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Non solo la sconfitta di Le Pen, il conto più salato del voto francese rischia di pagarlo Meloni

C’è la sconfitta in Francia di Marine Le Pen che no, non porterà il suo Rassemblement national al governo. C’è il premer ungherese Viktor Orbàn che con il suo gruppo Patrioti per l’Europa, ufficializzato oggi, sfila al gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) di Giorgia Meloni gli spagnoli di Vox e va a braccetto con Matteo Salvini.

Infine c’è il presidente di turno del Consiglio dell’Ue – che incidentalmente è proprio Orbàn – che viene accusato di “slealtà” nonché di mostrare “disprezzo per i doveri della presidenza del Consiglio dell’Ue” dagli Usa e da diversi paesi europei.

Giorgia tra sovranismo e isolamento

Il quadro internazionale per Meloni, colei che a lungo è stata indecisa se lasciarsi abbracciare dal sovranismo spinto o istituzionalizzarsi nell’establishment Ue, è un sentiero stretto che sembra senza via d’uscita. Fallita la missione de “l’Italia che cambia l’Europa”, come recitavano i suoi manifesti elettorali, ora si ritrova a fare i conti con la sua sopravvivenza politica.

La presidente del Consiglio avrebbe voluto essere il ponte tra i i sovranisti e Ursula von der Leyen, proponendosi come irrinunciabile mediatrice per gli uni e per gli altri. La sconfitta di Le Pen in Francia però deresponsabilizza la destra francese che prevedibilmente per i prossimi cinque anni continuerà a fare ciò che l’ha portata a incassare comunque un notevole risultato: opporsi alle politiche Ue senza la benché minima volontà di cercare una qualsiasi mediazione.

Quanta sia la voglia di scontrarsi con Bruxelles lo si legge anche nelle parole di Salvini mentre annuncia festante l’adesione della Lega al nuovo gruppo dei Patrioti, proprio con Le Pen: “I popoli europei – dice il vice di Meloni – hanno dimostrato di volere un cambiamento radicale a Bruxelles contro lo strapotere di burocrati e banchieri, superando definitivamente il disastroso modello degli ultimi cinque anni fondato su scelte filo-islamiche, filo-cinesi ed eco-estremiste con sinistre e socialisti. Oggi nasce finalmente un grande gruppo dei per cambiare il futuro di questa Europa”.

Il dilemma di Giorgia dopo il disastro di Le Pen

È significativo anche che il candidato premier del Rassemblement national, Jordan Bardella, sia stato eletto capogruppo del nuovo gruppo dei partiti di destra proposto dal premier ungherese Orban. L’eurodeputato della Lega, Roberto Vannacci, è stato eletto vice presidente.

Sono 84 gli eurodeputati che fanno parte del gruppo, 12 le delegazioni. L’Ecr di Meloni perde anche gli spagnoli di Vox, per cui la leader di Fratelli d’Italia si era molto spesa nell’ultima campagna per le politiche in Spagna. “Condivideremo il gruppo” al Parlamento europeo con la Lega di Salvini, ma “il nostro alleato politico in Italia è Fratelli d’Italia, è sempre stato così e continuerà a essere così”, dice il presidente di Vox Santiago Abascal, rispondendo a una domanda di LaPresse.

E aggiunge: “A tutti piacerebbe poter continuare a lavorare insieme e sono convinto che nel futuro forse potremmo farlo all’interno di uno stesso gruppo”.  Ma in politica contano i numeri, più che le amicizie. Il gruppo Ecr nel Parlamento europeo scende da 84 a 78 eletti, scivolando al quarto posto, dopo i Popolari, Socialdemocratici e proprio i Patrioti che hanno assorbito il vecchio gruppo di Identità e democrazia. Il gruppo liberale di Renew è al quinto posto con 76 eletti, poco dietro.

A una capa di governo non conviene giocare troppo alla secessione. Meloni sa benissimo che influenzare le scelte della prossima Commissione Ue è una questione di sopravvivenza politica. Per questo mentre i Patrioti l’aspettano, alla fine alla premier converrebbe addirittura entrare nei Popolari. E così la trasformazione nella neo Berlusconi sarebbe completa.

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Terrorizzati da Michela Murgia, anche se morta

Le polemiche sono iniziate ancora prima dell’inaugurazione del gigantesco murale di 100 mq che la Banksy italiana, Laika, ha realizzato sulla scrittrice Michela Murgia. È il progetto «Ricordatemi come vi pare» curato da Pietro Turano per Arcigay Roma: l’opera, autorizzata dal Municipio V di Roma e apparsa proprio sulla facciata del Municipio, è in corso di realizzazione dall’associazione grazie al sostegno di Einaudi, Mondadori e Rizzoli (case editrici dell’autrice). 

