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Libertà di stampa, Italia osservata speciale

La libertà di stampa in Italia è moribonda e l’Europa se ne sta accorgendo. Mentre il governo continua la sua crociata per la nuova egemonia culturale, le associazioni dei giornalisti europee lanciano l’allarme. Ma a Roma fanno orecchie da mercante.

L’European Movement International, insieme ad altre organizzazioni, chiede alla Commissione Europea di indagare sullo stato della libertà di stampa nel Belpaese. Una richiesta che sa di disperazione, l’ultimo tentativo di salvare il salvabile prima che sia troppo tardi. E cosa fa la Commissione? Temporeggia, rimanda, si nasconde dietro risposte vaghe e promesse di “monitoraggio”. Come se non bastasse, ritarda la pubblicazione del rapporto annuale sullo Stato di diritto.

Un caso? Difficile crederlo. Intanto, il governo prosegue indisturbato la sua opera di demolizione. La Rai, un tempo servizio pubblico, è ormai ridotta a megafono del potere. Programmi scomodi vengono cancellati, giornalisti silenziati. L’ultimo caso? Quello di Serena Bortone, “colpevole” di aver letto un discorso antifascista. L’ombra del controllo governativo si allunga anche sulle agenzie di stampa.

L’Agi, una delle principali del paese, rischia di finire nelle mani di un deputato leghista. Un conflitto d’interessi che grida vendetta ma che sembra non scandalizzare nessuno. I giornalisti lavorano sotto costante pressione, minacciati da un potere che non tollera voci fuori dal coro.

E mentre l’Italia sprofonda nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa, il governo festeggia. L’Europa osserva, preoccupata. Ma osservare non basta più. Servono azioni concrete, immediate. Perché senza una stampa libera e indipendente, la democrazia è solo una farsa. E l’Italia, purtroppo, sembra avviata proprio su questa strada.

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Nordio e i numeri sballati sulla carcerazione preventiva

Carlo Nordio, ministro della Giustizia, è caduto in una trappola pericolosa: quella di piegare i numeri alla narrazione politica. Di recente, durante un’intervista a 24 Mattino su Radio 24, Nordio ha dipinto un quadro fosco del sovraffollamento carcerario, affermando che “Il 30 per cento dei detenuti è in carcere in attesa di giudizio, e statisticamente almeno la metà poi viene assolta”. Una dichiarazione allarmante, peccato che, come ricostruisce il Fact Checking di Pagella Politica, i dati del ministero della Giustizia raccontino una storia diversa.

Al 30 giugno 2024, i detenuti negli istituti penitenziari italiani erano 61.480. Di questi, il 15 per cento (9.213) era in attesa del primo giudizio, “una percentuale più bassa di quella indicata da Nordio”, rileva Pagella Politica. Se includiamo anche quelli condannati ma non in via definitiva, arriviamo al 25 per cento. Una percentuale più vicina ma sempre al di sotto del 30 per cento indicato dal ministro. Ma sul concetto di “metà assolti” il discorso si fa ancor più interessante.

La verità dietro le cifre di Nordio: cosa dicono davvero i dati

Nordio afferma che metà di questi detenuti in attesa di giudizio poi viene assolta. In realtà, i dati del ministero della Giustizia, presentati in Parlamento, mostrano che nel 2023 solo il 5,7 per cento delle custodie cautelari in carcere si è concluso con una sentenza di assoluzione.

“Questa percentuale contiene sia le assoluzioni definitive sia quelle non definitive, che quindi poi possono essersi trasformate in una condanna”, specifica peraltro Pagella Politica. A questo si aggiunge un 3,8 per cento di sentenze di proscioglimento a vario titolo. La matematica è semplice: “abbiamo che in circa il 90 per cento dei casi il procedimento termina con la condanna”, ha scritto il Ministero della Giustizia. Difficile immaginare di stirare i numeri fino al 50%.

Il ministro, quindi, ha esagerato, forse per giustificare le sue riforme. È un gioco pericoloso perché la realtà dei numeri non può essere piegata a piacimento senza rischiare di minare la fiducia nelle istituzioni. È un gioco pericoloso anche perché dimostra l’uso di una distorta narrazione per avvalorare le proprie tesi: la stessa accusa che il governo – nemmeno troppo sotto traccia – muove alla magistratura. Inoltre, è importante ricordare che la custodia cautelare è una misura che il giudice può disporre in presenza di gravi indizi di colpevolezza e quando vi sia il pericolo di fuga, inquinamento delle prove, o reiterazione del reato. Non è una scelta arbitraria ma una necessità legale.

