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Se cambi le regole per vincere, è perché hai paura di perdere

Cinque milioni e ottocentomila italiani nel 2024 hanno rinunciato a una visita o a un esame, un milione e trecentomila più dell’anno prima: lo certifica l’Istat. Gli stipendi reali, dice l’Ocse, sono gli unici tra i grandi paesi a valere meno di trent’anni fa, sotto del 7,5% rispetto al 2021. Il 1° luglio il Ministero della Salute ha segnato 25 città da bollino rosso per il caldo…

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Trump e gli altri, il plotone dei capi di governo che si sono arricchiti governando

In tutto 927 pagine. Tante ne conta la dichiarazione patrimoniale che Donald Trump ha depositato all’Ufficio per l’etica di governo statunitense, resa pubblica il 30 giugno 2026. Per dare la misura: l’ultima di Barack Obama ne aveva 8. Dentro, il primo anno del secondo mandato e una cifra che vale più di mezzo secolo di mattoni: oltre un miliardo di dollari dalle criptovalute, 1,4 miliardi in alcune letture di Reuters e Associated Press. Oltre 500 milioni dalla World Liberty Financial fondata coi figli, 635 milioni dalla meme coin $Trump, il gettone col suo volto lanciato pochi giorni prima dell’insediamento. Dodici mesi prima lo stesso capitolo valeva 57 milioni: venticinque volte meno.

C’è dell’altro, e riguarda chi tratta con Washington. Una proprietà negli Emirati ha reso 10,4 milioni, una in Arabia Saudita 9, mentre quei governi negoziavano con gli Stati Uniti su dazi e aiuti militari. Sommate 86 milioni da cinque cause chiuse con ABC, CBS, Meta, YouTube e X, e 4,7 milioni dai soli orologi a marchio Trump. Conflitto di interessi? “Né il presidente né la sua famiglia si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse”, fa sapere la portavoce Anna Kelly. Dice. Intanto quei gettoni, comprati dai piccoli, hanno perso valore da quando le vendite sono partite.

Una fila lunga così

Perché Trump non è un caso isolato, anzi. Nel 2021 i Pandora Papers del consorzio ICIJ hanno messo in fila 35 capi di Stato e di governo con conti e società offshore. Il campionario è vasto e va dal furto puro alla regola scritta su misura.

Transparency International, nel rapporto del 2004, stimò in 15-35 miliardi di dollari quanto Suharto aveva sottratto all’Indonesia in trentun anni, davanti a Ferdinand Marcos nelle Filippine, 5-10 miliardi, e a Mobutu nell’ex Zaire, 5 miliardi; alla fila si accoda la Nigeria di Sani Abacha, altri 2-5 miliardi. Più vicino a noi, in Malesia, l’ex premier Najib Razak presiedeva il fondo sovrano 1MDB: circa 681 milioni sono finiti sui suoi conti personali, almeno 4,5 miliardi sono spariti dal fondo. Dal 2022 è in carcere, primo premier malese a finirci, e nel dicembre 2025 una seconda condanna si è aggiunta alla prima.

Poi c’è la versione europea, più educata. In Repubblica Ceca il miliardario Andrej Babiš, premier dal 2017 al 2021, ha continuato a incassare fondi europei con la sua Agrofert, oltre 58 milioni dal 2007 secondo l’audit di Bruxelles, mentre sedeva agli stessi tavoli che quei fondi decidono: la Commissione europea ha certificato il conflitto di interessi. I Pandora Papers gli hanno trovato pure un castello da 22 milioni sulla Costa Azzurra, comprato con scatole offshore.

La domanda ironica

Resta il punto che il potere preferisce non sentire. Perché in quasi tutte queste storie il Paese governato faceva il percorso opposto. L’Indonesia di Suharto viaggiava attorno ai 700 dollari di Pil pro capite mentre la sua famiglia comprava ville alle Bermuda. E l’Italia, negli stessi trent’anni in cui i patrimoni si ingrossavano, diventava, su dati OCSE letti da Openpolis, l’unico Paese europeo con il salario reale medio in calo: meno 2,9% tra il 1990 e il 2020. Quasi sempre ricchezze private gonfiate dentro Paesi impoveriti, ed è la regola più che l’eccezione.

