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L’attacco contro l’Unrwa come clava per continuare ad attaccare Gaza

Mentre venivano uccisi altri 174 palestinesi e poco dopo la decisione della Corte internazionale di Giustizia (Cig) che all’Aja aveva definito “plausibile” l’accusa di “genocidio” a Gaza lo Stato di Israele ha ricominciato il suo attacco frontale contro l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste milioni di profughi palestinesi.

Già nelle scorse settimane era emersa la possibilità che 12 lavoratori dell’agenzia dell’Onu avessero partecipato all’attacco di Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele (1.200 morti). Il commissario generale dell’agenzia, Philippe Lazzarini, ha annunciato il licenziamento dei 12 accusati promettendo un’immediata indagine interna che faccia chiarezza sull’accaduto.

Per Israele è stato fin troppo facile spostare la discussione dalle proprie responsabilità da una controffensiva che ha i contorni del massacro deliberato all’agenzia Onu. Dal 2009 in poi il premier Benyamin Netanyahu ha portato avanti un’opera di delegittimazione contro le Nazioni Unite appoggiato da Trump e da diversi governi europei. Se si vuole ammazzare, affamare e schiavizzare un popolo non c’è nulla di più fastidioso dei testimoni, come accade nel Mar Mediterraneo.

Il direttore Philippe Lazzarini ha anticipato l’imminente stop alle operazioni per la distribuzione di aiuti da cui dipendono due milioni di persone a Gaza dipendono. “Nove Paesi (tra cui l’Italia, ndr) hanno sospeso provvisoriamente i loro finanziamenti all’Unrwa. Queste decisioni minacciano la nostra opera umanitaria nella regione, incluso e in modo particolare nella Striscia di Gaza”.

La direttrice di +972 ed intellettuale israeliana Orly Noy ha detto al manifesto che “Le motivazioni di Israele sono evidentemente politiche, punendo l’Unrwa si negano i diritti dei profughi e si puniscono tutti i palestinesi”.

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Salvini molla la ruspa e sale sul trattore

Il ministro ai Trasporti Matteo Salvini scende dalla ruspa e sale sul trattore. “La Lega è e sarà sempre al fianco degli agricoltori italiani contro quelle scelte folli che da Bruxelles danneggiano i prodotti, il lavoro e la salute del nostro Paese”, twitta felice il leader della Lega riferendosi alla protesta dei trattori che sta invadendo anche le strade italiane.

Per smarcarsi da FdI Salvini che vuole in galera gli eco-attivisti ora giustifica i blocchi stradali degli agricoltori

Dal Piemonte, alla Sicilia, passando per l’Umbria e l’Abruzzo, gli agricoltori italiani da giorni imperversano in strada (ieri è toccato alla Puglia) con i loro trattori sul solco dalla mobilitazione nazionale e, ancor prima, dei “colleghi” transalpini e tedeschi, creando non pochi problemi in diverse regioni. La mobilitazione, già iniziata nei giorni scorsi, prende di mira le politiche agricole dell’Unione europea. Tra le richieste: “Sussidi, prezzi all’ingrosso da rivedere, no alla carne sintetica, no alle cavallette come cibo, no agli impianti fotovoltaici sui terreni produttivi”.

I coltivatori di grano e mais contestano le nuove regole comunitarie che li obbligano a tenere incolto il 4% dei terreni seminati sopra i 10 ettari e la questione dei prezzi. In commissione Agricoltura alla Camera c’è un progetto di legge che modifica il decreto legislativo del 2021 contro le pratiche sleali: introdotto un costo di produzione di cui deve tenere conto il prezzo di vendita. “Il problema – denunciano i manifestanti – è che ancora non si è visto niente”. Non poteva mancare la cosiddetta carne sintetica e i cibi a base cellulare (su cui l’Italia con Francia, Austria e altri 9 paesi ha chiesto una moratoria di 12 mesi all’Unione), le farine di insetti, l’aumento vertiginoso dei costi dei mutui, il costo dei carburanti, e le tasse: la legge di bilancio reintroduce l’Irpef agricola. I giornali locali raccontano di strade ingolfate dalla protesta, caselli autostradali resi inagibili e forti disagi per gli automobilisti.

