associated Press ha contato sei morti, una bambina di nove anni tra loro. Oxfam Italia stima oltre 73.000 uccisi, più di mille dal cessate il fuoco, due milioni schiacciati sul 35% del territorio, con meno di sei litri d’acqua al giorno.

Dopo il mancato accordo la portavoce di Oxfam Bushra Khalidi lo ha messo per iscritto: “Il cessate il fuoco a Gaza esiste solo di nome”. L’unanimità è il nome che l’Europa dà al proprio rifiuto. Il divieto, per la Corte dell’Aia, è già un obbligo.

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Chiamare pacifismo le bombe: una scena già vista

Nel 1921 il generale Giulio Douhet pubblicò Il dominio dell’aria e spiegò come si vince una guerra dal cielo: colpire città e fabbriche, spezzare il morale di un popolo con bombe esplosive, incendiarie e velenose, le ultime per impedire i soccorsi. Cent’anni dopo, sull’HuffPost, Mattia Feltri riscopre la stessa idea e la battezza “la più formidabile dimostrazione di pacifismo”. Il genio, per lui…

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La democrazia dell’occupante, che a Gaza funziona a orologeria

Venerdì 17 luglio la Knesset entra in pausa e il governo di Benjamin Netanyahu si trasforma in un esecutivo per gli affari correnti. Da quel giorno e fino al voto del 27 ottobre quasi ogni iniziativa politica si congela. Resta un’eccezione, scritta nelle regole: le esigenze di sicurezza.

La data l’ha ufficializzata domenica la Commissione della Knesset. La consigliera giuridica Sagit Afik ha spiegato che la legislatura arriva intera alla scadenza fissata per legge, senza scioglimento anticipato. È la prima volta dal 1988 che Israele vota alla scadenza naturale, la prima dal 1973 che un governo completa l’intero mandato. La democrazia dell’occupante, in un territorio che la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegalmente occupato nel luglio 2024, funziona a orologeria.

Intanto la Striscia non conosce recessi. Nello stesso fine settimana l’esercito israeliano ha annunciato di aver ucciso due uomini di Hamas nel nord di Gaza. Un raid su una fonderia nel quartiere Sabra di Gaza City ha ucciso quattro persone. A ovest di Nuseirat una bambina di nove anni è morta sotto il fuoco, secondo l’agenzia palestinese Wafa. Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 le autorità sanitarie di Gaza contano 1.098 morti. Oltre 73.000 dal 7 ottobre 2023.

Nell’ultima settimana di lavori la coalizione corre a chiudere le sue leggi, tra cui lo scudo penale per i renitenti alla leva ultraortodossi. E poi il recesso, con poco più di cento giorni di campagna in cui, per statuto, l’occupazione resta l’unica pratica di governo autorizzata a procedere.

Chiamano “affari correnti” ciò che un esecutivo può ancora fare quando tutto il resto si ferma. A Gaza l’affare corrente è uno solo, e non va mai in ferie.

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L’emiro morto, la premier commossa e tutto quello che quel «visione e coraggio» non dice

«Ha rafforzato le istituzioni.» Lo ha scritto ieri Giorgia Meloni dell’ex emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani, morto a 74 anni dopo aver regnato dal 1995 al 2013. Un leader «raro», con «visione, coraggio e determinazione». Le istituzioni, appunto. Nel Qatar di Al Thani i sindacati sono vietati, le elezioni non contano, il dissenso è cancellato. E per gli stadi del Mondiale sono morti…

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Genocidio e desertificazione

Diciassettemila ettari di suolo nudo dove due anni fa crescevano colture e praterie. A Gaza la terra scoperta è passata da 3.918 a 17.663 ettari, più 351%, e le superfici vegetate sono scese del 65%, da 5.941 a 2.056 ettari. Lo misura uno studio della Libera Università di Bolzano con la Bethlehem University, pubblicato sulla rivista Progress in Physical Geography e ripreso il 9 luglio dall’agenzia Gea. I ricercatori hanno letto le immagini dei satelliti europei Sentinel-2 tra il settembre 2023 e il settembre 2025. Nello stesso periodo, con clima identico, in Israele la vegetazione cala del 4,5% e il suolo esposto sale del 3,4%. Quella forbice misura l’offensiva. Il clima non c’entra.

Il dato dice una cosa che i bilanci quotidiani lasciano fuori. I conteggi registrano i morti, almeno 1.084 dall’entrata in vigore della tregua il 10 ottobre 2025 secondo il ministero della Salute di Gaza, oltre 73.000 dall’ottobre 2023. Registrano meno la terra e ciò che la rende abitabile. Il suolo senza radici né acqua è la forma lenta e permanente di quello che la Corte internazionale di giustizia esamina come genocidio. La Commissione d’inchiesta dell’Onu, nel settembre 2025, lo ha ricondotto a quattro dei cinque atti della Convenzione.

Il piano di tregua, sulla carta, prevede che Israele non occupi né annetta Gaza. Il 9 luglio, alla Knesset, Boaz Bismuth (Likud), presidente della Commissione Esteri e Difesa, ha rivendicato che «circa il 70% di Gaza è controllato dalle Idf», e ha parlato di una zona cuscinetto permanente. Il territorio che si tiene è lo stesso che si svuota. Su una terra che ha smesso di produrre non si torna, e non si ricostruisce niente.

Luigimaria Borruso, che ha firmato lo studio, lo dice nel linguaggio del metodo. «Quando non è possibile accedere a un territorio, il rischio è che anche i danni ambientali rimangano invisibili». Il suolo di Gaza, adesso, è visibile dallo spazio. È tutto il resto a restare fuori campo.

