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L’Italia dello stupro archiviato, condannata come la Russia

«Uno scherzo di cattivo gusto». Così una pm della Procura di Benevento, nel 2021, ha liquidato il coltello puntato alla gola della compagna mentre in tv passavano le immagini di un femminicidio. La violenza sessuale? Indimostrabile, perché «è normale che gli uomini debbano superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tende a mostrare quando è stanca». I colpi ai figli?

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Vannacci secondo sui media solo a Meloni: un fenomeno creato dai giornali

Duecentottantunomila e centotrentadue citazioni sugli undici quotidiani italiani più diffusi, contate una a una da gennaio 2025 a fine giugno 2026. In testa Giorgia Meloni, da sola oltre un terzo del totale, prima in ogni testata e in ogni mese. Al secondo posto, a giugno, un nome che per quasi tutto il 2025 era rimasto all’1 per cento: Roberto Vannacci.

Il conteggio è di Lorenzo Ruffino, che ha costruito un sistema per misurare ogni giorno quanto ciascun leader occupa le pagine e lo ha ricostruito a ritroso. Un primo setaccio cattura i cognomi con le regex, poi un modello di intelligenza artificiale scarta le omonimie e tiene le menzioni giuste. Di fatto, il rumore politico misurato da una macchina.

La classifica segue il potere prima delle idee. Dietro Meloni si muove una pattuglia stretta: Salvini al 13 per cento, Schlein al 10, Tajani al 9, Conte e Mattarella intorno all’8. Vannacci è l’anomalia. Un europarlamentare senza deleghe che a giugno scavalca i due vicepremier e i capi dell’opposizione, con più del triplo delle loro menzioni nel mese.

La sua curva sale a scatti, e ogni scatto ha una data. A febbraio 2026, quando lascia la Lega e fonda Futuro Nazionale, arriva al 13 per cento. Nella settimana del 2 febbraio vale quasi un quarto di tutta la politica sui giornali. A giugno tocca il 17. La sua forza sulle pagine nasce dalle parole che pronuncia.

Il rumore che diventa merito

Ogni picco poggia su una sparata. All’assemblea costituente del 13 giugno, all’Auditorium della Conciliazione, Vannacci si definisce «la feccia, i figli di nessuno». Rilancia la remigrazione, il lavoro a quattordici anni, il femminicidio che a suo dire non esiste. Il 22 giugno, a un convegno sulla scuola, ripropone le classi «distinte» per gli studenti, che chiama «fattore inclusivo e non discriminante». La cronaca corre a riportarlo, e ogni riga è una citazione in più.

Qui il dato di Ruffino diventa affilato. I tre quotidiani di destra, “Il Giornale”, “La Verità” e “Libero”, dedicano al centrodestra la quota più bassa, il 59 per cento, e all’opposizione la più alta, il 28. I tre generalisti, “Repubblica”, “Stampa” e “Corriere”, riservano alla maggioranza il 65, perché trattano chi governa come il luogo naturale della notizia. La stampa schierata nomina gli avversari per colpirli, del resto, e li tiene sulla pagina proprio mentre li attacca. Essere citati ed essere approvati sono cose diverse.

Solo che per Vannacci le due macchine spingono nella stessa direzione. Chi lo attacca lo amplifica, chi lo copre come quinta forza gli dà lo spazio del potere. L’indignazione e la cronaca si sommano.

Chi misura il rumore lo alimenta

E la visibilità cammina insieme al consenso. La media dei sondaggi di Pagella Politica dà Futuro Nazionale in salita dal 3,9 al 5,3 per cento nel solo giugno, con il sorpasso sulla Lega certificato da più istituti: Ipsos lo mette al 6 contro il 5,6 del Carroccio, Youtrend al 5,9, l’Emg del Tg3 al 6,6. Un partito nato a febbraio è già la quinta forza del Paese.

Quale curva tiri l’altra è la domanda vera. La provocazione compra la citazione, la citazione costruisce il riconoscimento, il riconoscimento diventa il numero del sondaggio, e quel numero torna sui giornali come notizia. Una macchina che si scalda da sola.

Ruffino chiama il suo conteggio un termometro. A guardarlo bene è diventato un termostato, che fissa la temperatura del dibattito invece di limitarsi a registrarla. E una politica dove la rilevanza si misura sulla capacità di alzare la voce premia chi dice la cosa più brutale, fino alle classi separate che la legge 517 del 1977 aveva abolito, quando l’Italia fu il primo paese al mondo a farlo.