E allora la domanda, quella che nessuno pone ad alta voce: è un buon politico chi si arricchisce mentre il Paese che governa si impoverisce? La risposta la conosciamo, ed è la parte peggiore. Perché nelle uniche classifiche che gli interessano, quelle di Forbes e delle procure, il politico-imprenditore un ottimo amministratore lo è sempre stato. Del suo.

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Occupy Gaza, Smotrich spinge nuovi insediamenti

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, dirige dentro il ministero della Difesa anche l’Amministrazione degli insediamenti. Il 29 giugno, in un video da Sderot, ha annunciato che il lavoro è pronto: tre colonie nel nord di Gaza, manca solo il via libera di Benjamin Netanyahu.

Nello stesso intervento ha sostenuto che l’esercito controlla «quasi il 70 per cento» della Striscia e che «va completata la conquista» del restante 30. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del 19 luglio 2024, aveva dichiarato illegale l’occupazione e ordinato a Israele di fermare ogni nuovo insediamento e di evacuare i coloni. La risoluzione dell’Assemblea generale che intimava la fine entro dodici mesi è scaduta a settembre 2025.

Sempre il 30 giugno, in un resort di Cipro, si apriva il vertice del Board of Peace voluto da Donald Trump, l’organismo che con Tony Blair e l’inviato Nickolay Mladenov dovrebbe amministrare Gaza al posto di Hamas. Sei mesi dopo la nascita il comitato di tecnocrati palestinesi non è ancora entrato nella Striscia. Alcuni membri, riferisce il Times of Israel, hanno storto il naso per la scelta di riunirsi in albergo mentre a Gaza si muore. Il piano che dovrebbero applicare promette per iscritto di “incoraggiare le persone a restare”.

Restare dove. Il ministero della Salute di Gaza conta 1.053 uccisi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre. La linea che segna il controllo israeliano continua a spostarsi verso ovest, sopra i pozzi e le tende.

Nelle stesse ore Netanyahu è stato interrogato in televisione sull’emigrazione dei due milioni di palestinesi e sul ritorno delle colonie. Non ha smentito. «Preferisco parlare meno e fare di più», ha risposto, e sugli insediamenti «a volte conviene separare» gli atti dalle parole. La distanza da misurare l’ha indicata lui.

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Unione europea, il pasticcio della politica estera. Messo sotto i riflettori dall’ex commissario Borrell

Dubravka Šuica, commissaria europea per il Mediterraneo, è andata a Gerusalemme il 22 giugno a stringere la mano al ministro degli Esteri israeliano e a ribadire l’amicizia tra Bruxelles e Israele. Nelle stesse ore l’alta rappresentante dell’Unione per la politica estera, Kaja Kallas, da Israele era di fatto bandita: Gideon Sa’ar aveva annunciato la rottura di ogni contatto dopo che alcuni media le avevano attribuito un paragone tra il trattamento dei palestinesi e il regime di apartheid sudafricano. Lo stesso giorno, due voci dell’Unione hanno detto il contrario l’una dell’altra.

A certificare il pasticcio è arrivato Josep Borrell, che quella politica estera l’ha guidata dal 2019 alla fine del 2024. In un’intervista a Politico parla senza perifrasi di «un bel pasticcio» dentro la macchina diplomatica dell’Unione. «La Commissione non parla in rappresentanza dell’Unione europea, la Commissione rappresenta solo la Commissione», dice. Con quale autorità, si chiede, una commissaria va in Israele a celebrare il rapporto con Tel Aviv mentre l’alta rappresentante è messa alla porta

Chi parla per l’Europa

Il Trattato è esplicito. Assegna alla Commissione la rappresentanza esterna dell’Unione “ad eccezione della politica estera e di sicurezza comune”. Tradotto: commercio, allargamento e vicinato sono roba dell’esecutivo di Ursula von der Leyen, la politica estera resta agli Stati e all’alta rappresentante. Solo che il confine è saltato. Per Borrell la Commissione «ha chiaramente esteso la volontà di essere quella che comanda sulla politica estera e di sicurezza».

Lo stesso attrito si è aperto sulla difesa. Nel 2024 von der Leyen ha nominato il primo commissario alla Difesa della storia dell’Unione, il lituano Andrius Kubilius, e nella lettera di missione gli ha chiesto di costruire una “Unione europea della difesa”. In teoria Kubilius si occupa solo di industria militare e appalti. Nei fatti gli è finito in mano un compito che il Trattato riserva all’alta rappresentante. «La Commissione non può fingere di essere un Pentagono ombra», taglia corto Borrell.