Forti con gli eco-imbecilli e deboli con gli agri-imbecilli

Ci si potrebbe aspettare che il ministro dei Trasporti intervenga con lo stesso pugno duro con cui ha immediatamente bastonato i giovani che per qualche decina di minuti fanno lo stesso sulle strade italiane per sensibilizzare il mondo ai pericoli del cambiamento climatico. “Eco-imbecilli”, li aveva definiti Salvini in più di un’occasione, trascinando il governo a inventarsi il reato di eco-terrorismo per un manipolo di ragazzotti mentre non riesce ad alzare la voce con le grandi compagnie del fossile. Vedendo i trattori invece Salvini si intenerisce, in memoria della vecchia Lega che proprio sugli agricoltori e sulle famose “quote latte” costruì un effimero successo elettorale. Il ministro che dovrebbe garantire la viabilità e il diritto alla mobilità di suoi cittadini in questo caso inverte i ruoli.

Dall’Emilia alla Sicilia, la mobilitazione paralizza le città. Il ministro cavalca l’iniziativa contro l’Ue e la premier

A settembre dell’anno scorso riferendosi a una protesta dei ragazzi di Ultima generazione Salvini scrisse: “Portateli via di peso e accompagnateli dove è giusto che stiano: in galera”. Di fronte agli agro-imbecilli invece il leader della Lega garantisce appoggio incondizionato. L’occasione per Salvini è ghiotta almeno per due motivi. Da una parte riesce a rivendere il suo partito come “vicino al territorio”, apparendo di lotta e di governo, differenziandosi dagli alleati che guardano con sospetto alla protesta. Dall’altra può indossare di nuovo il costume del leader contro l’Europa sporca e cattiva mettendo in difficoltà Giorgia Meloni imbrigliata nel suo ruolo istituzionale. In mezzo, come sempre, ci sarebbe anche il bene dei cittadini e il valore della credibilità di una nazione ma questo al leader della Lega è sempre interessato pochissimo.

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La leghista pentita di fronte alla legge

In un post del 2018, poco prima di essere eletta Assessora alle politiche sociali di Ivrea, la leghista 34enne Giorgia Povolo aveva scritto: “Zingari di merda, zecche e parassiti capaci di spolpare tutto, connazionali criminali che andrebbero usati come esche con i piranha, mi auguro che cercando di rubare qualcos’altro una tagliola possa mozzarvi le mani”.

Dopo le inevitabili polemiche e un timido accenno di scuse Povolo per la Giornata internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti, ribadisce le sue idee: “Festeggiamo un popolo che proprio come dice la parola “nomade” dovrebbe muoversi continuamente, il vero risultato è che le zecche stanziano in campi abusivi dalla giovane età alla vecchiaia, vergogna”.

Com’è finita Denunciata da Asgi dopo due vergognose assoluzioni che giudicavano quel moto di razzismo “uno sfogo” la Cassazione ha riconosciuto il carattere discriminatorio e molesto delle espressioni utilizzate da Povolo. Lei immediatamente dice di essersi pentita e qualche giorno fa ha scritto una lettera a Asgi in cui dichiara di “condividere in pieno le motivazioni esposte dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza 17. 385 del 2023 e le argomentazioni che la Vostra Associazione ha esposto negli atti giudiziari, nel corso della vicenda giudiziaria”. “In particolare, – scrive la leghista pentita – convengo con Voi che l’accostamento di un’etnia (in particolare quella Rom) a comportamenti criminosi costituisce un atto non solo illegittimo, come accertato dalla Cassazione, ma pregiudizievole per la società nel suo complesso, rischiando di minare i principi di pacifica convivenza e reciproco rispetto tra gruppi sociali, le cui diversità possono costituire, nel rispetto dei principi Costituzionali, un importante arricchimento della nostra vita collettiva”. 

Povolo dice di avere voluto scrivere quella lettera “confidando che ciò possa essere utile a far sì che vicende come quella che mi ha visto protagonista non abbiano a ripetersi”. Avrebbe dovuto mettere i suoi compagni di partito in copia conoscenza. 

Buon lunedì. 

Nella foto: frame dalla trasmissione Cartabianca “La vita in un campo Rom”, 2 maggio 2023

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Kenneth Smith ucciso con l’azoto in Alabama, un’umiliante tortura di Stato in stile nazista – Lettera43

Gli Usa hanno ammazzato un uomo come non è concesso fare sugli animali. Dopo che nel 2022 era sopravvissuto a un’iniezione letale. Così il mondo ha assistito a una vendetta su un prigioniero diventato cavia. Tanto che l’associazione degli ebrei contro la pena di morte ha protestato per quell’uso del gas che ricorda i campi di concentramento.

Kenneth Smith ucciso con l’azoto in Alabama, un’umiliante tortura di Stato in stile nazista

Kenneth Smith è morto di giovedì sera alle 20.45 del suo Paese, ammazzato come non è concesso fare sugli animali. Asfissiato dallo Stato su un lettino indossando una mortifera maschera d’azoto che gli ha prosciugato l’ossigeno. Il commissario del Dipartimento penitenziario dell’Alabama, John Hamm, si è presentato davanti ai giornalisti per raccontare la cronaca dell’evento, specificando che sono serviti “solo” 15 minuti di azoto per compiere la giustizia feroce che gli Stati Uniti insistono a proporre.

