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Vacanze italiane per il demolitore di Gaza

Un soldato dell’esercito israeliano accusato di aver raso al suolo interi quartieri di Gaza passa questi giorni in vacanza in Italia. Si chiama Arik Ben Asulin, 749esimo Battaglione genio da combattimento. Il 2 luglio la Hind Rajab Foundation, l’organizzazione che porta il nome della bambina palestinese di cinque anni uccisa nel gennaio 2024 con la famiglia e i due paramedici che tentavano di salvarla, ha depositato una denuncia alla Procura di Roma. L’accusa parla di “crimini di guerra, crimini contro l’umanità e atti di genocidio”, lo stesso reato che la Corte internazionale di giustizia esamina nel procedimento contro Israele.

Le prove che la fondazione consegna ai magistrati le ha diffuse lui. Video di demolizioni, foto in cui maneggia i cavi delle cariche. L’atto indica l’università Al-Azhar, il quartiere di Shuja’iya, il corridoio di Netzarim, dove Ben Asulin risulta schierato almeno dal novembre 2023. La denuncia richiama la giurisdizione universale, le Convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma: l’Italia, che li ha firmati, o indaga o estrada. Sullo sfondo i numeri: oltre 73 mila morti a Gaza secondo il ministero della Salute locale, più di 22 mila bambini, il 92 per cento delle abitazioni distrutte secondo l’ONU.

Il 7 luglio la deputata Stefania Ascari (M5S) ha depositato un’interrogazione ai ministri della Giustizia e dell’Interno. Chiede se il governo sappia della denuncia e cosa intenda fare «nel rispetto degli obblighi internazionali e dell’autonomia della magistratura». Dal governo, intanto, nessuna parola.

Del resto la stessa fondazione, con il Center for Constitutional Rights, aveva chiesto alla procuratrice generale di New York Letitia James di aprire un’indagine sul ministro Itamar Ben Gvir, per conto di dieci attivisti della Global Sumud Flotilla e di un cittadino palestinese-americano. Dopo quella lettera Ben Gvir ha annullato il viaggio a New York. Asulin, invece, le vacanze in Italia le sta ancora facendo.

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Il Paese che gli italiani sentono e quello che gli raccontano

Cinquantasei italiani su cento mettono il caro vita in testa alle loro paure: lo dice l’ultimo Osservatorio politico dell’istituto Ixè, uscito ieri. Vuol dire che la spesa costa di più, che lo stipendio basta di meno, che il benessere se ne va e le famiglie sono più povere. Altro che propaganda. Poi viene la sanità che si sfalda, al 42%, toccata con mano da chi aspetta mesi una visita e paga di…

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Il populismo del buon senso: la parola cara ai moderati (e non solo) per dichiarare vinta una discussione prima di aprirla

Carlo Calenda (Azione), su X, replica a Roberto Vannacci (Futuro Nazionale) e prescrive la terapia: serve “un’agenda pragmatica e di buon senso”. Lo scrive l’uomo che a Vannacci oppone il centro, che del populismo ha fatto il bersaglio fisso. E lì, in due parole, compie la mossa populista per eccellenza.

Badate bene, chi giustifica una scelta col buon senso dichiara chiusa l’istruttoria prima di aprirla: la risposta è ovvia a chiunque ragioni, dicono, e quindi la prova diventa un lusso per pignoli. Così una questione politica, fatta di valori in conflitto e interessi che si escludono, scivola sul piano dell’evidenza naturale. Di fatto una preferenza di parte si traveste da come stanno le cose, e chi dissente è subito marchiato: ideologizzato, in malafede. Il dissenso da posizione legittima diventa un vero e proprio difetto del carattere.

Il politologo Jan-Werner Müller, in “Cos’è il populismo?” (Bocconi, 2016), individua nel rifiuto del pluralismo la firma del populista: la pretesa di una rappresentanza morale esclusiva del “popolo vero”, la negazione di ogni opposizione legittima. Il buon senso recita lo stesso copione. Chiama in scena “la gente”, il cittadino comune, una figura le cui opinioni coincidono per miracolo con quelle di chi parla, e che nessuno ha mai contato. Anzi, Müller annota la beffa che ci interessa: la categoria di populismo serve ai leader centristi per accreditarsi moderati presso gli elettori, salvo che il populismo “vanifica ogni pretesa di moderazione”. Chi brandisce il buon senso contro i populisti quindi impugna l’arma dei populisti. Con buona pace del feticcio della “competenza”.

