Vai al contenuto

Gli Usa prevedono un attacco dell’Iran su Israele

Secondo Bloomberg gli Stati Uniti prevedono un attacco missilistico su Israele da parte del’Iran. Tra gli obiettivi ci sarebbero siti militari e governativi del governo di Benjamin Netanyahu. Il potenziale attacco, probabilmente con missili ad alta precisione, potrebbe avvenire nei prossimi giorni. Il greggio Brent, punto di riferimento globale, è salito di oltre l’1% attestandosi sopra i 90 dollari al barile in seguito alla diffusione della notizia. Il petrolio è già cresciuto del 16% quest’anno, sostenuto dal premio per il rischio di guerra dall’inizio del conflitto in Medio Oriente.

L’Iran ha ufficialmente minacciato di colpire Israele nei giorni scorsi come risposta all’attacco della scorsa settimana a un complesso diplomatico nella capitale siriana di Damasco che ha ucciso alti ufficiali militari iraniani. Israele non ha riconosciuto esplicitamente la propria responsabilità dietro quell’attacco, sebbene abbia tradizionalmente seguito una politica di ambiguità sulle operazioni in Siria, Libano e altrove.

Secondo Bloomberg l’attacco degli Hezbollah potrebbe accadere nei prossimi giorni puntando obiettivi militari e governativi

Agli alleati occidentali di Israele è stato detto che il governo israeliano e le strutture militari potrebbero essere prese di mira, ma non si prevedono attacchi deliberati alle strutture civili. ,Alcuni funzionari statunitensi starebbero aiutando Israele nella pianificazione e nella condivisione delle valutazioni dell’intelligence. Netanyahu ha detto agli alleati che sta aspettando che questo attacco abbia luogo prima di lanciare un’altra offensiva di terra contro Hamas a Rafah, nella Striscia di Gaza, anche se non è chiaro quando questa operazione potrà iniziare.

Intanto i  capi di Hezbollah puntualizzano che un eventuale cessate il fuoco è legato alla situazione nella Striscia. Ieri un raid dell’aviazione ha ucciso tre figli del leader di Hamas Ismail Haniyeh. “Quello che il nemico non è riuscito a ottenere con la distruzione, non lo avrà con le trattive”, ha commentato al canale Al Jazeera dopo aver ricevuto la notizia. 

Ieri il presidente Usa Joe Biden ha ancora accusato Netanyahu di non fare abbastanza per l’arrivo di aiuti umanitari chiedendo a Israele di aprire un altro punto di accesso nel nord di Gaza. Ma ha anche riaffermato “l’impegno ferreo degli Usa per la sicurezza di Israele contro le minacce di Teheran e alleati”. 

L’articolo Gli Usa prevedono un attacco dell’Iran su Israele sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

“La magistratura accerterà i fatti”, dicono

“La magistratura accerterà i fatti”. La frase è lì, bella piegata, pronta ogni volta che qualcuno muore sul lavoro. E ogni volta è spesso, spessissimo, tre morti al giorno come un tassametro che scende in un’auto parcheggiata sotto casa. Solo che qui scendono i morti, mica i soldi. 

La strage alla diga di Suviana – perché di strage si tratta quando i morti sono così tanti, così annunciati, così morti nella letargia di chi non interviene per evitarli – ripete la solita liturgia per le grandi occasioni, quando i morti vengono scaraventati da un treno in corsa, quando sono troppi o quando muoiono in un palazzo rovesciato sott’acqua. 

“La magistratura accerterà i fatti”, ci dicono, sperando che basti. Ma una magistratura che accerta le vittime di regole che già sappiamo essere mortali è una magra consolazione perché le eventuali condanne ogni volta scivolano nell’indifferenza della politica che si ripromette di cambiarle senza farlo mai. Al di là dello scempio di vite umane la strage di Suviana ci restituisce per l’ennesima volta una grande azienda incapace di dirci chi siano le persone che stanno sui loro cantieri, persa tra una filiera di appalti e di subappalti che a ogni stadio si impoverisce nel salario, nei diritti, nelle tutele. 