Ha trattenuto il respiro per guadagnare qualche secondo di vita

I testimoni dell’evento hanno raccontato alla stampa che Kenneth è rimasto cosciente «per diversi minuti» prima di cominciare a «tremare e contorcersi sulla barella». Il suo respiro si è fatto via via sempre già labile fino a scomparire. Annegato nell’azoto, ha potuto certificare l’avvenuta vendetta di Stato sotto gli occhi del mondo. Per il signor Hamm, cerimoniere della morte, quel maledetto di Smith ha provato a guadagnare qualche secondo di vita «trattenendo il respiro tutto il tempo che potuto». Poi il commissario ha detto: «Ci sono stati alcuni movimenti involontari e un po’ di respiro agonico, ma era tutto previsto ed è negli effetti collaterali che abbiamo visto e studiato sull’ipossia da azoto. Quindi, niente fuori dall’ordinario rispetto a ciò che ci aspettavamo». Niente fuori dall’ordinario, quindi. Se lo aspettavano che un uomo facesse di tutto per morire il più tardi possibile.

Kenneth Smith ucciso con l'azoto in Alabama, un'umiliante tortura di Stato in stile nazista
Kenneth Smith, il detenuto ucciso in Alabama con l’azoto.

Già una volta crocifisso a testa in giù nel vano tentativo di trovargli una vena utile

Forse Kenneth sperava di salvarsi davvero. Nel novembre del 2022 era rimasto per quattro ore legato a una barella mentre gli infermieri cercavano la vena per iniettargli la miscela letale. Non ci sono riusciti. Dopo avere provato con tutte le vene praticabili, il medico ha chiesto alle guardie carcerarie di girare la barella all’indietro in modo che i piedi del prigioniero puntassero verso il soffitto mentre la sua testa puntava a terra. Smith si trovava, curiosamente per un uomo così religioso, in una crocifissione inversa. Di quella prima morte evitata il detenuto raccontò di ricordare il dolore degli aghi e l’impazienza dei suoi carcerieri innervositi dal fallimento. Quando Smith protestò per le punture inefficaci fin sotto la clavicola, il vicedirettore, stringendogli la testa, gli disse: «Kenny, questo è per il tuo bene». Il prigioniero, ancora vivo ma crivellato di buchi e profondamente traumatizzato, fu stato riportato nella sua cella.

Il caso di Alan Miller, riportato in cella sanguinante e traumatizzato

Tra i sopravvissuti alla pena di morte c’è anche Alan Miller, sottoposto a un tentativo di esecuzione da parte dell’Alabama a settembre del 2022. È stato forato ripetutamente per 90 minuti mentre giaceva sulla barella. La squadra medica di Miller ha proceduto a fare quello che i suoi avvocati hanno descritto come un “tour” del corpo del prigioniero. Braccio sinistro, mano destra, mano sinistra, interno del braccio sinistro, piede destro, piede sinistro: ogni parte del corpo è stata forata più volte in una ricerca sempre più disperata e, in definitiva, inutile, di una vena accessibile, a volte con due medici che sondavano parti diverse con aghi contemporaneamente. Come Smith, anche Miller è stato fatto oscillare verticalmente, sospeso nella posizione del crocifisso, anche se con la testa alta, per circa 20 minuti. Quando lo calarono, il sangue fuoriusciva dalle ferite. Poco prima di mezzanotte gli è stato detto: «La tua esecuzione è stata rinviata». Trascorse i giorni successivi raggomitolato in posizione fetale nella sua cella.

Kenneth Smith ucciso con l'azoto in Alabama, un'umiliante tortura di Stato in stile nazista
Proteste fuori dalla Corte Suprema americana per l’abolizione della pena di morte (Getty).

Gli ebrei contro la pena di morte parlano di eredità nazista

Il giudice Sonia Sotomayor, che assieme ad altri due giudici si era opposta alla doppia morte di Kenneth Smith, ha dichiarato: «Non essendo riuscita a uccidere Smith al primo tentativo, l’Alabama lo ha scelto come “cavia” per testare un metodo di esecuzione mai tentato prima. Il mondo sta guardando». Il co-fondatore di “L’chaim!, Ebrei contro la pena di morte”, Mike Zoosman, ha detto: «Solo l’idea di usare il gas per le esecuzioni è un affronto alla nostra comunità. L’eredità nazista della sperimentazione per trovare il modo più rapido per liberarci dai prigionieri indesiderati è un sotterfugio, per chiunque sia consapevole di quella storia che non dovrebbe ripetersi in Alabama, o altrove», ha aggiunto.