La cacofonia dei ventisette

La confusione istituzionale, del resto, si innesta su una paralisi più vecchia. La politica estera europea si decide all’unanimità, e l’unanimità è il grimaldello con cui un solo governo blocca gli altri ventisei. Per anni il veto è diventato merce di scambio nelle mani dell’Ungheria di Viktor Orbán, che ha frenato sanzioni alla Russia e aiuti a Kyiv: 48 le decisioni bloccate al Consiglio europeo, ha contato Euronews. Orbán ha perso le elezioni ad aprile e il 9 maggio 2026 a Budapest si è insediato il governo europeista di Péter Magyar, ma il meccanismo resta. Tanto che von der Leyen è tornata a chiedere il voto a maggioranza qualificata sulla politica estera, come Parigi e Berlino ripetono da anni. Auguri: per togliere l’unanimità serve l’unanimità.

Il prezzo si è visto su Gaza. Mentre le Nazioni Unite documentavano le violazioni israeliane, l’Unione non è riuscita per mesi a mettere insieme una posizione comune, incapace persino di nominare le responsabilità di Israele. E il Parlamento, che pure dovrebbe reggere la legittimità democratica del sistema, sulla politica estera comune viene consultato e poco più: vota risoluzioni, come il rapporto annuale sulla politica estera approvato a gennaio con 392 voti, che nessuno è obbligato a eseguire. Denuncia, e passa oltre.

Borrell chiede di «chiarire» il sistema. Solo che il sistema è disegnato per restare confuso: ventisette capitali gelose delle proprie competenze e una Commissione che riempie ogni vuoto, mentre l’alta rappresentante è bandita dal Paese che una sua collega vola ad abbracciare. Il problema europeo in politica estera resta sempre lo stesso: parlano in troppi, e nessuno parla per tutti.

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Lo sdegno della Lega è durato una mattina: poi l’assassino è risultato italiano

La Lega ha invocato la remigrazione per l’omicidio di un pizzaiolo, poi ha ritirato tutto appena ha scoperto che l’assassino era italiano. È successo a Reggio Emilia. Lunedì sera Raffaele Stipa, 67 anni, titolare della pizzeria Yoghi, è stato accoltellato da un cliente per una pizza non pagata, un debito di una ventina di euro. La sorella Antonella, accorsa a difenderlo, è rimasta ferita.

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Orso bruno, cinque Paesi Ue ne chiedono il declassamento. E l’abbattimento facile. Come accaduto per il lupo

«È tragico e macabro che nel ventunesimo secolo, nell’Unione europea, i miei concittadini vengano letteralmente mangiati da animali selvatici.» Lo ha detto il 22 giugno 2026 a Lussemburgo il vicepremier rumeno Barna Tánczos, ministro ad interim dell’Agricoltura, davanti al Consiglio Agrifish. Con la Slovacchia chiede di abbassare la protezione dell’orso bruno. Si sono aggiunte Croazia, Repubblica Ceca e Finlandia. Cinque paesi, un obiettivo solo: poterli abbattere più facilmente.

Le cifre le mettono loro. La Romania dichiara circa 11.500 orsi e dà agli attacchi 14 morti e 150 feriti gravi in cinque anni. La Slovacchia, che ne conta 2.500, parla di quattro uccisi e 64 feriti. La Finlandia, quasi 2.600 esemplari, per voce della ministra Sari Essayah invoca una caccia preventiva. La richiesta è chiarissima: passare dalle deroghe caso per caso a una gestione permanente.

Il modello esiste già, ed è fresco: il lupo. Il 3 dicembre 2024 la Convenzione di Berna lo ha declassato da specie “rigorosamente protetta” a “protetta”. L’Unione europea ha adeguato la direttiva Habitat con la direttiva 2025/1237 del 5 giugno 2025. L’Italia si è adeguata con un decreto del ministero dell’Ambiente in Gazzetta il 21 gennaio 2026: il lupo passa dalla protezione rigorosa alle specie “gestibili”. Cambiato il lupo, tocca all’orso, e nessuno lo nasconde.

