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La Rai senza prigionieri

La Vigilanza Rai si è sciolta da sola. Ieri si sono dimessi in blocco prima i commissari d’opposizione con la presidente Barbara Floridia (M5S), poi, poche ore dopo, anche quelli di maggioranza. Un organo di garanzia nato nel 1975 per controllare il servizio pubblico ha certificato la propria fine, e lo ha fatto con un rimpallo di accuse. La destra teneva ferma la commissione da quasi due anni.

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Sindaco di Milano cercasi, le destre pescano i competenti a sinistra e spuntano i nomi di Cottarelli e Di Pietro

Due cene la stessa sera di fine giugno, a pochi chilometri l’una dall’altra, hanno consegnato al centrodestra milanese i due nomi che considera vincenti per Palazzo Marino. Alla prima, convocata da Ignazio La Russa, guadagna quota Carlo Cottarelli. Alla seconda, ai sessant’anni di carriera di Vittorio Feltri, Daniela Santanchè (FdI) tira fuori Antonio Di Pietro. Un economista già senatore del Pd e il magistrato simbolo di Mani Pulite: quando la destra cerca il competente, lo pesca nel cosiddetto centrosinistra.

A proporre Cottarelli è Antonio Tajani (FI), che lo giudica capace di allargare la coalizione verso il centro e di rispedire la sinistra all’opposizione dopo tre lustri di governo cittadino. Solo che nel 2022 lo stesso Cottarelli era la punta di diamante dem alle politiche, come lo definì l’allora segretario Enrico Letta. Senatore per pochi mesi, poi via. Prima ancora commissario alla spending review nel 2013, dopo una vita passata tra Banca d’Italia, Eni e Fondo Monetario Internazionale. La grammatica dell’austerità, insomma. E adesso Forza Italia e Azione se lo contendono in quota civica.

Di Pietro ci arriva per una via ancora più diretta. Al referendum sulla riforma della giustizia del governo Meloni, l’ex pm di Mani Pulite si è schierato per il Sì alla separazione delle carriere, dentro il comitato promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi. «Valuto il testo e non il contesto», ha spiegato. Gli italiani hanno respinto quella riforma il 22 e 23 marzo 2026, con il No oltre il 53 per cento. La firma dell’uomo che negli anni Novanta incarnava l’assalto giudiziario alla Prima Repubblica è rimasta lì, sulla riforma della destra.

Il competente è già di destra

Il vocabolario aiuta a capire. Quando Tajani definisce Cottarelli un civico buono per Milano, la parola competente copre una cosa precisa: la compatibilità di un profilo sui conti pubblici, sul lavoro, sull’idea stessa di Stato. Il travaso funziona perché per anni il centrosinistra ha chiamato di sinistra figure che con gli interessi e gli ideali della destra collimavano alla perfezione. L’esempio che pesa più di tutti porta una data e una firma: il Jobs Act.

Anno 2015. Il Pd di Matteo Renzi vara il decreto legislativo 23, in vigore dal 7 marzo, e cancella l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i nuovi assunti: al reintegro subentra un indennizzo in denaro. Oltre 3 milioni e mezzo di lavoratori sono finiti da allora fuori dalla tutela piena. Fondo Monetario Internazionale, Ocse e Banca centrale europea applaudirono. La Cgil aveva scioperato il 12 dicembre 2014. Tredici anni prima, il 23 marzo 2002, la stessa Cgil aveva riempito il Circo Massimo con tre milioni di persone contro i piani di Silvio Berlusconi, e proprio sull’articolo 18.

A firmare la fine di quell’articolo è stato il partito guida del centrosinistra. La destra, per vent’anni, l’aveva soltanto sognato.

La sinistra che ha fatto i compiti della destra

Il Jobs Act resta il caso di scuola di una lunga stagione in cui il campo progressista ha adottato l’agenda economica degli avversari e l’ha chiamata riformismo. Le larghe intese, i governi di unità nazionale, la grande coalizione tecnocratica hanno educato l’elettorato a un centro dove destra e sinistra si somigliano sui fondamentali: i conti prima dei diritti, il mercato come misura di ogni cosa. Del resto è lo stesso spazio in cui oggi Cottarelli piace a Tajani e ad Azione insieme.

