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Lo sdegno della Lega è durato una mattina: poi l’assassino è risultato italiano

La Lega ha invocato la remigrazione per l’omicidio di un pizzaiolo, poi ha ritirato tutto appena ha scoperto che l’assassino era italiano. È successo a Reggio Emilia. Lunedì sera Raffaele Stipa, 67 anni, titolare della pizzeria Yoghi, è stato accoltellato da un cliente per una pizza non pagata, un debito di una ventina di euro. La sorella Antonella, accorsa a difenderlo, è rimasta ferita.

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Orso bruno, cinque Paesi Ue ne chiedono il declassamento. E l’abbattimento facile. Come accaduto per il lupo

«È tragico e macabro che nel ventunesimo secolo, nell’Unione europea, i miei concittadini vengano letteralmente mangiati da animali selvatici.» Lo ha detto il 22 giugno 2026 a Lussemburgo il vicepremier rumeno Barna Tánczos, ministro ad interim dell’Agricoltura, davanti al Consiglio Agrifish. Con la Slovacchia chiede di abbassare la protezione dell’orso bruno. Si sono aggiunte Croazia, Repubblica Ceca e Finlandia. Cinque paesi, un obiettivo solo: poterli abbattere più facilmente.

Le cifre le mettono loro. La Romania dichiara circa 11.500 orsi e dà agli attacchi 14 morti e 150 feriti gravi in cinque anni. La Slovacchia, che ne conta 2.500, parla di quattro uccisi e 64 feriti. La Finlandia, quasi 2.600 esemplari, per voce della ministra Sari Essayah invoca una caccia preventiva. La richiesta è chiarissima: passare dalle deroghe caso per caso a una gestione permanente.

Il modello esiste già, ed è fresco: il lupo. Il 3 dicembre 2024 la Convenzione di Berna lo ha declassato da specie “rigorosamente protetta” a “protetta”. L’Unione europea ha adeguato la direttiva Habitat con la direttiva 2025/1237 del 5 giugno 2025. L’Italia si è adeguata con un decreto del ministero dell’Ambiente in Gazzetta il 21 gennaio 2026: il lupo passa dalla protezione rigorosa alle specie “gestibili”. Cambiato il lupo, tocca all’orso, e nessuno lo nasconde.

La guerra italiana parte dal Trentino

Qui da noi la guerra all’orso è cominciata da un pezzo, e ha un nome e una data. Il 5 aprile 2023, nei boschi di Caldes, in Val di Sole, l’orsa Jj4 uccide Andrea Papi, ventisei anni: il primo morto da quando, nel 1999, gli orsi vengono reintrodotti in Trentino col progetto Life Ursus. Il presidente della Provincia Maurizio Fugatti (Lega) firma ordinanze di abbattimento a ripetizione, sospese dai tribunali. Jj4 finisce in un parco della Foresta Nera, in Germania, nel luglio 2025.

Intanto la Provincia si dà lo strumento. Il 4 marzo 2024 il Consiglio provinciale approva una legge che consente di rimuovere fino a otto orsi l’anno. Nel 2024 ne abbatte tre, M90, KJ1 e M91, in applicazione del Pacobace. Gli orsi in Trentino e dintorni sono 118, cuccioli esclusi, dice il Rapporto grandi carnivori 2025. Fugatti, dal canto suo, ne dichiarava «settanta in eccesso». Aritmetica semplice.

E il governo nazionale fa la sua parte, da amico dichiarato dei cacciatori. Il 24 giugno 2026 il Senato ha dato il primo via libera al ddl caccia, prima firma Lucio Malan (FdI), che riscrive la legge 157 del 1992: 80 sì, 56 no. I cacciatori diventano “bioregolatori”, il parere dell’Ispra scende da vincolante a consultivo, il lupo esce dalle specie particolarmente protette, si spara di notte, con i visori termici, dentro i parchi e sul demanio. Bruxelles aveva spedito una lettera di rilievi il 18 dicembre 2025: il ministro Francesco Lollobrigida l’ha liquidata come «una lettera di un burocrate».

Sparare non fa diminuire gli attacchi

Un dato smentisce tutto il resto: abbattere non riduce gli attacchi. La Slovacchia ha ucciso decine di orsi e nel 2024 ha contato 1.900 incontri con l’uomo, dai 650 del 2020. Gli esperti indicano altro: i siti di foraggiamento dove i cacciatori lasciano cibo per la selvaggina, la spazzatura aperta, i campi di mais vicino alle case. Sono quelli a insegnare all’orso ad associare l’uomo al pasto. L’orso resta nella lista rossa dell’Uicn. La Francia, circa 90 orsi sui Pirenei, per voce della ministra Annie Genevard preferisce la dissuasione.