Custodia cautelare: tra legalità e distorsioni politiche

L’articolo 27 della Costituzione italiana è chiaro: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Il sistema giudiziario, pur con le sue imperfezioni, opera quindi all’interno di un quadro costituzionale ben definito. Si potrebbe dire che la rappresentazione fornita da Nordio sul sovraffollamento carcerario e sulle custodie cautelari è fuorviante.

La realtà è che il sistema giudiziario italiano, pur necessitando di riforme, non è quel mostro inefficiente che il ministro vorrebbe dipingere. Le parole di Nordio sembrano più uno strumento politico che un’analisi accurata della situazione. Un esercizio pericoloso, soprattutto quando si parla di giustizia. La fiducia nelle istituzioni si costruisce anche attraverso la trasparenza e l’aderenza ai fatti, non adattando i numeri a una narrazione conveniente.

Il senso della giustizia non è materia sacrificabile sull’altare della politica. Fossimo in un processo la frase del ministro cadrebbe alla prima obiezione della controparte.

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Borsellino day: polemiche infuocate tra commemorazioni e passerelle a Palermo

A pochi giorni dal 32° anniversario della strage di via d’Amelio, Palermo diventa teatro di un confronto aspro e carico di significati politici e morali. Le polemiche, già incandescenti, si intensificano intorno alle commemorazioni organizzate dal “Movimento delle Agende Rosse” e alle controverse iniziative dell’Agenzia Italiana per la Gioventù (AIG) a Palazzo Jung.

Salvatore Borsellino, figura di spicco nel ricordo del fratello giudice Paolo Borsellino e delle vittime della strage del 1992, ha alzato la voce in una conferenza stampa infuocata: “Sono venuto a conoscenza di una manifestazione che viene attuata nelle stesse date e negli stessi orari della nostra manifestazione in via d’Amelio. Una passerella e una sfilata che viene organizzata a Palazzo Jung a Palermo. Noi ci dissociamo completamente da questo tipo di manifestazioni”. Un gesto di netta separazione, mirato a denunciare quella che egli vede come una tentata normalizzazione di chi avrebbe dovuto essere in prima linea nella lotta alla mafia.

Dissenso e denuncia: Salvatore Borsellino alza la voce

La “Legalità è libertà – Giovani europei per un nuovo movimento culturale” promossa dall’Aig, con il suo red carpet di ospiti non è passata inosservata.

“Anche quest’anno, come e ancor più degli altri anni, le manifestazioni per l’anniversario della strage di via d’Amelio non saranno, come purtroppo ormai succede per il 23 maggio, una parata e un’occasione di passerelle per personaggi istituzionali anche reduci da condanne penali per contiguità alla mafia,” ha tuonato Borsellino. “Amministratori eletti grazie all’appoggio mafioso non possono partecipare impuniti a eventi che dovrebbero ricordare la lotta alla mafia, non celebrarne i complici,” ha dichiarato.

Le Agende Rosse, in risposta alle iniziative al Palazzo Jung, hanno annunciato un fitto programma di commemorazioni, che culmineranno il 19 luglio con una giornata di denuncia e memoria. Dal quartier generale tra la sede di via Della Vetriera e via D’Amelio, verranno messe in luce le lacune investigative e i presunti depistaggi che hanno, secondo Borsellino, impedito la giustizia per la strage di Stato del 1992.

Normalizzazione della mafia: la memoria tradita

L’atmosfera infuocata di Palermo non si limita alle mire politiche locali, ma si intreccia con una disputa nazionale sul ricordo delle figure pubbliche legate alla mafia. La recente intitolazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi, nonostante le controversie legali che lo collegano a Cosa Nostra, aggiunge combustibile al fuoco delle polemiche. Mentre alcuni cercano di normalizzare rapporti discutibili con la criminalità organizzata, altri come Salvatore Borsellino continuano a battere il tamburo per una memoria chiara e non compromessa.