Le Nazioni Unite spingono per una moratoria sulle esecuzioni capitali

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, aveva espresso preoccupazione sul fatto che «l’ipossia di azoto possa provocare una morte dolorosa e umiliante» e aveva affermato che l’esecuzione con questo metodo «potrebbe equivalere a tortura» o essere «degradante ai sensi del diritto internazionale sui diritti umani». La pena di morte, ha detto, «è incompatibile con il diritto fondamentale alla vita. Non vi è alcuna prova che ciò scoraggi la criminalità. Piuttosto che inventare nuovi modi per attuare la pena capitale, esortiamo tutti gli Stati a mettere in atto una moratoria sul suo utilizzo, come passo verso l’abolizione universale». Kenneth Smith è morto alle 20.45 asfissiato dallo Stato dopo essere sopravvissuto a un’esecuzione di Stato. Ed è una roba così enorme che mancano le parole per scriverla.

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Meloni ispirata da Berlusconi. Ormai l’allieva ha superato il maestro

“L’Italia è il Paese che amo”. Con queste parole Silvio Berlusconi annunciava la sua discesa in campo dando vita a Forza Italia. Da allora sono trascorsi 30 anni e tante sono state le battaglie affrontate insieme, alcune vinte, alcune perse ma sempre con la stessa tenacia e la stessa passione. In occasione di questo anniversario, voglio rivolgere i miei auguri a tutti gli amici di Forza Italia. E un pensiero a Silvio, il cui impegno e ricordo continua a ispirare il nostro percorso”. Nel trentennale della fondazione di Forza Italia di prima mattina è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dare il via allo squillo di trombe, promettendo agli italiani di non fare sentire la mancanza di Berlusconi nelle linee guida del suo governo. Ci permettiamo di credere che l’allieva stia superando il maestro.

La premier celebra a modo suo Forza Italia. Giorgia Meloni si conferma degna erede di Silvio Berlusconi

Una delle fissazioni più inscalfibili di Silvio era senza dubbio l’evasione fiscale. Ovviamente non poteva dirlo a piena bocca ma l’apologia all’evasione è una storia lunga fin dal suo ingresso in politica nel 1994. Fu proprio Berlusconi a parlare di evasione “moralmente accettabile” – era il 2010 – poiché la “pressione fiscale è insopportabile”. Tredici anni dopo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha paragonato, l’anno scorso a Catania, le tasse al “pizzo di Stato”. Più delle parole però contano i fatti e anche su quelli Meloni ha dimostrato di essere in perfetta sintonia con Silvio.

Prima di tutto c’è l’innalzamento del contante a 5mila euro. Giorgia Meloni in quell’occasione ha parlato di “libertà personale” e si è schiantata contro Bankitalia che ha detto ciò che sanno tutti, ovvero che l’utilizzo del contante favorisce l’evasione fiscale. Poi ovviamente ci sono stati i condoni più o meno mascherati: rottamazione delle cartelle esattoriali, multe, interventi sulle criptovalute, sanzioni ridotte per gli atti di accertamento.

Poi c’è stata la flat tap e quella curiosa osservazione dell’ufficio parlamentare di bilancio che nota come in moltissimi stiano appena sotto la soglia. Infine qualche giorno fa è diventato realtà il concordato fiscale, pietra tombale sull’evasione. Così non solo l’evasione viene di fatto legalizzata, o meglio concordata, ma addirittura sparisce dalle statistiche. Se il 70% del reddito degli autonomi oggi è evaso domani non entrerà più nelle statistiche e dalle parti del governo potranno addirittura rivendersi come i maghi della lotta all’evasione prendendo i voti degli evasori. Un capolavoro di cui Silvio sarebbe fiero.

Sono ancora visibili i disastri dei governi Berlusconi sulla giustizia

Sono ancora visibili i disastri dei governi Berlusconi sulla giustizia. Il garantismo è solo uno scudo per garantire impunità ai sodali di partito. I colletti bianchi possono dormire molto più tranquilli con l’abolizione dell’abuso d’ufficio, spesso porta di ingresso per reati più gravi e associazioni più criminali. Nemmeno Silvio avrebbe potuto puntare così in alto. Stessa storia con le intercettazioni, vera spina nel fianco per i governi Berlusconi e oggi finalmente delegittimate con lo stesso schema di sempre: “costano troppo” e “disturbano la privacy”, dicevano i berluscones, ripetono oggi i melones. La differenza sostanziale è che l’argine al sabotaggio della giustizia oggi è molto più morbido.