281.132 citazioni misurano una scena e insieme la costruiscono. A occuparla con più forza, oggi, dietro Meloni, è chi grida più forte. I giornali lo hanno scritto contandolo, e contandolo lo hanno fatto accadere.

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Tra parcelle e transazioni (milionarie)

Cento milioni sono la scelta più responsabile per i conti pubblici, 454mila euro sono uno scandalo da indagare. Basta lo scarto tra queste due cifre per capire come lavora la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

Da mesi la maggioranza, con il presidente Marco Lisei (FdI), insegue una parcella: i 454mila euro che la Adaltis avrebbe versato a legali dello studio di Guido Alpa, dove in passato aveva lavorato Giuseppe Conte, per una consulenza che un testimone ha ridotto al controllo di alcuni documenti e a una lettera di sollecito. «454mila euro per una lettera», ha sintetizzato in aula la deputata Alice Buonguerrieri (FdI). Filone legittimo. Solo che, mentre si scandalizzava sulla lettera, la stessa parte politica firmava un assegno di tutt’altra taglia.

Il 31 ottobre 2025 il governo ha sottoscritto una transazione da 100.221.429,85 euro con la JC Electronics Italia, la società di Dario Bianchi. In primo grado il Tribunale di Roma aveva condannato Palazzo Chigi e il ministero della Salute a oltre 203 milioni per le mascherine fornite nel 2020. Lo Stato aveva fatto appello e chiesto la sospensiva, poi ha pagato prima che la Corte d’Appello si pronunciasse. Due giorni prima un decreto aveva assegnato 110 milioni alla Salute per “sentenze di condanna e transazioni”, ha spiegato il ministro Orazio Schillaci.

E qui la coincidenza diventa altro. Bianchi è molto più di un fornitore: è il principale accusatore di Conte nelle stesse audizioni, ospite fisso di Atreju, il 12 giugno a un evento FdI intitolato “Mangiatoia Covid”. La sua azienda fatturava al più 4 milioni l’anno, quando andava bene perdeva 250mila euro, e ha scoperto di produrre mascherine giusto in tempo. Il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia dice che è la prima volta che si liquida un risarcimento senza attendere l’appello, malgrado la sospensiva. Lisei, da parte sua, chiama i cento milioni “130 milioni risparmiati”.

Così la commissione nata come clava contro l’opposizione ha consegnato alla maggioranza il suo testimone migliore, risarcito dallo Stato. Chiedono le carte su una lettera. Hanno firmato in silenzio una transazione da cento milioni. Tutto normale.

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A Gaza la linea gialla si sposta ad ovest

Un blocco di cemento giallo, piantato accanto alle tende, decide a Beit Lahia chi può restare. Nella notte fra il 23 e il 24 giugno i carri israeliani avanzano verso il bivio di Al Atatra, un quadricottero sgancia una munizione incendiaria e brucia tre tende, e quando i mezzi si ritirano sei famiglie restano sfollate: il blocco ormai segna il confine. Lo racconta l’ufficio Onu per gli affari umanitari, Ocha, nel bollettino del 26 giugno. È la stessa linea gialla nata a ottobre per fermare il fuoco, e che da allora si sposta a ovest.

Il 1° luglio l’Humanitarian Country Team dei territori palestinesi occupati, i capi delle agenzie Onu e delle organizzazioni non governative, mette i numeri. Le aree ad accesso ristretto coprono ora il 65 per cento della superficie di Gaza, l’accesso via mare resta vietato, e fra il 10 ottobre e inizio aprile le Nazioni Unite hanno verificato 196 palestinesi uccisi vicino alle posizioni israeliane, fra loro 18 donne e 43 bambini. L’ufficio Onu per i diritti umani annota che lungo quella linea la forza letale è stata usata “spesso”.

Intanto Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, controlla il 60 per cento della Striscia e ha ordinato all’esercito di arrivare al 70. La mappa del cessate il fuoco di ottobre fissava quel controllo al 53 per cento. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir, il 7 dicembre, davanti ai soldati, l’aveva già detto senza giri: «La linea gialla è una nuova linea di confine, una linea difensiva avanzata per le comunità e una linea offensiva». Una “tregua” che si misura in metri conquistati.

