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Fattore R

Il sondaggio Lab21 che pubblichiamo oggi in esclusiva dice che per il 51,6% degli intervistati Matteo Renzi dentro il campo largo è una forza respingente, capace di allontanare l’elettorato di sinistra e dei 5 Stelle, contro un 24,3% che lo considera un valore aggiunto. E il 35,1% della base pentastellata, davanti ad un’alleanza, riconsidererebbe il voto tra astensione e Avs. Numeri, certo. Solo che qui il tema è politico.

Dopo il No del 23 marzo al referendum sulla giustizia la coalizione è ripartita subito dalle primarie: la spinta in questa direzione di Giuseppe Conte è stata letta da più parti come un tentativo di mettere in difficoltà il Pd, mentre i soliti noti, quelli che con il campo largo c’entrano poco e con la sinistra niente, spingevano Silvia Salis come ennesimo cavallo di Troia per logorare Elly Schlein. Adesso dentro il Pd qualcuno rassicura i malpancisti spiegando che Renzi sarebbe “ininfluente”. Ma imbarcare qualcuno perché tanto è ininfluente è un argomento che offende il buon senso prima ancora della politica. E il sondaggio lo smentisce pure: solo il 13,8% lo giudica davvero irrilevante, e il 54,1% prevede che un’alleanza strutturale produrrebbe frammentazione e veti incrociati.

Del resto Alleanza Verdi-Sinistra dovrebbe ingoiare l’ennesimo rospo, e la politica, nelle coalizioni, è molto più della somma aritmetica dei voti: è la capacità di proiettare l’idea di una comunità. Il punto vero quindi è altro. Renzi sì o Renzi no è una bazzecola rispetto al dovere di battere la peggiore destra che abbia governato questa Repubblica dal dopo guerra ad oggi.

Il punto vero è discuterne apertamente, serenamente, onestamente: la cosa migliore da offrire agli elettori è una coalizione che trova la sintesi alla luce del sole, fuori dagli uffici delle segreterie e dai dialoghi privati tra leader, una coalizione che con tutti i suoi problemi riesce a dire quali sono le cose che la tengono insieme. Perché vincere con il solo antimelonismo è un’illusione già vista: si chiamava antiberlusconismo, ha perso per decenni. Auguri a chi pensa che stavolta andrebbe diversamente.

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Kallas, Francia e Germania vogliono depotenziarla: l’obiettivo è sottrarle il controllo sulla macchina diplomatica (Seae) Ue

L’11 giugno 2026 il Financial Times ha raccontato, citando cinque alti funzionari, che Francia e Germania discutono proposte per togliere poteri a Kaja Kallas, capa della diplomazia europea, e per smontare il Servizio europeo per l’azione esterna, il Seae, la macchina diplomatica che lei dirige. Uno dei funzionari lo dice con la franchezza che a Bruxelles ci si concede solo in anonimato: “è disfunzionale”, “il problema è strutturale e quindi la struttura va ricostruita”.

Il problema, giurano, è la struttura. Comodo, perché la struttura ha il pregio di sbagliare senza avere un nome e un cognome.

Un servizio da un miliardo l’anno

Il Seae è nato nel 2010 come ministero degli Esteri dell’Unione: costa circa 1 miliardo di euro l’anno e governa una rete di oltre 140 delegazioni nel mondo. La proposta francese raccontata dal quotidiano britannico limiterebbe l’autonomia dell’Alta rappresentante e sposterebbe le decisioni verso le capitali e la Commissione europea. “Le capitali sono irritate”, confida un altro funzionario, e “c’è il rischio reale che il Seae venga fatto a pezzi”.

Solo che lo stesso giorno Reuters ha letto lo stesso documento francese e ci ha trovato tre opzioni: tutta la politica estera alla Commissione, le funzioni del servizio al Consiglio, oppure addirittura un rafforzamento di Kallas come “prima vicepresidente esecutiva”. Un foglio, due titoli opposti, e in mezzo la guerra di spin fra gli uffici di Bruxelles. Perché ogni potere sottratto al Seae finirebbe proprio lì dove preme da anni Ursula von der Leyen, la presidente che si è autoassegnata una “commissione geopolitica”, qualsiasi cosa significhi, e che ha voluto il primo commissario europeo alla Difesa. C’è perfino chi, fra i diplomatici sentiti da Reuters, allarga le braccia: il vero ostacolo è l’unanimità richiesta ai Ventisette su ogni dossier di politica estera, e quella resta identica con qualsiasi organigramma.