La guerra italiana parte dal Trentino

Qui da noi la guerra all’orso è cominciata da un pezzo, e ha un nome e una data. Il 5 aprile 2023, nei boschi di Caldes, in Val di Sole, l’orsa Jj4 uccide Andrea Papi, ventisei anni: il primo morto da quando, nel 1999, gli orsi vengono reintrodotti in Trentino col progetto Life Ursus. Il presidente della Provincia Maurizio Fugatti (Lega) firma ordinanze di abbattimento a ripetizione, sospese dai tribunali. Jj4 finisce in un parco della Foresta Nera, in Germania, nel luglio 2025.

Intanto la Provincia si dà lo strumento. Il 4 marzo 2024 il Consiglio provinciale approva una legge che consente di rimuovere fino a otto orsi l’anno. Nel 2024 ne abbatte tre, M90, KJ1 e M91, in applicazione del Pacobace. Gli orsi in Trentino e dintorni sono 118, cuccioli esclusi, dice il Rapporto grandi carnivori 2025. Fugatti, dal canto suo, ne dichiarava «settanta in eccesso». Aritmetica semplice.

E il governo nazionale fa la sua parte, da amico dichiarato dei cacciatori. Il 24 giugno 2026 il Senato ha dato il primo via libera al ddl caccia, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992: 80 sì, 56 no. I cacciatori diventano “bioregolatori”, il parere dell’Ispra scende da vincolante a consultivo, il lupo esce dalle specie particolarmente protette, si spara di notte, con i visori termici, dentro i parchi e sul demanio. Bruxelles aveva spedito una lettera di rilievi il 18 dicembre 2025: il ministro Francesco Lollobrigida l’ha liquidata come «una lettera di un burocrate».

Sparare non fa diminuire gli attacchi

Un dato smentisce tutto il resto: abbattere non riduce gli attacchi. La Slovacchia ha ucciso decine di orsi e nel 2024 ha contato 1.900 incontri con l’uomo, dai 650 del 2020. Gli esperti indicano altro: i siti di foraggiamento dove i cacciatori lasciano cibo per la selvaggina, la spazzatura aperta, i campi di mais vicino alle case. Sono quelli a insegnare all’orso ad associare l’uomo al pasto. L’orso resta nella lista rossa dell’Uicn. La Francia, circa 90 orsi sui Pirenei, per voce della ministra Annie Genevard preferisce la dissuasione.

Resta la domanda che nessun ministro dell’Agricoltura vuole sentirsi fare: se sparare non abbassa gli attacchi, a cosa serve sparare. La richiesta è arrivata al tavolo dell’Agricoltura, non a quello dell’Ambiente, e già questo dice tutto. Ora tocca alla Commissione europea decidere se aprire all’orso la porta già aperta per il lupo. Qui l’orso è posta agricola ed elettorale, prima che specie. I cinque paesi, sei con la Germania, lo sanno benissimo.

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A Gaza un’infanzia senza scudo

Un generale che presenta i bambini uccisi come un primato. Avi Bluth, capo del Comando Centrale dell’esercito israeliano, ha rivendicato di uccidere palestinesi in Cisgiordania «come non facevamo dal 1967», e ha contato quelle vittime come un risultato. Il 1967 è l’anno in cui Israele ha occupato la Cisgiordania. Lo stesso anno torna ora come record da superare.

Lunedì 29 giugno il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato il rapporto “Infanzia senza scudo”. Dal 7 ottobre 2023 al 28 giugno 2026 le forze israeliane hanno ucciso 1.086 palestinesi in Cisgiordania, 241 minori. Quasi uno su quattro era un bambino o un adolescente, il tasso più alto da quando l’occupazione è cominciata, nel 1967. Il rapporto ricostruisce uno per uno i 54 minori uccisi nel 2025.

Bluth ha sostenuto che «il 96% degli uccisi era coinvolto nel terrorismo». B’Tselem ha verificato i 54 casi: due dei ragazzi avevano un’arma da fuoco. Tredici sono stati colpiti mentre lanciavano pietre, ventuno mentre restavano lontani da ogni scontro. La direttrice esecutiva Yuli Novak chiama quella cifra una menzogna, e definisce il sistema una «licenza di uccidere». In quasi un quarto dei casi i soccorsi sono stati bloccati. A metà aprile Israele tratteneva ancora i corpi di 18 dei 54 minori, e le famiglie restano senza funerale.