Ecco perché le due cene raccontano poco di sorprendente. Il centrodestra va a pescare Cottarelli e Di Pietro nel campo avverso perché quel campo, da tempo, produce il personale che alla destra serve: competente nel senso che intende lei, già riconciliato con i suoi interessi. La frontiera tra i due schieramenti l’ha smontata il centrosinistra, un pezzo alla volta. Adesso qualcuno, dall’altra parte, passa soltanto a ritirare la merce.

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Ridotti alla fame 245mila bambini, ma per Israele a Gaza il cibo abbonda

“Le quantità di cibo introdotte superano di gran lunga i bisogni nutrizionali della popolazione civile di Gaza.” Lo ha scritto il 1° luglio il COGAT, l’organismo militare israeliano che amministra gli affari civili nella Striscia, secondo quanto riferisce l’Associated Press.

Il giorno dopo, il 2 luglio, Gaza ha toccato il millesimo giorno dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dall’inizio dell’offensiva israeliana. Save the Children conta 245.000 minori a rischio o già colpiti da malnutrizione, e cita l’UNFPA secondo cui il 96 per cento dei bambini della Striscia sente la morte come imminente. Le stesse famiglie riferiscono che patatine e cioccolato si trovano, mentre la frutta fresca e le uova restano troppo care. La carestia a Gaza City era stata dichiarata dagli esperti di sicurezza alimentare nell’agosto 2025.

La stessa Striscia, lo stesso giorno, due conti opposti: il COGAT misura le razioni e le dichiara in eccesso, mentre le agenzie umanitarie contano i bambini che non mangiano. Il Ministero della Salute di Gaza porta a 73.066 i morti dal 7 ottobre 2023 e ad almeno 1.053 quelli uccisi dopo la tregua del 10 ottobre 2025, oltre 350 dei quali donne e bambini. La Commissione d’inchiesta dell’Onu, a giugno, ha concluso che le forze israeliane hanno preso di mira deliberatamente i bambini palestinesi, in quello che definisce genocidio.

La tregua doveva portare un aumento degli aiuti. Il capo umanitario dell’Onu, Tom Fletcher, ha riferito il mese scorso che le procedure israeliane restano ingombranti, al punto che perfino le protesi vengono trattenute per un possibile uso “duale”, e diciassette ospedali non funzionano.

Al millesimo giorno la contabilità dell’occupante certifica che a Gaza il cibo basta e avanza. I 245.000 bambini che Save the Children conta affamati, in quel calcolo, non rientrano tra i bisogni.

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Daphne Caruana Galizia, si apre il processo a Yorgen Fenech: l’accusa è di aver pagato per ucciderla

Centocinquantamila euro. Tanto è costata, secondo l’accusa, la morte di Daphne Caruana Galizia: 30.000 in anticipo, 120.000 a cose fatte. Il 1 luglio 2026, alla Corte criminale di Valletta, Yorgen Fenech si è dichiarato non colpevole. Sono passati nove anni dall’esplosione che uccise la giornalista, e l’uomo accusato di averla ordinata entra in aula per la prima volta. Fino al giorno prima non era certo che il processo si aprisse: la Corte costituzionale, il 25 giugno, ha respinto la sua richiesta di sospenderlo.

Fenech, 44 anni, erede del Tumas Group, risponde di complicità in omicidio volontario e associazione a delinquere. La procura chiede l’ergastolo per il primo capo, da venti a trent’anni per il secondo. La ricostruzione dei pubblici ministeri è quella già letta nell’atto d’accusa: nell’aprile del 2017 Fenech avrebbe incaricato Melvin Theuma, tassista e allibratore, di trovare qualcuno disposto a uccidere. Il piano slittò per le elezioni anticipate di giugno, poi riprese a governo confermato. Theuma ha ottenuto la grazia in cambio della testimonianza, e da allora vive sotto protezione. La bomba stava dentro una scatola da scarpe, sotto il sedile dell’auto, azionata a distanza mentre lei guidava lontano da casa, nel villaggio di Bidnija. Era il 16 ottobre 2017. Aveva 53 anni.

