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Occhi su Gaza, diario di bordo #239

L’ambasciata italiana a Gerusalemme telefona a Gaza e pretende che si risponda in italiano. Niente inglese. Dall’altro capo ci sono ragazzi che hanno vinto una borsa in un ateneo italiano e da mesi vivono sotto le bombe, a volte senza elettricità. Devono passare un esame di lingua al telefono. Lo ha ricostruito Domani.

Sessanta studenti palestinesi restano bloccati nella Striscia per un requisito comparso senza preavviso: una certificazione di italiano. Da ottobre l’Italia aveva organizzato sette evacuazioni e portato in salvo circa 230 borsisti, e a nessuno era stato chiesto un test di lingua. Le circolari Maeci-Mur fissano il livello B2 per i corsi in italiano, però la verifica spetta agli atenei all’arrivo, e le università avevano già offerto corsi intensivi in Italia. Il decreto non è cambiato di una virgola. Dal primo giugno le partenze si sono fermate lo stesso.

Interpellata, la Farnesina risponde che “non sono in vigore restrizioni sotto il profilo dei requisiti linguistici per gli studenti palestinesi”. Nello stesso giorno un professore scrive a uno studente rimasto a Gaza che il ministero impone di applicare “rigorosamente le nuove procedure” e che le norme sulla lingua sono diventate “notevolmente più rigide”. La smentita e la prassi documentata si contraddicono.

C’è un precedente che pesa. Agli studenti ucraini, profughi accolti negli stessi anni, l’italiano non venne mai preteso. La senatrice Cecilia D’Elia (Pd) ha depositato un’interrogazione a Tajani per chiedere “un’eccezione esplicita al requisito linguistico per gli studenti provenienti da Gaza, analogamente a quanto già fatto per gli studenti ucraini”. Marco Grimaldi (Avs) ha portato il caso ai ministri Tajani e Bernini.

Mentre la Corte internazionale di giustizia esamina l’accusa di genocidio contro Israele, a un ragazzo sotto le bombe arriva l’email di un docente italiano: il suo nome non entrerà nella prossima evacuazione. Lo decide un certificato di lingua.

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Mettiamo in cella i malati e lasciamo liberi i narcos. E la chiamiamo sicurezza

Calano i reati, si riempiono le carceri. Nel primo semestre del 2025 le denunce sono scese del 4,8%, eppure al 31 dicembre dietro le sbarre c’erano 63.499 persone, quasi duemila più dell’anno prima, su 46.124 posti reali. A crescere, evidentemente, è la voglia di punire. Punrie chi? Il XVII Libro Bianco sulle droghe, curato da Forum Droghe, Antigone e Cgil, lo certifica: oltre un terzo dei…

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Tre minuti d’acqua per chi gioca, vent’anni di niente per chi suda davvero

Tre minuti. Tanto dura la pausa che la Fifa ha reso obbligatoria a ogni partita dei Mondiali 2026, al 22′ e al 67′ di ogni gara, in ogni stadio degli Stati Uniti, anche col tetto chiuso e poco caldo. I calciatori bevono, si bagnano la nuca, ripartono. Una civiltà. Poi esci e trovi chi quegli stadi li ha costruiti, e a lui la stessa cortesia nessuno la concede. La Confederazione europea dei…

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Riforma della Difesa: organico da 40mila soldati entro il 2033. Con l’incognita delle coperture

Sulla carta l’Italia ha già raggiunto il 2 per cento del Pil preteso (per ora) dalla Nato. Nei fatti il governo deve ancora trovare i soldi per i militari che vuole arruolare a ritmi crescenti fino al 2033. Lo schema di disegno di legge sulla riforma dello strumento militare, licenziato dal ministero della Difesa, è uscito allo scoperto, e il capitolo che dovrebbe spiegare con quali risorse pagarlo è quello rimasto in bianco.

Il piano cresce in due tempi. Nei prossimi due anni lo schema prevede 5.000 militari in più. Poi una delega al governo per portare gli organici di Esercito, Marina, Aeronautica e Corpo unico della Sanità militare fino a 40.000 unità entro il 31 dicembre 2033, con tappe annuali scritte nero su bianco: 5.071 nel 2028, 5.321 nel 2029, 7.001 nel 2030, fino a 7.663 alla scadenza. A parte corrono altri 2.600 carabinieri. Un aumento netto stimato tra il 20 e il 25 per cento del personale oggi in servizio. E sullo sfondo c’è il superamento della legge 244 del 2012, quella che tredici anni fa aveva tagliato gli organici: adesso si torna a gonfiarli.