Il metodo dell’organigramma

Kallas è in carica dal 1° dicembre 2024, con un mandato di cinque anni. Prima ha guidato l’Estonia dal 2021 al 2024, e da lì arriva la sua fama di falco sul fronte russo. In diciotto mesi a Bruxelles ha attraversato le guerre in Ucraina e in Iran e l’America di Donald Trump, e ha collezionato l’irritazione delle capitali per le uscite in solitaria, sulla Cina e altrove, su posizioni mai concordate con i Ventisette, scrive sempre il Financial Times. Eppure in tutta la discussione manca la frase più semplice, quella che qualsiasi consiglio di amministrazione pronuncerebbe dopo una stagione così: la persona scelta è inadeguata al ruolo. A Bruxelles l’inadeguatezza diventa “problema strutturale”, così l’errore di selezione evapora e i responsabili della nomina, sempre loro, i governi che il 27 giugno 2024 si spartirono i vertici dell’Unione, escono di scena puliti. Si ridisegnano le scatole e si lasciano intatte le persone.

Kallas, dal canto suo, fa sapere tramite la portavoce di essere “pienamente concentrata sul suo mandato” e in una mail allo staff, vista da Reuters, ha ricordato che i ruoli delle istituzioni sono “chiaramente definiti” nei trattati. Tradotto: per toccarla bisogna riscrivere le regole, ed è esattamente il piano. La sostituzione, l’unica mossa che un consiglio di amministrazione qualsiasi valuterebbe, resta fuori da ogni proposta circolata finora: il mandato corre fino al 2029 e i trattati, appunto, blindano il ruolo. Smontare l’ufficio attorno alla funzionaria costa meno che ammettere di averla scelta male, e così l’Unione si prepara a rifare i muri lasciando l’inquilina al suo posto. Il Seae uscirà ricostruito, ridotto o spolpato, e il metodo che lo ha riempito resterà identico. È il metodo, del resto, a essere disfunzionale.

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Il Giano bifronte di Palazzo Chigi

Giorgia Meloni è salita alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno e ha ritrovato il bersaglio degli esordi: i «burocrati che non devono rendere conto a nessuno», colpevoli di «interpretazioni surreali, ammantate come tecniche». Pareva di essere tornati alla campagna del 2022, quella della sovranista col turbo. Poi, da Palazzo Chigi…

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I dati Invalsi certificano la crisi delle competenze a scuola: solo il 51,7% degli studenti arriva alla maturità con conoscenze alfabetiche adeguate

«Se qualcuno pensa ancora di poter fare della scuola un luogo di indottrinamento e di propaganda sbaglia. Questo Ministero non lo consentirà». Giuseppe Valditara lo ha detto il 7 giugno, mentre l’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna apriva un’ispezione su un incontro per la pace a Modena con 200 bambini delle elementari.

Tre giorni prima, il 4 giugno, il Senato aveva trasformato in legge con 78 sì e 38 no il suo disegno sul consenso informato: l’educazione sessuo-affettiva entra in classe solo con l’autorizzazione preventiva dei genitori, per proteggere i bambini, parole sue, dalla «propaganda gender». Il ministro dell’Istruzione e del Merito ha dichiarato guerra all’indottrinamento e la combatte a colpi di ispettori e moduli. Intanto la scuola, quella che forma sui banchi, frana da un’altra parte.

Invalsi, l’emergenza che gli ispettori non vedono

Il 9 giugno la fondazione Openpolis, con l’impresa sociale Con i Bambini, ha pubblicato un’analisi dei dati Invalsi che andrebbe appesa alla porta del ministero. Nel 2025 il punteggio medio nelle prove di italiano in quinta superiore è sceso a 184,7, il livello più basso dal 2019, quando valeva 200. Il crollo pandemico (186,3 nel 2021) doveva essere una parentesi e invece è diventato un pavimento, e ora si scava pure sotto.