Michela Murgia da morta infastidisce fascisti, destrorsi e pro vita. Del resto le parole non muoiono, le idee neppure. Quelli dovranno farsene una ragione. Per l’associazione Pro vita “stanno abusando di beni e servizi pubblici per imporre con violenza all’intera collettività il pensiero ideologico un’autrice decisamente divisiva”. Il consigliere di Fratelli d’Italia Daniele Rinaldi l’ha presa alla lontana e ha sollevato dubbi sul rispetto della normativa relativa alla sicurezza sul lavoro. 

Ma ciò che vale leggere è la risposta dell’artista Laika. “Non mi faccio dare lezioni da una compagine politica che critica un murales e nel frattempo lavora per intitolare un aeroporto ad uno dei personaggi più controversi della storia del nostro paese”, ha detto l’artista riferendosi all’idea di intitolare l’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi, uomo che per anni ha pagato Cosa nostra. E a Pro Vita e famiglia, l’artista romana consiglia “di sorridere ogni tanto: siamo in democrazia (per ora) e nessuno vi impedirà di non abortire, di sposarvi e fare famiglia secondo il vostro credo. La stessa libertà deve valere per tuttə”. 

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I geni dei due estremi

In Italia esistono due tipi di simpatici analisti politici che anche questa mattina si alzano dal letto con qualche livido dopo le notizie che provengono dalla Francia.

I primi sono quelli che ultimamente vanno per la maggiore. Chiamano solitamente il fascismo in tutte le sue declinazioni (il post, il pre, il para, tutte le sue diverse evoluzioni) come “sovranismo” perché non hanno nemmeno il coraggio delle loro idee. Qualche settimana fa pregustavano il rovesciamento dell’Unione europea e ne sono usciti scornati. Marciavano a braccetto dichiarandosi amici per la pelle e ora a Strasburgo litigano per un tozzo di pane nel recinto dell’opposizione. Le facce di Le Pen e di Bardella in queste ore sono la fotografia della loro natura: lupi di fronte agli agnelli e poi talpe complottarde di fronte ai risultati elettorali. 

I secondi sono più godibili e anche più fastidiosi. Perdono voti ma si sentono cardine della politica  in memoria di una superiorità che si sono autoassegnati. Si fanno chiamare lib in tutte le sue forme (dem, mica dem, né di destra né di sinistra, poli che che esistono nei manifesti elettorali) e vedono antisemiti dappertutto, rivendicando una supremazia intellettuale che ha più profeti che elettori. Irridono l’antifascismo ma si alimentano dei suoi risultati, scrivono nella bio che odiano tutti gli -ismi ma adottano l’isteria come tecnica di propaganda e di gestione dei rapporti. Per loro Melenchon e Le Pen pari sono. Per loro ieri ha vinto Macron. “Se Macron riesce a formare un governo tagliando i due estremi ha fatto un capolavoro”, scrivono da ieri. Non conoscono la matematica, eppure sono tutti economisti, perfino gli uscieri. Odiano gli altri populisti perché vogliono essere gli unici. Ogni volta vanno a letto convinti di avere vinto tutte le elezioni dell’orbe terraqueo. Mitici. 

Buon lunedì. 

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Decreto flussi, un sistema che non funziona e produce irregolarità – Lettera43

Per far fronte alla mancanza di lavoratori si introducono migranti in Italia tramite i click day. Solo che poi il numero dei visti concessi è sempre maggiore a quello dei contratti attivati. E quindi molti extracomunitari finiscono per alimentare sommerso e criminalità. Poi non stupiamoci quando leggiamo di braccianti ridotti a schiavi e morti atrocemente.

Decreto flussi, un sistema che non funziona e produce irregolarità

La Direzione generale dell’immigrazione del ministero del Lavoro alle parti sociali ed economiche ha presentato i dati di sintesi del 2023 e del 2024 del Decreto flussi. Il piano triennale del governo Meloni prevede 452 posti spalmati in tre anni, fino al 2025. Regolarizzare gli ingressi nel nostro Paese per il governo è un gioco su un filo sottile. Da una parte bisogna calmierare la propaganda che gli stessi partiti di destra infiammano in prossimità delle competizioni elettorali; dall’altra parte bisogna accontentare gli amministratori e i presidenti di Regione (anche dei partiti di maggioranza, il leghista Luca Zaia in testa) che quotidianamente denunciano la mancanza di lavoratori.