Cinque condanne, un imputato

Prima di Fenech, la giustizia maltese ha già chiuso cinque conti. I fratelli George e Alfred Degiorgio scontano 40 anni per aver piazzato e fatto detonare l’ordigno. Vincent Muscat, che ha confessato e accusato gli altri, ne ha avuti 15 con grazia presidenziale. Robert Agius e Jamie Vella, che fornirono la bomba, hanno preso l’ergastolo nel giugno 2025, senza libertà anticipata. Restava lui, l’ultimo, quello che l’accusa indica come il mandante. Arrestato il 20 novembre 2019mentre tentava di lasciare l’isola in yacht, Fenech è tornato libero su cauzione nel febbraio 2025: 80.000 euro più una garanzia da 120.000, la cifra più alta mai fissata a Malta. Intanto la giornalista indagava sui suoi affari. La società di Dubai 17 Black, di cui Fenech risultò proprietario, era il cliente-obiettivo delle strutture panamensi aperte da due fedelissimi del governo, Konrad Mizzi e Keith Schembri, e si legava alla centrale elettrica di Electrogas. L’accusa sostiene che volesse fermare un articolo su di lui prossimo all’uscita.

Lo Stato che guardava altrove

Quello che il processo non giudica lo aveva già scritto un’inchiesta pubblica. Il 29 luglio 2021, un collegio di tre ex giudici consegnò un rapporto di 437 pagine: lo Stato “deve assumersi la responsabilità” della morte, perché aveva costruito “un’atmosfera di impunità” a partire dagli uffici del primo ministro. Quel primo ministro, Joseph Muscat, si dimise, travolto dallo scandalo. Al momento in cui saltò in aria, Caruana Galizia affrontava 48 cause per diffamazione, le SLAPP con cui i potenti prosciugano chi scrive: 47 le ha ereditate la famiglia. Era la giornalista più querelata d’Europa. Da quella vicenda l’Unione europea ha ricavato nel 2024 una direttiva anti-SLAPP che qualcuno chiama legge Daphne, standard minimi di difesa per i 27 Stati. Così un nome maltese è diventato una norma continentale, mentre il mandante restava a piede libero.

La giuria, nove membri e sei riserve scelti in cinque ore, resterà chiusa in albergo per l’intera durata del processo, senza telefoni né computer. Ascolterà nelle prossime settimane le registrazioni che Theuma dice di aver fatto di nascosto, quelle su cui la difesa promette battaglia. Reporters Without Borders, presente in aula, parla di una speranza di giustizia che si riaccende. Per nove anni la macchina che l’aveva isolata ha continuato a funzionare, tribunali compresi. Adesso tocca a chi, secondo l’accusa, ha pagato perché quella voce si spegnesse. Con nove anni di ritardo.

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Decreti sicurezza e giovani: come il governo Meloni comprime la partecipazione

«Difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per coloro che scenderanno in piazza per contestare le politiche del nostro governo.» Lo disse Giorgia Meloni alla Camera il 25 ottobre 2022, nel discorso per la fiducia, e ai giovani aggiunse un invito: «siate liberi». Tre anni e mezzo dopo, quella libertà si conta in ore di trattenimento.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha pubblicato in questi giorni un saggio di Fabrizio Barca e Caterina Manicardi, “Opportunità e ostacoli di un moto giovanile”, che fotografa una partecipazione scarsa e carsica. Barca e Manicardi rovesciano lo stereotipo della gioventù disinteressata: le nuove generazioni leggono benissimo le ingiustizie, gli manca l’appiglio per farne un moto collettivo. La fascia 15-25 anni è passata dal 15,7% della popolazione degli anni Sessanta al 10,8% di oggi, e su quella minoranza pesa, scrivono, “la perdita di speranza nel cambiamento e la sfiducia nel pubblico e nelle organizzazioni”. L’affluenza giovanile al voto politico è intanto scesa dall’87% del periodo 1994-2006 al 60% del 2022, e l’81,5% dei ragazzi pensa che la propria voce non conti.