Gramsci, rovesciato

E qui la tesi diventa difficile da scalfire, perché chiama in causa l’autore che quella parola l’ha pesata meglio di tutti. Antonio Gramsci, nel Quaderno 11 dei “Quaderni del carcere”, separa due cose che la politica confonde apposta. Il senso comune è il deposito disordinato, incoerente, spesso fossile, assorbito passivamente da ogni epoca. Il buon senso è altro: “Il nucleo sano del senso comune, ciò che appunto potrebbe chiamarsi buon senso e che merita di essere sviluppato e reso unitario e coerente”. Per Gramsci il buon senso è un punto di arrivo, frutto di lavoro critico, un esito da costruire. La politica nostrana invece  lo tratta da istinto bell’e pronto da invocare.

Anzi, esegue l’operazione inversa. Prende il senso comune, cioè il sedimento dell’ideologia dominante, lo congela e lo ribattezza buon senso. Vende la stratificazione del potere come saggezza spontanea del popolo. Del resto è comodo: usa la parola di Gramsci per fare il contrario del progetto di Gramsci, e si tiene pure la patente di antipopulista.

Descartes, tradito

La seconda gamba della formula poggia su un equivoco più antico. René Descartes, nel “Discorso sul metodo” (1637), apre con la riga più citata e meno letta della filosofia: “Le bon sens est la chose du monde la mieux partagée”, il buon senso è la cosa meglio distribuita al mondo. Solo che poche righe dopo Descartes ribalta la lusinga: “ce n’est pas assez d’avoir l’esprit bon, mais le principal est de l’appliquer bien”, una mente buona basta poco, conta applicarla con metodo. Senza metodo, ognuno sbaglia per la propria strada.

L’attuale politica del buon senso tiene la prima riga e butta la seconda. Conserva l’adulazione dell’universale, l’idea che la ragione sia di tutti, e getta via la fatica: il metodo, la verifica, le prove. È anti-tecnico per costruzione, perché il suo fascino sta nel mettere l’intuizione del cittadino sopra il sapere degli esperti, i “professoroni”, gli istituti. Costa nulla a chi ascolta perché gli dice che sa già. Vende la dignità dell’uomo comune al prezzo del suo spirito critico.

Chi lo usa di più sta al governo

Conta allora chi maneggia la formula. Matteo Renzi (Italia Viva), al Tg1 nel luglio 2022, evoca «un polo del buon senso è quello che serve all’Italia». Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, a giugno 2026 chiede per l’aggregazione centrista “un bagno di buon senso”, mentre 33 sigle (Quotidiano Nazionale) si contendono lo stesso fazzoletto di voti.

Ma è al governo che la parola lavora a tempo pieno. Torniamo indietro, al 10 ottobre 2023, Consiglio dei ministri: Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) annuncia di sostituire la protezione speciale con «una norma di buon senso». Avanti veloce al 6 gennaio 2026, e il sito del governo rivendica “la linea di buon senso a sostegno dell’agricoltura europea”. Ancora lei, 21 aprile 2026: il decreto sicurezza finisce nel mirino del Quirinale, Mattarella trasmette i suoi rilievi, e la premier liquida tutto al Salone del Mobile come «di assoluto buon senso». Con solo tre anni di pratica, la destra di governo ha imparato a chiamare buon senso ciò che il Colle chiama problema di legittimità.

Un’obiezione regge, e va detta per onestà: a volte l’intuizione comune ha ragione e gli esperti sbagliano, liquidarla è a sua volta elitismo. Vero. Solo che il discrimine è uno: il buon senso offerto come ipotesi da controllare sui fatti apre l’indagine, il buon senso brandito come verdetto la chiude. La prima è la curiosità di Descartes, la seconda è la mossa di Müller. E la politica del buon senso sceglie sempre il verdetto.

Perché l’ovvio, in politica, è quasi sempre il nome che il potere dà alle proprie preferenze. Quando un ministro archivia un dossier dicendo che è “solo buon senso”, dichiara vinta una discussione che si è rifiutato di aprire, e lo fa col tono di chi ti spiega che l’acqua bagna. È il modo più educato, così il più efficace, di dire al cittadino di smettere di pensare, ci pensano loro. Lo ripete, ogni volta, chi giura di combattere il populismo. E, purtroppo, funziona, perché è così buono e facile, il buon senso.