LEGGI ANCHE Orban e le contraddizioni sui migranti: in Europa alza la voce ma l’Ungheria ne ha bisogno

Nell’incrocio tra domanda e offerta il procedimento si incaglia

Nel 2023 i posti disponibili erano 136 mila e le domande presentate ai click day sono state 609 mila, più del quadruplo. Lo stesso per il 2024: i posti sono 151 mila e le richieste 702 mila. Un quarto delle domande è inevaso. Dopo il fatidico clic della lotteria della cittadinanza arriva però la parte più difficile. Per completare i passaggi dovrebbe esserci la stipula del contratto di soggiorno da parte del datore di lavoro dopo l’arrivo in Italia del cittadino extracomunitario. Nel momento dell’incrocio tra domanda e offerta il sistema si incaglia. Del resto i datori di lavoro devono, secondo le regole, assumere gente che spesso non hanno mai visto, attivando i contratti a distanza. Una modalità senza senso che infila gli aspiranti lavoratori ai mestieri più basilari, calcolandoli semplicemente come forza cinetica a disposizione, senza nessuna possibilità di valutarne le competenze.

Decreto flussi, un sistema che non funziona e produce irregolarità
I numeri dell’approvazione del decreto flussi alla Camera nel 2023 (Imagoeconomica).

Alcuni settori rimangono esclusi, come trasporti e turismo

Il sistema si blocca. Per questo il numero dei visti non combacia mai con quello dei contratti attivati. Alcuni settori rimangono praticamente esclusi, come quello dei trasporti e del turismo. La Cgil spiega che chi entra con il decreto flussi e non trova il corrispondente contratto di lavoro va ad alimentare l’irregolarità lavorativa senza avere più la possibilità di uscire dalla spirale del sommerso per le leggi vigenti. Diventa di fatto un invisibile regolarmente importato a disposizione della criminalità e del lavoro nero. Spesso si ritrova ghettizzato (mica metaforicamente) per qualche lavoro da pochi spicci.

Chi entra nel nostro Paese ha un visto, ma non un contratto

Nicola Marongiu, coordinatore Contrattazione e Politiche del lavoro della Cgil nazionale, nota che «c’è stato uno stallo per le quote d’ingresso tra il 2011 e il 2021. In questi ultimi anni c’è stato un incremento delle quote, che sono triplicate, e, nonostante questi numeri, il meccanismo continua a non funzionare. C’è un’elevata richiesta di accesso ai flussi, poi gli incroci con le offerte di lavoro sono casuali e i contratti attivati una minoranza. Chi entra in Italia ha un visto, ma non un contratto e così questi lavoratori spariscono dal circuito legale».

Decreto flussi, un sistema che non funziona e produce irregolarità
Giorgia Meloni (Getty).

Un pensiero colonialista dell’Italia che “fa la spesa”

Sono finezze giuridiche? Per niente. Ogni volta che capita di leggere un’intervista ai datori di lavoro che lamentano scarsa professionalità nella forza lavoro a disposizione si dovrebbero tenere a mente quel mezzo milione di persone che nei prossimi tre anni entreranno in Italia senza avere la possibilità – per legge! – di accedere a un percorso di formazione. Dietro la filosofia del Decreto flussi così com’è pensato c’è il pensiero colonialista dell’Italia che ciclicamente “fa la spesa” in giro per il mondo di lavoratori che il resto del mondo dovrebbe avere formato per rispondere alle esigenze del mercato italiano. Un’utopia economica, oltre a una disdicevole visione della realtà.

La burocrazia li trasforma in schiavi da vendere al chilo

Ogni volta che capita di leggere di un bracciante massacrato dal lavoro illegale, anche senza bisogno di morti atroci per dissanguamento dopo avere perso il braccio, si dovrebbero tenere a mente quel mezzo milione di persone che arrivano in Italia per salvarsi ma non collimano con il lavoro salvifico che gli viene offerto. Questi per la burocrazia spariscono, però nella realtà sono schiavi da vendere al chilo. Al di là della propaganda, vale la pena tenere in piedi un sistema così?

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Il Bestiario della settimana – La frecciata di Geppi allo Strega: “Applaudite, siamo in diretta. Qui non si possono coprire i fischi”

Un applauso alla… Strega

All’annuale cerimonia per il Premio Strega la presentatrice della serata Geppi Cucciari si ripete. L’anno scorso aveva smascherato il ministro alla Cultura Sangiuliano, che stava in una giuria per giudicare libri che non aveva letto, quest’anno ha aperto la serata con la frase:  “Applaudite che siamo in diretta e non si possono coprire i fischi”, riferendosi al pessimo servizio mandato in onda dalla Rai (che si è giustificata spiegando che il video era stato realizzato da una produzione esterna) nel quale i fischi allo stesso ministro erano stati sostituiti con applausi. Fratelli d’Italia questa volta ha deciso di inviare al premio il presidente della commissione Cultura Federico Mollicone che si è distinto subito dicendo “facciamo un plauso alla Strega”. Chi è la Strega (al femminile)? I maligni sollevano ildubbio: ce l’aveva con Geppi?