Palermo, a meno di una settimana dall’anniversario della strage di via d’Amelio, non solo brucia di caldo estivo ma di una tensione politica e morale che riflette divisioni profonde nella memoria collettiva italiana. Tra commemorazioni che si scontrano e accuse di complicità con la mafia che risuonano in ogni polemica, l’eredità di Borsellino continua a essere contestata e celebrata in un duello che non promette tregua. Del resto da 32 anni si commemora una storia che non ci è mai stata raccontata per intero. 

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Salvataggi in mare, l’agenzia Ue per i diritti fondamentali: distinguere tra trafficanti e soccorritori

Il recente aggiornamento del rapporto dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) pone una questione cruciale e spesso fraintesa nel contesto delle operazioni di salvataggio in mare: la necessità di distinguere chiaramente tra trafficanti di esseri umani e coloro che operano nel rispetto delle leggi internazionali e dei diritti umani per salvare vite umane. La distinzione non è solo teorica, ma ha implicazioni pratiche e legali significative per le operazioni di soccorso e per le vite di migliaia di migranti.

La normativa internazionale e le operazioni SAR 

Il quadro normativo internazionale, che comprende la Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare (SOLAS) del 1974, la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (SAR) del 1979 e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982, stabilisce chiaramente l’obbligo di assistere le persone in difficoltà in mare, indipendentemente dalla loro nazionalità o status. Le operazioni di salvataggio devono concludersi con il trasferimento dei sopravvissuti in un “luogo di sicurezza” dove i loro bisogni fondamentali possano essere soddisfatti.

Le sfide delle organizzazioni non governative 

Dopo la conclusione del programma Mare Nostrum nel 2014, diverse organizzazioni della società civile hanno iniziato a impiegare navi e aerei per il soccorso, riducendo significativamente le morti in mare e portando i salvati in sicurezza nell’Unione europea. Tuttavia, molte di queste organizzazioni hanno dovuto affrontare ispezioni, detenzioni delle navi e procedimenti penali, ostacolando le loro operazioni di soccorso.

A maggio 2024, solo 17 navi e tre aerei erano ancora operativi, con molti mezzi bloccati per manutenzione o procedimenti legali. In alcuni casi, i membri dell’equipaggio e gli attori della società civile hanno affrontato procedimenti penali per le loro attività di ricerca e salvataggio, creando un effetto intimidatorio su queste operazioni.

Raccomandazioni e conclusioni della FRA 

La FRA sottolinea che le azioni legali contro le ONG e i volontari coinvolti nel SAR devono rispettare le leggi internazionali, del Consiglio d’Europa e dell’UE sui diritti fondamentali e sui rifugiati. È essenziale distinguere tra i trafficanti di esseri umani e coloro che agiscono in base all’imperativo umanitario e agli obblighi legali internazionali di salvare vite in mare. Questo richiede che le autorità nazionali e i tribunali trovino il giusto equilibrio tra le leggi internazionali, dell’UE e nazionali.

Il caso delle sanzioni italiane

Il rapporto evidenzia che dal luglio 2023 sono stati aperti 18 nuovi procedimenti legali in Italia contro le operazioni SAR delle ONG, con multe che vanno da 2.000 a 10.000 euro e il blocco temporaneo delle navi nei porti. Questi procedimenti sono spesso il risultato del mancato rispetto delle istruzioni della Guardia Costiera Libica o della mancata richiesta di un porto di sbarco in Libia.

La necessità di una distinzione chiara 

Il rapporto della FRA chiarisce che la distinzione tra trafficanti e soccorritori non è solo una questione legale, ma una questione di principio umanitario e di diritti fondamentali. Ignorare questa distinzione non solo compromette la sicurezza delle operazioni di salvataggio, ma mette anche a rischio la vita di migliaia di migranti che cercano disperatamente un luogo di sicurezza.

In un’epoca in cui le politiche migratorie diventano sempre più restrittive – scrive la FRA – è fondamentale riconoscere e rispettare il lavoro di chi, spesso a rischio della propria vita, si impegna a salvare quelle degli altri. La distinzione tra soccorritori e trafficanti deve essere non solo una linea guida per le operazioni SAR ma un principio fondamentale per la protezione dei diritti umani in mare. Qualcuno lo spieghi con calma anche al governo italiano. 