Le uccisioni in Cisgiordania, scrive B’Tselem, non si separano dai più di 21.000 bambini uccisi a Gaza, dove la Corte internazionale di giustizia esamina l’accusa di genocidio.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha risposto che le forze armate non prendono «di mira intenzionalmente civili non coinvolti» e che «ogni accusa viene esaminata e indagata». L’altra organizzazione israeliana Yesh Din ha contato gli atti d’accusa per l’uccisione di un palestinese in Cisgiordania dall’ottobre 2023: zero. Il primato del 1967 resta in piedi

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Bordate sul Melonellum

A definire “autoritaria” la riforma della legge elettorale di Giorgia Meloni è il Financial Times, il quotidiano della City di Londra, una testata che nessuno sospetterebbe di simpatie per i centri sociali. Nell’articolo del 26 giugno 2026, a firma di Amy Kazmin, il giornale parla di un “tentativo autoritario” e dà conto dell’allarme delle opposizioni, che hanno ribattezzato il testo “Melonellum”: cambiare le regole del voto rischia di erodere la democrazia. Kazmin descrive un premio di maggioranza che può valere fino al 17,5% dei seggi e nota che l’obbligo di indicare in anticipo il candidato premier è l’eco del premierato, il progetto di elezione diretta del capo del governo che la stessa Meloni aveva poi accantonato.

Conta proprio la firma. Quando a parlare di svolta autoritaria è il foglio della finanza globale, l’accusa pesa il doppio. E il Financial Times non è solo. Bloomberg descrive la stessa riforma senza eufemismi: un intervento congegnato per migliorare le chance della premier al voto del 2027 e per garantire al vincitore una maggioranza comoda in Parlamento. L’Irish Times, sullo stesso filo dell’agenzia, riprende la denuncia di un piano per blindare la prossima legislatura, e gli analisti citati dai giornali esteri leggono la mossa come un sintomo d’ansia per le urne. La lettura dei mercati coincide con quella delle piazze.

La stampa estera in coro

Politico rilancia da mesi le accuse di election rigging, di brogli scritti dentro la legge. La squadra di fact-checking di Euronews, The Cube, era arrivata alla stessa conclusione già a marzo: un tentativo di manipolare il voto del 2027. Il filo che lega le testate è uno solo: una premier che, davanti a un’opposizione finalmente capace di allearsi, riscrive il sistema con cui si conteranno i seggi. Le voci dell’opposizione italiana, che i giornali stranieri amplificano, vanno nella stessa direzione. Angelo Bonelli (Avs) parla di un disegno per pilotare le elezioni; Riccardo Magi (Più Europa) di una legge cucita sulle misure della maggioranza per restare al potere.

Il politologo Lorenzo Castellani, della Luiss, lo ripete agli stessi giornali stranieri: cambiare la legge elettorale è sempre un segnale di debolezza, perché chi è sicuro di vincere le regole non le tocca. È la chiave con cui la stampa internazionale legge la fretta del governo, deciso a incassare il primo via libera entro l’estate con oltre un anno di anticipo sul voto. Nel 2022 il centrodestra aveva travolto un’opposizione divisa; oggi che Elly Schlein (Pd) e Giuseppe Conte (M5S) provano a correre insieme, la maggioranza preferisce cambiare lo schema prima del fischio d’inizio.

Cosa ha acceso l’allarme

A far scattare l’allarme è la sostanza. La riforma cancella i collegi uninominali del Rosatellum e introduce un proporzionale con premio: chi supera il 42% in entrambe le Camere incassa 70 seggi in più a Montecitorio e 35 al Senato, fino a un tetto di 220 deputati, con liste bloccate e candidato premier indicato in anticipo. Il modello è il “Porcellum” del 2005, la legge di Silvio Berlusconi che la Corte costituzionale annullò nel 2013. C’è poi la clausola che il Financial Times riassume nell’obbligo, per i piccoli partiti, di raccogliere 500.000 firme: una norma letta come un argine a Roberto Vannacci e al suo Futuro Nazionale, il movimento che erode voti a destra. Oltre cento costituzionalisti hanno già segnalato profili di illegittimità.