Resta la domanda che nessun ministro dell’Agricoltura vuole sentirsi fare: se sparare non abbassa gli attacchi, a cosa serve sparare. La richiesta è arrivata al tavolo dell’Agricoltura, non a quello dell’Ambiente, e già questo dice tutto. Ora tocca alla Commissione europea decidere se aprire all’orso la porta già aperta per il lupo. Qui l’orso è posta agricola ed elettorale, prima che specie. I cinque paesi, sei con la Germania, lo sanno benissimo.

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A Gaza un’infanzia senza scudo

Un generale che presenta i bambini uccisi come un primato. Avi Bluth, capo del Comando Centrale dell’esercito israeliano, ha rivendicato di uccidere palestinesi in Cisgiordania «come non facevamo dal 1967», e ha contato quelle vittime come un risultato. Il 1967 è l’anno in cui Israele ha occupato la Cisgiordania. Lo stesso anno torna ora come record da superare.

Lunedì 29 giugno il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato il rapporto “Infanzia senza scudo”. Dal 7 ottobre 2023 al 28 giugno 2026 le forze israeliane hanno ucciso 1.086 palestinesi in Cisgiordania, 241 minori. Quasi uno su quattro era un bambino o un adolescente, il tasso più alto da quando l’occupazione è cominciata, nel 1967. Il rapporto ricostruisce uno per uno i 54 minori uccisi nel 2025.

Bluth ha sostenuto che «il 96% degli uccisi era coinvolto nel terrorismo». B’Tselem ha verificato i 54 casi: due dei ragazzi avevano un’arma da fuoco. Tredici sono stati colpiti mentre lanciavano pietre, ventuno mentre restavano lontani da ogni scontro. La direttrice esecutiva Yuli Novak chiama quella cifra una menzogna, e definisce il sistema una «licenza di uccidere». In quasi un quarto dei casi i soccorsi sono stati bloccati. A metà aprile Israele tratteneva ancora i corpi di 18 dei 54 minori, e le famiglie restano senza funerale.

Le uccisioni in Cisgiordania, scrive B’Tselem, non si separano dai più di 21.000 bambini uccisi a Gaza, dove la Corte internazionale di giustizia esamina l’accusa di genocidio.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha risposto che le forze armate non prendono «di mira intenzionalmente civili non coinvolti» e che «ogni accusa viene esaminata e indagata». L’altra organizzazione israeliana Yesh Din ha contato gli atti d’accusa per l’uccisione di un palestinese in Cisgiordania dall’ottobre 2023: zero. Il primato del 1967 resta in piedi

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Bordate sul Melonellum

A definire “autoritaria” la riforma della legge elettorale di Giorgia Meloni è il Financial Times, il quotidiano della City di Londra, una testata che nessuno sospetterebbe di simpatie per i centri sociali. Nell’articolo del 26 giugno 2026, a firma di Amy Kazmin, il giornale parla di un “tentativo autoritario” e dà conto dell’allarme delle opposizioni, che hanno ribattezzato il testo “Melonellum”: cambiare le regole del voto rischia di erodere la democrazia. Kazmin descrive un premio di maggioranza che può valere fino al 17,5% dei seggi e nota che l’obbligo di indicare in anticipo il candidato premier è l’eco del premierato, il progetto di elezione diretta del capo del governo che la stessa Meloni aveva poi accantonato.

Conta proprio la firma. Quando a parlare di svolta autoritaria è il foglio della finanza globale, l’accusa pesa il doppio. E il Financial Times non è solo. Bloomberg descrive la stessa riforma senza eufemismi: un intervento congegnato per migliorare le chance della premier al voto del 2027 e per garantire al vincitore una maggioranza comoda in Parlamento. L’Irish Times, sullo stesso filo dell’agenzia, riprende la denuncia di un piano per blindare la prossima legislatura, e gli analisti citati dai giornali esteri leggono la mossa come un sintomo d’ansia per le urne. La lettura dei mercati coincide con quella delle piazze.