“Il costante stillicidio di operai morti nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi sono l’esatta fotografia di un modello di sviluppo e di impresa che ha assunto il profitto come variabile indipendente e la svalutazione dei fattori di produzione come leva di competizione per tenere bassi i prezzi e massimizzare i guadagni”, ha detto ieri il segretario generale della Fillea Cgil Alessandro Genovesi. Non c’è niente da aggiungere. 

Buon giovedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

Intelligenza Artificiale. In mano a Meloni via Belloni

A proposito di intelligenza artificiale Italiana per il periodo 2024-2026 i 13 esperti selezionati dal Governo, con il coordinamento dell’AGID, hanno prodotto un nuovo documento, anticipato in una sintesi, che in 10 punti qualifica le aree di attenzione e le azioni da intraprendere a supporto di ricerca scientifica, pubblica amministrazione, imprese, formazione e infrastrutture, oltre a disposizioni per attuazione, coordinamento e monitoraggio della strategia stessa.

I ben informati dicono che sia già pronto il nome per guidare la delicata Fondazione per l’intelligenza artificiale. Si tratterebbe di Elisabetta Belloni 

Leggendolo con attenzione si scopre che è pronto per istituire una “Fondazione per l’IA” in capo alla presidenza del Consiglio dei ministri, “con la responsabilità del coordinamento delle azioni strategiche”, scrivono nel documento. A nulla sono servite le osservazioni di chi criticava un’agenzia direttamente controllata dal governo che creerebbe le condizioni di non poter controllare i controllori. A nulla è valsa anche la segnalazione dell’Authority per la Privacy, inviata a Palazzo Chigi dal presidente Pasquale Stanzione il mese scorso, in cui si sottolineava che l’autorità di vigilanza debba essere indipendente da Palazzo Chigi e imparziale. 

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alessio Butti tira dritto per la sua strada e i ben informati dicono che sia già pronto il nome per guidare la delicata Fondazione. Si tratterebbe di Elisabetta Belloni, ormai diventata una fedelissima di Giorgia Meloni, direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza nonché coordinatrice di tutta l’attività diplomatica che si svolge intorno al G7 di cui l’Italia ha la presidenza quest’anno e che culmina nell’evento politico del 14 e 15 giugno, in Puglia. Rimane tutto nelle stanze di Palazzo Chigi. Non vi sentite garantiti?

L’articolo Intelligenza Artificiale. In mano a Meloni via Belloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Strade e ferrovie, nessuno sa quanti soldi ci siano davvero per Sicilia e Calabria

Ma quanto soldi ci sono davvero per potenziare strade e ferrovie in Sicilia e in Calabria? Difficile saperlo se è vero che il ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini è il primo a citare con leggerezza numeri che poi lui stesso smentisce. Nella foga di spingere la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina il leader leghista imbastisce una narrazione di potenziamento delle infrastrutture tra Palermo e Reggio Calabria ogni volta con numeri diversi. Il 25 marzo su Rai 1 il ministro ha parlato di “30 miliardi per la Sicilia e altrettanti per la Calabria”. Dovrebbe fare 60, se non fosse che ad agosto i miliardi su tavolo erano 75 poi diventati “30 più 35” e quindi 65. A confondere ancora di più le acque l’anno scorso è arrivato l’amministratore delegato del Gruppo Ferrovie dello Stato (FS) Luigi Ferraris che aveva rilanciato addirittura a “80-90 miliardi” di investimenti in Calabria e Sicilia nei prossimi anni. 

Salvini ha parlato di 60 miliardi, poi di 75, poi 65. Per Le Ferrovie dello Stato erano addirittura “80-90 miliardi”

Incalzato da Pagella politica il ministero guidato dal leghista ha inviato un piano industriale 2022-2031 di Anas che comprende un investimento complessivo in Calabria di 15,6 miliardi di euro, di cui circa 1,3 miliardi dedicati alla manutenzione delle infrastrutture presenti e 14,3 miliardi alla realizzazione di nuove opere sul territorio calabrese. Per quanto riguarda il piano industriale di RFI nella regione, tra i documenti inviati dal ministero a Pagella Politica c’è una grafica intitolata “gli investimenti ferroviari in Calabria” che prevede ben 36 miliardi di investimenti nella regione fino al 2031, di cui oltre 16 miliardi già “finanziati”. Totale per la Calabria, tenetevi forte, 50 miliardi di euro. In Sicilia Anas prevede di stanziare quasi 17 miliardi di euro tra manutenzioni e nuovi progetti nello stesso periodo e le ferrovie prevedono 22,1 miliardi di euro di investimenti, dei quali 17,6 miliardi sono già stati “finanziati”. Totale, 39 miliardi. Somma delle due regioni: quasi 90 miliardi di euro, perfino di più delle sparate di Salvini. 