Reato penale

In uno dei suoi innumerevoli messaggi senza contraddittorio e senza giornalisti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni annuncia di avere “reintrodotto il reato penale di somministrazione illecita di lavoro”. Solo che il “reato penale” non esiste. Il reato è sempre un illecito solo penale, non esiste quello civile o amministrativo. Ora aspettiamo la reintroduzione dell’acqua acquosa, del manzo bovino e del determinante articolo determinativo.

So’ ragazzi

Fermi tutti. Dice Meloni che le vere vittime dell’inchiesta di Fanpage sono i giovani del suo partito che sono stati ripresi mentre si esibiscono in ridanciane pose di fascisti contemporanei. Il perché non l’ha spiegato. Donzelli di Fratelli d’Italia aveva detto che erano stati “traditi”, dimenticando che la fedeltà negli illeciti è una pratica vietata dalla legge. L’avvocata Bernardini De Pace: “Difenderei i ragazzi di Gioventù Nazionale perché sono stati violati nell’onore e nella riservatezza”. Insuperabile Italo Bocchino che rivolto a Fanpage dice “andassero a fare le inchieste sulla camorra, non sui ragazzini di 15 anni”. Ora non resta che attendere l’istituzione di una nuova giornata della memoria per quei poveri ragazzi.

Basta poco a Vasco

Ha girato poco la notizia che durante il suo concerto a Bari Vasco Rossi abbia voluto vergare un veloce editoriale politico modificando la sua canzone “Basta poco”. “Basta poco per essere intolleranti… ditelo a Salvini. Basta poco, basta esser solo un po’ ignoranti… come Salvini”, ha cantato Vasco. Visto il silenzio lo facciamo noi: solidarietà al ministro. Va bene così?

Quelli della notte

L’ex premier britannico Rishi Sunak a Metro: “Vorrei regalare a Giorgia Meloni un assaggio della vita notturna dello Yorkshire”. Ora ha tutto il tempo che gli serve.

Guerra di classe

In Piemonte il neo-assessore Paolo Bongioanni  ha chiesto il dispiegamento dell’esercito per sparare ai cinghiali. Secondo l’assessore servirebbe a contenere la peste suina. Il secondo passo sarà il dispiegamento di un battaglione di ammaestratori di pulci.

Che Ciocca!

Angelo Ciocca, ex europarlamentare della Lega divenuto popolare per le sue intemperanze, è rimasto fuori dal nuovo Parlamento Ue per la scelta del generale Roberto Vannacci di farsi eleggere nella circoscrizione del Nord-Ovest. In campagna elettorale aveva fatto parlare di sé per un’improbabile canzone con improbabile balletto a suo sostegno e per alcuni video in cui mangiava “cibo italiano” contro “i grilli dell’Europa”. A pensarci bene quindi può tranquillamente continuare la sua attività politica.

Giornalisti e infiltrati

Quattro giornalisti sono stati palpeggiati da uno sconosciuto, che si è infiltrato a un punto stampa della segretaria del Pd Elly Schlein durante il Milano Pride. Mentre i cronisti erano impegnati a raccogliere delle dichiarazioni audio e video, l’uomo si è messo dietro di loro, toccandoli più volte nelle parti intime. Forse ci siamo fatti prendere un po’ la mano con le inchieste.

Pugno di ferro

Il Comune di Venezia aveva bandito i rumorosi galletti da un’aia alla periferia della città. Un tribunale veneto ha confermato la sentenza affermando che il canto dei galli era dannoso per la salute degli abitanti della periferia di Mestre. All’agricoltore è stato vietato di allevare galli, ma può allevare galline, non più di 50 alla volta. È il mito della sicurezza della destra.

Italia fuori dall’Europeo per mancanza di figli

Titolo del Secolo d’Italia: “Meno figli? Meno talenti. Ecco perché un’ltalia più feconda sarà calcisticamente più competitiva”. Secondo questo ragionamento la Cina dovrebbe essere fortissima, però.

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Mettere a tacere Travaglio & C: bufera sull’ergastolano Forti

Chico Forti, condannato per omicidio da un tribunale Usa, è stato accolto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’aeroporto di Pratica di Mare dopo la sua estradizione in Italia. I suoi 24 anni di condanna già espiati gli hanno fatto meritare un ritorno a casa degno di un capo di Stato.