La riserva diventa struttura

Il cuore della riforma è la riserva. Lo schema ne istituisce tre tipi. La riserva operativa trattiene per cinque anni chi è andato in congedo, richiamabile per addestramento o, nelle crisi gravi, d’autorità. La riserva volontaria specialistica arruola competenze tecniche e mediche dal mercato civile, anche senza concorso. La riserva territoriale apre a cittadini tra i 25 e i 35 anni con la sola licenza media, arruolati su base regionale. Per renderla appetibile il testo costruisce un sistema di convenienze: 130 euro netti per ogni giornata di richiamo, un premio annuale da 1.300 euro, una sorta di NASpI militare a fine ferma, e per i datori di lavoro l’esonero dal 100 per cento dei contributi.

Qui sta il punto che allarma chi la riforma la legge davvero. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo è «una scelta di civiltà». Il coordinatore Alfio Nicotra parla di una riserva che sequestra il futuro dei giovani e di una deriva verso la warfare society, una società resa militare non solo dalle armi ma dagli incentivi, dalla scuola, dal lavoro. Nicotra segnala anche la presenza crescente delle Forze armate dentro scuole e atenei, dove orientamento e reclutamento cominciano a sovrapporsi. E c’è il nodo democratico: il richiamo d’autorità lo decide il Consiglio dei ministri, alle Camere restano cinque giorni per dire sì o no. Del resto la delega stessa consente al governo di legiferare con decreti, chiedendo al Parlamento solo un parere. Crosetto, intanto, chiede l’appoggio dell’opposizione in nome dell’unità nazionale.

I conti che non tornano

Restano i soldi, ed è la parte più fragile. La Rete Pace e Disarmo stima il costo a regime in 7-8 miliardi l’anno, sottratti a sanità, scuola, welfare. L’Osservatorio Milex intanto ricorda che il 2 per cento sbandierato a Bruxelles è “operazione contabile”: la spesa militare pura del 2026 vale 33,9 miliardi, l’1,46 per cento del Pil, ed è già cresciuta di oltre il 45 per cento in dieci anni. Il balzo al 2,01 si è ottenuto spostando dentro la voce difesa circa 14 miliardi prima classificati altrove. Lo stesso ministro Guido Crosetto ha spiegato che la parte da 40.000 unità «ha problemi di copertura pluriennali». Per coprirli guarda al fondo europeo Safe, 150 miliardi di prestiti a cui l’Italia per ora si tiene fuori. Per la prossima manovra auspica un aumento dello 0,15 o 0,20 per cento, una frazione di quanto servirebbe davvero.

Così la riforma più ampia delle Forze armate da vent’anni arriva con le caserme già disegnate e il portafogli ancora vuoto. Prima i numeri, l’arruolamento, gli incentivi. I soldi, e la domanda su quale idea di sicurezza tutto questo costruisca, si vedranno in legge di bilancio. Quando il grosso sarà già deciso.

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Corte dei Conti: scuola e sanità svuotate dal definanziamento

È l’organo che il governo ha appena imbavagliato a certificare il vuoto. La Corte dei conti, ridotta nei poteri dalla legge n. 1/2026 che ha messo un tetto al risarcimento per danno erariale, ha scelto il Giudizio di parificazione sul rendiconto dello Stato per dire la cosa che a Palazzo Chigi preferirebbero archiviare in fretta: a essere svuotate, anno dopo anno, sono proprio la scuola e la sanità, le due voci che la Costituzione mette al riparo dai tagli.

A leggere la requisitoria, il 26 giugno, è stato il procuratore generale Pio Silvestri, davanti al presidente Guido Carlino. Toni da magistrato contabile, eppure senza sconti. Il Servizio sanitario nazionale resta “un unicum nel panorama mondiale e un modello, ancora vincente, in termini di qualità”, e proprio per questo “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”. Il diritto alla salute, aggiunge, è “centrale per definire il parametro di civiltà di un Paese”. Un diritto, quindi, che vale più di una riga di bilancio.

La preferenza qualitativa che il governo ignora

Il passaggio più tagliente è di diritto costituzionale. Silvestri ricorda il principio fissato dalla Corte costituzionale: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, non l’equilibrio del bilancio a comprimere i diritti. Alle spese per la salute spetta una “preferenza qualitativa”, perché sono “spese costituzionalmente necessarie”: se si deve tagliare, si taglia altrove, sulle disponibilità “indistinte”, prima di toccarle. Tradotto: il governo che invoca i conti in ordine per stringere su ospedali e aule sta rovesciando proprio la gerarchia che la Consulta ha scritto.