Basti pensare che in giro non si legge nemmeno mezzo editoriale indignato per la Corte costituzionale a cui manca un membro per il plenum, come se fosse semplicemente un elemento ornamentale. Meloni ha però superato il mastro nel bastonare i più deboli. Dei ragazzini che occupano la strada sono diventati la vera emergenza sociale (e penale) del Paese. Un ribaltamento della realtà attraverso una fumosa narrazione che Berlusconi avrebbe mandato in onda in prima serata, senza dubbio. Le “toghe rosse” di Silvio sono tornate terribilmente di moda: nel corso del suo governo Meloni, i suoi ministri e i membri della maggioranza tuonano ciclicamente contro qualche magistrato trattato come “avversario politico”. Il caso della giudice Iolanda Apostolico è stato fondamentale per colpirne uno per educarne cento.

Dall’evasione di necessità al pizzo di Stato con Meloni i furbetti del Fisco stanno sereni

Il disprezzo per le istituzioni di Silvio è ancora qui. Berlusconi sognava un potere esecutivo senza i lacci e i laccioli del Parlamento e delle istituzioni. Giorgia Meloni ha – per ora – un Parlamento che si è ridotto a ratificare le sue decisioni. Come Silvio anche Giorgia strapazza i suoi alleati forte dei suoi voti indispensabili a tutti. L’alleanza è semplicemente una corte con un capo (oggi una capa) e una schiera intorno di utili idioti a cui non resta che lamentarsi di sponda. Il governo Meloni se l’è presa con l’ufficio parlamentare di bilancio, con l’Inps, con l’stat e così via. Ogni ente che concorre alla democrazia è vissuto come un inciampo sul proprio cammino. Anche la Costituzione è un orpello da sventolare nelle cerimonie che sono già pronti a piegare per avere più poteri nell’esercitare il potere. Silvio fingeva di governare limitandosi a comandare e Giorgia è la sua allieva perfetta.

Infine c’è la passione per l’occupazione dell’informazione. Non solo la Rai è diventata il cimitero degli elefanti per coloro che non potrebbero ambire nemmeno a una televendita in Mediaset ma anche la cultura e lo spettacolo sono semplicemente strumenti di propaganda. Con Berlusconi dovevamo sorbirci le poesia di Sandro Bondi ora abbiamo un’antologia di “artisti” che imperversano in tutti i campi. Vedendo la scena, c’è da scommetterci, Silvio si sbellicherebbe dalle risate.

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Altro che amichettismo. Meglio il cameratismo. Fa carriera l’ambasciatore fascio-rock, Vattani

Altro che amichettismo, quello del governo Meloni è cameratismo in senso largo: basta avere o avere avuto una nostalgia pubblica per i tempi andati e d’incanto scatta la promozione. L’ultimo in ordine di tempo è Mario Vattani, fresco di nomina come ambasciatore di grado per l’Italia. Solo che Vattani è lo stesso che nel 2011 fu sospeso dal ministero degli Esteri quando era console italiano a Osaka per i suoi numerosi video in rete in cui inneggiava al fascismo e alla Repubblica di Salò, partecipando a un raduno di Casapound a Roma.

Mario Vattani nel 2011 fu sospeso dal ministero degli Esteri per i suoi numerosi video in rete in cui inneggiava al fascismo e alla Repubblica di Salò

Ai tempi il diplomatico si giustificò spiegando che essere membro di una band ‘fascio-rock’, chiamata SottoFasciaSemplice. Come spesso accade dalle nostre parti gli è bastato tenere un profilo basso per qualche tempo aspettando che passasse la bufera per essere riabilitato prima dal governo Draghi che lo ha nominato ambasciatore in Giappone e poi dal governo Meloni, a febbraio dell’anno scorso, commissario italiano di Expo 2025 a Osaka.

Ora è arrivato il coronamento di una carriera. Vattani è tra i 25 diplomatici in Italia che hanno raggiunto il più alto grado in carriera. Per ora risulta “fuori ruolo”, ovvero senza sede, ma c’è da scommetterci che Giorgia Meloni e i suoi troveranno presto il luogo in cui spedirlo. A rappresentare l’Italia a poche ore dalla celebrazione della Giornata delle memoria ora abbiamo Katanga (lo chiamano così Vattani negli ambienti di estrema destra) che nel 1989 è stato indagato per aver aggredito due ragazzi di sinistra insieme ad altri militanti del Fronte della gioventù. Ne uscì assolto in sede penale, mentre risarcì i danni nel procedimento civile. Non è sbagliato: l’Italia oggi è questa roba qua.