Solo che i conti a quelli di Pagella politica non tornano. A maggio 2022 gli investimenti in infrastrutture previsti per Calabria e Sicilia erano pari a circa 35 miliardi di euro, una cifra di gran lunga inferiore rispetto a quella diffusa da Salvini e dallo stesso Gruppo FS in seguito. Quindi chiedono ancora. Nuova risposta dal Mit: “gli investimenti a oggi previsti dal Gruppo FS per le infrastrutture e la mobilità in Calabria sono pari a 13,4 miliardi di euro in arco decennale, quelli previsti in Sicilia sono pari a 22 miliardi di euro guardando all’intero valore dei progetti”. Ma come? E qui 90 miliardi annunciati da Ferraris? “Quella cifra – spiegano da Ferrovie dello Stato a Pagella politica – è riferita agli investimenti previsti dal piano industriale decennale di FS per le regioni del Sud Italia, non solo per Calabria e Sicilia”. Un capolavoro. 

Il Ministero poi chiarisce: “Sono 35,4 miliardi per Sicilia e Calabria”. E gli altri?

Sorge quindi un dubbio: com’è possibile analizzare l’effettiva utilità e il reale riscontro degli investimenti pubblici se non è possibile nemmeno conoscerne la cifra Su quali basi il ministro Salvini ha valutato i costi e i benefici delle opere se nel suo ministero non c’è contezza dei costi programmati nei prossimi anni? Forse c’entra qualcosa la pessima abitudine tutta italiana di affidare le analisi costi-benefici ai soggetti attuatori delle opere e non soggetti terzi. E anche in quel caso, come avvenuto per il Ponte sullo Stretto di Messina, i numeri indicano l’insostenibilità economica. Altrimenti è solo un rimestare propaganda. 

 

Leggi anche: Spa delle autostrade. Mancava un altro carrozzone. Il governo mette in piedi una nuova società. Ma le attuali concessioni restano in piedi

L’articolo Strade e ferrovie, nessuno sa quanti soldi ci siano davvero per Sicilia e Calabria sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Israele prepara l’attacco su Rafah. Biden: “Un errore”

Un “cessate il fuoco” per inviare gli aiuti umanitari “senza scuse”. Il presidente Usa Joe Biden torna a criticare duramente le mosse del premier israeliano Netanyahu ormai pronto ad attaccare Rafah. Il presidente Usa ha descritto l’approccio del primo ministro israeliano  al conflitto come un “errore” e chiesto la fine dei combattimenti. “Penso che quello che sta facendo sia un errore. Non sono d’accordo con il suo approccio”, ha detto Biden a Univision, in un’intervista registrata pochi giorni dopo gli attacchi militari israeliani agli operatori umanitari della World Central Kitchen.

“Non sono d’accordo con l’approccio di Netanyahu”, dice il presidente Usa preoccupato per l’annunciata operazione israeliana a Rafah

Biden ha chiesto a Israele di accettare un cessate il fuoco e che “non ci sono scuse” per non inviare aiuti umanitari. “Quello che chiedo è che gli israeliani chiedano semplicemente un cessate il fuoco, consentendo per le prossime sei, otto settimane che tutto il cibo e le medicine entrino nel Paese. Ho parlato con tutti, dai sauditi ai giordani agli egiziani. Sono pronti a entrare. Sono pronti a trasferire questo cibo. E penso che non ci siano scuse per non provvedere alle esigenze mediche e alimentari di quelle persone. Dovrebbe essere fatto adesso”, ha detto Biden nell’intervista.

Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha precisato che Israele non ha condiviso con gli Stati Uniti la data per l’operazione a Rafah, nell’estremo sud di Gaza dove si sono rifugiati oltre un milione e mezzo di civili in fuga. Blinken ha sottolineato che la situazione continua a sollevare preoccupazioni a Washington. Ieri Netanyahu ha annunciato che una data per l’invasione di Rafah è stata fissata, senza specificare quando. La comunità internazionale, in primis l’amministrazione Biden, ha più volte espresso la sua opposizione all’annunciata operazione israeliana a Rafah, che rischia di essere l’ennesimo bagno di sangue per i civili palestinesi.

L’articolo Israele prepara l’attacco su Rafah. Biden: “Un errore” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Per il Wall Street Journal i droni Usa dati a Kiev non servono

Avrebbero dovuto essere importanti per la difesa dell’Ucraina e invece i droni forniti alle forze armate ucraine da diverse startup statunitensi per essere testati prima di essere usati su larga scala si sono dimostrati troppo costosi, proni a malfunzionamenti e difficili da riparare. Lo scrive il quotidiano “Wall Street Journal”, secondo cui le forze ucraine hanno dovuto ripiegare su vasti quantitativi di droni commerciali a basso costo provenienti dalla Cina, Paese accusato di sostenere la macchina bellica russa. 

“La generica reputazione che ogni classe di drone statunitense si è fatta in Ucraina è che non funzionano bene quanto altri sistemi”, ha ammesso in una intervista al quotidiano Adam Bry, amministratore delegato di Skydio, una delle startup statunitensi che hanno fornito i loro droni all’Ucraina. Bry ha riconosciuto che i droni sviluppati dalla sua stessa azienda “non si sono rivelati una piattaforma di gran successo in prima linea”. Il deludente esordio dell’industria dei droni statunitense sul campo di battaglia ucraino è una cattiva notizia per il Pentagono, scrive il “Wall Street Journal”, ricordando che sulle startup statunitensi del settore sono stati riversati sin dall’inizio del conflitto ingenti capitali finanziari, nella speranza che i nuovi sistemi potessero dare buona prova delle loro capacita’ e ottenere un contratto di fornitura al governo federale Usa.

I droni forniti da alcune startup Usa sono inefficaci. A Kiev non rimane che bussare alla porta della Cina

Messi alla prova dall’esercito di Kiev i droni statunitensi si sono dimostrati troppo costosi e fragili, oltre che particolarmente vulnerabili ai sistemi di disturbo elettronico impiegati dalle forze armate russe. Spesso, inoltre, i droni forniti dalle aziende statunitensi avrebbero esibito autonomia e capacità di carico utile inferiori a quelli comunicati dai produttori. Il problema principale comunque, secondo fonti del settore citate dal quotidiano, sarebbe l’iniziale sottovalutazione delle capacità di disturbo elettronico della Russia. 

La guerra dei droni pone sfide uniche: la rapidissima evoluzione tecnologica del settore comporta la rapida obsolescenza dei sistemi, che devono essere poco costosi a dispetto dei costi necessari all’aggiornamento e all’evoluzione continua delle loro capacità. Il risultato, almeno per il momento, è che i più semplici e meno costosi droni cinesi, originariamente concepiti per l’impiego commerciale, sono più adatti alle esigenze delle forze ucraine, che ne hanno acquistati a decine di migliaia da aziende come Sz Dji Technologies. Così alla fine all’esercito di Kiev non è rimasto che bussare alla porta dell’amico del suo nemico. 

L’articolo Per il Wall Street Journal i droni Usa dati a Kiev non servono sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Diga Suviana, continuano le ricerche dei dispersi

Sono continuate tutta la notte le ricerche dopo l’esplosione alla diga di Suviana sull’Appennino tosco-emiliano. Tre morti accertati (Tanase Pavel Petronel residente a Torino, 45 anni; Mario Pisani nato a Taranto, 73 anni; Vincenzo Franchina nato a Messina, 35 anni), cinque feriti gravi, tre illesi e quattro dispersi, ma le speranze di trovarli ancora in vita sono praticamente inesistenti.

Il bilancio del disastro di Suviana è di 3 morti, cinque feriti gravi, tre illesi e quattro dispersi (con poche speranze di ritrovarli vivi)

I soccorsi sono resi difficili dalle macerie che si sono accumulate in fondo al lago di Suviana. Le vittime dell’incendio si trovano tra l’ottavo e il nono piano sotto il livello dell’acqua, una sorta di palazzo rovesciato che si è rivelato una trappola. Secondo le prime ricostruzioni dei Vigili del fuoco, le turbine di questa centrale idroelettrica, che produce l’energia spostando l’acqua tra un lago a monte e uno a valle, erano state da poco sostituite.