Solo il 51,7% degli studenti arriva alla maturità con competenze alfabetiche adeguate: poco più di uno su due capisce davvero quello che legge. Negli istituti professionali la quota precipita al 18%, era il 28% nel 2019; nei tecnici si passa dal 56% al 40%, nei licei classici, scientifici e linguistici dall’87% al 74%. Il tonfo più rovinoso tocca agli altri licei, artistico, musicale, scienze umane e sportivo: 22 punti persi, dal 72% al 50%.

La dispersione implicita, cioè i diplomati senza le competenze minime, è risalita all’8,7%. E in 103 capoluoghi su 112 il livello in terza media è arretrato tra il 2019 e il 2024. C’è pure il paradosso: gli abbandoni precoci sono scesi all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo del 9% con quattro anni di anticipo sul 2030. I ragazzi restano a scuola, quindi, e la scuola li tiene dentro senza riuscire a insegnare. Trattiene i corpi e perde le teste. È un’ecatombe silenziosa, certificata, in peggioramento. Su questo, dal ministero, zero ispettori.

Il censo decide ancora i destini

C’è poi il dato che dovrebbe togliere il sonno a chi ha intitolato il dicastero al «Merito». Secondo Almadiploma (febbraio 2026), solo il 15,7% dei diplomati nei licei è figlio di lavoratori esecutivi, mentre il 33,7% viene da famiglie agiate; i figli di operai sono il 35,9% dei diplomati nei professionali, proprio lì dove le competenze adeguate si fermano al 18.

La scelta dell’indirizzo matura del resto già alle medie, dove i divari si consolidano, e risente del portafoglio di casa: per chi parte da una famiglia svantaggiata il liceo resta in molti casi un’opzione di fatto preclusa, a prescindere dalle attitudini. I ragazzi con status socio-economico alto superano quindi i 200 punti in italiano, gli svantaggiati restano 30 punti sotto. Il merito ovviamente lo decide il censo, e la scuola che per Costituzione doveva rimuovere gli ostacoli si limita a fotografarli, un anno dopo l’altro, con la precisione di un catasto.

Il 18 giugno 527.607 studenti si siederanno alla prima prova di maturità, 86.617 dai professionali, dove quattro su cinque arrivano senza gli strumenti per leggere un testo complesso. La prova d’italiano, ironia del calendario, cade proprio nell’anno in cui l’italiano tocca il punto più basso dal 2019. Servirebbero investimenti su docenti, recupero e territori, esattamente ciò che le ispezioni costano meno a evocare. Il ministro intanto insegue la propaganda nelle aule, dice. Solo che la propaganda davvero pericolosa è un’altra: una generazione che si diploma senza le parole per riconoscerla.

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Sanzioni ai coloni israeliani, l’Italia si sfila ancora. Intanto le merci dagli insediamenti illegali aggirano l’Europa

Il 9 giugno 2026 sei capitali occidentali hanno firmato lo stesso annuncio: divieto d’ingresso per 25 coloni israeliani, quattro capi di organizzazioni e ventuno responsabili di violenze in Cisgiordania. Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, con Parigi che ha allungato la lista fino al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La ministra britannica Yvette Cooper è andata oltre, in Parlamento: «Se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali». Dietro l’annuncio ci sono i numeri dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari: 925 posti di blocco in Cisgiordania, il dato più alto degli ultimi 20 anni, e 45 comunità palestinesi sfollate dagli attacchi dei coloni da gennaio 2023. Israele ha bollato tutto come misure “vergognose”. E l’Italia L’Italia mancava, di nuovo.

L’indignazione a parole

Il giorno prima, l’8 giugno, la Procura di Roma aveva iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, ipotesi di tortura e sequestro di persona per l’abbordaggio della Flotilla di maggio. Lui ha risposto su X che “il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. Antonio Tajani, da parte sua, si è indignato davanti alle commissioni Esteri e Difesa: «Parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro».

E ha rivendicato di aver chiesto all’Alta rappresentante Kaja Kallas sanzioni europee contro Ben-Gvir, dice. Solo che la cronologia racconta un governo diverso: nelle scorse settimane Italia e Germania si erano opposte in sede europea proprio alle sanzioni contro Ben-Gvir e Smotrich, e l’11 maggio Bruxelles ha potuto colpire i coloni solo dopo aver tolto dalla lista i nomi dei due ministri. Roma si ferma sempre un passo prima dell’atto, e poi si offende se la chiamano ciabatta.