La sua cella nel carcere di Montorio è stata frequentata da diversi parlamentari della maggioranza che per giorni ci hanno rassicurato sul fatto che stesse bene, dormisse bene, mangiasse bene. Come ricordava Massimo Giannini in un articolo del 31 maggio a Montorio, mentre Forti mangiava foie gras e giocava a Call of Duty, ci sono detenuti che crepano, nell’incuria e nella penuria: cinque suicidi in soli tre mesi.

Chico Forti è stato intervistato da Bruno Vespa e ha raccontato di essere stato accolto in carcere “come un re” e che il primo a volergli parlare è stato il comandante Schettino che gli ha detto “Chico sei il mio eroe”. “Mi hanno fatto un piatto di spaghetti all’amatriciana”, ha detto Foti a un sorridente Vespa.

Ora si viene sapere che nel carcere di Verona dove è stato trasferito Forti avrebbe avvicinato un altro detenuto esprimendo il suo fastidio per la prima pagine de Il fatto quotidiano contro di lui e gli avrebbe chiesto aiuto per “mettere a tacere Travaglio, Lucarelli e una terza persona”. In cambio avrebbe promesso loro aiuto, una volta tornato libero e “candidato”.

A riferirlo è il garante dei detenuti, a confermarlo è il detenuto avvicinato da Chico Forti. La Procura indaga, Meloni tace. Sarebbe curioso sapere chi ha promesso la libertà a Forti, essendo prerogativa solo del Presidente della Repubblica concedere la grazia. Ma in fondo Forti è già fin troppo libero.

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La favola del primato italiano: sul Pnrr i numeri raccontano altro

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ogni volta che ne ha l’occasione torna a sbandierare il presunto primato italiano nella realizzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). L’ultima volta è accaduto il 2 luglio, quando ha commentato sui social l’annuncio della Commissione Ue riguardo alla valutazione preliminare positiva per l’erogazione della quinta rata del Pnrr. “L’Italia è il primo Paese in tutta l’Unione per obiettivi raggiunti e avanzamento finanziario del Pnrr”, ha dichiarato la leader di Fratelli d’Italia.

“Siamo lo Stato membro che finora ha ricevuto l’importo maggiore”, ha aggiunto, sostenendo che l’Italia ha ottenuto 113,5 miliardi di euro, il 58,4% del totale del nostro Pnrr. Ma questa affermazione, come sottolineato da Pagella Politica, non rispecchia la realtà dei fatti. I numeri, infatti, raccontano un’altra storia. Il Pnrr italiano, nel piano originario approvato nel 2021 dal governo Draghi, contava su 191,5 miliardi di euro, cifra poi aumentata a 194,4 miliardi con l’aggiunta delle risorse del REPowerEU, un programma volto a finanziare progetti energetici per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi.

L’erogazione dei fondi del Pnrr italiano – così come di quelli degli altri Paesi – è legata a 617 traguardi e obiettivi da raggiungere in cambio di dieci rate di finanziamenti. Secondo i dati della Commissione, finora l’Italia ha raggiunto 178 dei 617 traguardi e obiettivi, pari al 29% del totale. Questa percentuale, però, non tiene conto dei 54 traguardi e obiettivi raggiunti con la quinta rata, la cui valutazione preliminare positiva è stata data il 2 luglio. Se assumiamo il raggiungimento di questi traguardi, la percentuale sale al 37%: 232 traguardi e obiettivi raggiunti sui 617 concordati. Ma come si posiziona l’Italia rispetto agli altri Paesi europei? È qui che il castello di carte delle dichiarazioni di Meloni crolla.

Pnrr, il confronto

La Francia ha raggiunto il 73% dei traguardi e obiettivi concordati, la Danimarca il 46%, il Lussemburgo il 43% e Malta il 39%. Quindi, ben quattro Paesi sono davanti all’Italia in termini percentuali di attuazione del Pnrr. Anche confrontando il numero di rate ricevute, l’Italia non può vantare un primato assoluto. Finora ha ricevuto quattro rate, a cui si aggiungerà presto la quinta, se tutto andrà come previsto. Questo significa che siamo al 50% del totale delle rate concordate. La Francia ha ricevuto tre rate su cinque, raggiungendo il 60%. Meloni ha affermato che l’Italia è il Paese che ha ricevuto l’importo maggiore del Pnrr.