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Si muove Amnesty per il pediatra di Gaza

L’avvocato entrato il 2 luglio nella sezione sotterranea di Rakevet non ha riconosciuto il suo assistito. Nasser Odeh, legale di Physicians for Human Rights Israel, Hussam Abu Safiya lo aveva già incontrato altre volte. Stavolta si è trovato davanti un uomo ammanettato a mani e piedi, scortato da agenti incappucciati, con ferite fresche su testa, volto e collo, il respiro corto, incapace di reggersi seduto. «Questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico. «Mi hanno portato qui per uccidermi».

Abu Safiya, 52 anni, pediatra, dirigeva il Kamal Adwan, l’ultimo grande ospedale ancora attivo nel nord di Gaza. Lo arrestarono il 27 dicembre 2024, al termine dell’assalto israeliano alla struttura. L’ultima immagine da uomo libero, il camice bianco tra le macerie davanti a un carro armato, ha fatto il giro del mondo. Da allora sono passati diciotto mesi. Nessuna accusa formale, nessun processo, la detenzione rinnovata sotto la legge sui «combattenti illegali», che consente la reclusione a tempo indeterminato. Ha perso circa 40 chili. Il 24 giugno il trasferimento a Rakevet.

Il 6 luglio il Gruppo di lavoro ONU sulla detenzione arbitraria, cinque esperti indipendenti a Ginevra, ha definito arbitraria la sua detenzione e ha avvertito che il caso può indicare una pratica diffusa o sistematica nel Paese. Israele, scrive il gruppo, non ha mai risposto alla richiesta di chiarire i fondamenti giuridici del fermo. Lo stesso giorno Amnesty International chiede il rilascio immediato e inquadra la detenzione dei sanitari come parte del genocidio in corso a Gaza.

Il servizio penitenziario israeliano replica che le accuse sono “false e del tutto prive di fondamento fattuale” e che ogni detenuto è trattato secondo la legge. Secondo la legge, l’unica certezza è un corpo che il suo avvocato non riconosce più.

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Infantino, Trump e Rutte: l’epoca dei servi

La Fifa ha cancellato la squalifica di Folarin Balogun, l’attaccante degli Stati Uniti espulso l’1 luglio contro la Bosnia. Il perché lo ha spiegato Donald Trump: aveva telefonato a Gianni Infantino per chiedere una revisione. Dal 1962 non si vedeva un rosso ai Mondiali cancellato. Infantino giura che i suoi giudici “sono indipendenti”, poi ammette la telefonata e la racconta come una cortesia…

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L’amministrazione di Gaza passa di mano

Il 6 luglio il governo di fatto di Hamas, al potere nella Striscia dal 2007, ha annunciato lo scioglimento della sua commissione esecutiva e la consegna dell’amministrazione di Gaza al Comitato nazionale per l’amministrazione della Striscia, l’Ncag, un organismo di tecnocrati che nessun palestinese ha votato. A dichiararlo all’Afp è Ismail al-Thawabta, capo dell’ufficio stampa del governo di Hamas. L’Ncag lo guida Ali Shaath. L’ha creato il Board of Peace, il consiglio istituito da Donald Trump quando a ottobre ha mediato il cessate il fuoco tra Hamas e Israele.

L’organismo che dovrebbe amministrare la Striscia esiste da circa sei mesi. Per sei mesi è rimasto fuori, perché Israele ne ha impedito l’ingresso. Così l’amministrazione civile di un territorio la decide chi quel territorio lo tiene con le armi: le forze israeliane controllano quasi il 70% di Gaza, secondo le stime riferite da Afp e Anadolu. E continuano a colpire. Il “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 ha già ucciso oltre mille palestinesi, 1.031 secondo il ministero della Sanità di Gaza citato da Al Jazeera il 27 giugno. Il 6 luglio un drone israeliano ha colpito un veicolo a Khan Younis: quattro morti e sedici feriti, riferisce Al-Jazeera ripresa da Ansa e Adnkronos.

Sullo stesso passaggio, un funzionario militare israeliano citato da Channel 11 parla di «spin mediatico privo di significato». Intanto Benjamin Netanyahu, a Fox News, rivendica: «Non siamo in uno stato di guerra permanente, abbiamo portato avanti quattro accordi di pace». Lo dice il capo del governo che, nel parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024, presiede un’occupazione illegale. E che pone una condizione nota: nessuna ricostruzione senza il disarmo di Hamas. L’amministrazione, dice, passa di mano. Il territorio resta il suo.