La stampa estera in coro

Politico rilancia da mesi le accuse di election rigging, di brogli scritti dentro la legge. La squadra di fact-checking di Euronews, The Cube, era arrivata alla stessa conclusione già a marzo: un tentativo di manipolare il voto del 2027. Il filo che lega le testate è uno solo: una premier che, davanti a un’opposizione finalmente capace di allearsi, riscrive il sistema con cui si conteranno i seggi. Le voci dell’opposizione italiana, che i giornali stranieri amplificano, vanno nella stessa direzione. Angelo Bonelli (Avs) parla di un disegno per pilotare le elezioni; Riccardo Magi (Più Europa) di una legge cucita sulle misure della maggioranza per restare al potere.

Il politologo Lorenzo Castellani, della Luiss, lo ripete agli stessi giornali stranieri: cambiare la legge elettorale è sempre un segnale di debolezza, perché chi è sicuro di vincere le regole non le tocca. È la chiave con cui la stampa internazionale legge la fretta del governo, deciso a incassare il primo via libera entro l’estate con oltre un anno di anticipo sul voto. Nel 2022 il centrodestra aveva travolto un’opposizione divisa; oggi che Elly Schlein (Pd) e Giuseppe Conte (M5S) provano a correre insieme, la maggioranza preferisce cambiare lo schema prima del fischio d’inizio.

Cosa ha acceso l’allarme

A far scattare l’allarme è la sostanza. La riforma cancella i collegi uninominali del Rosatellum e introduce un proporzionale con premio: chi supera il 42% in entrambe le Camere incassa 70 seggi in più a Montecitorio e 35 al Senato, fino a un tetto di 220 deputati, con liste bloccate e candidato premier indicato in anticipo. Il modello è il “Porcellum” del 2005, la legge di Silvio Berlusconi che la Corte costituzionale annullò nel 2013. C’è poi la clausola che il Financial Times riassume nell’obbligo, per i piccoli partiti, di raccogliere 500.000 firme: una norma letta come un argine a Roberto Vannacci e al suo Futuro Nazionale, il movimento che erode voti a destra. Oltre cento costituzionalisti hanno già segnalato profili di illegittimità.

Meloni difende il testo come argine all’instabilità e ripete che «chi prende più voti governa». Schlein lo bolla come «chiaramente incostituzionale» e promette battaglia. Sullo sfondo resta una posta che i costituzionalisti segnalano da subito: indicare il premier già al deposito delle liste comprime il margine del Quirinale nella nomina del capo del governo. Stavolta, però, la parola più dura porta la firma della City.

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Board of Peace, l’immunità totale su Gaza e il silenzio del governo italiano

Quattro pagine, intestate Resolution No 2026/3 e classificate «sensibili ma non riservate». Tanto è bastato al Board of Peace, l’organismo che Donald Trump ha creato per governare Gaza, per scriversi addosso un’immunità che nessun tribunale potrà toccare. La bozza l’ha ottenuta il Guardian il 27 giugno, firmata dai cronisti Cate Brown e Aram Roston. Un Consiglio per la pace che blinda se stesso: la prima cosa che fa, prima ancora di rimettere in piedi una casa.

L’immunità copre tutti. Membri del Board, Ufficio dell’Alto rappresentante, tecnici palestinesi reclutati, forze militari internazionali, contractor stranieri. Il testo li sottrae a «qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza». Trump, da presidente, può revocare la protezione a un singolo, ma solo col voto della maggioranza dell’esecutivo a sette: dentro ci sono il genero Jared Kushner, l’inviato Steve Witkoff, la capa di gabinetto Susie Wiles e il segretario di Stato Marco Rubio. Sei avvocati hanno letto la bozza per il Guardian e ignorano come verrebbe giudicato un contractor che spara.

C’è di più, e riguarda la terra. Il documento prevede che al Board vengano forniti «gratuitamente» edifici e strutture pubbliche. Chi li consegni, e con quale titolo, non è scritto. Noura Erakat, docente di diritto internazionale alla Rutgers University, lo riassume così: «Stanno creando un sistema legale a sé stante». Omar Shakir, direttore dell’ong Dawn, parla di una pagina presa dal manuale dell’occupazione israeliana, col rischio di complicità e perfino di «perpetrazione diretta di gravi abusi». Una clausola, la settima, intitolata «Responsabilità verso terzi», affida allo stesso Board il giudizio sui risarcimenti per morti, ferite e danni alle proprietà.

Il vuoto e il precedente

Manca uno status of forces agreement, l’accordo che fissa lo status giuridico delle forze straniere. In Iraq e Afghanistanc’era, qui no. Il Board agisce nel vuoto, e quel vuoto, in quei due Paesi, ha prodotto gli abusi dei contractor di Blackwatere KBR. L’esecutivo a sette non ha un solo palestinese. L’alto rappresentante Nickolay Mladenov, diplomatico bulgaro, ha incontrato al Cairo gli amministratori palestinesi senza mostrare loro la risoluzione, che entrerà in vigore appena lui la firma. Il mandato Onu copre Gaza fino al 31 dicembre 2027. Kushner, intanto, descrive una Striscia di resort di lusso e hub commerciali.