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L’ombra dell’antisemitismo: il rapporto Fra 2024 e la vita degli ebrei in Europa

Il nuovo rapporto dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) dipinge un quadro preoccupante delle esperienze e delle percezioni degli ebrei riguardo all’antisemitismo nei paesi membri dell’UE. La ricerca, condotta tra gennaio e giugno 2023, rivela una realtà in cui l’antisemitismo è ancora profondamente radicato e diffuso, incidendo negativamente sulla vita quotidiana e sul benessere psicologico della comunità ebraica.

Antisemitismo: una presenza costante e pervasiva

Il rapporto evidenzia come l’antisemitismo sia onnipresente, sia online che offline. Un dato allarmante è che l’80% dei partecipanti al sondaggio percepisce un aumento dell’antisemitismo nel proprio paese negli ultimi cinque anni. Questa percezione, seppur leggermente diminuita rispetto all’88% del 2018, indica che il problema persiste con forza. Le manifestazioni più comuni includono contenuti antisemiti sui social media, vandalismo di istituzioni ebraiche, e discorsi d’odio pubblici.

L’impatto psicosociale sull’identità ebraica

Le esperienze di antisemitismo hanno un impatto devastante sulla vita degli ebrei nell’UE. Il 96% dei partecipanti ha riportato di aver incontrato manifestazioni di antisemitismo nell’anno precedente alla ricerca, con episodi che vanno dalla diffusione di stereotipi negativi, alla negazione del diritto di esistenza dello Stato di Israele, fino alla banalizzazione o negazione dell’Olocausto. Questi atteggiamenti non solo limitano la possibilità di vivere apertamente la propria identità ebraica, ma contribuiscono anche a un sentimento diffuso di insicurezza e paura.

Un problema di sicurezza

La sicurezza rimane una preoccupazione centrale. Il 53% degli intervistati teme di subire insulti o aggressioni verbali nei prossimi dodici mesi, mentre il 44% teme aggressioni fisiche. Questi timori non sono infondati, dato l’aumento delle minacce contro scuole, sinagoghe e altre istituzioni ebraiche, in particolare dopo gli attacchi di Hamas a Israele nell’ottobre 2023.

La difficoltà di denunciare

Un altro aspetto critico evidenziato dal rapporto è la scarsa propensione a denunciare gli episodi di antisemitismo. Solo il 26% degli episodi di antisemitismo online e il 28% degli episodi di molestie vengono denunciati alle autorità competenti. La principale ragione di questa reticenza è la percezione che nulla cambierà o che le denunce non verranno prese sul serio. Questo porta a una mancanza di giustizia per le vittime e a un senso di impunità per i perpetratori.

L’importanza di una risposta coordinata

Per affrontare efficacemente l’antisemitismo, il FRA sottolinea la necessità di una risposta coordinata da parte degli Stati membri dell’UE. Tra le raccomandazioni vi è l’implementazione di misure che facilitino la denuncia di episodi antisemiti, l’aumento della protezione fisica per le comunità ebraiche e la promozione della consapevolezza dei diritti di uguaglianza e non discriminazione. Inoltre, la collaborazione con le comunità ebraiche è essenziale per comprendere meglio le loro necessità e sviluppare strumenti pratici che possano migliorare la loro sicurezza e qualità della vita.

Il rapporto FRA 2024 evidenzia come l’antisemitismo continui a rappresentare una minaccia concreta e persistente per le comunità ebraiche nell’UE. È imperativo che le istituzioni europee e nazionali intensifichino i loro sforzi per combattere questo odio, proteggere i diritti delle persone ebree e promuovere una società più inclusiva e rispettosa. Forse il fatto che i cavalcatori dell’antisemitismo siano proprio i partiti anti solidali è il punto politico. 

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Non si salva la Sanità con i fichi secchi

Il decreto sulle liste d’attesa per ora non ha ridotto di un centesimo le liste d’attesa. In compenso ha fatto infuriare le Regioni e le Province autonome che l’hanno bollato come propaganda. 

Regioni e Province scrivono quello che fin dall’inizio era sotto gli occhi di tutti: illudersi di riformare la sanità pubblica senza aggiungere soldi è puro marketing sanitario, anche perché, scrivono i presidenti, “il Fondo sanitario nazionale è già largamente insufficiente”. 