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L’Italia dello stupro archiviato, condannata come la Russia

«Uno scherzo di cattivo gusto». Così una pm della Procura di Benevento, nel 2021, ha liquidato il coltello puntato alla gola della compagna mentre in tv passavano le immagini di un femminicidio. La violenza sessuale? Indimostrabile, perché «è normale che gli uomini debbano superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tende a mostrare quando è stanca». I colpi ai figli?

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Vannacci secondo sui media solo a Meloni: un fenomeno creato dai giornali

Duecentottantunomila e centotrentadue citazioni sugli undici quotidiani italiani più diffusi, contate una a una da gennaio 2025 a fine giugno 2026. In testa Giorgia Meloni, da sola oltre un terzo del totale, prima in ogni testata e in ogni mese. Al secondo posto, a giugno, un nome che per quasi tutto il 2025 era rimasto all’1 per cento: Roberto Vannacci.

Il conteggio è di Lorenzo Ruffino, che ha costruito un sistema per misurare ogni giorno quanto ciascun leader occupa le pagine e lo ha ricostruito a ritroso. Un primo setaccio cattura i cognomi con le regex, poi un modello di intelligenza artificiale scarta le omonimie e tiene le menzioni giuste. Di fatto, il rumore politico misurato da una macchina.

La classifica segue il potere prima delle idee. Dietro Meloni si muove una pattuglia stretta: Salvini al 13 per cento, Schlein al 10, Tajani al 9, Conte e Mattarella intorno all’8. Vannacci è l’anomalia. Un europarlamentare senza deleghe che a giugno scavalca i due vicepremier e i capi dell’opposizione, con più del triplo delle loro menzioni nel mese.

La sua curva sale a scatti, e ogni scatto ha una data. A febbraio 2026, quando lascia la Lega e fonda Futuro Nazionale, arriva al 13 per cento. Nella settimana del 2 febbraio vale quasi un quarto di tutta la politica sui giornali. A giugno tocca il 17. La sua forza sulle pagine nasce dalle parole che pronuncia.

Il rumore che diventa merito

Ogni picco poggia su una sparata. All’assemblea costituente del 13 giugno, all’Auditorium della Conciliazione, Vannacci si definisce «la feccia, i figli di nessuno». Rilancia la remigrazione, il lavoro a quattordici anni, il femminicidio che a suo dire non esiste. Il 22 giugno, a un convegno sulla scuola, ripropone le classi «distinte» per gli studenti, che chiama «fattore inclusivo e non discriminante». La cronaca corre a riportarlo, e ogni riga è una citazione in più.

Qui il dato di Ruffino diventa affilato. I tre quotidiani di destra, “Il Giornale”, “La Verità” e “Libero”, dedicano al centrodestra la quota più bassa, il 59 per cento, e all’opposizione la più alta, il 28. I tre generalisti, “Repubblica”, “Stampa” e “Corriere”, riservano alla maggioranza il 65, perché trattano chi governa come il luogo naturale della notizia. La stampa schierata nomina gli avversari per colpirli, del resto, e li tiene sulla pagina proprio mentre li attacca. Essere citati ed essere approvati sono cose diverse.

Solo che per Vannacci le due macchine spingono nella stessa direzione. Chi lo attacca lo amplifica, chi lo copre come quinta forza gli dà lo spazio del potere. L’indignazione e la cronaca si sommano.

Chi misura il rumore lo alimenta

E la visibilità cammina insieme al consenso. La media dei sondaggi di Pagella Politica dà Futuro Nazionale in salita dal 3,9 al 5,3 per cento nel solo giugno, con il sorpasso sulla Lega certificato da più istituti: Ipsos lo mette al 6 contro il 5,6 del Carroccio, Youtrend al 5,9, l’Emg del Tg3 al 6,6. Un partito nato a febbraio è già la quinta forza del Paese.

Quale curva tiri l’altra è la domanda vera. La provocazione compra la citazione, la citazione costruisce il riconoscimento, il riconoscimento diventa il numero del sondaggio, e quel numero torna sui giornali come notizia. Una macchina che si scalda da sola.

Ruffino chiama il suo conteggio un termometro. A guardarlo bene è diventato un termostato, che fissa la temperatura del dibattito invece di limitarsi a registrarla. E una politica dove la rilevanza si misura sulla capacità di alzare la voce premia chi dice la cosa più brutale, fino alle classi separate che la legge 517 del 1977 aveva abolito, quando l’Italia fu il primo paese al mondo a farlo.