E chi resta diventa più solo. Secondo dati Istat elaborati da Openpolis, gli undici-diciassettenni che vedono gli amici ogni giorno sono crollati dal 70% del 2006 al 30% di oggi. Intanto l’espatrio netto dei giovani tra 18 e 34 anni ha sfiorato, nel biennio 2023-24, le 50 mila unità l’anno, il 55% in più della media dei nove anni precedenti.

Decreti sicurezza, quando partecipare costa

Tra gli ostacoli, gli autori mettono in fila gli ultimi arrivati, i decreti sicurezza. Il decreto sicurezza varato a febbraio, diventato legge 24 aprile 2026, n. 54, ha introdotto l’accompagnamento coattivo negli uffici di polizia fino a 12 ore per chi viene ritenuto un pericolo per lo svolgimento di un corteo, l’arresto in flagranza differita per i danneggiamenti, sanzioni amministrative fino a 20 mila euro per chi disobbedisce all’ordine di scioglimento di una riunione. Il mancato preavviso, prima reato, adesso costa fino a 10 mila euro. Il Daspo urbano si allarga a chi è soltanto denunciato, e il giudice può vietare di prendere parte alle pubbliche riunioni a chi è condannato, pure in via non definitiva, per violenze in piazza. E ai controlli si somma il resto: secondo il saggio, in un anno le forze dell’ordine hanno effettuato oltre 50 milionidi accertamenti.

E poi c’è la fedina. Chi scende in strada, come la Costituzione consente, può ritrovarsi addosso un procedimento penale. Barca e Manicardi lo scrivono netto: accanto alle politiche che deludono le aspirazioni giovanili crescono quelle “volte a intimidire l’impegno politico”. Il messaggio ai ventenni è semplice, e loro l’hanno già decifrato: muoversi serve a poco, e può costare caro.

Utile solo in campagna

Qui torna il 2022. La partecipazione è comoda da evocare quando si insegue un voto, diventa un disturbo quando si governa. Il saggio ricorda che quella sfiducia nasce anche dalla percezione che, quando ci si muove, si resta inascoltati. Il governo che invitava alla piazza ha passato tre anni a restringerla, con quattro decreti sicurezza dall’inizio della legislatura, l’ultimo in vigore dal 25 aprile 2026. Chi è più incline a comandare che a governare ha trovato nella protesta un fastidio da multare.

Eppure, insiste il saggio, quella ritirata resta reversibile: è un accumulo di barriere, e le barriere si smontano. Gli autori ne indicano nove, su scuola, università, lavoro, casa, spazi di incontro pubblico. Il ForumDD chiede un confronto su quelle proposte. Il governo, intanto, lavora nel verso opposto.

Nel 2022, alla stessa gioventù, aveva detto «siate liberi». Oggi, per essere liberi di riunirsi senza preavviso, quei ragazzi pagano fino a diecimila euro. Liberi, dice.

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La questione palestinese sotto la lente di Giulio Cavalli: successo per la lezione in Sala Suffredini

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Ieri (12 giugno) la Sala Luigi Suffredini ha ospitato un pubblico numeroso e attento per la lezione di Giulio Cavalli dal titolo Come siamo arrivati fino a qui. L’evento, incentrato sulla questione palestinese, è stato organizzato da Palestina Libera Garfagnana.

Sala Suffredini

Sul palco, l’attore, regista e giornalista ha portato la sua cifra stilistica più autentica: un teatro civile rigoroso e fortemente documentato, capace di fondere il giornalismo d’inchiesta con la potenza della narrazione scenica. Ad accompagnare la performance Ivan Merliniche con le incursioni sonore del suo violoncello ha sottolineato i passaggi più significativi trasmettendo un profondo coinvolgimento emotivo

Lontano dalla retorica astratta e dalla narrazione emergenziale dei media, Cavalli ha proposto una mappa cronologica e politica per ricostruire le radici del conflitto. L’approccio, di stampo prettamente giornalistico, ha messo in fila i dati: rapporti delle agenzie Onu, dossier di Amnesty International e analisi geopolitiche.