E la scuola Silvestri la mette sullo stesso piano. L’istruzione pubblica, dice, “soffre di problemi sostanzialmente analoghi” a quelli del sistema sanitario, e “quello che appare più preoccupante è che pare consolidarsi la tendenza al definanziamento dell’intero settore”. Il dato che cita arriva dal rapporto Investing in Education 2025 della Commissione europea: l’Italia destina all’istruzione il 7,3% della spesa pubblica, contro una media europea del 9,6% (dati 2023). Due punti e mezzo di scarto che valgono miliardi.

La curva che nessuno ha deciso ma tutti seguono

Qui il referto contabile incrocia la politica. In Italia la privatizzazione di scuola e sanità si fa per sottrazione: si lascia il pubblico senza fondi, e il privato riempie il vuoto. Sulla salute il conto è già leggibile. Secondo l’ISTAT, nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, e la spesa che esce direttamente dalle tasche delle famiglie continua a salire. La fondazione GIMBE ha quantificato in circa 37 miliardi le risorse sottratte al Ssn nel decennio 2010-2019. Chi può, paga e si cura; chi non può, aspetta o rinuncia.

Sulla scuola la traiettoria è la stessa, con altri strumenti. Il comparto pubblico regge su oltre 280 mila contratti di supplenza l’anno, fotografati dallo stesso rendiconto. L’articolo 33 della Costituzione le vuole “senza oneri per lo Stato”: il governo legge la norma al contrario. Il definanziamento del pubblico è la premessa. Il resto lo fa il mercato.

Resta il paradosso da cui parte tutto. Il governo ha appena ridotto la Corte dei conti al silenzio sul danno erariale, con lo scudo che limita al 30% la responsabilità di chi sbaglia con i soldi pubblici. E ora la stessa Corte gli consegna il referto su ciò che quei soldi, sottratti, stanno producendo: meno servizio pubblico e più spesa privata. Il deficit intanto viaggia al 3,1% del Pil, il debito al 137,1%, e l’82% dell’Irpef lo versano dipendenti e pensionati. I diritti incomprimibili, del resto, si stanno comprimendo. Per scelta, dice la Costituzione attraverso la sua magistratura contabile. Per scelta.

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Israele riconosce il genocidio armeno, per nascondere il proprio

Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, ha annunciato giovedì che porterà domenica in consiglio dei ministri, e poi alla Knesset, una risoluzione per il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno. Riconoscerlo, ha scritto, è “un dovere morale e storico”, e va condannato “ogni tentativo di negazione, minimizzazione o distorsione della verità storica”. Un milione e mezzo di armeni sterminati dall’Impero ottomano fra il 1915 e il 1917. Trentadue Stati ONU lo riconoscono già, più la Santa Sede e il Parlamento europeo.

Il comunicato del ministero spiega il resto. “Nonostante l’ampia e inequivocabile documentazione storica”, si legge, il genocidio armeno resta “oggetto di una campagna organizzata di negazione e minimizzazione, che include la riscrittura manipolativa dei libri di storia”. Israele ci arriva dopo decenni di rifiuto, e adesso per una ragione che il ministero non scrive: i rapporti con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che accusa Israele di genocidio a Gaza. Riconoscere una strage di un secolo fa è la risposta a chi ne nomina una presente.

Ogni clausola di quel testo è lo strumento con cui Israele oggi è sotto accusa. L’ampia e inequivocabile documentazione: la Corte internazionale di giustizia, nel gennaio 2024, ha giudicato plausibile il rischio di genocidio a Gaza. Il dovere di nominare: la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU, il 23 giugno, ha documentato l’uccisione deliberata di bambini palestinesi come prova di intento genocidario. La condanna della negazione: più di settantunomila morti, una cifra che un funzionario militare israeliano ha accettato per la prima volta a gennaio 2026.

Sa’ar chiede al mondo di non minimizzare e di non distorcere. Lo chiede per i morti del 1915. Per quelli del 2026 lo stesso ministero parla di operazioni precise e di terroristi eliminati. Il testo della proposta resta agli atti della Knesset: “condannare ogni tentativo di negazione”. L’ha firmato chi nega.