Secondo la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi «Questa bocciatura dovrebbe preoccupare molto il ministro della Salute e indurlo ad occuparsi seriamente del servizio sanitario nazionale abbandonando la strada dello smantellamento – dice -. È sempre più evidente la volontà del governo Meloni di privatizzare la salute. Non c’è nessuna vera risposta alle persone che attendono di essere curate e i roboanti annunci pre-elettorali si sciolgono come ghiaccio al sole». 

La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ritiene “imprescindibile lo stralcio dell’articolo 2 la cui attuale formulazione è quanto meno lesiva del principio di leale collaborazione” che demanda all’Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria la gestione delle segnalazioni di cittadini, enti locali ed associazioni di categoria, scavalcando le Regioni. Le Regioni e le Province Autonome valutano dunque “che l’attuale formulazione, ove non emendata, presenti dei profili di illegittimità costituzionale”. 

È l’elastico dell’autonomia differenziata che diventa indifferenziata alla bisogna. Sono le famose “nozze con i fichi secchi”. 

Buon venerdì. 

 

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Deriva orbaniana pure sull’immigrazione

La premier Meloni sembra aver trovato la sua musa ispiratrice in tema di immigrazione: Viktor Orbán. Mentre l’Europa si affanna a condannare le politiche draconiane dell’Ungheria, l’Italia le abbraccia con entusiasmo. I numeri parlano chiaro: nei primi sei mesi del 2024, gli sbarchi sono stati circa 25mila.

La premier Meloni sembra aver trovato la sua musa ispiratrice in tema di immigrazione: Viktor Orbán

Il governo Meloni sventola la bandiera del successo, dimenticando che sono cifre in linea con gli anni di Draghi. Ma si sa, la propaganda non si fa con la matematica. Il vero capolavoro è l’adozione delle famigerate “procedure di frontiera” à la Orbán. L’idea è semplice: rendere la vita impossibile ai migranti prima ancora che mettano piede in Europa. Una sorta di limbo burocratico dove i diritti diventano optional. E non contenta, l’Italia aggiunge altri sei paesi alla lista dei “sicuri”, tra cui Bangladesh ed Egitto. Guarda caso, proprio le nazioni da cui proviene il 27% degli arrivi. Una coincidenza Chiedetelo ad Asgi, che ha smascherato il giochetto: si classificano come “sicuri” i paesi da cui arrivano più richiedenti asilo. Geniale, no?

Ma il pezzo forte è l’accordo con l’Albania. Due centri di accoglienza oltreconfine, per tenere i migranti fuori dalla vista e dalla mente degli italiani. Perché se non li vedi, non esistono. Intanto, nel Mediterraneo si continua a morire. Oltre mille persone nei primi cinque mesi del 2024. Ma tranquilli, sono solo numeri. La verità è che l’Europa, Italia in testa, sta virando verso un modello che fino a ieri condannava. Le “transit zone” ungheresi diventano il nuovo standard, il diritto d’asilo si sgretola, e qui si applaude. Rendere la vita impossibile ai migranti è il nuovo mantra. Poco importa se questo significa calpestare diritti fondamentali o ignorare la complessità del fenomeno migratorio.

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Dal Berlusconi al Falcone e Borsellino

Si potrà volare dall’aeroporto Silvio Berlusconi all’aeroporto Falcone e Borsellino. Da Milano Malpensa a Palermo si percorrerà quindi la distanza siderale che c’è tra chi ha sacrificato la vita per combattere la mafia e chi l’ha pagata per migliorare la propria.

L’aeroporto di Milano Malpensa è ufficialmente intitolato a Silvio Berlusconi. A stabilirlo è l’ordinanza di Enac, che ha effetto immediato, e che è stata commentata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini come una “grande soddisfazione”, con buona pace del suo antiberlusconismo dei suoi anni ruggenti. Il ministro è pronto a cambiare idea su tutto per la sua sopravvivenza politica.