Sala Suffredini

Dietro i numeri della crisi umanitaria, lo spettacolo – che attinge anche al lavoro quotidiano dell’autore per la sua rubrica Occhi su Gaza– ha rimesso al centro le storie individuali e le vite quotidiane in Cisgiordania e nella Striscia, restituendo voce e dignità alle vittime del genocidio in corso.

Sala Suffredini

Forte la denuncia finale di Cavalli “contro l’ipocrisia della diplomazia internazionale e l’assuefazione dell’opinione pubblica a una violenza spesso “spezzettata” dai media per renderla digeribile”. Il messaggio uscito dalla serata è chiaro: informarsi e prendere posizione non è una scelta di comodo, ma un preciso dovere umanitario e culturale.

Il ricavato delle offerte della serata, l’ingresso era gratuito, sarà devoluto al Progetto GazaLab in collaborazione con Acs – Associazione di cooperazione e solidarietà -, organizzazione che da oltre 25 anni realizza progetti di cooperazione internazionale e autonomia economica nei territori palestinesi attraverso il finanziamento di borse lavoro in Palestina.

Se cambi le regole per vincere, è perché hai paura di perdere

Cinque milioni e ottocentomila italiani nel 2024 hanno rinunciato a una visita o a un esame, un milione e trecentomila più dell’anno prima: lo certifica l’Istat. Gli stipendi reali, dice l’Ocse, sono gli unici tra i grandi paesi a valere meno di trent’anni fa, sotto del 7,5% rispetto al 2021. Il 1° luglio il Ministero della Salute ha segnato 25 città da bollino rosso per il caldo…

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Trump e gli altri, il plotone dei capi di governo che si sono arricchiti governando

In tutto 927 pagine. Tante ne conta la dichiarazione patrimoniale che Donald Trump ha depositato all’Ufficio per l’etica di governo statunitense, resa pubblica il 30 giugno 2026. Per dare la misura: l’ultima di Barack Obama ne aveva 8. Dentro, il primo anno del secondo mandato e una cifra che vale più di mezzo secolo di mattoni: oltre un miliardo di dollari dalle criptovalute, 1,4 miliardi in alcune letture di Reuters e Associated Press. Oltre 500 milioni dalla World Liberty Financial fondata coi figli, 635 milioni dalla meme coin $Trump, il gettone col suo volto lanciato pochi giorni prima dell’insediamento. Dodici mesi prima lo stesso capitolo valeva 57 milioni: venticinque volte meno.

C’è dell’altro, e riguarda chi tratta con Washington. Una proprietà negli Emirati ha reso 10,4 milioni, una in Arabia Saudita 9, mentre quei governi negoziavano con gli Stati Uniti su dazi e aiuti militari. Sommate 86 milioni da cinque cause chiuse con ABC, CBS, Meta, YouTube e X, e 4,7 milioni dai soli orologi a marchio Trump. Conflitto di interessi? “Né il presidente né la sua famiglia si sono mai impegnati, né mai si impegneranno, in conflitti di interesse”, fa sapere la portavoce Anna Kelly. Dice. Intanto quei gettoni, comprati dai piccoli, hanno perso valore da quando le vendite sono partite.

Una fila lunga così

Perché Trump non è un caso isolato, anzi. Nel 2021 i Pandora Papers del consorzio ICIJ hanno messo in fila 35 capi di Stato e di governo con conti e società offshore. Il campionario è vasto e va dal furto puro alla regola scritta su misura.