Il trucco delle etichette

Intanto, mentre l’Occidente sanziona col contagocce, c’è chi le sanzioni le aggira all’ingrosso. Il 10 giugno il Global Echo Litigation Center, centro legale statunitense, ha pubblicato il rapporto “Importing Occupation”: su oltre 5.900 spedizioni di datteri, agrumi e tahina arrivate in Europa tra il 2017 e il 2026, il 17,2% veniva dagli insediamenti in Cisgiordania o dal Golan occupato. Tra quelle dirette alla sola Ue la quota sale al 19,2%: un barattolo su cinque.

Su più di 2.000 fatture doganali esaminate, il 16,7% dichiarava origine israeliana per merci dei territori occupati, incassando tariffe preferenziali per 13,1 milioni di euro. I metodi sono da manuale del falsario: indirizzi fittizi dentro Israele, partite mescolate, “Made in Israel” stampato su tutto. E quando la dogana becca il trucco, ci pensa lo Stato: dal 2005 al 2024 il governo israeliano ha rimborsato agli esportatori degli insediamenti almeno 63 milioni di euro di dazi.

Il rapporto cita la tahina del marchio Achva, fabbricata negli insediamenti e venduta in barattoli “Prodotto di Israele”, in barba alla sentenza della Corte di giustizia Ue che dal 2019 impone l’etichetta d’origine. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha scritto che gli Stati devono evitare i rapporti economici che sostengono l’occupazione. La Commissione europea ha proposto il 17 settembre 2025 di sospendere le disposizioni commerciali dell’accordo con Israele: i governi, Italia in testa, l’hanno lasciata in un cassetto. La Spagna ha fatto da sola, con un divieto nazionale di importazioni dagli insediamenti.

Sei Paesi chiudono la porta ai coloni, uno la chiude alle loro merci, l’Italia tiene aperte entrambe. Il disappunto verbale resta la nostra unica politica estera, mentre i datteri delle colonie stanno sugli scaffali travestiti da israeliani. Il Paese delle ciabatte, almeno, cammina.

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Vannacci scopre il salario minimo, ecco perché: il generale in il pressing sul centrodestra che senza di lui perde

Il 10 giugno, nell’aula della Camera, pochi minuti prima del voto di fiducia sul decreto Lavoro, il deputato Gianangelo Bof ha pronunciato parole che a destra suonano come un’eresia: «Manca, ahimè, un importo minimo orario in questo provvedimento». Dai banchi di Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci il 3 febbraio 2026 dopo l’addio alla Lega, sono partiti gli applausi.

E Bof, arrivato nel gruppo vannacciano da pochi giorni, ha rincarato con Pagella Politica, che alla vicenda ha dedicato un’analisi puntuale: «noi vorremmo fissare una soglia di retribuzione minima oraria». E ha pure offerto l’argomento: la soglia per legge sarebbe la presa d’atto di ciò che già oggi i tribunali riconoscono ai lavoratori quando l’azienda ignora i minimi dei contratti.

La soglia fissata per legge, insomma, quella dei 9 euro lordi l’ora che Pd, M5s, Avs, Azione e Italia Viva chiedono da anni e che la maggioranza ha già affossato in Parlamento.

Il governo intanto ha incassato la fiducia con 165 sì e ha messo nel decreto un’altra cosa, il cosiddetto “salario giusto”: il trattamento economico complessivo dei contratti collettivi firmati dalle organizzazioni più rappresentative, a cui vengono agganciati 934 milioni di incentivi alle assunzioni nel settore privato, blindato dall’esecutivo con la fiducia. Il principio di una paga sotto cui è vietato scendere, quello vero, è rimasto fuori dal testo. Bof lo auspica, dice.

Una passione nata l’altro ieri

La conversione merita una data, perché la passione è recentissima. A dicembre 2023, ricorda sempre Pagella Politica, gli stessi deputati oggi vannacciani, allora quasi tutti nella Lega, votarono il testo con cui il centrodestra riscrisse la proposta delle opposizioni cancellando proprio il principio del salario minimo.