Del resto il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 lo scrive nero su bianco: l’occupazione israeliana a Gaza è illegale, nessun territorio si acquisisce con la forza. Il blocco di cemento resta dov’è.

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La Rai senza prigionieri

La Vigilanza Rai si è sciolta da sola. Ieri si sono dimessi in blocco prima i commissari d’opposizione con la presidente Barbara Floridia (M5S), poi, poche ore dopo, anche quelli di maggioranza. Un organo di garanzia nato nel 1975 per controllare il servizio pubblico ha certificato la propria fine, e lo ha fatto con un rimpallo di accuse. La destra teneva ferma la commissione da quasi due anni.

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Sindaco di Milano cercasi, le destre pescano i competenti a sinistra e spuntano i nomi di Cottarelli e Di Pietro

Due cene la stessa sera di fine giugno, a pochi chilometri l’una dall’altra, hanno consegnato al centrodestra milanese i due nomi che considera vincenti per Palazzo Marino. Alla prima, convocata da Ignazio La Russa, guadagna quota Carlo Cottarelli. Alla seconda, ai sessant’anni di carriera di Vittorio Feltri, Daniela Santanchè (FdI) tira fuori Antonio Di Pietro. Un economista già senatore del Pd e il magistrato simbolo di Mani Pulite: quando la destra cerca il competente, lo pesca nel cosiddetto centrosinistra.

A proporre Cottarelli è Antonio Tajani (FI), che lo giudica capace di allargare la coalizione verso il centro e di rispedire la sinistra all’opposizione dopo tre lustri di governo cittadino. Solo che nel 2022 lo stesso Cottarelli era la punta di diamante dem alle politiche, come lo definì l’allora segretario Enrico Letta. Senatore per pochi mesi, poi via. Prima ancora commissario alla spending review nel 2013, dopo una vita passata tra Banca d’Italia, Eni e Fondo Monetario Internazionale. La grammatica dell’austerità, insomma. E adesso Forza Italia e Azione se lo contendono in quota civica.

Di Pietro ci arriva per una via ancora più diretta. Al referendum sulla riforma della giustizia del governo Meloni, l’ex pm di Mani Pulite si è schierato per il Sì alla separazione delle carriere, dentro il comitato promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi. «Valuto il testo e non il contesto», ha spiegato. Gli italiani hanno respinto quella riforma il 22 e 23 marzo 2026, con il No oltre il 53 per cento. La firma dell’uomo che negli anni Novanta incarnava l’assalto giudiziario alla Prima Repubblica è rimasta lì, sulla riforma della destra.

Il competente è già di destra

Il vocabolario aiuta a capire. Quando Tajani definisce Cottarelli un civico buono per Milano, la parola competente copre una cosa precisa: la compatibilità di un profilo sui conti pubblici, sul lavoro, sull’idea stessa di Stato. Il travaso funziona perché per anni il centrosinistra ha chiamato di sinistra figure che con gli interessi e gli ideali della destra collimavano alla perfezione. L’esempio che pesa più di tutti porta una data e una firma: il Jobs Act.

Anno 2015. Il Pd di Matteo Renzi vara il decreto legislativo 23, in vigore dal 7 marzo, e cancella l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti: al reintegro subentra un indennizzo in denaro. Oltre 3 milioni e mezzo di lavoratori sono finiti da allora fuori dalla tutela piena. Fondo Monetario Internazionale, Ocse e Banca centrale europea applaudirono. La Cgil aveva scioperato il 12 dicembre 2014. Tredici anni prima, il 23 marzo 2002, la stessa Cgil aveva riempito il Circo Massimo con tre milioni di persone contro i piani di Silvio Berlusconi, e proprio sull’articolo 18.

A firmare la fine di quell’articolo è stato il partito guida del centrosinistra. La destra, per vent’anni, l’aveva soltanto sognato.

La sinistra che ha fatto i compiti della destra

Il Jobs Act resta il caso di scuola di una lunga stagione in cui il campo progressista ha adottato l’agenda economica degli avversari e l’ha chiamata riformismo. Le larghe intese, i governi di unità nazionale, la grande coalizione tecnocratica hanno educato l’elettorato a un centro dove destra e sinistra si somigliano sui fondamentali: i conti prima dei diritti, il mercato come misura di ogni cosa. Del resto è lo stesso spazio in cui oggi Cottarelli piace a Tajani e ad Azione insieme.