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Fa caldo, ma il governo non lo sente

Matteo Salvini il riscaldamento globale lo aspetta ancora. Lo diceva soddisfatto anni fa: da quando avevano lanciato l’allarme, a sentir lui, faceva solo più freddo e nebbia. Eccolo accontentato: 40 gradi, 18 città da bollino rosso il 26 giugno, e l’Oms che il 23 giugno ha dichiarato l’emergenza sanitaria per un caldo che in quattro anni ha ucciso oltre 200mila persone in Europa.

Il vicepremier, davanti ai ghiacciai che si ritirano, dal canto suo aveva spiegato che sono cicli, e che d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin sull’origine umana del fenomeno preferisce non sbilanciarsi e lascia il dibattito ai tecnici. Lucio Malan (FdI), capogruppo al Senato, da anni rilancia sui social la pista degli ambientalisti da salotto. L’eurodeputato Carlo Fidanza (FdI) sostiene che i cambiamenti climatici ci siano sempre stati e vadano presi senza toni apocalittici. Il collega Sergio Berlato li fa risalire all’attività del sole. E Daniela Santanché (FdI), fino a marzo ministra, le piazze dei ragazzi le bollava come scuse per saltare la scuola. Tutti per uno…

Intanto, fuori dai palazzi, il conto arriva puntuale. La Cia stima per il 2026 un danno all’agricoltura di oltre 1,5 miliardi, tra raccolti bruciati e ore di lavoro evaporate. La Coldiretti segnala riso, mais e pomodori a rischio dal Piemonte all’Emilia, le stalle che perdono fino al 20% di latte, il gasolio per irrigare salito a 1,21 euro al litro. Nel bacino padano, dove si produce quasi un terzo dell’agroalimentare nazionale e si alleva metà del bestiame, i pascoli sono già secchi. E poi i corpi veri, quelli degli anziani e di chi lavora sotto il sole. Esattamente l’Italia che il Centrodestra si vanta di rappresentare.

Loro, di fatto, hanno fatto l’opposto. Hanno prorogato le centrali a carbone di tredici anni, fino al 2038, e chiesto a Bruxelles di sospendere il mercato delle emissioni. Pragmatismo, lo chiamano. Resta la domanda, cattiva: potrebbero, questi, fare qualcosa di buono? Potrebbero, certo. Ma servirebbero ben altri e più illuminati governanti. Dio sa se servirebbero.

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Legge elettorale, l’esonero firme che esclude Vannacci ma non solo: costretti alle sottoscrizioni anche +Europa e Partito liberaldemocratico

Tra le 112.500 e le 150 mila firme da raccogliere in pochi giorni, oppure nessuna. È la distanza che separa i partiti già dentro il Parlamento da quelli che un posto sulla scheda se lo devono ancora conquistare. E a stabilire da che parte della linea finisce ciascuno hanno appena provveduto gli stessi partiti che le regole del voto le scrivono.

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha licenziato giovedì sera, il 24 giugno 2026, il testo della riforma elettorale del centrodestra, un proporzionale con premio di maggioranza per chi supera il 42 per cento. Ora il testo arriva in aula a Montecitorio. Nell’ultimo giro di voti la maggioranza ha fatto passare un emendamento sulle firme, l’1.11, riformulazione dei relatori su proposte arrivate da Azione, Più Europa e dal Partito Liberaldemocratico. Il risultato, racconta Pagella Politica che ne ha preso visione, è l’esonero dalla raccolta per tutti i partiti che avevano un gruppo parlamentare in almeno una camera entro il 31 dicembre 2025.

Chi entra e chi resta fuori

Con quella data, scelta bene, entrano nel club degli esentati anche Azione e Alleanza Verdi-Sinistra, che un gruppo ce l’hanno solo alla Camera, più Italia Viva e Noi Moderati, i cui gruppi sono nati a legislatura già avviata. Restano fuori in tre. Più Europa di Riccardo Magi, che alla Camera ha una componente di tre deputati dentro il Misto. Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che una componente l’ha creata da poco. E il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che alla Camera conta un solo eletto, sé stesso.

L’esenzione esisteva già per chi ha un gruppo in entrambe le camere dall’inizio della legislatura, e cioè Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, più gli autonomisti della Südtiroler Volkspartei e dell’Union valdôtaine. La legge chiede agli altri da 1.500 a 2.000 firme in ognuno dei 49 collegi plurinominali della Camera e dei 26 del Senato, tra 112.500 e 150mila in tutto. Numeri che si dimezzano, a un minimo di 56.250 e un massimo di 75mila, solo se le camere si sciolgono almeno quattro mesi prima della scadenza. Con tempi stretti e sottoscrizioni da autenticare. Per chi è già nel palazzo, invece, una firma sola: la propria.