Due anni e mezzo dopo lo riscoprono, e lo riscoprono da una posizione comoda: gli otto deputati di Futuro Nazionale stanno nel gruppo Misto, votano la fiducia e trattano su tutto il resto. I numeri spiegano perché possono permetterselo. Il sondaggio Swg per La7 dell’8 giugno dà il partito da solo al 5,2%: con Vannacci dentro, il centrodestra salirebbe al 47,1% contro il 45,1% del campo largo; senza, si fermerebbe al 42,6% e perderebbe.

Il sorpasso passa da lì, anzi passa solo da lì. Il salario minimo diventa così merce pregiata, un tema che imbarazza la maggioranza, scalda gli elettori delusi della Lega e costa zero a chi lo agita stando con un piede dentro il perimetro della destra e l’altro fuori da ogni responsabilità di governo.

Le crepe già aperte

Il copione, del resto, è già stato provato in aula. L’11 febbraio, sul decreto Ucraina, i vannacciani hanno votato sì alla fiducia e no al provvedimento, con tanto di ordini del giorno per fermare l’invio di armi a Kiev: un doppio binario che il regolamento della Camera consente e che il Senato vieta, perfetto per restare nel campo senza firmarne le scelte.

Poi c’è la legge elettorale, dove Vannacci, sempre lui, reclama il ritorno delle preferenze contro il «nominato dalle segreterie di partito», proprio mentre la maggioranza lavora a una riforma con premio alla soglia del 42%.

E c’è il filone fiscale: il leader di Futuro Nazionale punge chi al governo giura che mai ci sarà una patrimoniale e poi a Bruxelles vota le nuove risorse europee, «e sapete cosa sono? Sono tasse». Armi, preferenze, tasse, salari: quattro leve già pronte per alzare il prezzo, in vista dell’assemblea costituente convocata a Roma per il 13 e 14 giugno.

Il 10 giugno quegli applausi all’importo minimo orario erano rivolti meno ai lavoratori sottopagati che a Palazzo Chigi. E il messaggio è arrivato a destinazione: il listino delle trattative di Vannacci è aperto, il salario minimo è soltanto la voce più vistosa.

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Quei proiettili killer che la tregua non ferma

Sam Fahd Abu Haikal aveva sette mesi e ancora doveva muovere i primi passi. Il 5 giugno era seduto in braccio a sua madre, sul sedile posteriore dell’auto di famiglia, a Tel Rumeida, Hebron. Un proiettile dei soldati israeliani lo ha ucciso lì, in braccio. L’esercito ha spiegato di aver esploso colpi singoli contro un veicolo che sembrava accelerare e di aver aperto un’inchiesta. Il padre, docente all’Università di Betlemme, ha risposto a Vatican News: «Ci hanno detto che è stato un errore ma niente di tutto ciò si può definire errore. Ora vogliamo giustizia».

Il 10 giugno l’Unicef ha messo in fila il resto: otto bambini uccisi e 17 feriti nello scorso fine settimana in cinque diverse località della Striscia di Gaza. In una delle zone colpite, un gruppo di bambini che giocava a calcio è stato ferito da un attacco vicino. Tutto sotto un cessate il fuoco in vigore dall’ottobre 2025: già il 6 febbraio l’agenzia ONU per l’infanzia contava 37 bambini uccisi a Gaza dall’inizio del 2026. La tregua, per i bambini, ha la stessa traiettoria dei proiettili che dovrebbe fermare.

E intanto a Bengasi le autorità libiche hanno prorogato per la seconda volta la detenzione dei dieci volontari del Global Sumud Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, fermati il 24 maggio mentre portavano aiuti verso Gaza. Amnesty International il 10 giugno ne ha chiesto la liberazione: per giorni la sorte di otto di loro è rimasta nascosta, un diabetico resta senza medicine regolari.

Edouard Beigbeder, direttore regionale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha scritto: “Non possiamo permettere che questa diventi la nuova normalità: la morte di bambini a causa della violenza dovrebbe suscitare indignazione a livello mondiale”. A Tel Rumeida l’inchiesta dell’esercito risulta aperta. Sam aveva sette mesi.