Ecco perché le due cene raccontano poco di sorprendente. Il centrodestra va a pescare Cottarelli e Di Pietro nel campo avverso perché quel campo, da tempo, produce il personale che alla destra serve: competente nel senso che intende lei, già riconciliato con i suoi interessi. La frontiera tra i due schieramenti l’ha smontata il centrosinistra, un pezzo alla volta. Adesso qualcuno, dall’altra parte, passa soltanto a ritirare la merce.

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Ridotti alla fame 245mila bambini, ma per Israele a Gaza il cibo abbonda

“Le quantità di cibo introdotte superano di gran lunga i bisogni nutrizionali della popolazione civile di Gaza.” Lo ha scritto il 1° luglio il COGAT, l’organismo militare israeliano che amministra gli affari civili nella Striscia, secondo quanto riferisce l’Associated Press.

Il giorno dopo, il 2 luglio, Gaza ha toccato il millesimo giorno dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’inizio dell’offensiva israeliana. Save the Children conta 245.000 minori a rischio o già colpiti da malnutrizione, e cita l’UNFPA secondo cui il 96 per cento dei bambini della Striscia sente la morte come imminente. Le stesse famiglie riferiscono che patatine e cioccolato si trovano, mentre la frutta fresca e le uova restano troppo care. La carestia a Gaza City era stata dichiarata dagli esperti di sicurezza alimentare nell’agosto 2025.

La stessa Striscia, lo stesso giorno, due conti opposti: il COGAT misura le razioni e le dichiara in eccesso, mentre le agenzie umanitarie contano i bambini che non mangiano. Il Ministero della Salute di Gaza porta a 73.066 i morti dal 7 ottobre 2023 e ad almeno 1.053 quelli uccisi dopo la tregua del 10 ottobre 2025, oltre 350 dei quali donne e bambini. La Commissione d’inchiesta dell’Onu, a giugno, ha concluso che le forze israeliane hanno preso di mira deliberatamente i bambini palestinesi, in quello che definisce genocidio.

La tregua doveva portare un aumento degli aiuti. Il capo umanitario dell’Onu, Tom Fletcher, ha riferito il mese scorso che le procedure israeliane restano ingombranti, al punto che perfino le protesi vengono trattenute per un possibile uso “duale”, e diciassette ospedali non funzionano.

Al millesimo giorno la contabilità dell’occupante certifica che a Gaza il cibo basta e avanza. I 245.000 bambini che Save the Children conta affamati, in quel calcolo, non rientrano tra i bisogni.

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Daphne Caruana Galizia, si apre il processo a Yorgen Fenech: l’accusa è di aver pagato per ucciderla

Centocinquantamila euro. Tanto è costata, secondo l’accusa, la morte di Daphne Caruana Galizia: 30.000 in anticipo, 120.000 a cose fatte. Il 1 luglio 2026, alla Corte criminale di Valletta, Yorgen Fenech si è dichiarato non colpevole. Sono passati nove anni dall’esplosione che uccise la giornalista, e l’uomo accusato di averla ordinata entra in aula per la prima volta. Fino al giorno prima non era certo che il processo si aprisse: la Corte costituzionale, il 25 giugno, ha respinto la sua richiesta di sospenderlo.

Fenech, 44 anni, erede del Tumas Group, risponde di complicità in omicidio volontario e associazione a delinquere. La procura chiede l’ergastolo per il primo capo, da venti a trent’anni per il secondo. La ricostruzione dei pubblici ministeri è quella già letta nell’atto d’accusa: nell’aprile del 2017 Fenech avrebbe incaricato Melvin Theuma, tassista e allibratore, di trovare qualcuno disposto a uccidere. Il piano slittò per le elezioni anticipate di giugno, poi riprese a governo confermato. Theuma ha ottenuto la grazia in cambio della testimonianza, e da allora vive sotto protezione. La bomba stava dentro una scatola da scarpe, sotto il sedile dell’auto, azionata a distanza mentre lei guidava lontano da casa, nel villaggio di Bidnija. Era il 16 ottobre 2017. Aveva 53 anni.