Le turbine della centrale erano state da poco sostituite e una di queste potrebbe essere esplosa

L’ipotesi è che durante una di queste prove, un generatore di corrente sia esploso. La girante (una specie di grossa elica) e l’albero dell’apparecchio hanno sfondato una parete di cemento, facendo entrare l’acqua dal bacino mentre il combustibile innescato dallo scoppio ha scatenato le fiamme verso l’alto. Una seconda versione dei fatti, riferita dal prefetto di Bologna, Attilio Visconti, parla invece di un’esplosione di una delle nuove turbine. L’incendio avrebbe coinvolto l’ottavo piano sottoterra dove un tubo di raffreddamento avrebbe riversato acqua nell’edificio.

Il cantiere è stato aperto da Enel Green Power Italia Srl per la revisione della valvola rotativa del gruppo 2. L’importo è di circa 2,25 milioni. Lo si legge sul foglio dei lavori all’ingresso della centrale. L’impresa esecutrice è Voith Hydro Srl, a cui si aggiungono come imprese selezionate Voith Hydro Srl, Meca Scarl, Siemens Energy Srl, Engineering automation srl, Tovoli Primo srl, Tcm srl, Impel System srl, Altameccanica srl, Enel Green Power Spa.

Il copione è sempre lo stesso: appalti e subappalti per risparmiare sui costi. Ferrovieri, elettricisti, edili: cambiano i ruoli ma il copione sembra tremendamente sempre lo stesso

La Cgil locale sottolinea l’ennesima strage sul lavoro. “Seguiamo con apprensione l’evoluzione delle ricerche e dell’evacuazione dello stabilimento e ci auguriamo non ci siano altre vittime oltre a quelle già annunciate” si legge su Colletiva, la testata online del sindacato. “Questa ennesima strage sul lavoro ci rende ancora più determinati a proseguire la lotta a oltranza, fino a quando non ci sarà un cambiamento netto e radicale delle condizioni in cui oggi si lavora”.

Il copione, dai primi dati, è sempre lo stesso: grandi aziende che per risparmiare si affidano ai subappalti per esternalizzare costi e responsabilità. A Brandizzo lo scorso settembre erano manutentori della ferrovia che lavoravano senza bloccare la circolazione dei treni. Cinque operai sono stati falciati. La giungla degli appalti e dei subappalti (iniziata con la riforma Treu e poi consolidata dal Jobs acta renziano) è stata accelerata dalla modifica al codice degli appalti del ministro Salvini nell’edilizia. Ferrovieri, elettricisti, edili: cambiano i ruoli ma il copione sembra tremendamente sempre lo stesso. 

Oggi vertice in prefettura con i ministri Piantedosi, Calderone e il governatore Bonaccini

Oggi a Suviana arriverà la ministra del Lavoro Marina Calderone e il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà invece in Prefettura dove parteciperà a un vertice per comprendere le dinamiche dell’incidente. I lavori che avevano determinato la chiusura della diga erano appena conclusi e da poco si stavano eseguendo i test di pompaggio, prima dell’effettiva messa in opera delle pompe.

L’articolo Diga Suviana, continuano le ricerche dei dispersi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

C’è un bel clima a Strasburgo

È una sentenza storica anche se piccola quella che arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la Svizzera. I giudici di Strasburgo hanno pronunciato la prima sentenza che sancisce che l’azione contro il cambiamento climatico sia un diritto. La causa è stata intentata da “Anziane per il clima”, un’associazione che conta più di 2mila associate, alcune delle quali – tutte nate tra il 1931 e il 1942  – avevano fatto causa alla Confederazione elvetica per avere violato l’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ovvero il diritto al rispetto della vita privata e familiare, in quanto non ha preso sufficienti misure per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

La Svizzera, ha spiegato la Corte, non ha agito «in tempo e in modo appropriato per concepire, sviluppare e attuare le leggi e le misure opportune». Aggiungendo, che questo «elemento viola i diritti umani». La Corte europea per i diritti dell’uomo fa parte del Consiglio d’Europa, che è composto da 46 membri. Le cause (anche quelle rigettate) sono state comunque trattate come priorità dalla Grande Camera, la cui decisione in merito alla Svizzera va a costituire un precedente legale potenzialmente cruciale.