Una vecchia abitudine bipartisan

La modifica l’hanno già ribattezzata “anti-Vannacci”, solo che a rimetterci di più è Magi. Il capogruppo di Futuro Nazionale Edoardo Ziello l’ha definita «una marchetta» ad Azione. Gli ha risposto il capogruppo di Azione Matteo Richetti, che l’esonero, dice, tocca anche Verdi-Sinistra, Noi Moderati e Italia Viva, e che il criterio è «in continuità con le norme del 2022». Magi parla di privilegio «discriminatorio» e mette sul tavolo un conto: alle politiche del 2022 Più Europa prese circa 790 mila voti, Noi Moderati 250 mila. Eppure il partito di Maurizio Lupi finì con più seggi, perché il Rosatellum premia chi vince i collegi uninominali.

Magi ha annunciato mobilitazioni e parla di una questione di «agibilità democratica», chiedendo a tutto il centrosinistra di farne una battaglia comune. Per i tre esclusi la strada torna in salita, e Futuro Nazionale dovrà perfino anticipare la presentazione delle liste sotto cui far firmare gli elettori. Intanto al centro si ragiona su un nuovo coordinamento, e la norma sulle firme è già la prima emergenza messa in comune.

L’esenzione su misura, del resto, è prassi vecchia e bipartisan. A maggio 2022 fu un emendamento dello stesso Magi al decreto “Elezioni” a esentare chi si era presentato col proprio simbolo nel 2018 o alle europee del 2019, purché con un seggio o l’1 per cento dei voti. Era il caso di Più Europa, 2,6 per cento alla Camera nel 2018. Oggi quella porta gli si chiude in faccia, e a deciderlo è il calendario di un gruppo parlamentare più dei voti presi alle urne. Le regole del gioco le riscrive chi è già in campo, e sceglie chi può ancora entrarci. Le firme, agli altri.

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Il Tg dei fatti, quello che non va in onda

Immaginate il telegiornale che stasera non vi faranno vedere. Apre con l’Onu: a Gaza è genocidio, almeno 20.179 bambini palestinesi uccisi, presi di mira di proposito. Il governo italiano, che ancora non riconosce lo Stato di Palestina, fa rispondere il ministro Antonio Tajani: «Vediamo le cose che usciranno e poi valuteremo». Le cose, intanto, sono già uscite. Poi la scaletta corre.

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Per strangolare Hamas, a Gaza muoiono i bambini

Dentro al-Mawasi, l’area che Israele ha dichiarato “zona umanitaria”, un drone ha ucciso un bambino mercoledì 24 giugno. È accaduto al campo di al-Taybeh, a ovest di Khan Yunis. Lo riferiscono il complesso medico Nasser e l’agenzia palestinese Wafa.

Quello stesso giorno, alla Conferenza delle Autorità locali israeliane, Benjamin Netanyahu ha scelto un verbo: «Oggi controlliamo quasi il 70% della Striscia di Gaza e stiamo strangolando Hamas». Lo riporta Ynet. Quel 70% è la misura dell’occupazione che la Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale e da far cessare.

A dire chi sia strangolato per davvero è l’ONU, nelle stesse ore. Il portavoce Stéphane Dujarric porta i dati OCHA del 23 giugno: 1,7 milioni di sfollati, l’80% della popolazione, in quasi 1.600 siti di accoglienza. Seicentomila persone senza accesso sufficiente all’acqua potabile. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 1.027 persone e ferite 3.280, secondo il ministero della Salute di Gaza.

Le Forze di difesa israeliane accompagnano ogni colpo con una ragione. Nella notte, fanno sapere, hanno distrutto quattro postazioni di lancio che dicono “allestite durante il cessate il fuoco”, e domenica hanno ucciso nel sud un uomo che avevano fotografato il 7 ottobre. La macchina che riempie ogni morte di una giustificazione gira mentre il premier conta il suo settanta per cento.

“Strangolare” resta la sua parola. Indica un obiettivo militare e descrive una condizione civile, e nei 1.600 campi senza acqua le due cose coincidono.

Intanto a Fiumicino sono rientrati Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, gli attivisti del Global Sumud Land Convoy liberati dalla Libia dopo un mese e annunciati da Antonio Tajani come successo diplomatico. Scesa dall’aereo, Alberizia ha riportato lo sguardo dove serve: «Sotto gli occhi del mondo è in atto un genocidio a Gaza, non possiamo restare a guardare».

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