Anche qui, i numeri raccontano una storia diversa. L’Italia ha ottenuto finora 102,5 miliardi di euro. Ai 113,5 miliardi dichiarati da Meloni si arriva considerando come già fatta l’erogazione degli 11 miliardi della quinta rata. Anche ammettendo questa somma, la percentuale di fondi ricevuti dall’Italia sul totale del Pnrr è del 58,4%. Ma la Francia ha ricevuto il 76,6% del suo piano, e la Danimarca il 59,3%, superando quindi l’Italia. Non è la prima volta che la presidente del Consiglio racconta questa favola, e non sarà l’ultima. Ogni volta che Meloni rivendica un primato inesistente, bisogna basarsi sui fatti e sui numeri. La realtà è che l’Italia non è prima in Ue per la realizzazione del Pnrr.

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Migranti, non solo dal mare: uccisi pure da milizie e governi nell’inferno terrestre verso l’Europa

Attraversano deserti e mari e a ogni passo sfidano la morte. Sono i migranti e i rifugiati che percorrono le rotte dall’Africa verso l’Europa, vittime di violenze inaudite e sfruttamento. In politica sono il piatto forte della propaganda dei sovranisti. In terra sono un girone dantesco che striscia ai bordi dell’Europa.

Migranti, le rotte della disperazione: dall’Africa all’Europa

L’ultimo rapporto dell’UNHCR, realizzato insieme all’OIM e al Mixed Migration Centre, getta luce su una realtà agghiacciante che si consuma quotidianamente lungo le rotte migratorie terrestri e marittime. Il titolo stesso è un pugno nello stomaco: “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori”.

I numeri parlano chiaro: le persone che attraversano il deserto del Sahara sono più di quelle che si imbarcano sul Mediterraneo. Le vittime si stima siano il doppio di quelle che si consumano in mare. Il rapporto, che copre un periodo di raccolta dati di tre anni, segnala un aumento del numero di persone che tentano queste pericolose traversate terrestri e dei rischi di protezione che corrono.

Chi sono? Guardando le prime 10 nazionalità di chi è arrivato in Italia via mare tra il 2018 e il 2022, emergono dati significativi. Siriani, maliani e sudanesi hanno altissime percentuali di riconoscimento dello status di rifugiato: rispettivamente il 95,23%, il 60,32% e l’83,25%. Persone che fuggono da situazioni drammatiche, con il diritto alla protezione internazionale. Eppure vengono trattati come criminali, respinti e abbandonati. 

L’inferno in terra: abusi e sfruttamento dei migranti

Il rapporto dell’UNHCR fotografa una situazione in peggioramento. Il deterioramento delle condizioni nei paesi di origine e in quelli di accoglienza spinge sempre più persone a intraprendere questi viaggi della disperazione. Nuovi conflitti divampano nel Sahel e in Sudan, l’impatto devastante dei cambiamenti climatici e delle catastrofi aggrava emergenze nuove e protratte nell’Est e nel Corno d’Africa. A tutto questo si aggiungono manifestazioni di razzismo e xenofobia che colpiscono rifugiati e migranti.

L’orrore più grande accade prima di rischiare nell’ultimo tratto, quello per mare. Il rapporto rileva che in alcune parti del continente, i rifugiati e i migranti attraversano sempre più spesso aree in cui operano gruppi di insorti, milizie e altri attori criminali. Qui sono diffusi il traffico di esseri umani, i rapimenti a scopo di riscatto, il lavoro forzato e lo sfruttamento sessuale. Alcune rotte di contrabbando si stanno spostando verso aree più remote per evitare zone di conflitto attivo o controlli alle frontiere, sottoponendo le persone in movimento a rischi ancora maggiori.

L’elenco degli abusi denunciati da rifugiati e migranti è agghiacciante: tortura, violenza fisica, detenzione arbitraria, morte, rapimento a scopo di riscatto, violenza sessuale e sfruttamento, riduzione in schiavitù, traffico di esseri umani, lavoro forzato, espianto di organi, rapina, espulsioni collettive e respingimenti. La Libia si conferma l’epicentro di questo inferno in terra, seguita dal deserto del Sahara, Mali, Niger e Sudan.

Complicità e inazione: i colpevoli oltre i criminali

I colpevoli? Il rapporto punta il dito non solo contro i criminali ma anche contro chi dovrebbe garantire sicurezza e protezione. Le bande criminali e i gruppi armati sono indicati come i principali responsabili di questi abusi, ma non mancano forze di sicurezza, polizia, militari, ufficiali dell’immigrazione e guardie di frontiera. Nella sezione orientale della rotta, i militari e la polizia sono stati percepiti come i principali responsabili delle violazioni dei diritti umani dal 48% degli intervistati, contro il 20% e il 21% riportati rispettivamente nelle sezioni settentrionale e occidentale.