Cinque condanne, un imputato

Prima di Fenech, la giustizia maltese ha già chiuso cinque conti. I fratelli George e Alfred Degiorgio scontano 40 anni per aver piazzato e fatto detonare l’ordigno. Vincent Muscat, che ha confessato e accusato gli altri, ne ha avuti 15 con grazia presidenziale. Robert Agius e Jamie Vella, che fornirono la bomba, hanno preso l’ergastolo nel giugno 2025, senza libertà anticipata. Restava lui, l’ultimo, quello che l’accusa indica come il mandante. Arrestato il 20 novembre 2019mentre tentava di lasciare l’isola in yacht, Fenech è tornato libero su cauzione nel febbraio 2025: 80.000 euro più una garanzia da 120.000, la cifra più alta mai fissata a Malta. Intanto la giornalista indagava sui suoi affari. La società di Dubai 17 Black, di cui Fenech risultò proprietario, era il cliente-obiettivo delle strutture panamensi aperte da due fedelissimi del governo, Konrad Mizzi e Keith Schembri, e si legava alla centrale elettrica di Electrogas. L’accusa sostiene che volesse fermare un articolo su di lui prossimo all’uscita.

Lo Stato che guardava altrove

Quello che il processo non giudica lo aveva già scritto un’inchiesta pubblica. Il 29 luglio 2021, un collegio di tre ex giudici consegnò un rapporto di 437 pagine: lo Stato “deve assumersi la responsabilità” della morte, perché aveva costruito “un’atmosfera di impunità” a partire dagli uffici del primo ministro. Quel primo ministro, Joseph Muscat, si dimise, travolto dallo scandalo. Al momento in cui saltò in aria, Caruana Galizia affrontava 48 cause per diffamazione, le SLAPP con cui i potenti prosciugano chi scrive: 47 le ha ereditate la famiglia. Era la giornalista più querelata d’Europa. Da quella vicenda l’Unione europea ha ricavato nel 2024 una direttiva anti-SLAPP che qualcuno chiama legge Daphne, standard minimi di difesa per i 27 Stati. Così un nome maltese è diventato una norma continentale, mentre il mandante restava a piede libero.

La giuria, nove membri e sei riserve scelti in cinque ore, resterà chiusa in albergo per l’intera durata del processo, senza telefoni né computer. Ascolterà nelle prossime settimane le registrazioni che Theuma dice di aver fatto di nascosto, quelle su cui la difesa promette battaglia. Reporters Without Borders, presente in aula, parla di una speranza di giustizia che si riaccende. Per nove anni la macchina che l’aveva isolata ha continuato a funzionare, tribunali compresi. Adesso tocca a chi, secondo l’accusa, ha pagato perché quella voce si spegnesse. Con nove anni di ritardo.

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Decreti sicurezza e giovani: come il governo Meloni comprime la partecipazione

«Difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per coloro che scenderanno in piazza per contestare le politiche del nostro governo.» Lo disse Giorgia Meloni alla Camera il 25 ottobre 2022, nel discorso per la fiducia, e ai giovani aggiunse un invito: «siate liberi». Tre anni e mezzo dopo, quella libertà si conta in ore di trattenimento.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha pubblicato in questi giorni un saggio di Fabrizio Barca e Caterina Manicardi, “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile”, che fotografa una partecipazione scarsa e carsica. Barca e Manicardi rovesciano lo stereotipo della gioventù disinteressata: le nuove generazioni leggono benissimo le ingiustizie, gli manca l’appiglio per farne un moto collettivo. La fascia 15-25 anni è passata dal 15,7% della popolazione degli anni Sessanta al 10,8% di oggi, e su quella minoranza pesa, scrivono, “la perdita di speranza nel cambiamento e la sfiducia nel pubblico e nelle organizzazioni”. L’affluenza giovanile al voto politico è intanto scesa dall’87% del periodo 1994-2006 al 60% del 2022, e l’81,5% dei ragazzi pensa che la propria voce non conti.

E chi resta diventa più solo. Secondo dati Istat elaborati da Openpolis, gli undici-diciassettenni che vedono gli amici ogni giorno sono crollati dal 70% del 2006 al 30% di oggi. Intanto l’espatrio netto dei giovani tra 18 e 34 anni ha sfiorato, nel biennio 2023-24, le 50 mila unità l’anno, il 55% in più della media dei nove anni precedenti.