Meloni difende il testo come argine all’instabilità e ripete che «chi prende più voti governa». Schlein lo bolla come «chiaramente incostituzionale» e promette battaglia. Sullo sfondo resta una posta che i costituzionalisti segnalano da subito: indicare il premier già al deposito delle liste comprime il margine del Quirinale nella nomina del capo del governo. Stavolta, però, la parola più dura porta la firma della City.

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Board of Peace, l’immunità totale su Gaza e il silenzio del governo italiano

Quattro pagine, intestate Resolution No 2026/3 e classificate «sensibili ma non riservate». Tanto è bastato al Board of Peace, l’organismo che Donald Trump ha creato per governare Gaza, per scriversi addosso un’immunità che nessun tribunale potrà toccare. La bozza l’ha ottenuta il Guardian il 27 giugno, firmata dai cronisti Cate Brown e Aram Roston. Un Consiglio per la pace che blinda se stesso: la prima cosa che fa, prima ancora di rimettere in piedi una casa.

L’immunità copre tutti. Membri del Board, Ufficio dell’Alto rappresentante, tecnici palestinesi reclutati, forze militari internazionali, contractor stranieri. Il testo li sottrae a «qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza». Trump, da presidente, può revocare la protezione a un singolo, ma solo col voto della maggioranza dell’esecutivo a sette: dentro ci sono il genero Jared Kushner, l’inviato Steve Witkoff, la capa di gabinetto Susie Wiles e il segretario di Stato Marco Rubio. Sei avvocati hanno letto la bozza per il Guardian e ignorano come verrebbe giudicato un contractor che spara.

C’è di più, e riguarda la terra. Il documento prevede che al Board vengano forniti «gratuitamente» edifici e strutture pubbliche. Chi li consegni, e con quale titolo, non è scritto. Noura Erakat, docente di diritto internazionale alla Rutgers University, lo riassume così: «Stanno creando un sistema legale a sé stante». Omar Shakir, direttore dell’ong Dawn, parla di una pagina presa dal manuale dell’occupazione israeliana, col rischio di complicità e perfino di «perpetrazione diretta di gravi abusi». Una clausola, la settima, intitolata «Responsabilità verso terzi», affida allo stesso Board il giudizio sui risarcimenti per morti, ferite e danni alle proprietà.

Il vuoto e il precedente

Manca uno status of forces agreement, l’accordo che fissa lo status giuridico delle forze straniere. In Iraq e Afghanistanc’era, qui no. Il Board agisce nel vuoto, e quel vuoto, in quei due Paesi, ha prodotto gli abusi dei contractor di Blackwatere KBR. L’esecutivo a sette non ha un solo palestinese. L’alto rappresentante Nickolay Mladenov, diplomatico bulgaro, ha incontrato al Cairo gli amministratori palestinesi senza mostrare loro la risoluzione, che entrerà in vigore appena lui la firma. Il mandato Onu copre Gaza fino al 31 dicembre 2027. Kushner, intanto, descrive una Striscia di resort di lusso e hub commerciali.

Tutto questo mentre il 23 giugno la commissione d’inchiesta dell’Onu, guidata da Srinivasan Muralidhar, ha stabilito che Israele colpisce deliberatamente i bambini palestinesi, e che è genocidio: quasi il 30% delle vittime sono minori, su oltre 70.000 morti. Si ricostruisce sopra una scena del crimine. La relatrice speciale Francesca Albanese lo ripete da mesi: il Board è «una farsa», un «progetto di immobiliaristi» che chiama pace l’usurpazione.

Il silenzio di Roma

E l’Italia? Il via libera all’intero impianto era arrivato dalla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, 17 novembre 2025. Il 17 febbraio il ministro Antonio Tajani è andato in aula a difendere la presenza italiana da «osservatore», invocando l’articolo 11 della Costituzione, quello che ripudia la guerra. La maggioranza ha incassato il mandato con 183 voti contro 122. Due giorni dopo Tajani era a Washington, alla prima riunione del Board. Elly Schlein (Pd) parlò di un governo «incapace di dire no a Trump», Carlo Calenda (Azione) di «pagina nera».

Da allora, sull’immunità messa nero su bianco, da Palazzo Chigi e dalla Farnesina non è arrivata una parola. Lo stesso governo che ha piegato la Costituzione per sedersi al tavolo ora tace. Un’immunità si scrive prima del primo contratto, e qualcuno, a Roma, ha deciso di farsene garante. In silenzio.