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Un governo che respira e basta

Mercoledì pomeriggio Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Lombardia, si è alzato dal tavolo della Commissione Salute delle Regioni e se n’è andato, dimettendosi da vice coordinatore: il governo che lui sostiene aveva appena ritirato la riforma dei medici di famiglia, scritta dal ministro Orazio Schillaci insieme alle Regioni e affossata dalla sua stessa maggioranza dopo le pressioni dei…

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Sciopero della cultura, la prima volta dopo quasi mezzo secolo: nel mirino i tagli al settore per finanziare le armi

Domani, venerdì 12 giugno, si fermano musei, biblioteche, archivi e teatri: è lo sciopero generale della cultura, secondo gli organizzatori il primo in questa forma nella storia del Paese e il primo sciopero nazionale per musei e biblioteche dopo quasi cinquant’anni.

Lo hanno proclamato la Fp Cgil per il Ministero della Cultura e il comparto Federculture, con l’adesione della Nidil Cgil per somministrate e somministrati, e accanto le sigle di base, Cub, Adl Cobas, Cobas lavoro privato, Clap, Usi-Cts: dentro c’è tutta la filiera, dipendenti, appalti, autonomi dello spettacolo e dell’editoria. Mezzo secolo di silenzio che si rompe, e si rompe adesso.

I conti del definanziamento

Le motivazioni stanno scritte nella proclamazione e sono un atto d’accusa: si sciopera “per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura” e per “rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi”.

I numeri del resto sono lì. La spending review della legge di bilancio 2026 impone al Ministero della Cultura tagli per 68,98 milioni quest’anno, 65,46 nel 2027 e 158,77 milioni nel 2028. Intanto la spesa militare, calcola l’osservatorio Milex, tocca nel 2026 il record storico di 33,9 miliardi, oltre 1,1 miliardi in più sul 2025, con i soli programmi di armamento a quota 13,1 miliardi, mai così alti.

Le due curve si guardano: una scende sui musei, l’altra sale sugli arsenali. Il governo la chiama programmazione. Il 15 aprile il ministro Alessandro Giuli ha annunciato che i tagli allo spettacolo dal vivo saranno integralmente recuperati, dice. Chi sciopera, evidentemente, ha smesso di accontentarsi degli annunci.

Un ministero che funziona a metà

Sotto i tagli c’è il lavoro, anzi quel che ne resta. Nel 2023 Fp Cgil e Uil Pa chiedevano di riportare l’organico del ministero almeno a 23.000 unità; da allora la coperta si è solo accorciata. Ad Arezzo la Fp Cgil toscana ha contato tra il 25 e il 30% di addetti mancanti nei musei statali, con sale chiuse a turno; in Liguria la riduzione degli organici arriva tra il 35 e il 50%, e a pagare il biglietto intero resta il visitatore davanti al portone sbarrato.

E ai vuoti si è risposto col precariato: 400 lavoratrici e lavoratori a partita Iva, storici dell’arte, archivisti, bibliotecari, archeologi, sono rimasti fuori dal 31 dicembre 2024 senza proroga, mentre a febbraio Fp Cgil e Uil Pa scrivevano al gabinetto del ministro per le centinaia di precari a casa dal 1° marzo.

Nei luoghi della cultura convivono così lavoratori di serie A e di serie B, stesse mansioni e tutele radicalmente diverse, divisi da appalti e concessioni. Valorizzazione la chiamano, e intanto serve a pagare meno un lavoro altamente qualificato.

Le richieste sul tavolo

Le richieste quindi sono precise: reinternalizzare i servizi esternalizzati, stabilizzare i precari, superare le false partite Iva, contratti di filiera che restituiscano autorità salariale alla contrattazione collettiva, un piano straordinario di assunzioni al ministero e nelle istituzioni pubbliche del settore, investimenti su salute e sicurezza anche per chi ha contratti atipici e misure esigibili contro molestie e discriminazioni, che colpiscono prima di tutti chi è ricattabile perché precario.

E poi un reddito di discontinuità per le professioni intermittenti, quelle che tra una mostra e un festival restano senza protezione, perché in questo Paese si può lavorare nella cultura per tutta la vita e risultare disoccupati per metà di ogni anno, invisibili a qualsiasi welfare.

Domani i presidi: a Genova davanti alla prefettura, a Venezia nel pomeriggio alle Gallerie dell’Accademia, e in decine di altre piazze. Mezzo secolo dopo l’ultima volta, chi custodisce la memoria del Paese torna in piazza per chiedere di esistere nel suo presente.