Nonostante gli impegni assunti dalla comunità internazionale per salvare vite umane e affrontare le vulnerabilità, in conformità con il diritto internazionale, le tre organizzazioni avvertono che l’attuale azione internazionale è inadeguata. Lungo la rotta del Mediterraneo centrale si registrano enormi lacune in termini di protezione e assistenza, che spingono rifugiati e migranti a proseguire in viaggi pericolosi.

Il sostegno specifico e l’accesso alla giustizia per i sopravvissuti a varie forme di abuso sono raramente disponibili lungo le rotte. Il sostegno è ostacolato anche da finanziamenti inadeguati e restrizioni all’accesso umanitario, anche in luoghi chiave come i centri di detenzione informale e le strutture di accoglienza.

UNHCR, OIM e partner umanitari fanno il possibile per colmare le lacune, potenziando i servizi di protezione e assistenza salvavita, i meccanismi di identificazione e di indirizzo lungo le rotte. Ma è come svuotare il mare con un secchiello, spiegano. La prossime Ue guidata ancora da von der Leyen non lascia presagire nulla di buono. Servono risposte concrete, immediate, su larga scala. Sempre le stesse: corridoi umanitari, vie legali e sicure per chiedere asilo. Perché come recita il titolo del rapporto, in questo viaggio a qualcuno deve importare se vivi o muori. A noi.

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Il Regno Unito volta pagina. Vittoria per i Laburisti. Starmer sarà il nuovo premier

l Regno Unito volta pagina dopo 14 anni di governo conservatore. Le elezioni generali tenutesi ieri hanno segnato una netta vittoria del Partito Laburista guidato da Keir Starmer, che si appresta a diventare il nuovo Primo Ministro. Secondo i primi exit pool, i laburisti hanno conquistato 410 seggi alla Camera dei Comuni, ben oltre la soglia della maggioranza assoluta fissata a 326. Un trionfo che segna la fine dell’era Tory iniziata nel 2010 e proseguita attraverso tre diverse elezioni. Per i conservatori si profila invece una disfatta storica, con appena 131 seggi ottenuti, il peggior risultato della storia. Terza forza tornano a essere i Lib-dem con 51 seggi, seguiti dalla destra di Reform Uk (13) e dallo Scottish National Party (10).

Il Partito laborista ha vinto le elezioni in Regno Unito

La giornata elettorale si è svolta in un clima di grande attesa, con i seggi aperti dalle 7 alle 22 nelle quattro nazioni del Regno Unito. Ne viene fuori la volontà di cambiamento degli elettori britannici dopo anni difficili segnati dalla Brexit, dalla pandemia e dalla crisi economica.

Keir Starmer, 61enne ex procuratore della Corona, ha incentrato la sua campagna elettorale sulla parola d’ordine del “cambiamento”, promettendo di voltare pagina rispetto all’era conservatrice. Pur ribadendo che non rimetterà in discussione la Brexit, Starmer ha puntato su temi come il rilancio del servizio sanitario nazionale, la lotta al caro vita e nuovi investimenti nei servizi pubblici.

Sunak ha pagato lo scotto di anni turbolenti per i Tories

Dal canto suo, il premier uscente Rishi Sunak ha pagato lo scotto di anni turbolenti per i Tories, segnati da scandali e una girandola di leader. Il suo tentativo di giocare d’anticipo convocando le elezioni a luglio, nella speranza di capitalizzare qualche timido segnale positivo sull’economia, si è rivelato un azzardo fallimentare. A penalizzare ulteriormente i conservatori è stata anche la concorrenza a destra del nuovo partito Reform UK guidato da Nigel Farage, che ha eroso voti preziosi in numerosi collegi. Il sistema elettorale maggioritario britannico ha così amplificato la sconfitta Tory, premiando invece la rimonta laburista. “Basta con il caos di 14 anni di governo tory, è ora di voltare pagina e cambiare il Paese”, è stato il mantra di Starmer durante la campagna elettorale e anche nel suo ultimo appello prima del voto. Nel quale ha chiesto ai britannici un sostegno proprio per un vero cambiamento: “Il cambiamento può avvenire solo se lo votate”. “Saremo un governo per tutti i britannici, non solo per pochi. Ricostruiremo i servizi pubblici, rilanceremo l’economia e restituiremo fiducia nelle istituzioni”, è il suo messaggio degli ultimi giorni.