A felicitarsi per l’aeroporto milanese intitolato a un pregiudicato (con condanna definitiva a 4 anni di reclusione per frode fiscale) è stata anche la ministra al Turismo Daniela Santanchè, la stessa che disse “Silvio vede le donne solo orizzontali”. Ora Silvio ha preso il volo. Salvini e Santanchè sono gli stessi che strepitano da anni contro il sindaco di Milano Beppe Sala perché “non si occupa delle priorità di Milano”.

Ora Milano è sistemata, quindi possiamo tutti volare tranquilli. Il berlusconiano Miccichè a suo tempo contestò l’intitolazione dell’aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino perché, diceva, “così ci ricorderanno la mafia”. Ora ce la ricorda anche l’aeroporto di Milano. E la timidezza del Pd in questi anni è stata il favoreggiamento culturale alla normalizzazione.

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Vannacci indigesto: la vicepresidenza dei Patrioti al generale imbarazza Marine Le pen

L’indigeribilità politica è un’arte sottile ma il generale Roberto Vannacci, fresco di elezione come europarlamentare della Lega, sembra averla elevata a livelli inaspettati, riuscendo a risultare sgradevole perfino a Marine Le Pen. La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno: Jean-Philippe Tanguy, figura di spicco del Rassemblement National e vicecoordinatore della campagna presidenziale di Le Pen nel 2022, ha dichiarato senza mezzi termini che i lepenisti “si oppongono” all’elezione di Vannacci a vicepresidente del nuovo gruppo europeo dei Patrioti. Le dichiarazioni di Tanguy non sono da prendere alla leggera.

Tanguy è un pezzo grosso che avrebbe dovuto ricoprire un ruolo ministeriale in caso di vittoria del RN alle recenti legislative francesi. Eppure, nonostante l’evidente sforzo della Lega per piazzare Vannacci in una posizione di rilievo, i compagni di viaggio sovranisti non sembrano gradire l’iniziativa. Tanguy ha definito l’elezione del generale come frutto di un “annuncio unilaterale” da parte della Lega, suggerendo apertamente la necessità di rivedere la nomina.

L’elezione di Vannacci era stata annunciata con grande enfasi dalla Lega

La vicenda ha assunto contorni da giallo politico. L’elezione di Vannacci era stata annunciata con grande enfasi dalla Lega, con Matteo Salvini in prima linea a congratularsi e a esultare per l’avanzamento del generale. Tuttavia la reazione fredda e distaccata di Jordan Bardella, braccio destro di Le Pen e presidente del gruppo dei Patrioti, non è passata inosservata. Solo poche settimane fa Bardella aveva pubblicamente condannato le dichiarazioni omofobe di Vannacci, prendendo le distanze da posizioni che riteneva inaccettabili. La Francia non ha tardato a reagire. L’opinione pubblica e i media transalpini hanno subito rispolverato le uscite più controverse del generale: dalle dichiarazioni sugli omosessuali alle affermazioni razziste su Paola Egonu, fino ai nostalgici riferimenti alla “Decima”.

Il titolo di Libération, “Omofobo, razzista, pro-Mussolini: ecco il super vicepresidente di Bardella al Parlamento europeo”, non lascia spazio a fraintendimenti. Un ritratto che ha messo in imbarazzo persino una destra sovranista che sta cercando di ripulire la propria immagine in vista delle prossime sfide elettorali. Le Pen, intanto, grida al complotto. Non è certo una novità per la leader del Rassemblement National, che, come molti altri sovranisti, tende a vedere cospirazioni ovunque non riesca a vincere. Ironia della sorte, è la stessa Le Pen che metteva in dubbio la regolarità delle elezioni americane perse da Trump, ora a denunciare manovre oscure contro il suo partito. Le accuse di finanziamento illecito che pendono su di lei aggiungono ulteriore sale alla vicenda. Dopo la recente sconfitta elettorale e il siluramento del suo stratega Gilles Pennelle, Le Pen deve affrontare l’ennesima bufera giudiziaria.