281.132 citazioni misurano una scena e insieme la costruiscono. A occuparla con più forza, oggi, dietro Meloni, è chi grida più forte. I giornali lo hanno scritto contandolo, e contandolo lo hanno fatto accadere.

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Tra parcelle e transazioni (milionarie)

Cento milioni sono la scelta più responsabile per i conti pubblici, 454mila euro sono uno scandalo da indagare. Basta lo scarto tra queste due cifre per capire come lavora la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

Da mesi la maggioranza, con il presidente Marco Lisei (FdI), insegue una parcella: i 454mila euro che la Adaltis avrebbe versato a legali dello studio di Guido Alpa, dove in passato aveva lavorato Giuseppe Conte, per una consulenza che un testimone ha ridotto al controllo di alcuni documenti e a una lettera di sollecito. «454mila euro per una lettera», ha sintetizzato in aula la deputata Alice Buonguerrieri (FdI). Filone legittimo. Solo che, mentre si scandalizzava sulla lettera, la stessa parte politica firmava un assegno di tutt’altra taglia.

Il 31 ottobre 2025 il governo ha sottoscritto una transazione da 100.221.429,85 euro con la JC Electronics Italia, la società di Dario Bianchi. In primo grado il Tribunale di Roma aveva condannato Palazzo Chigi e il ministero della Salute a oltre 203 milioni per le mascherine fornite nel 2020. Lo Stato aveva fatto appello e chiesto la sospensiva, poi ha pagato prima che la Corte d’Appello si pronunciasse. Due giorni prima un decreto aveva assegnato 110 milioni alla Salute per “sentenze di condanna e transazioni”, ha spiegato il ministro Orazio Schillaci.

E qui la coincidenza diventa altro. Bianchi è molto più di un fornitore: è il principale accusatore di Conte nelle stesse audizioni, ospite fisso di Atreju, il 12 giugno a un evento FdI intitolato “Mangiatoia Covid”. La sua azienda fatturava al più 4 milioni l’anno, quando andava bene perdeva 250mila euro, e ha scoperto di produrre mascherine giusto in tempo. Il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia dice che è la prima volta che si liquida un risarcimento senza attendere l’appello, malgrado la sospensiva. Lisei, da parte sua, chiama i cento milioni “130 milioni risparmiati”.

Così la commissione nata come clava contro l’opposizione ha consegnato alla maggioranza il suo testimone migliore, risarcito dallo Stato. Chiedono le carte su una lettera. Hanno firmato in silenzio una transazione da cento milioni. Tutto normale.

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A Gaza la linea gialla si sposta ad ovest

Un blocco di cemento giallo, piantato accanto alle tende, decide a Beit Lahia chi può restare. Nella notte fra il 23 e il 24 giugno i carri israeliani avanzano verso il bivio di Al Atatra, un quadricottero sgancia una munizione incendiaria e brucia tre tende, e quando i mezzi si ritirano sei famiglie restano sfollate: il blocco ormai segna il confine. Lo racconta l’ufficio Onu per gli affari umanitari, Ocha, nel bollettino del 26 giugno. È la stessa linea gialla nata a ottobre per fermare il fuoco, e che da allora si sposta a ovest.

Il 1° luglio l’Humanitarian Country Team dei territori palestinesi occupati, i capi delle agenzie Onu e delle organizzazioni non governative, mette i numeri. Le aree ad accesso ristretto coprono ora il 65 per cento della superficie di Gaza, l’accesso via mare resta vietato, e fra il 10 ottobre e inizio aprile le Nazioni Unite hanno verificato 196 palestinesi uccisi vicino alle posizioni israeliane, fra loro 18 donne e 43 bambini. L’ufficio Onu per i diritti umani annota che lungo quella linea la forza letale è stata usata “spesso”.

Intanto Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, controlla il 60 per cento della Striscia e ha ordinato all’esercito di arrivare al 70. La mappa del cessate il fuoco di ottobre fissava quel controllo al 53 per cento. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir, il 7 dicembre, davanti ai soldati, l’aveva già detto senza giri: «La linea gialla è una nuova linea di confine, una linea difensiva avanzata per le comunità e una linea offensiva». Una “tregua” che si misura in metri conquistati.

Del resto il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 lo scrive nero su bianco: l’occupazione israeliana a Gaza è illegale, nessun territorio si acquisisce con la forza. Il blocco di cemento resta dov’è.

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