Transparency International, nel rapporto del 2004, stimò in 15-35 miliardi di dollari quanto Suharto aveva sottratto all’Indonesia in trentun anni, davanti a Ferdinand Marcos nelle Filippine, 5-10 miliardi, e a Mobutu nell’ex Zaire, 5 miliardi; alla fila si accoda la Nigeria di Sani Abacha, altri 2-5 miliardi. Più vicino a noi, in Malesia, l’ex premier Najib Razak presiedeva il fondo sovrano 1MDB: circa 681 milioni sono finiti sui suoi conti personali, almeno 4,5 miliardi sono spariti dal fondo. Dal 2022 è in carcere, primo premier malese a finirci, e nel dicembre 2025 una seconda condanna si è aggiunta alla prima.

Poi c’è la versione europea, più educata. In Repubblica Ceca il miliardario Andrej Babiš, premier dal 2017 al 2021, ha continuato a incassare fondi europei con la sua Agrofert, oltre 58 milioni dal 2007 secondo l’audit di Bruxelles, mentre sedeva agli stessi tavoli che quei fondi decidono: la Commissione europea ha certificato il conflitto di interessi. I Pandora Papers gli hanno trovato pure un castello da 22 milioni sulla Costa Azzurra, comprato con scatole offshore.

La domanda ironica

Resta il punto che il potere preferisce non sentire. Perché in quasi tutte queste storie il Paese governato faceva il percorso opposto. L’Indonesia di Suharto viaggiava attorno ai 700 dollari di Pil pro capite mentre la sua famiglia comprava ville alle Bermuda. E l’Italia, negli stessi trent’anni in cui i patrimoni si ingrossavano, diventava, su dati OCSE letti da Openpolis, l’unico Paese europeo con il salario reale medio in calo: meno 2,9% tra il 1990 e il 2020. Quasi sempre ricchezze private gonfiate dentro Paesi impoveriti, ed è la regola più che l’eccezione.

E allora la domanda, quella che nessuno pone ad alta voce: è un buon politico chi si arricchisce mentre il Paese che governa si impoverisce? La risposta la conosciamo, ed è la parte peggiore. Perché nelle uniche classifiche che gli interessano, quelle di Forbes e delle procure, il politico-imprenditore un ottimo amministratore lo è sempre stato. Del suo.

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Occupy Gaza, Smotrich spinge nuovi insediamenti

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, dirige dentro il ministero della Difesa anche l’Amministrazione degli insediamenti. Il 29 giugno, in un video da Sderot, ha annunciato che il lavoro è pronto: tre colonie nel nord di Gaza, manca solo il via libera di Benjamin Netanyahu.

Nello stesso intervento ha sostenuto che l’esercito controlla «quasi il 70 per cento» della Striscia e che «va completata la conquista» del restante 30. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del 19 luglio 2024, aveva dichiarato illegale l’occupazione e ordinato a Israele di fermare ogni nuovo insediamento e di evacuare i coloni. La risoluzione dell’Assemblea generale che intimava la fine entro dodici mesi è scaduta a settembre 2025.

Sempre il 30 giugno, in un resort di Cipro, si apriva il vertice del Board of Peace voluto da Donald Trump, l’organismo che con Tony Blair e l’inviato Nickolay Mladenov dovrebbe amministrare Gaza al posto di Hamas. Sei mesi dopo la nascita il comitato di tecnocrati palestinesi non è ancora entrato nella Striscia. Alcuni membri, riferisce il Times of Israel, hanno storto il naso per la scelta di riunirsi in albergo mentre a Gaza si muore. Il piano che dovrebbero applicare promette per iscritto di “incoraggiare le persone a restare”.

Restare dove. Il ministero della Salute di Gaza conta 1.053 uccisi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre. La linea che segna il controllo israeliano continua a spostarsi verso ovest, sopra i pozzi e le tende.

Nelle stesse ore Netanyahu è stato interrogato in televisione sull’emigrazione dei due milioni di palestinesi e sul ritorno delle colonie. Non ha smentito. «Preferisco parlare meno e fare di più», ha risposto, e sugli insediamenti «a volte conviene separare» gli atti dalle parole. La distanza da misurare l’ha indicata lui.