Tutto questo mentre il 23 giugno la commissione d’inchiesta dell’Onu, guidata da Srinivasan Muralidhar, ha stabilito che Israele colpisce deliberatamente i bambini palestinesi, e che è genocidio: quasi il 30% delle vittime sono minori, su oltre 70.000 morti. Si ricostruisce sopra una scena del crimine. La relatrice speciale Francesca Albanese lo ripete da mesi: il Board è «una farsa», un «progetto di immobiliaristi» che chiama pace l’usurpazione.

Il silenzio di Roma

E l’Italia? Il via libera all’intero impianto era arrivato dalla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, 17 novembre 2025. Il 17 febbraio il ministro Antonio Tajani è andato in aula a difendere la presenza italiana da «osservatore», invocando l’articolo 11 della Costituzione, quello che ripudia la guerra. La maggioranza ha incassato il mandato con 183 voti contro 122. Due giorni dopo Tajani era a Washington, alla prima riunione del Board. Elly Schlein (Pd) parlò di un governo «incapace di dire no a Trump», Carlo Calenda (Azione) di «pagina nera».

Da allora, sull’immunità messa nero su bianco, da Palazzo Chigi e dalla Farnesina non è arrivata una parola. Lo stesso governo che ha piegato la Costituzione per sedersi al tavolo ora tace. Un’immunità si scrive prima del primo contratto, e qualcuno, a Roma, ha deciso di farsene garante. In silenzio.

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Serbia, Vučić si dimette da presidente per candidarsi premier: elezioni anticipate dopo 18 mesi di proteste

Aleksandar Vučić si dimette per restare al potere. Il 27 giugno 2026, davanti al Parlamento di Belgrado, durante il comizio “Serbia, una sola famiglia” convocato dal suo Partito progressista serbo (Sns) e partecipato da almeno 200mila persone secondo il ministero dell’Interno, il presidente ha annunciato che lascerà la carica nelle prossime settimane. Per ricandidarsi subito, stavolta da premier, alla testa della nuova lista “Serbia Unita“. Il suo secondo e ultimo mandato sarebbe scaduto nel 2027, e la Costituzione gli vieta una terza corsa presidenziale. Quindi cambia poltrona.

La presidenza serba è in gran parte cerimoniale: il potere vero sta a Palazzo del governo. Vučić, primo ministro dal 2014 e capo dello Stato dal 2017, torna di fatto dove ha sempre comandato, e lo fa con un voto che vuole trasformare in un plebiscito sulla propria figura. L’opposizione legge la mossa per quello che è. Savo Manojlović, leader del movimento Kreni-Promeni, la definisce un tentativo di anticipare una caduta annunciata, visto che la piazza studentesca raccoglie oggi più consenso del presidente.

Dimettersi per restare

Tutto nasce da un crollo. Il 1° novembre 2024 la pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, appena ristrutturata, è venuta giù alle 11.52 uccidendo 16 persone, tra cui un bambino. Da allora la Serbia è rimasta in piazza: occupazioni di università, blocchi stradali, cortei in oltre 400 città, sotto lo slogan «la corruzione uccide». Il 15 marzo 2025 a Belgrado sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone, la più grande nella storia recente del Paese. A gennaio si era già dimesso il premier Miloš Vučević. Per le sedici vittime, a oggi, nessun condannato.

Gli studenti chiedono elezioni anticipate da mesi. Solo che Vučić gliele concede alle sue condizioni: data ancora ignota («prima di quanto pensiate», ha detto), presidenziali e parlamentari insieme, campagna costruita sull’apparato del partito. Kreni-Promeni chiede invece un governo di transizione di tecnici indicati dai manifestanti, e diffida del voto per il timore, mai sopito, dei brogli. Lo scarto è questo: la piazza vuole smontare il sistema, il presidente vuole legittimarlo con un’urna.