Per la giudice della Corte, Siofra O’Leary, il governo svizzero ha disatteso i suoi stessi obiettivi climatici: «Le generazioni future avranno probabilmente un fardello sempre più pesante dato dalle conseguenze degli attuali fallimenti e omissioni nella lotta al cambiamento climatico». «La sentenza stabilisce un cruciale precedente giuridico vincolante», spiega fuori dalla corte di Strasburgo Ruth Delbaere dell’associazione Avaas, che ha seguito questo e altri climate litigations, ovvero casi dove associazioni e cittadini chiedono conto dell’inazione ambientale di aziende e governi. «Fungerà d’ora in poi da modello per come denunciare con successo il proprio governo per i fallimenti climatici, la loro inerzia e le inadempienze ai trattati internazionali come quello di Parigi del 2015».

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video di Anziane per il clima a Strasburgo

L’articolo proviene da Left.it qui

Altro che prima gli italiani. La destra candida un crucco

Le prossime elezioni amministrative a Firenze aprono un nuovo genere letterario: la contraddittoria torsione del centrodestra per provare a prendersi la poltrona da sindaco. Nella città di Macchiavelli che ha già partorito uno dei più noti esponenti di destra – benché al tempo fosse travestito di sinistra – ora per la coalizione dei partiti di centrodestra al governo corre l’ex direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze e storico dell’arte tedesco Eike Schmidt.

Schmidt, candidato per la destra a Firenze, dice che che Meloni è credibile perché “sta muovendo il suo partito verso il centro”

Qui c’è già il primo sorriso: quelli de “prima gli italiani” non hanno trovato un italiano buono da candidare a Palazzo Vecchio dovendo ripiegare su un tedesco. Sembrano così lontani i tempi in cui l’ex consorte della presidente del Consiglio, Andrea Giambruno, si accapigliava contro il ministro tedesco perché secondo lui “la Germania da anni vuole insegnarci a vivere”. Ora, in tempi di magra, va bene anche un crucco come primo cittadino. 

Schmidt ieri ha rilasciato un’intervista al settimanale (tedesco) “Der Spiegel” ovviamente sorpreso che un loro concittadino si candidi con partiti che da quelle parti vengono considerati neofascisti. Schmidt ha dovuto giurare di essere antifascista spiegando ai suoi connazionali che “Fratelli d’Italia” sono le “prime parole dell’inno nazionale”, in cui si esprime “l’eredita’ conservatrice, nazionalista del XIX secolo”. Poi il colpo di genio: dice Schmidt che Salvini ha raffreddato i suoi rapporti con i neonazisti e che Meloni è credibile perché “sta muovendo il suo partito verso il centro”. In Germania avranno capito che si tratta di una leader che più si allontana da quello che dice e promette e più diventa credibile. Chissà come ci sono rimasti. 

L’articolo Altro che prima gli italiani. La destra candida un crucco sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Quanto paga Netflix? Secondo gli artisti italiani poco, troppo poco

Quanto paga Netflix? Secondo gli artisti italiani poco, troppo poco. Artisti 7607, la società cooperativa che tutela e gestisce i diritti connessi di migliaia di attori e doppiatori in Italia e nel mondo ha citato in giudizio Netflix presso il Tribunale civile di Roma per “ottenere il compenso adeguato e proporzionato spettante per legge ai propri artisti mandanti”.

Migliaia di attori e doppiatori italiani hanno citato in giudizio Netflix per ottenere un “compenso adeguato e proporzionato”

Dopo “oltre otto anni di sterili trattative per ottenere i dati necessari alla determinazione del compenso per gli artisti previsto dalla normativa europea e nazionale – si legge nel comunicato della cooperativa di collecting – Artisti 7607 si vede costretta a ricorrere al giudice ordinario per chiedere il rispetto della legge”. Diversi degli artisti rappresentati dalla cooperativa hanno detto la loro a sostegno della decisione di citare Netflix in tribunale. “Artisti 7607 fa una scelta doverosa per difendere la dignità professionale non solo dei nostri artisti ma di tutta la categoria. Non vogliamo subire atteggiamenti ostruzionistici e accettare compensi irrisori da parte delle piattaforme streaming, per le stesse ragioni che hanno motivato il recente sciopero degli attori e sceneggiatori americani. Tutti reclamiamo trasparenza dei dati di sfruttamento delle opere audiovisive e adeguatezza dei compensi”, ha detto Neri Marcorè.