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Serbia, Vučić si dimette da presidente per candidarsi premier: elezioni anticipate dopo 18 mesi di proteste

Aleksandar Vučić si dimette per restare al potere. Il 27 giugno 2026, davanti al Parlamento di Belgrado, durante il comizio “Serbia, una sola famiglia” convocato dal suo Partito progressista serbo (Sns) e partecipato da almeno 200mila persone secondo il ministero dell’Interno, il presidente ha annunciato che lascerà la carica nelle prossime settimane. Per ricandidarsi subito, stavolta da premier, alla testa della nuova lista “Serbia Unita“. Il suo secondo e ultimo mandato sarebbe scaduto nel 2027, e la Costituzione gli vieta una terza corsa presidenziale. Quindi cambia poltrona.

La presidenza serba è in gran parte cerimoniale: il potere vero sta a Palazzo del governo. Vučić, primo ministro dal 2014 e capo dello Stato dal 2017, torna di fatto dove ha sempre comandato, e lo fa con un voto che vuole trasformare in un plebiscito sulla propria figura. L’opposizione legge la mossa per quello che è. Savo Manojlović, leader del movimento Kreni-Promeni, la definisce un tentativo di anticipare una caduta annunciata, visto che la piazza studentesca raccoglie oggi più consenso del presidente.

Dimettersi per restare

Tutto nasce da un crollo. Il 1° novembre 2024 la pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata, è venuta giù alle 11.52 uccidendo 16 persone, tra cui un bambino. Da allora la Serbia è rimasta in piazza: occupazioni di università, blocchi stradali, cortei in oltre 400 città, sotto lo slogan «la corruzione uccide». Il 15 marzo 2025 a Belgrado sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone, la più grande nella storia recente del Paese. A gennaio si era già dimesso il premier Miloš Vučević. Per le sedici vittime, a oggi, nessun condannato.

Gli studenti chiedono elezioni anticipate da mesi. Solo che Vučić gliele concede alle sue condizioni: data ancora ignota («prima di quanto pensiate», ha detto), presidenziali e parlamentari insieme, campagna costruita sull’apparato del partito. Kreni-Promeni chiede invece un governo di transizione di tecnici indicati dai manifestanti, e diffida del voto per il timore, mai sopito, dei brogli. Lo scarto è questo: la piazza vuole smontare il sistema, il presidente vuole legittimarlo con un’urna.

Il conto europeo

E poi c’è Bruxelles, che presenta un conto salato. La Serbia è candidata dal 2012, ha aperto 22 dei 35 capitoli negoziali e ne ha chiusi appena due: di fatto è ferma dal 2021. Sui capitoli 23 e 24, giustizia e diritti fondamentali, per la Commissione europea i progressi restano a zero. Il 4 giugno 2026, a Belgrado, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha legato l’avanzamento del negoziato a stato di diritto, riforma elettorale e libertà dei media. La commissaria all’allargamento Marta Kos ha minacciato di congelare 1,6 miliardi di euro del Growth Plan dopo gli emendamenti sulla magistratura del gennaio 2026, bocciati anche dalla Commissione di Venezia. E il 17 dicembre 2025 Vučić aveva disertato il vertice Ue-Balcani. Con il premier albanese Edi Rama ha intanto proposto un’integrazione graduale senza veto, letta a Bruxelles come scorciatoia, mentre il suo partito rischia la sospensione dalla famiglia del centrodestra europeo.

Sul fronte opposto restano Mosca e Pechino, gli «amici tradizionali» che il presidente rivendica. Un’amicizia che costa: la Naftna Industrija Srbije (Nis), la compagnia petrolifera controllata al 44,85% dalla russa Gazprom Neft, è sotto sanzioni statunitensi da ottobre 2025, la raffineria di Pančevo è ferma, l’oleodotto croato Janaf chiuso. Nis vale tra il 7 e il 13% delle entrate di bilancio e dà lavoro a oltre 13mila persone, secondo l’Occrp. L’ungherese Mol tratta per rilevare la quota russa. Intanto Vučić promette aumenti di salari e pensioni e un’accelerazione verso l’Unione.

Sedici morti senza colpevoli, un negoziato europeo immobile, una raffineria spenta. Il presidente cambia sedia perché tutto il resto resti dov’è.

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