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Varata la legge Ferragni. Meloni in guerra con gli influencer per coprire i suoi disastri

Nella bulimia di decreti legge partoriti da un Consiglio dei ministri, sempre concentrato sull’attualità della cronaca, ieri è stato varato anche la cosiddetta “legge Ferragni” per la trasparenza delle iniziative benefiche. L’imprenditrice digitale Chiara Ferragni da dicembre è travolta dai sospetti su alcune sue attività di beneficenza. Prima la maxi multa milionaria per pratica commerciale scorretta da parte dell’Antitrust e l’iscrizione nel registro degli indagati per l’operazione di beneficenza con l’azienda piemontese Balocco poi l’accusa di truffa aggravata per delle uova pasquali con il suo marchio per Dolci Preziosi e per la bambola in collaborazione con Trudi lanciata sul mercato nel 2019.

Dopo il caso Ferragni arriva la legge contro la finta beneficenza. Obblighi di trasparenza e multe a chi trasgredisce

Ieri il Codacons (che Assourt aveva firmato gli esposti per truffa aggravata) ha sollevato dubbi anche sulla donazione in beneficienza effettuata dall’influencer milanese dei proventi derivati dalla collaborazione con il marchio per la ‘Capsule collection limited edition Chiara Ferragni by Oreo’. Sull’onda del clamore suscitato dalla vicenda il ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso in conferenza stampa ha spiegato che il governo ha voluto colmare un vuoto legislativo.

Il disegno di legge contiene norme di trasparenza che intendono assicurare una informazione chiara quando vengono commercializzati i prodotti i cui proventi sono destinati a iniziative solidaristiche. “È stato introdotto l’obbligo di riportare sulle confezioni dei prodotti, anche tramite adesivi, alcune informazioni specifiche tra le quali importo complessivo destinato alla beneficenza, se viene predeterminato, in modo che il consumatore sappia con certezza quale parte del ricavato vada a iniziative solidaristiche”, ha detto il ministro Urso. Nel contempo i partner devono comunicare ad Agcm – che intendono realizzare questa attività promozionale ed anche il termine entro il quale ci sarà il versamento al beneficiario.

Previste multe da 5 a 50mila euro

Il provvedimento prevede che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato possa sanzionare sul piano pecuniario con multe che vanno da 5mila a 50mila euro. I proventi di eventuali sanzioni sarà destinato ad iniziative solidaristiche, che un successivo decreto definirà. Il ministro ha precisato che il decreto “non riguarda le attività da parte degli enti non commerciali per i quali resta vigente quanto previsto dal codice del terzo settore, né gli enti appartenenti alle confessioni religiose”.

Secondo gli esperti del terzo settore restano comunque dei nodi da sciogliere. Leggendo il ddl infatti sembrano sottoposti ai nuovi adempimenti anche gli enti “produttivi” come le imprese sociali, le cooperative sociali o altri Ets che non hanno scopo di lucro ma svolgono attività di interesse generale attraverso la produzione di beni destinati ad attività socialmente rilevanti. Questi enti sono già sottoposti agli adempimenti del Dm 22 luglio 2022 sia nella comunicazione che nella rendicontazione. Si rischierebbe quindi una duplicazione di obblighi che bisognerà omogenizzare.

Si teme anche il disincentivo alle piccole realtà locali che potrebbero rinunciare ad attività benefiche per non dover affrontare la mole degli adempimenti richiesti. Il rischio è che per colpire Ferragni e gli influencer in vista si complichi la vita a iniziative di dimensioni minori. Per questo si starebbe valutando una gradualità dell’applicazione delle norme. Poco dopo il Consiglio dei ministri Ferragni ha commentato il provvedimento del governo dicendosi “lieta che il governo abbia voluto velocemente riempire un vuoto legislativo”.

Per Ferragni il decreto “impedisce di cadere in errore”

“Quanto mi è accaduto mi ha fatto comprendere come sia fondamentale disciplinare con regole chiare le attività di beneficenza abbinate alle iniziative commerciali”, ha detto l’imprenditrice. Per Ferragni il decreto “impedisce di cadere in errore, ma dall’altra evita il rischio che da ora in poi chiunque voglia fare attività di beneficenza in piena trasparenza desista per la paura di essere accusato di commettere un’attività illecita”. Con la “legge Ferragni” il governo Meloni conferma ancora la sua strategia: cavalcare i casi di cronaca – soprattutto se riferiti a presunti avversari politici – per legiferare riempiendo i giornali e scaldando il dibattito pubblico. Per un paio di giorni, c’è da scommetterci, la distrazione di massa sulla Ferragni funzionerà.