Il conto europeo

E poi c’è Bruxelles, che presenta un conto salato. La Serbia è candidata dal 2012, ha aperto 22 dei 35 capitoli negoziali e ne ha chiusi appena due: di fatto è ferma dal 2021. Sui capitoli 23 e 24, giustizia e diritti fondamentali, per la Commissione europea i progressi restano a zero. Il 4 giugno 2026, a Belgrado, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha legato l’avanzamento del negoziato a stato di diritto, riforma elettorale e libertà dei media. La commissaria all’allargamento Marta Kos ha minacciato di congelare 1,6 miliardi di euro del Growth Plan dopo gli emendamenti sulla magistratura del gennaio 2026, bocciati anche dalla Commissione di Venezia. E il 17 dicembre 2025 Vučić aveva disertato il vertice Ue-Balcani. Con il premier albanese Edi Rama ha intanto proposto un’integrazione graduale senza veto, letta a Bruxelles come scorciatoia, mentre il suo partito rischia la sospensione dalla famiglia del centrodestra europeo.

Sul fronte opposto restano Mosca e Pechino, gli «amici tradizionali» che il presidente rivendica. Un’amicizia che costa: la Naftna Industrija Srbije (Nis), la compagnia petrolifera controllata al 44,85% dalla russa Gazprom Neft, è sotto sanzioni statunitensi da ottobre 2025, la raffineria di Pančevo è ferma, l’oleodotto croato Janaf chiuso. Nis vale tra il 7 e il 13% delle entrate di bilancio e dà lavoro a oltre 13mila persone, secondo l’Occrp. L’ungherese Mol tratta per rilevare la quota russa. Intanto Vučić promette aumenti di salari e pensioni e un’accelerazione verso l’Unione.

Sedici morti senza colpevoli, un negoziato europeo immobile, una raffineria spenta. Il presidente cambia sedia perché tutto il resto resti dov’è.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #239

L’ambasciata italiana a Gerusalemme telefona a Gaza e pretende che si risponda in italiano. Niente inglese. Dall’altro capo ci sono ragazzi che hanno vinto una borsa in un ateneo italiano e da mesi vivono sotto le bombe, a volte senza elettricità. Devono passare un esame di lingua al telefono. Lo ha ricostruito Domani.

Sessanta studenti palestinesi restano bloccati nella Striscia per un requisito comparso senza preavviso: una certificazione di italiano. Da ottobre l’Italia aveva organizzato sette evacuazioni e portato in salvo circa 230 borsisti, e a nessuno era stato chiesto un test di lingua. Le circolari Maeci-Mur fissano il livello B2 per i corsi in italiano, però la verifica spetta agli atenei all’arrivo, e le università avevano già offerto corsi intensivi in Italia. Il decreto non è cambiato di una virgola. Dal primo giugno le partenze si sono fermate lo stesso.

Interpellata, la Farnesina risponde che “non sono in vigore restrizioni sotto il profilo dei requisiti linguistici per gli studenti palestinesi”. Nello stesso giorno un professore scrive a uno studente rimasto a Gaza che il ministero impone di applicare “rigorosamente le nuove procedure” e che le norme sulla lingua sono diventate “notevolmente più rigide”. La smentita e la prassi documentata si contraddicono.

C’è un precedente che pesa. Agli studenti ucraini, profughi accolti negli stessi anni, l’italiano non venne mai preteso. La senatrice Cecilia D’Elia (Pd) ha depositato un’interrogazione a Tajani per chiedere “un’eccezione esplicita al requisito linguistico per gli studenti provenienti da Gaza, analogamente a quanto già fatto per gli studenti ucraini”. Marco Grimaldi (Avs) ha portato il caso ai ministri Tajani e Bernini.

Mentre la Corte internazionale di giustizia esamina l’accusa di genocidio contro Israele, a un ragazzo sotto le bombe arriva l’email di un docente italiano: il suo nome non entrerà nella prossima evacuazione. Lo decide un certificato di lingua.

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Mettiamo in cella i malati e lasciamo liberi i narcos. E la chiamiamo sicurezza

Calano i reati, si riempiono le carceri. Nel primo semestre del 2025 le denunce sono scese del 4,8%, eppure al 31 dicembre dietro le sbarre c’erano 63.499 persone, quasi duemila più dell’anno prima, su 46.124 posti reali. A crescere, evidentemente, è la voglia di punire. Punrie chi? Il XVII Libro Bianco sulle droghe, curato da Forum Droghe, Antigone e Cgil, lo certifica: oltre un terzo dei…

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Tre minuti d’acqua per chi gioca, vent’anni di niente per chi suda davvero