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Unione europea, il pasticcio della politica estera. Messo sotto i riflettori dall’ex commissario Borrell

Dubravka Šuica, commissaria europea per il Mediterraneo, è andata a Gerusalemme il 22 giugno a stringere la mano al ministro degli Esteri israeliano e a ribadire l’amicizia tra Bruxelles e Israele. Nelle stesse ore l’alta rappresentante dell’Unione per la politica estera, Kaja Kallas, da Israele era di fatto bandita: Gideon Sa’ar aveva annunciato la rottura di ogni contatto dopo che alcuni media le avevano attribuito un paragone tra il trattamento dei palestinesi e il regime di apartheid sudafricano. Lo stesso giorno, due voci dell’Unione hanno detto il contrario l’una dell’altra.

A certificare il pasticcio è arrivato Josep Borrell, che quella politica estera l’ha guidata dal 2019 alla fine del 2024. In un’intervista a Politico parla senza perifrasi di «un bel pasticcio» dentro la macchina diplomatica dell’Unione. «La Commissione non parla in rappresentanza dell’Unione europea, la Commissione rappresenta solo la Commissione», dice. Con quale autorità, si chiede, una commissaria va in Israele a celebrare il rapporto con Tel Aviv mentre l’alta rappresentante è messa alla porta

Chi parla per l’Europa

Il Trattato è esplicito. Assegna alla Commissione la rappresentanza esterna dell’Unione “ad eccezione della politica estera e di sicurezza comune”. Tradotto: commercio, allargamento e vicinato sono roba dell’esecutivo di Ursula von der Leyen, la politica estera resta agli Stati e all’alta rappresentante. Solo che il confine è saltato. Per Borrell la Commissione «ha chiaramente esteso la volontà di essere quella che comanda sulla politica estera e di sicurezza».

Lo stesso attrito si è aperto sulla difesa. Nel 2024 von der Leyen ha nominato il primo commissario alla Difesa della storia dell’Unione, il lituano Andrius Kubilius, e nella lettera di missione gli ha chiesto di costruire una “Unione europea della difesa”. In teoria Kubilius si occupa solo di industria militare e appalti. Nei fatti gli è finito in mano un compito che il Trattato riserva all’alta rappresentante. «La Commissione non può fingere di essere un Pentagono ombra», taglia corto Borrell.

La cacofonia dei ventisette

La confusione istituzionale, del resto, si innesta su una paralisi più vecchia. La politica estera europea si decide all’unanimità, e l’unanimità è il grimaldello con cui un solo governo blocca gli altri ventisei. Per anni il veto è diventato merce di scambio nelle mani dell’Ungheria di Viktor Orbán, che ha frenato sanzioni alla Russia e aiuti a Kyiv: 48 le decisioni bloccate al Consiglio europeo, ha contato Euronews. Orbán ha perso le elezioni ad aprile e il 9 maggio 2026 a Budapest si è insediato il governo europeista di Péter Magyar, ma il meccanismo resta. Tanto che von der Leyen è tornata a chiedere il voto a maggioranza qualificata sulla politica estera, come Parigi e Berlino ripetono da anni. Auguri: per togliere l’unanimità serve l’unanimità.

Il prezzo si è visto su Gaza. Mentre le Nazioni Unite documentavano le violazioni israeliane, l’Unione non è riuscita per mesi a mettere insieme una posizione comune, incapace persino di nominare le responsabilità di Israele. E il Parlamento, che pure dovrebbe reggere la legittimità democratica del sistema, sulla politica estera comune viene consultato e poco più: vota risoluzioni, come il rapporto annuale sulla politica estera approvato a gennaio con 392 voti, che nessuno è obbligato a eseguire. Denuncia, e passa oltre.

Borrell chiede di «chiarire» il sistema. Solo che il sistema è disegnato per restare confuso: ventisette capitali gelose delle proprie competenze e una Commissione che riempie ogni vuoto, mentre l’alta rappresentante è bandita dal Paese che una sua collega vola ad abbracciare. Il problema europeo in politica estera resta sempre lo stesso: parlano in troppi, e nessuno parla per tutti.

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