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Trent’anni di Forza Italia e di danni al Paese: ecco il lascito di Berlusconi

Trent’anni fa, il 18 gennaio del 1994, Forza Italia si affaccia ufficialmente sulla scena politica italiana. Sei mesi prima – era il 29 giugno del 1993 – nello studio del notaio Roveda a Milano, Marcello Dell’Utri, Antonio Tajani, Cesare Previti e altri professionisti vicino a Silvio Berlusconi avevano registrato l’associazione “Forza Italia! Associazione per il buon governo” ripescando lo slogan elettorale della Democrazia cristiana usato qualche anno prima.

Il peccato originale di Berlusconi

Berlusconi dal canto suo non potè non iniziare con una sequela di bugie. Inizia a parlare di politica (e da politico) fin dal 1992, dicendosi però impossibilitato dal mettersi a capo di un partito. Così per tutto il 1993 sono diverse le situazioni in cui l’ex Cavaliere nega di essersi messo in moto. Anzi, quando a ottobre del ’93 il quotidiano Repubblica mostra alcuni documenti di organizzazione politica Berlusconi accusa il gruppo Repubblica-l’Espresso di metter in atto una campagna tesa alla distruzione del suo gruppo.

È il vittimismo teso a distruggere l’avversario che l’ex presidente del Consiglio (e altri presidenti del Consiglio dopo di lui) adotterà per tutta la vita. C’è da scommetterci che oggi, nel trentennale, si parlerà poco o quasi niente del ruolo della mafia. Tra i fondatori di Forza Itali c’è quel Marcello Dell’Utri condannato in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa perché portava a Cosa Nostra le buste di denaro di Silvio, ogni sei mesi, dal 1974 al 1992. Per la Corte di Cassazione l’ex senatore Dell’Utri era il trait d’union tra l’imprenditore di Arcore e le cosche siciliane al quale arrivavano grosse somme di denaro e quei pagamenti non si sarebbero conclusi nel 1992 ma sarebbero proseguiti fino a dicembre 1994, quando Berlusconi non era solo un imprenditore ma Presidente del Consiglio. “Vi è la prova – scrivono i giudici – che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo”.

“Ciò dimostra – si legge sempre nelle motivazioni della sentenza – che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”.

Forza mafia

Ma non c’è solo la mafia siciliana. Il 24 febbraio del 1994, mentre era in corso la campagna elettorale, al tribunale di Palmi, durante un processo, Giuseppe Piromalli – capostipite della cosca di Gioia Tauro di ‘Ndrangheta, padre dell’omonimo boss (soprannominato “Facciazza”) che verrà arrestato anni dopo accusato anche di estorsione ai danni dei gestori dei ripetitori Fininvest – prese la parola gridando dalla cella: “Voteremo Berlusconi, voteremo Berlusconi”. Un altro politico di prima grandezza condannato definitivo a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa è Antonino D’Alì, ex senatore ed ex sottosegretario all’Interno dal 2001 al 2006. Per i giudici è considerato vicino alla mafia trapanese e a Matteo Messina Denaro. Altro politico colpito dal reato di contiguità con la criminalità organizzata è Nicola Cosentino. Napoletano di Casal di Principe è stato deputato dal 1996 al 2013 per Forza Italia e PDL e nel quarto governo Berlusconi è stato sottosegretario all’Economia e Finanze. Per i giudici era il referente politico del clan dei Casalesi.

Mediaset

Trent’anni di Forza Italia e 30 anni di sdoganamento del partito azienda in cui la politica è il mezzo per raggiungere altri scopi. Dal Decreto Biondi (1994) in poi sono circa una quarantina le leggi “ad personam” che Forza Italia ha varato per difendere gli interessi di Finivest (poi diventata Mediaset) e per arginare i processi in corso. Le televisioni di Berlusconi sono state le armi bianche per bombardare la verità e fare della propaganda una quotidiana e incessante narrazione. Con Forza Italia il conflitto di interessi permanente è diventata una virtù, un trofeo di potenza da esibire in faccia agli avversari politici. Il mito dell’imprenditore che “si è fatto da solo” fingeva di non sapere quanto avesse influito sul fatturato la vicinanza con Craxi prima e l’occupazione dei posti di comando poi. Forza Italia è solo un tassello della fitta rete di salvataggio indispensabile per continuare a galleggiare, come lo era il Milano e come erano (o sono?) le reti televisive.