Tre minuti. Tanto dura la pausa che la Fifa ha reso obbligatoria a ogni partita dei Mondiali 2026, al 22′ e al 67′ di ogni gara, in ogni stadio degli Stati Uniti, anche col tetto chiuso e poco caldo. I calciatori bevono, si bagnano la nuca, ripartono. Una civiltà. Poi esci e trovi chi quegli stadi li ha costruiti, e a lui la stessa cortesia nessuno la concede. La Confederazione europea dei…

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Riforma della Difesa: organico da 40mila soldati entro il 2033. Con l’incognita delle coperture

Sulla carta l’Italia ha già raggiunto il 2 per cento del Pil preteso (per ora) dalla Nato. Nei fatti il governo deve ancora trovare i soldi per i militari che vuole arruolare a ritmi crescenti fino al 2033. Lo schema di disegno di legge sulla riforma dello strumento militare, licenziato dal ministero della Difesa, è uscito allo scoperto, e il capitolo che dovrebbe spiegare con quali risorse pagarlo è quello rimasto in bianco.

Il piano cresce in due tempi. Nei prossimi due anni lo schema prevede 5.000 militari in più. Poi una delega al governo per portare gli organici di Esercito, Marina, Aeronautica e Corpo unico della Sanità militare fino a 40.000 unità entro il 31 dicembre 2033, con tappe annuali scritte nero su bianco: 5.071 nel 2028, 5.321 nel 2029, 7.001 nel 2030, fino a 7.663 alla scadenza. A parte corrono altri 2.600 carabinieri. Un aumento netto stimato tra il 20 e il 25 per cento del personale oggi in servizio. E sullo sfondo c’è il superamento della legge 244 del 2012, quella che tredici anni fa aveva tagliato gli organici: adesso si torna a gonfiarli.

La riserva diventa struttura

Il cuore della riforma è la riserva. Lo schema ne istituisce tre tipi. La riserva operativa trattiene per cinque anni chi è andato in congedo, richiamabile per addestramento o, nelle crisi gravi, d’autorità. La riserva volontaria specialistica arruola competenze tecniche e mediche dal mercato civile, anche senza concorso. La riserva territoriale apre a cittadini tra i 25 e i 35 anni con la sola licenza media, arruolati su base regionale. Per renderla appetibile il testo costruisce un sistema di convenienze: 130 euro netti per ogni giornata di richiamo, un premio annuale da 1.300 euro, una sorta di NASpI militare a fine ferma, e per i datori di lavoro l’esonero dal 100 per cento dei contributi.

Qui sta il punto che allarma chi la riforma la legge davvero. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo è «una scelta di civiltà». Il coordinatore Alfio Nicotra parla di una riserva che sequestra il futuro dei giovani e di una deriva verso la warfare society, una società resa militare non solo dalle armi ma dagli incentivi, dalla scuola, dal lavoro. Nicotra segnala anche la presenza crescente delle Forze armate dentro scuole e atenei, dove orientamento e reclutamento cominciano a sovrapporsi. E c’è il nodo democratico: il richiamo d’autorità lo decide il Consiglio dei ministri, alle Camere restano cinque giorni per dire sì o no. Del resto la delega stessa consente al governo di legiferare con decreti, chiedendo al Parlamento solo un parere. Crosetto, intanto, chiede l’appoggio dell’opposizione in nome dell’unità nazionale.

I conti che non tornano

Restano i soldi, ed è la parte più fragile. La Rete Pace e Disarmo stima il costo a regime in 7-8 miliardi l’anno, sottratti a sanità, scuola, welfare. L’Osservatorio Milex intanto ricorda che il 2 per cento sbandierato a Bruxelles è “operazione contabile”: la spesa militare pura del 2026 vale 33,9 miliardi, l’1,46 per cento del Pil, ed è già cresciuta di oltre il 45 per cento in dieci anni. Il balzo al 2,01 si è ottenuto spostando dentro la voce difesa circa 14 miliardi prima classificati altrove. Lo stesso ministro Guido Crosetto ha spiegato che la parte da 40.000 unità «ha problemi di copertura pluriennali». Per coprirli guarda al fondo europeo Safe, 150 miliardi di prestiti a cui l’Italia per ora si tiene fuori. Per la prossima manovra auspica un aumento dello 0,15 o 0,20 per cento, una frazione di quanto servirebbe davvero.

Così la riforma più ampia delle Forze armate da vent’anni arriva con le caserme già disegnate e il portafogli ancora vuoto. Prima i numeri, l’arruolamento, gli incentivi. I soldi, e la domanda su quale idea di sicurezza tutto questo costruisca, si vedranno in legge di bilancio. Quando il grosso sarà già deciso.

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