Decreti sicurezza, quando partecipare costa

Tra gli ostacoli, gli autori mettono in fila gli ultimi arrivati, i decreti sicurezza. Il decreto sicurezza varato a febbraio, diventato legge 24 aprile 2026, n. 54, ha introdotto l’accompagnamento coattivo negli uffici di polizia fino a 12 ore per chi viene ritenuto un pericolo per lo svolgimento di un corteo, l’arresto in flagranza differita per i danneggiamenti, sanzioni amministrative fino a 20 mila euro per chi disobbedisce all’ordine di scioglimento di una riunione. Il mancato preavviso, prima reato, adesso costa fino a 10 mila euro. Il Daspo urbano si allarga a chi è soltanto denunciato, e il giudice può vietare di prendere parte alle pubbliche riunioni a chi è condannato, pure in via non definitiva, per violenze in piazza. E ai controlli si somma il resto: secondo il saggio, in un anno le forze dell’ordine hanno effettuato oltre 50 milionidi accertamenti.

E poi c’è la fedina. Chi scende in strada, come la Costituzione consente, può ritrovarsi addosso un procedimento penale. Barca e Manicardi lo scrivono netto: accanto alle politiche che deludono le aspirazioni giovanili crescono quelle “volte a intimidire l’impegno politico”. Il messaggio ai ventenni è semplice, e loro l’hanno già decifrato: muoversi serve a poco, e può costare caro.

Utile solo in campagna

Qui torna il 2022. La partecipazione è comoda da evocare quando si insegue un voto, diventa un disturbo quando si governa. Il saggio ricorda che quella sfiducia nasce anche dalla percezione che, quando ci si muove, si resta inascoltati. Il governo che invitava alla piazza ha passato tre anni a restringerla, con quattro decreti sicurezza dall’inizio della legislatura, l’ultimo in vigore dal 25 aprile 2026. Chi è più incline a comandare che a governare ha trovato nella protesta un fastidio da multare.

Eppure, insiste il saggio, quella ritirata resta reversibile: è un accumulo di barriere, e le barriere si smontano. Gli autori ne indicano nove, su scuola, università, lavoro, casa, spazi di incontro pubblico. Il ForumDD chiede un confronto su quelle proposte. Il governo, intanto, lavora nel verso opposto.

Nel 2022, alla stessa gioventù, aveva detto «siate liberi». Oggi, per essere liberi di riunirsi senza preavviso, quei ragazzi pagano fino a diecimila euro. Liberi, dice.

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La questione palestinese sotto la lente di Giulio Cavalli: successo per la lezione in Sala Suffredini

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Ieri (12 giugno) la Sala Luigi Suffredini ha ospitato un pubblico numeroso e attento per la lezione di Giulio Cavalli dal titolo Come siamo arrivati fino a qui. L’evento, incentrato sulla questione palestinese, è stato organizzato da Palestina Libera Garfagnana.

Sala Suffredini

Sul palco, l’attore, regista e giornalista ha portato la sua cifra stilistica più autentica: un teatro civile rigoroso e fortemente documentato, capace di fondere il giornalismo d’inchiesta con la potenza della narrazione scenica. Ad accompagnare la performance Ivan Merliniche con le incursioni sonore del suo violoncello ha sottolineato i passaggi più significativi trasmettendo un profondo coinvolgimento emotivo

Lontano dalla retorica astratta e dalla narrazione emergenziale dei media, Cavalli ha proposto una mappa cronologica e politica per ricostruire le radici del conflitto. L’approccio, di stampo prettamente giornalistico, ha messo in fila i dati: rapporti delle agenzie Onu, dossier di Amnesty International e analisi geopolitiche.

Sala Suffredini

Dietro i numeri della crisi umanitaria, lo spettacolo – che attinge anche al lavoro quotidiano dell’autore per la sua rubrica Occhi su Gaza– ha rimesso al centro le storie individuali e le vite quotidiane in Cisgiordania e nella Striscia, restituendo voce e dignità alle vittime del genocidio in corso.

Sala Suffredini

Forte la denuncia finale di Cavalli “contro l’ipocrisia della diplomazia internazionale e l’assuefazione dell’opinione pubblica a una violenza spesso “spezzettata” dai media per renderla digeribile”. Il messaggio uscito dalla serata è chiaro: informarsi e prendere posizione non è una scelta di comodo, ma un preciso dovere umanitario e culturale.

Il ricavato delle offerte della serata, l’ingresso era gratuito, sarà devoluto al Progetto GazaLab in collaborazione con Acs – Associazione di cooperazione e solidarietà -, organizzazione che da oltre 25 anni realizza progetti di cooperazione internazionale e autonomia economica nei territori palestinesi attraverso il finanziamento di borse lavoro in Palestina.