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Decreto Sicurezza, un anno dopo: tutte le questioni, anche di costituzionalità, pendenti dinanzi ai giudici

La legge 80 del 9 giugno 2025, il decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni, ha appena compiuto un anno. La torta, però, la stanno tagliando i giudici: il primo compleanno del pacchetto che ha messo in fila 14 nuovi reati e 9 aggravanti si festeggia nelle aule di giustizia, tra ordinanze di remissione alla Corte costituzionale e questioni rimbalzate fino alle Sezioni unite.

L’avvertimento era arrivato subito. Il 23 giugno 2025, due settimane dopo la conversione, l’Ufficio del Massimario della Cassazione scriveva nella relazione 33/2025 che il provvedimento era nato eterogeneo, con dubbi pesanti sui requisiti di necessità e urgenza che l’articolo 77 della Costituzione pretende da ogni decreto. Profezia puntuale: l’avvocato Giuseppe Romano, dei Giuristi Democratici, conta sull’Osservatorio Repressione almeno 3 questioni già trasmesse alla Consulta, con ordinanze pubblicate in Gazzetta ufficiale in attesa che l’udienza venga fissata.

La canapa e il blocco stradale davanti alla Consulta

Il primo varco lo ha aperto Brindisi. La giudice per le indagini preliminari, con un’ordinanza depositata il 2 dicembre 2025 e pubblicata in Gazzetta ufficiale il 25 febbraio 2026, ha spedito alla Consulta l’articolo 18, il bando totale delle infiorescenze di canapa: manca l’urgenza, il decreto è un contenitore eterogeneo e la norma punisce pure il fiore privo di effetto drogante, contro il principio di offensività e il diritto europeo. Intanto i tribunali restituiscono il sequestrato: su 24 casi monitorati dalle associazioni di settore, 14 dissequestri e 4 archiviazioni. La prova tecnica, quando arriva, smonta il sospetto.

Il secondo varco è torinese. La pm Elisa Pazè ha depositato una memoria di 8 pagine per chiedere al gip di portare alla Consulta il reato di blocco stradale, l’articolo 14 del decreto: nel procedimento ci sono 18 indagati per la manifestazione pro Gaza del 17 maggio 2025, quando circa 200 persone occuparono per una decina di minuti la tangenziale Torino-Caselle. Prima quella condotta era un illecito amministrativo, da 1.000 a 4.000 euro di sanzione; oggi vale la reclusione da 6 mesi a 2 anni se commessa da più persone riunite. La norma, scrive la magistrata, ha “trasformato un diritto in delitto” e collide con sei articoli della Costituzione, dalla libertà di riunione al diritto di sciopero. È la stessa tagliola che il 20 giugno 2025 la Questura di Bologna aveva agitato contro circa 10.000 metalmeccanici in sciopero sulla tangenziale: chiedevano sicurezza sul lavoro, si sono sentiti promettere denunce.

Il pasticcio delle lesioni agli agenti

Poi c’è l’articolo 20, lo scudo penale per le divise: lesioni anche lievi, anche di un solo giorno di prognosi, a un agente costano da 2 a 5 anni di reclusione. La norma è scritta talmente male che i giudici si dividono perfino sulla sua natura, aggravante o reato autonomo, tanto che la sesta sezione della Cassazione, con l’ordinanza 17486 del 14 maggio 2026, ha dovuto rimettere il quesito alle Sezioni unite. Romano, da parte sua, legge nel pacchetto la fusione tra “diritto penale del nemico” e “diritto penale dell’amico”: pene sproporzionate per chi manifesta, protezioni su misura per chi indossa una divisa. E in coda premono altre questioni, dalla rivolta carceraria contestabile per semplice resistenza passiva ai fermi preventivi.

E il calcolo politico? Se il legislatore puntava sui tempi lunghi della giustizia per blindare la propria narrazione, ha sbagliato i conti: i giudici si sono mossi più in fretta del previsto e le piazze sono rimaste piene. Il governo, intanto, ha già rilanciato con un altro decreto Sicurezza, il dl 23 del 24 febbraio 2026, secondo capitolo della stessa collana. Il primo compleanno della legge 80 resta una festa a inviti rovesciati: il festeggiato è sotto esame, e a soffiare sulle candeline sono i tribunali.

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