Nel solco di Berlusconi

Trent’anni anni di Forza Italia e Berlusconi rimane imprescindibile, anche se non c’è più. Il partito con la furiosa paura di scomparire con il suo padrino per ora rimane legato alla famiglia Berlusconi da un debito economico importante. Ieri fonti vicini ai figli di Silvio “che il credito verso FI non è mai stato in discussione. Al contrario, la famiglia intende continuare a sostenere il partito, anche in virtù dell’affetto per la creatura politica cui Silvio Berlusconi ha dedicato gli ultimi 30 anni della sua vita”. “Questo supporto, ovviamente – dicono le fonti – deve affiancarsi all’impegno di Forza Italia a proseguire nel percorso, peraltro già intrapreso, di rafforzamento della propria dotazione finanziaria”.

Trent’anni anni dopo la famiglia Berlusconi incide tranquillamente sulla politica nazionale senza bisogno di stare dentro al partito e Forza Italia è legata a doppio filo con le aziende, anche senza Silvio. La memoria, si sa, è una spinta troppo flebile per tenere in piedi l’azione politica. Ora bisognerà vedere se Forza Italia sarà utile anche per il resto. Ancora una volta.

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Sgarbi… quotidiani contro la deputata dem

Se ieri avete avuto la sfortuna di sfogliare le pagine de Il Giornale vi sarà capitato tra le mani l’articolo del sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi che si è cimentato in una lunga autodifesa dal titolo: “La mozione che umilia le Camere”, rilanciato anche in prima pagina. Si fa riferimento alla mozione di sfiducia presentata da Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra Partito democratico in cui si ripercorrono le vicende – ben raccontate dalla trasmissione Report – di un quadro del pittore del Seicento Rutilio Manetti rubato dal castello di Buriasco, vicino a Pinerolo, e riapparso (in originale o in copia lo dovrà decidere il tribunale) nelle disponibilità del sottosegretario.

L’indomito Sgarbi, diventato famoso più per le sue intemperanze che per capacità politiche, aveva parlato fin da subito di “aggressione”. Del resto uno spirito docile come il suo deve essere rimasto traumatizzato dal ricevere critiche. Scorgendo l’articolo di ieri si potrebbe comunque immaginare che Sgarbi abbia deciso una volta per tutte di chiarire i punti oscuri della vicenda rispondendo alle perplessità avanzate dai giornalisti seppelliti dagli improperi incazzosi del critico d’arte. Nulla di tutto questo.

Sgarbi verga una pagina in cui offende personalmente la deputata dem Irene Manzi (prima firmataria della mozione) accusandola di essere stata “nominata” per entrare in Parlamento (evidentemente nel centrodestra hanno un’altra legge elettorale tutta loro) e di essergli sconosciuta. Per Sgarbi la popolarità guadagnata a suon di risse televisive e di condanne vince sull’operato di una deputata che non ha nemmeno una foto seduta sul cesso. Risposte nel merito della vicenda Ovviamente nessuna. Però in prima pagina.

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Femminicidi: la Cassazione prende a sberle i negazionisti

Nel 2023 “su un totale di 330 omicidi (in lieve aumento rispetto ai 325 dell’anno precedente e ai 308 del 2021), le donne risultano vittime in 120 casi (rispetto ai 128 del 2022 e ai 122 del 2021). In 97 casi (rispetto ai 104 del 2022 e ai 105 del 2021) i delitti sono maturati in ambito familiare o nel contesto di relazioni affettive”. Lo evidenzia la prima presidente della Corte di Cassazione, Margherita Cassano, in un passaggio della sua relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Secondo Cassano, “desta grave preoccupazione il fatto che dei sette omicidi volontari consumati già nella prima settimana del 2024 tre vedano come vittima una donna. I femminicidi – puntualizza ancora la prima presidente della Cassazione – costituiscono spesso il tragico epilogo di reati cosiddetti ‘spia’, espressivi di condotte violente (violenza privata, violazione di domicilio, lesioni, maltrattamenti in famiglia, stalking) che richiedono particolare attenzione, competenza, professionalità e tempestività d’intervento per impedire conseguenze ben più gravi”.

Per Cassano, “è altrettanto indubbio, pero’, che un forte impegno della Polizia giudiziaria e della Magistratura non è sufficiente e che esso deve essere preceduto da una forte azione di sensibilizzazione e prevenzione culturale e sociale e da azioni di ampio respiro che coinvolgano non solo la famiglia e la scuola, ma l’intera collettività e siano in grado di incidere sulle cause generali di questa drammatica involuzione delle relazioni interpersonali, in cui sulla dimensione affettiva prevalgono tragicamente l’idea del possesso e del predominio sulla donna e il disconoscimento dell’uguaglianza di genere”.

Come direbbe “Er Monnezza”: «è Cassazione». Chissà ora i vestali della fallocrazia come ci rimarranno male. 

Buon venerdì. 

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