Il generale è l’emblema del sovranista contemporaneo

Vannacci in fondo è l’emblema del sovranista contemporaneo: polemico, divisivo e coplicato ad integrarsi anche tra i suoi presunti alleati. La sua nomina, accolta con freddezza e critiche anche dai compagni d’oltremanica, evidenzia una frattura all’interno di un fronte che dovrebbe essere unito contro l’Europa delle istituzioni. Un paradosso che rivela tutte le contraddizioni di un movimento che fatica a trovare una rotta comune incagliato in beghe interne e scandali. La storia di Vannacci e la sua indigeribilità perfino per Marine Le Pen rappresentano una cartina di tornasole dello stato attuale del sovranismo europeo. Un panorama in cui l’ideologia sembra sempre più frammentata e incapace di offrire una visione coerente, finendo per auto-sabotarsi attraverso scelte discutibili e alleanze fragili. È il simbolo di come il sovranismo contemporaneo continui a navigare a vista, tra scandali e divisioni, senza riuscire a trovare una solida base di consenso.

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Luigi Giacomo Passeri, l’italiano dimenticato nel deserto egiziano

C’è un italiano dimenticato nelle carceri egiziane. Si chiama Luigi Giacomo Passeri, ha 31 anni, ed è detenuto da quasi un anno per possesso di una piccola quantità di marijuana. La sua storia è l’ennesimo capitolo di una saga di indifferenza e abbandono che il nostro Paese riserva ai suoi cittadini in difficoltà all’estero. Ma non a tutti, a dire il vero.Mentre il governo si affanna per rimpatriare Chico Forti, condannato negli Usa per omicidio, Luigi langue in una cella del carcere di Badr, 65 km a est del Cairo. Un Centro di correzione e riabilitazione inaugurato in pompa magna da Al-Sisi nel 2022, ma che in pochi mesi si è guadagnato la stessa terribile reputazione del famigerato carcere di Tora.

Silenzio assordante

La colpa di Luigi è un piccolo quantitativo di marijuana durante una vacanza in Egitto nell’agosto 2023. Da allora, è iniziato il suo calvario: carcerazione preventiva, torture, un’operazione all’appendice seguita da abbandono medico, udienze continuamente rinviate. L’ultima, il 22 maggio, è saltata per mancanza di un interprete. Kafkiano. Ma ciò che più colpisce è il silenzio assordante delle nostre istituzioni. Vincolate dagli accordi energetici stretti con il governo di Al Sisi. La famiglia Passeri, disperata, ha lanciato una raccolta fondi su GoFundMe per pagare le spese legali. L’avvocato egiziano chiede 30 mila dollari, una cifra esorbitante ma “ragionevole rispetto ai 70 mila richiesti dall’ambasciata italiana”. Come se non bastasse l’abbandono, ci si mette anche il cinismo burocratico.

Il calvario di Luigi Giacomo Passeri

Il deputato Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra ha presentato un’interrogazione parlamentare, chiedendo al governo di attivarsi per garantire assistenza, verificare le condizioni di detenzione e assicurare un processo equo. “Non vogliamo altri casi Salis, di sicuro non vogliamo un altro caso Regeni”, ha dichiarato. Ma le sue parole sembrano cadere nel vuoto. Intanto, Luigi continua a soffrire. Nell’ultimo messaggio inviato alla famiglia il 16 giugno, ha annunciato di aver intrapreso lo sciopero della fame. Un grido disperato di aiuto che rischia di rimanere inascoltato. La sua vicenda ci ricorda, ancora una volta, quanto sia selettiva l’attenzione mediatica e politica verso i cittadini italiani in difficoltà all’estero.

Mentre si organizzano operazioni di rimpatrio in grande stile per detenuti “eccellenti” come Chico Forti, ben altro trattamento è riservato ad altri connazionali detenuti all’estero accusati, peraltro, di reati molto meno gravi. È una storia che traspira ipocrisia e calcolo politico. Una storia che ci dice molto sulla reale considerazione che il nostro Paese ha dei suoi cittadini e dei loro diritti fondamentali. Mentre scriviamo, Luigi Giacomo Passeri attende ancora giustizia. Attende che qualcuno si ricordi di lui, che qualcuno alzi la voce per chiedere un processo equo, cure mediche adeguate, il rispetto dei suoi diritti umani. Attende che l’Italia dimostri di essere davvero un Paese che non abbandona i suoi figli. Ma l’attesa si fa sempre più lunga e il silenzio sempre più assordante. E intanto, nel deserto egiziano, un giovane italiano continua a gridare aiuto. Sperando che qualcuno, finalmente, lo ascolti.

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