Per il Regno Unito si apre un nuovo capitolo anche sul fronte internazionale, a partire dai rapporti con la presidente della Commissione Ue – che va verso una conferma alla guida dell’esecutivo comunitario proprio nei prossimi giorni con il voto dell’Europarlamento – Ursula von der Leyen. Pur ribadendo che il Regno Unito non rientrerà nell’Unione, Starmer ha promesso di lavorare per relazioni più strette con Bruxelles, in particolare sul piano commerciale. La sconfitta conservatrice apre ora scenari inediti per il partito che ha governato il Paese negli ultimi 14 anni. Rishi Sunak è già pronto alle sue dimissioni da leader, aprendo la strada a una nuova corsa per la leadership Tory. Tra i nomi che circolano per la successione ci sono quelli di Penny Mordaunt e Kemi Badenoch.Per i laburisti si tratta invece di un ritorno al governo dopo quasi 15 anni. L’ultima volta che il partito guidò il Paese fu con Gordon Brown, successore di Tony Blair, sconfitto nel 2010 da David Cameron. Ora Starmer avrà il compito di traghettare il Regno Unito fuori da anni difficili, tra le conseguenze della Brexit e le sfide economiche.

Tra le prime sfide che attendono il nuovo premier c’è sicuramente il rilancio del servizio sanitario nazionale, messo a dura prova dalla pandemia, e nuove misure per contrastare l’aumento del costo della vita che ha colpito duramente molte famiglie britanniche. Sul fronte internazionale, Starmer dovrà ridefinire le relazioni con l’Unione Europea nel quadro post-Brexit e rilanciare il ruolo globale del Regno Unito.

Keir Starmer esulta: “Il mandato comporta grandi responsabilità”

“Ce l’abbiamo fatta! Il cambiamento inizia ora. Il partito laburista è cambiato, è pronto a servire il nostro paese, pronto a riportare la Gran Bretagna al servizio dei lavoratori. Il mandato comporta grandi responsabilità. Dobbiamo riportare la politica al servizio del pubblico. Questa è la grande prova della politica in quest’epoca: la lotta per la fiducia è la battaglia che definisce la nostra epoca. Prima il Paese, poi il partito è un principio guida” ha detto il leader laburista Keir Starmer nel discorso per commentare l’esito del voto in Gran Bretagna.

“Il nostro compito non è altro che rinnovare le idee che tengono insieme il nostro Paese, un rinnovamento nazionale”, ha detto in un discorso pronunciato mentre il suo partito si assicurava la maggioranza assoluta nel nuovo Parlamento. “Non posso promettervi che sarà facile”, ha aggiunto Starmer.

In Parlamento irrompe anche Nigel Farage

In Parlamento irrompe anche Nigel Farage, presidente onorario della formazione populista Reform U, eletto per la prima volta come parlamentare nel Regno Unito.

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Se i diritti sono per censo diventano privilegi

Lunedì la figlia del presidente del Camerun, Brenda Biya, ha pubblicato una foto sul suo profilo Instagram in cui bacia la modella brasiliana Layyons Valença, con la didascalia: “PS: sono pazza di te e voglio che il mondo lo sappia”. Il post non esplicita il suo orientamento sessuale ma Biya ha poi ripubblicato nelle sue storie di Instagram diversi articoli che descrivono la foto come un coming out. C’è un piccolo particolare: in Camerun l’omosessualità è illegale dal 1972 e dal 2016 una legge prevede fino a 5 anni di carcere.

La figlia del presidente del Camerun, Brenda Biya, ha pubblicato una foto in cui bacia la modella brasiliana Layyons Valença

Il padre di Biya, Paul, è presidente del Camerun dal 1982. Il gesto di Brenda Biya è stato ovviamente accolto come un segnale incoraggiante dalla comunità Lgbtq camerunense. “Sta diventando una voce per il cambiamento sociale in un paese dove i tabù sono profondamente radicati”, ha detto alla stampa l’attivista transgender camerunese Shakiro che è stato condannato sulla base della legge del 2016: nel 2021 fu condannata a cinque anni di carcere per “tentata omosessualità” e dal 2023 vive in Belgio, dove ha chiesto asilo.

Il gesto di Brenda, però, ha sollevato anche alcune riflessioni sulle sproporzionate possibilità di ricchi e poveri: per alcuni è evidente che la ragazza abbia potuto fare coming out sui social perché vive in Svizzera e ha maggiori opportunità di difendersi contro la legge anti-Lgbt nel caso in cui venisse perseguita, grazie alla sua alta posizione nella classe sociale e alla sua maggiore istruzione. È esattamente così. I diritti non sono un simbolo da sventolare. Sono diritti solo se accessibili a tutti. Altrimenti si chiamano privilegi, anche se profumano di quel progressismo che funziona sui social.

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