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Legge elettorale fatta da chi nessuno ha scelto

A decidere se gli italiani potranno scegliersi i deputati sono deputati che gli italiani, in larga parte, non hanno scelto. È il paradosso della riforma elettorale che approda in Aula alla Camera il 14 luglio 2026, con la maggioranza spaccata sulle preferenze: Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia le vogliono, Lega e Forza Italia le rifiutano.

Conviene fermarsi sul dato, perché la questione è vecchia e precisa. Con il Rosatellum il 61% dei seggi va a liste bloccate, dove l’ordine dei nomi lo decidono le segreterie e l’elettore non tocca palla. La nuova legge, lo Stabilicum, cancella pure i collegi uninominali, l’ultimo posto in cui si sceglieva una persona. Restano solo i plurinominali bloccati. Le preferenze, dice il centrodestra, semmai arriveranno in Aula. Semmai.

Qui la domanda diventa costituzionale. Può un eletto senza indicazione personale legiferare sulla vita degli altri? La risposta sta nell’incastro tra due articoli. L’articolo 48 vuole il voto “personale ed eguale, libero e segreto”: il cittadino deve poter indicare la persona. L’articolo 67 stabilisce che ogni parlamentare rappresenta la Nazione “senza vincolo di mandato”: una volta seduto è pienamente legittimo, chiunque l’abbia messo lì.

In mezzo c’è la Corte costituzionale. Nel 2014, con la sentenza n. 1, bocciò le liste bloccate lunghe del Porcellum: ai parlamentari eletti, scrisse, “manca il sostegno della indicazione personale dei cittadini”, e questo “ferisce la logica della rappresentanza”. Ammise le liste solo se corte e i candidati riconoscibili. Nel 2017 salvò i capilista bloccati, ma il confine restò lì.

Ecco la collocazione esatta del nominato: legittimo per l’articolo 67, ferito per l’articolo 48, e lasciato in piedi dalla Consulta in una zona grigia che la Corte stessa ha chiamato lesione. Il centrodestra oggi si muove dentro quella zona, anzi vi rientra a piene mani, togliendo gli uninominali e rinviando le preferenze al forse. Del resto il comitato promosso da Roberto Zaccaria, con in campo costituzionalisti come Gustavo Zagrebelsky, ha già fatto sapere che ricorrerà appena la legge passa. Sulla vita di tutti continueranno a legiferare persone che il voto non ha indicato. Prima era un difetto. Adesso è il progetto.

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La tregua era una pausa pubblicitaria

Novanta obiettivi in una notte, e la guerra con l’Iran riparte esattamente da dove l’avevano lasciata. Donald Trump, dal vertice Nato di Ankara, ha dichiarato finita la tregua di metà giugno: quella che gli stessi che oggi accolgono tutto con la faccia di chi se lo aspettava ci avevano rivenduto come una vittoria. Lo Stretto di Hormuz è di nuovo un fronte, il petrolio è schizzato sopra gli 80…

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Partita mortale nell’inferno di Gaza

A Sabra, quartiere di Gaza City, Mohammed al-Wahidi aveva montato gli schermi perché le famiglie sfollate potessero vedere Egitto-Argentina. Lavorava per il Comitato egiziano di soccorso, il braccio umanitario del governo del Cairo che ha mediato la tregua e che porta cibo e riparo agli sfollati. Il 7 luglio, all’imbrunire, un’ora prima del fischio d’inizio, una bomba ha colpito l’auto su cui viaggiava e ha ucciso quattro persone: con lui l’autista Ahmed Daghmush, 33 anni, e due fratelli che giocavano lì vicino, Hamza al-Deri di 10 anni e Fari di 8. Sulla stessa strada, mezz’ora prima, un altro attacco non aveva fatto vittime. L’esercito israeliano ha fatto sapere che al-Wahidi “non era un obiettivo”, che stava puntando a un miliziano di Hamas.

Dalla tregua del 10 ottobre 2025 il Ministero della Salute di Gaza conta più di mille persone uccise. L’OHCHR ne ha verificate 629, di cui 269 donne e bambini, con la verifica ancora aperta. La Commissione d’inchiesta dell’ONU scrive che gli atti di genocidio a Gaza proseguono. Nello stesso elenco finiscono chi il soccorso lo organizza e chi si limita a giocare per strada.

Il soccorso con una data certa, intanto, è a Bruxelles. Il 13 luglio la Commissione europea riunisce il gruppo dei donatori per la Palestina, co-presieduto da Dubravka Šuica e dal premier Mohammad Mustafa, per lanciare una “Team Gaza Initiative” che coordini i fondi di ripresa dentro un programma triennale da 1,6 miliardi agganciato alle riforme dell’Autorità palestinese. L’8 luglio la Commissione lo aveva già annunciato alla plenaria dell’Europarlamento, tra i progressi da mettere a punto.

La ricostruzione ha una sala e una data. Il soccorso di Mohammed al-Wahidi ha avuto un’auto in fiamme in una strada di Sabra, un’ora prima di una partita che nessuno dei quattro ha visto.

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“Chat control”, la legge bocciata che l’Unione europea fa rivotare ad aula vuota

A Bruxelles una legge bocciata sopravvive lo stesso, basta rimetterla ai voti nel giorno in cui l’aula si svuota. Il Parlamento europeo aveva respinto il rinnovo di Chat control il 26 marzo, 311 voti contro 228 e 92 astensioni, e la deroga che permette alle piattaforme di frugare nei messaggi privati era scaduta il 3 aprile. Doveva finire lì. Invece il 2 luglio il Consiglio dell’Unione europea…

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