“Questi compensi di fatto costituiscono il salario differito di una professione per sua natura saltuaria e precaria. I diritti connessi al diritto d’autore non sono altro che un credito da lavoro. È molto grave e pericolosa questa spinta a svalutare le prestazioni artistiche degli interpreti”, ha sottolineato Carmen Giardina. “Proprio le piattaforme che trattano e sfruttano dati si rifiutano, grazie al loro strapotere economico e contrattuale, di fornirci i dati previsti dalla normativa e di corrispondere conseguentemente i compensi agli artisti. E parliamo di multinazionali i cui ricavi vengono esclusivamente dallo sfruttamento di opere audiovisive”, ha dichiarato Elio Germano.

“La Direttiva Copyright ha chiarito che le remunerazioni degli artisti devono essere ‘adeguate e proporzionate’ ai ricavi”

“La Direttiva Copyright ha chiarito che le remunerazioni degli artisti devono essere ‘adeguate e proporzionate’ ai ricavi. Invece ci troviamo davanti a un sistema in cui le piattaforme, senza fornire tutte le informazioni previste dalla legge, chiudono accordi al ribasso e poi cercano di imporre le stesse cifre a tutto il mercato, così da tenere i livelli dei compensi degli artisti sempre molto bassi”, ha aggiunto Michele Riondino. 

“In questo modo Artisti 7607, per tutelare gli interessi degli artisti, è costretta a ritardare tempi di incasso e di distribuzione sia dell’equo compenso sia della copia privata, a scapito anche delle iniziative a sostegno della categoria. Da tempo fronteggiamo prassi di mercato al ribasso ma, tenendo posizioni ferme nell’interesse di tutti, siamo riusciti ad ottenere la giusta remunerazione. Molti artisti capiscono ciò che stiamo facendo e continuano a sceglierci”, ha sottolineato la presidente Cinzia Mascoli.

“A tutela dell’intera categoria Artisti 7607 si oppone ad un sistema nel quale gli interpreti vengano sottopagati: accettare compensi che appaiono irrisori rispetto agli immensi guadagni generati da uno sfruttamento globale esponenziale delle opere audiovisive peserebbe come un grave precedente sul futuro di tutti gli artisti”, ha spiegato Alberto Molinari. “Ci assumiamo questa responsabilità perché le scelte che vengono fatte oggi riguardano tutti e avranno ripercussioni sul presente e sul futuro di tanti artisti e di tante generazioni. Anche quelle che verranno dopo di noi, quindi a brevissimo”, ha affermato Valerio Mastandrea. “Gli artisti chiedono nuovamente che il Governo e le Autorità di settore prendano una posizione chiara nei confronti di questa prassi, così come è avvenuto per il settore dell’editoria”, ha concluso Paolo Calabresi.

La società cooperativa Artisti 7607 si oppone ad un sistema nel quale gli interpreti vengano sottopagati

A stretto giro arriva la risposta della società statunitense che sottolinea come  “il compenso degli artisti, interpreti ed esecutori è di fondamentale importanza per Netflix. Da molti anni – dice un portavoce di Netflix –  abbiamo un accordo con Nuovo Imaie, la collecting italiana che rappresenta la maggioranza degli artisti, interpreti ed esecutori italiani. Abbiamo cercato a lungo di raggiungere un accordo con Artisti 7607 e abbiamo fornito loro tutte le informazioni previste dalla legge, come riconosciuto dall’AGCOM nella sua decisione dello scorso anno. Artisti 7607 ha ripetutamente rifiutato la nostra offerta di pagamento e, pur augurandoci che la accettino, attendiamo ora la decisione del tribunale”.

L’articolo Quanto paga Netflix? Secondo gli artisti italiani poco, troppo poco sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui