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Lega, Zaia e Salvini ora sono separati in casa

Qualcuno suggerisce che dietro lo scontro tra il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il leader del Carroccio, Matteo Salvini si possa intravedere in controluce la nuova Lega che mangerà quella attuale già pronta a diventare vecchia. Certo, la bocciatura per un solo voto nel Consiglio regionale veneto della legge sul fine vita segna un solco tra il conservatorismo spudorato di Salvini e il cauto progressismo di Zaia che da tempo vorrebbe una Lega fatta di meno slogan e di più concretezza.

Oltre ai problemi con FdI, il segretario della Lega Salvini ha nel governatore Zaia il vero pericolo per la sua leadership

Zaia ieri ha provato a diluire la spaccatura nella sua maggioranza che per un solo voto ha bocciato la legge regionale sul suicidio medicalmente assistito: “La legge non cambiava il corso delle cose, il fine vita è già autorizzato da una sentenza della Corte Costituzionale – spiega -. La legge non sarebbe servita, come avevo già detto in precedenza. Mi spiace che qualcuno abbia dato una lettura errata, ovvero che la legge discussa in Veneto istituiva il fine vita”.

Ma all’indomani della bocciatura l’attacco al governatore veneto arriva dal suo capo partito Salvini: “Per me la vita va tutelata da prima della culla alla fine. Bisogna garantire cure necessarie alle future mamme e a coloro che sono in difficoltà alla fine dei loro giorni – ha detto il segretario del Carroccio – ma senza arrivare ai livelli olandesi della morte per procura”. E ancora: “La regione Veneto ha votato, poi in democrazia hanno vinto i no – ha spiegato -. Anche io avrei votato in quel senso lì. La Lega non è una caserma, c’è libertà di pensiero. Quindi bene che sia finita così”.

Ma è finita così? No, per niente. Le scintille tra Zaia e il suo segretario affondano su temi ben più ampi di un semplice voto. Sulle Olimpiadi il ministro alle Infrastrutture si adopera per accontentare Zaia che lamenta lo “scippo” del bob alla sua regione e chiede un “ristoro” ottenendo più eventi dalla Lombardia. In ballo c’è anche il terzo mandato che la Lega prova a imporre agli alleati di Fratelli d’Italia per permettere la ricandidatura del presidente veneto.

Salvini preferirebbe spedire Zaia a Bruxelles

Si bisbiglia che in realtà Salvini preferirebbe spedire Zaia a Bruxelles, allontanatolo così anche dalla disfida interna al partito. Nella fazione opposta, dei fedeli a Salvini, si maligna sul presidente veneto più interessato alle faccende interne al partito che al proseguimento del suo lavoro in Regione. Inevitabili maldicenze tipiche dei partiti, certo, ma negli ultimi mesi la spaccatura è diventata evidente anche tra i militanti. Ma non è tutto. Consistenti differenze di vedute tra Zaia e Salvini si riscontrano anche sul tema dell’immigrazione.

Mentre il leader della Lega insiste sulla chiusura delle frontiere e sulla criminalizzazione dello straniero (meglio se nero), per infoltire il consenso da qualche mese il presidente Zaia prova faticosamente a spiegare che molti imprenditori della sua regione si ritrovano a non poter assumere stranieri per i limiti dei decreti flussi. Sullo sfondo ieri è intervenuto anche Luca De Carlo, senatore veneto di Fratelli d’Italia, presidente della Commissione industria e agricoltura del Senato, colui che Giorgia Meloni vorrebbe candidare per la successione dell’attuale governatore.

“Zaia ha sempre avuto questa posizione che lo pone in una posizione incomprensibile forse al Centrodestra o a parte del Centrodestra, questo di sicuro – ha detto De Carlo ospite a 24 Mattino su Radio 24 –. Che tutto ciò abbia riflessi politici sulla sua maggioranza mi sentirei assolutamente di escluderlo”. Rimane la domanda che si pongono molti leghisti: se la Lega di Salvini assomiglia a Fratelli d’Italia ma con meno voti, a che serve? È lo stesso pensiero di Zaia.

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Emergenza maltempo in Emilia-Romagna, tante parole e pochi soldi

“Le risposte sono arrivate”, dice soddisfatta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni giunta a Forlì con la presidente della Commissione europea a Ursula von Der Leyen. Per silenziare i fischi e le urla dei cittadini arrabbiati Meloni adotta il tono laborioso e umile delle grandi occasioni. Al suo fianco von Der Leyen definisce “molto toccante essere di nuovo qui in Emilia Romagna dopo le devastazioni dell’alluvione” ricordando “questa enorme massa di fango e l’enorme solidarietà di uomini e donne che si aiutavano l’un con l’altro” che aveva sorvolato in elicottero insieme alla capa del governo.

In Emilia-Romagna il maltempo ha fatto 8,5 miliardi di danni. Dopo i primi ristori i privati non hanno più visto un euro.

Ai cittadini che chiedono soldi per ricostruire più che compassione, la presidente della Commissione Ue annuncia di avere “dedicato un miliardo e 200 milioni a questa regione. Vogliamo aiutarvi a rimettervi in piedi – dice von der Leyen – e ad essere più resilienti. Lo stiamo facendo e lo faremo ancora di più”. Quel miliardo e 200 milioni declamato in pompa magna dalle due premier però tecnicamente è una distrazione di fondi.

Il 25 maggio scorso Meloni disse di avere ottenuto soldi ad hoc per risollevare la Regione dall’Europa, spiegando stizzita alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein che sarebbe stato impossibile utilizzare i fondi del Pnrr poiché “non si sarebbero potuti spendere subito”. Evidentemente Meloni ha cambiato idea: quel poco più di un miliardo festeggiato ieri come “nuova misura” è un travaso di soldi che scompaiono dalle risorse per la prevenzione destinate a altre regioni. L’ha detto chiaramente Meloni ieri ai giornalisti: i soldi ci sono “grazie alla revisione del Pnrr, difesa idraulica, ripristino del patrimonio pubblico, delle scuole e delle infrastrutture sportive”.

Considerando pure la ricostruzione pubblica si parla di 4 miliardi. Meno della metà della somma stimata

Con il Fondo per lo sviluppo e la coesione arrivano 137 milioni per la manutenzione stradale, con rilevazione annuale del fabbisogno delle province. Sfugge un particolare non da poco: i soldi dei fondi Pnrr sono destinati a investimenti pubblici, le persone che protestano là fuori invece hanno bisogno di rimettere in piedi le case e le aziende. Conviene quindi fare un passo indietro. I 5 miliardi di metri cubi d’acqua venuti giù in Romagna fra l’1 e il 17 maggio scorso hanno causato 8,5 miliardi di anni. I conti li ha fatti in fretta la Regione Emilia-Romagna: 3,8 miliardi per il patrimonio pubblico come strade, scuole, canali; 2,2 miliardi per i danni alle abitazioni; 1,8 miliardi per i danni alle attività produttive, comprese le aziende agricole. A questa cifra vanno aggiunti 682 milioni già spesi per fronteggiare l’emergenza e per la messa in sicurezza del territorio, di cui 412 anticipati da Comuni, Province, Regioni e consorzi di bonifica.

Parla di 8,5 miliardi la relazione inviata dal Governo a Bruxelles per accedere al Fondo di solidarietà europeo

Inizialmente il Governo ha contestato la stima redatta da Bonaccini, senza mai entrare nel merito delle cifre. Tutta melina politica visto che di 8,5 miliardi parla la relazione inviata dal Governo a Bruxelles per accedere al Fondo di solidarietà europeo. “Quindi la stima dei danni e l’elenco degli interventi necessari che inviammo subito dopo l’alluvione alla presidenza del Consiglio via Dipartimento nazionale di Protezione civile – in tempi estremamente accelerati rispetto a quanto sempre successo prima in caso di emergenze – si sono rivelati esatti e redatti con serietà, insieme agli enti locali”, sottolineano dalla Regione.

Dopo due mesi e mezzo persi per nominare Commissario il generale di Corpo d’Armata Francesco Figliuolo arrivano 2,5 miliardi per la ricostruzione pubblica (dl 61 e dl 88), 639 milioni per la ricostruzione privata (120 milioni del dl 61 + 519 milioni. del dl 104) e 700 milioni di credito d’imposta per finanziare la ricostruzione privata (legge di bilancio 2024). Totale: meno di 4 miliardi di fronte a danni per più del doppio. “Risarciremo il 100% a chi è stato danneggiato” era stata la promessa della premier con gli stivaloni in mezzo al fango nelle zone allagate, e poi a giugno durante l’incontro con i sindaci a Palazzo Chigi. Dalle alluvioni di maggio sono trascorsi ormai quasi 7 mesi e imprese e cittadini hanno ricevuto pressoché nulla.

Le uniche risorse arrivate alle famiglie sono quelle attivate nella prima fase dell’emergenza

Le uniche risorse arrivate alle famiglie sono quelle attivate nella prima fase da Curcio e Bonaccini: oltre al Cas (Contributo autonoma sistemazione) per chi è fuori casa, il Cis (Contributo immediata sistemazione, sperimentato per la prima volta) per dare subito un anticipo di 3/5 mila euro a chi è stato colpito nella prima casa. La situazione la fotografa la segretaria generale della Cgil Forlì Cesena, Maria Giorgini sul sito del periodo della Cgil: “Il clima è nero, le persone si sentono lasciate sole e senza risposte. Sono arrivati solo i primi ristori, quelli delle domande fatte allora dalla Regione Emilia-Romagna. I primi 3mila euro, per intenderci, che per qualcuno si sono trasformati in 5mila” e “mancano i beni mobili che non verranno risarciti, che in realtà, per buona parte della popolazione, hanno rappresentato il grosso del danno”.

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Se il voto non ci piace si rivota

Se il voto non gli sta bene semplicemente rivotano, finché non esce il risultato che loro definiscono giusto. In commissione Affari sociali della Camera ieri è andata in scena l’ennesima violenza istituzionale, uno spettacolo incredibile anche per chi da questo Governo è pronto ad aspettarsi di tutto.

La votazione per istituire la commissione d’inchiesta sul Covid finisce 11 pari. I regolamenti parlano chiaro, senza bisogno di interpretazioni: un pareggio determina la bocciatura del testo. Il vice presidente della commissione Luciano Ciocchetti (Fratelli d’Italia) però ha una soluzione: rivotiamo, magari va meglio, come alla roulette. Spiega Ciocchetti che “c’è la possibilità di fare la controprova”, pensando di poter applicare il Var calcistico anche alle azioni parlamentari. 

Federico Fornaro, deputato Pd, lo dice chiaro alla maggioranza: “voi avete la maggioranza dei numeri: se quando si pareggia o si va sotto richiama i suoi rappresentati per rivotare è evidente che poi ha la maggioranza. In nome della correttezza e della lealtà e del rispetto per l’istituzione in cui lavoriamo la pregherei di ristabilire la correttezza del voto: quello che è accaduto è un vulnus grave”.

In effetti l’episodio apparentemente minimo è significativo per raccontare l’approccio di certa parte della maggioranza verso le istituzioni e le regole della democrazia: il Parlamento e le sue commissioni sono un impiccio burocratico da sbrogliare in fretta dove si ratificano semplicemente le decisioni prese nelle stanze dei leader. Se il pulsante si inceppa si vota di nuovo. 

Buon giovedì. 

Nella foto: Luciano Ciocchetti (FdI) vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera, frame di una video intervista di Radio Radicale

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Appello dei super ricchi: “Tassateci di più”

Chissà cosa hanno pensato i 260 miliardari di tutto il mondo che ieri hanno indirizzato una lettera ai leader politici presenti al World Economic Forum di Davos per chiedere di essere tassati di più per non mettere a rischio la democrazia. I ricchi che si fanno sindacato per i poveri sono una delle molte storture del sistema economico capitalistico in cui gli oppressori sono garantiti dagli oppressi che abboccano alla favola di poter sperare di diventare un giorno come loro.

I 260 miliardari di tutto il mondo hanno indirizzato una lettera ai leader politici presenti a Davos per chiedere di essere tassati di più

“Saremmo orgogliosi di pagare più tasse”, scrivono alcune tra le persone più ricche del pianeta. Nella loro missiva i miliardari citano uno studio condotto tra 2.300 persone di paesi G20 con patrimonio di oltre un milione di dollari (case escluse) che dice come tre quarti degli interpellati siano a favore di maggior tasse sui patrimoni e la metà di loro sia convinta che l’accumularsi di ricchezze astronomiche in capo a singoli individui sia un pericolo per le democrazie.

Scrivono i miliardari: “Eppure i leader politici non sono riusciti ad adottare la soluzione più semplice: aumentare le tasse sugli ultra-ricchi. Questa è una scelta politica”. Pronunciare o scrivere una frase del genere in Italia significa essere infilati di corsa nel cassetto dei comunisti dediti all’esproprio proletario.

Chissà allora cosa hanno pensato anche i politici che da anni frignano ogni volta che si chiede una patrimoniale o una maggiore tassazione. Partiti che hanno passato la vita ad additare i poveri come invidiosi e ora si ritrovano a fare i conti con quei ricchi che volevano difendere che li accusano di essere cretini. A meno che non siamo di fronte all’esproprio miliardario. No?

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Buttiamo miliardi in armi, ma nelle scuole si muore di freddo

Ieri, solo per citare un caso, è accaduto in un liceo della provincia di Pordenone: alle 10 il termometro nelle aule segnava 13 gradi e di fronte alla prospettiva di passare in quell’aula altre sette ore gli studenti hanno deciso di lanciare un messaggio inequivocabile abbandonando le lezioni. Le altre classi in segno di solidarietà hanno deciso di proclamare un giorno di sciopero. La dirigente scolastica non ha potuto fare altro che rilasciare un’intervista al giornale locale in cui si augura che i caloriferi si accendano e la protesta si spenga.

Da Nord al Sud, le scuole al gelo

Secondo un recente sondaggio del sito specializzato skuola.net più di uno studente su due, complessivamente, si è lamentato per un ambiente scolastico in cui si registra un clima inadatto per poter svolgere serenamente le lezioni. Tanto che molti lasciano sulle spalle il cappotto, quando non arrivano a portarsi da casa il plaid. Per il 28 per cento degli studenti l motivo di tali problemi sarebbe da rintracciare nella scarsa tenuta termica degli edifici. Non è di certo una coincidenza che quasi sei strutture scolastiche ogni dieci su tutto il territorio stiano per compiere 50 anni.

All’Istituto Verga di Modica, in provincia di Ragusa, per ovviare al malfunzionamento dei termosifoni gli studenti si sono armati di coperte e scaldamani. Negli ultimi giorni al gelo s’è però aggiunta la pioggia che filtra dal soffitto e ha reso inagibili alcune aule. A Palermo nei giorni scorsi gli studenti dell’Istituto Tecnico Economico Marco Polo hanno deciso di occupare la scuola, per denunciare le temperature insostenibili che si protraggono costanti dal rientro dalle vacanze natalizie. A San Donà, in Veneto, nell’Istituto di Ragioneria Alberti hanno deciso di affidarsi ai cerotti riscaldanti perché secondo studenti e genitori le rotture della caldaia sono ormai croniche.

Quando non ci sono guasti il freddo è provocato dalle ristrettezze economiche, come nelle favole di Andersen: all’Istituto professionale Marconi del comune aretino di San Giovanni Valdarno il riscaldamento si accende il più tardi possibile perché – dicono i tecnici – le riserve di gasolio sono limitate. Cristina Costarelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio, intervistata sulla questione, spiega che il freddo nelle scuole si lega alle strutture scolastiche ormai datate, alla difficoltà di manutenzione e alle esigenze di risparmio economico. I dirigenti scolastici possono gare poco di fronte a impianti vetusti e a cavilli burocratici. Qualche giorno fa nna dirigente scolastica di un istituto di Torino illustrava parlando con La Stampa i suoi sforzi quotidiani nel documentare le condizioni di freddo e nell’invocare interventi risolutivi. La problematica si scontra con la burocrazia e le competenze degli enti locali. La Consulta degli Studenti sottolinea la disparità di trattamento tra la mancanza di fondi per la scuola e le spese per la guerra e gli armamenti, evidenziando un problema di priorità nell’allocazione delle risorse.

Il piatto piange

Gli uffici scolastici regionali addossano le responsabilità agli enti locali che a loro volta lamentano scarsità di fondi dal governo nazionale. La normativa attuale (D.Lgs. 81/08) non fissa assolutamente dei valori di temperatura né minimi, né massimi, per le scuole. Si fa riferimento ad altre fonti tecniche complesse che devono essere adattate all’ambiente scolastico con le dovute valutazioni che si dovranno effettuare a partire dal documento interno della valutazione dei rischi. Ma intanto a scuola si gela e i soldi che dovrebbero arrivare con il Pnrr, avvisano i dirigenti scolastici, saranno comunque insufficienti.

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Passerella bis con von der Leyen in Romagna: Meloni torna sul luogo del delitto

Duecentotrentanove (239) giorni dopo la passeggiata nel fango di Giorgia Meloni nel territorio devastato dall’alluvione tra Forlì e Faenza la presidente del Consiglio ritorna a Bologna e a Forlì per provare a fare il punto sui soldi che gli alluvionati continuano ad aspettare. Alle 9.45 la presidente del Consiglio è attesa in Regione, con il presidente emiliano-romagnolo Stefano Bonaccini e il ministro per gli Affari europei, le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, per la firma del nuovo accordo sul Fondo sviluppo e coesione (Fsc) 2021-2027, che garantisce investimenti per quasi 600 milioni in Emilia-Romagna.

Fuori in contemporanea è annunciato un presidio ambientalista contro l’accordo sulla Campogalliano-Sassuolo e Cispadana. È però in Romagna l’appuntamento più atteso e anche simbolico della giornata. Meloni sarà a Forlì, tra i centri colpiti dalle alluvioni dello scorso maggio, per una visita insieme alla presidente della Commissione Ue, Ursula Von Der Leyen. Tornano insieme sui luoghi che furono devastati dopo la visita che fecero il 25 maggio, con la Romagna ancora in ginocchio e sotto il fango.

Non saranno applausi. Fuori, in piazza Saffi, è preannunciato dalle 12 un sit-in di protesta degli alluvionati che “non si arrendono”, associazioni e comitati fra cui anche Anpi, Cgil, Legambiente, che giudicano “assolutamente insufficienti, gravemente tardive ed estremamente farraginose le poche risposte giunte finora ai bisogni urgenti delle terre alluvionate”. Bonaccini ha annunciato che verrà firmato l’accordo “per ricevere poco meno di 600 milioni di euro che sono i cosiddetti fondi sviluppo-coesione, fondi europei che spettano alle regioni per fare investimenti su diverse opere, dalle infrastrutture a bandi per progetti di rigenerazione urbana, per impiantistica sportiva, culturale, in un momento in cui l’andamento dell’economia non è proprio felice”. L’esponente del Pd ha ricordato che i rimborsi agli alluvionati “erano stati stimati a poco più di 4 miliardi per danni, metà per le imprese e metà per le famiglie: lì siamo lontani da ciò che serve e servirà” ma – ha aggiunto Bonaccini – “voglio sperare che quello che è stato promesso venga mantenuto. Non ci sposteremo di un millimetro finché, come per il terremoto, il 100% dei danni di cittadini, imprese e Comuni non venga rimborsato”.

Alluvione Romagna, la riunione (senza Meloni)

Ieri intanto si è tenuta una riunione tra il ministro per gli Affari europei, il Sud le Politiche di coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto, il ministro dell’Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, il Commissario straordinario Francesco Figliuolo e il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini per fare il punto sulla ricostruzione in Emilia-Romagna. Nel corso della riunione – si legge in una nota – sono stati affrontati i temi relativi alla nuova misura Pnrr che ha stanziato 1,2 miliardi di euro aggiuntivi per interventi di difesa idraulica, di ripristino della viabilità delle infrastrutture stradali, del patrimonio edilizio residenziale pubblico e delle strutture sanitarie e sociosanitarie di proprietà pubblica nonché delle infrastrutture sportive e delle reti energetiche.

La nuova misura prevede scadenze precise: entro settembre 2024 occorre selezionare gli interventi mediante ordinanze del Commissario straordinario. Tutti gli appalti dovranno essere aggiudicati entro il 30 giugno 2025. Entro giugno 2026 sarà necessario completare il 90% degli interventi. Una parte dei soldi che dal governo davano per “già dati” all’Emilia Romagna per la ricostruzione è stata ufficializzata a 24 ore dalla nuova sfilata di Meloni e Von Der Leyen. I romagnoli si augurano che a breve sia programmata la prossima.

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Bavagli e imbavagliatori

Per il bavaglio serve gente che abbia voglia di indossare i panni degli imbavagliatori e a sentire il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro al governo si sono già messi in moto. L’ispettorato generale del ministero della Giustizia ha attivato il monitoraggio su 13 Procure per quanto riguarda le loro modalità di comunicazione sui procedimenti penali in corso. Andrea Delmastro Delle Vedove l’ha spiegato alla Camera rispondendo ad un’interrogazione del deputato di Azione Enrico Costa. La notizia tra le righe è enorme: di fatto il ministero sta indagando su 13 uffici inquirenti per una possibile violazione del decreto sulla presunzione d’innocenza varato dal governo di Mario Draghi e dall’allora guardasigilli Marta Cartabia, proprio su suggerimento dello stesso Costa.

La riforma Cartabia vieta di fatto ai pm e agli investigatori di parlare con i giornalisti. A parlare deve essere solo il Procuratore capo o i comunicati ufficiali. Nella sua interrogazione di ieri Costa ha denunciato “innumerevoli violazioni delle disposizioni” del bavaglio Cartabia, puntando il dito sulla procura di Milano, rea di aver ribattezzato un’indagine su una maxi truffa allo Stato con l’appellativo “Beagle Boys” cioè Banda Bassotti. Nel decreto Cartabia dare nomi in codice alle indagini è vietato. «Banda Bassotti non credo rientri nel diritto di cronaca, ma scivoliamo sulla spettacolarizzazione», ha detto Delmastro, rispondendo in aula all’interrogazione. 

La guerra all’informazione giudiziaria si innesta nella linea di provvedimenti che il governo sta assumendo in questi mesi. La Fnsi ha lanciato nei giorni scorsi un appello per invitare il presidente della Repubblica Mattarella a non firmare la modifica del codice penale che vieta la pubblicazione delle ordinanze cautelari integrali o per estratto. «Viola l’articolo 21 della Costituzione», denuncia Fnsi. Ma la maggioranza (allargata al fu Terzo polo) non sembra preoccuparsene. 

Buon mercoledì.

Nella foto: da sinistra il ministro Nordio e il sottosegretario Delmastro Delle Vedove

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Dopo i libri tocca al cinema: Sangiuliano si dà il ciak

È inarrestabile l’occupazione militare dei luoghi di cultura da parte del governo. Ieri abbiamo saputo che il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano ha messo nel mirino, dopo il blitz del governo al Centro sperimentale di Cinematografia, l’Accademia del Cinema italiano che si occupa dell’assegnazione dei prestigiosi premi del David di Donatello.

Secondo Repubblica la settimana scorsa il capo della direzione cinema e audiovisivo al MiC Nicola Borrelli ha inviato una lettera all’attuale presidente, ed ex direttrice di Ciak, Piera Detassis, chiedendo di inserire all’ordine del giorno una modifica allo statuto che includerebbe nel direttivo anche “il ministro della cultura o un suo delegato”. Come ha fatto giustamente notare il responsabile informazione e cultura del Pd Sandro Ruotolo parlando con l’Ansa il ministro dopo avere collezionato una magra figura alla premiazione di libri che non aveva letto ora ha intenzione di occupare il cinema italiano con l’ossessione di un’egemonia culturale che vede sinistra dappertutto.

Mancano solo le recite d’asilo di fine anno. La sostituzione culturale per i componenti del governo Meloni è una priorità, con il solito schema della distruzione dell’esistente come primaria soddisfazione del proprio elettorato. Anche in questo caso potremo toccare con mano lo spessore dell’egemonia culturale nell’era Meloni: nell’attuale direttivo di fianco a Detassis, Valeria Golino, Edoardo De Angelis, Francesca Cima, Francesco Giambrone, Giancarlo Leone, Luigi Lonigro, Mario Lorini, Domenico Dinoia e Francesco Ranieri Martinotti si siederà Sangiuliano o la sottosegretaria Lucia Borgonzoni.

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Il rinascimento saudita di bin Salman: giustiziate 1.257 persone

L’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 172 persone nel 2023, nonostante il principe saudita Mohammed bin Salman avesse promesso di “limitare” le esecuzioni capitali nel suo Paese in nome del “rinascimento arabo” di cui si fa un gran parlare anche qui in Occidente.

Il triste primato di bin Salman

Da quando il principe ereditario e suo padre, re Salman, hanno assunto il potere nel 2015, l’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 1.257 persone, con una media di 140 persone all’anno. I sette anni più sanguinosi della storia moderna del Regno si sono verificati sotto la loro guida e il tasso di esecuzioni è quasi raddoppiato. I numeri si ottengono incrociando i dati dell’Ong Reprieve, dell’Organizzazione euro-saudita per i diritti umani e quelli di Amnesty International.

Per la direttrice di Reprieve Maya Foa “è terrificante pensare che nell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman tutto proceda come al solito. Dietro i mega-investimenti nello sport e la facciata di riforme, – spiega Foa – il Regno rimane uno dei principali carnefici del mondo. Possedere i libri sbagliati, pubblicare un tweet critico, parlare con un giornalista o essere in disaccordo con il principe ereditario può farti guadagnare una condanna a morte. E mentre i leader mondiali si guardano le scarpe e accettano di credere alle bugie del regime, le uccisioni continuano senza sosta”. Taha al-Hajji, direttore dell’Organizzazione Saudita Europea per i Diritti Umani (ESOHR), sottolinea come il principe bin Salman incolpi le “cattive leggi” e i giudici disonesti per l’alto numero di esecuzioni “ma nel Regno non viene fatto nulla senza la sua approvazione”.

Per al-Hajji “le sue infinite e vuote promesse di riforma sono contraddette dai fatti: è stato un altro anno di spargimento di sangue in Arabia Saudita. I manifestanti e i bambini imputati restano a rischio imminente di esecuzione con un colpo di penna del sovrano”. Il numero reale delle esecuzioni non può essere accertato con certezza. L’Esohr monitora più fonti pubbliche di dati di esecuzione. Nel 2022, le autorità hanno annunciato 147 esecuzioni, ma la Commissione saudita per i diritti umani ha successivamente confermato ad Amnesty International che erano state effettuate 196 esecuzioni: un record moderno. Ad esempio, nel gennaio 2023, l’Esohr è stata informata delle esecuzioni di due cittadini yemeniti avvenute il mese precedente che non erano state riportate nei resoconti ufficiali. Inoltre, non c’è modo di sapere quante centinaia o addirittura migliaia di persone si trovino nel braccio della morte poiché il sistema della giustizia capitale del Regno è quasi del tutto opaco.

Uno sviluppo notevole nel 2023 è un aumento significativo del numero di donne giustiziate: sei, di cui tre di nazionalità saudita, una yemenita, una ghanese e una del Bangladesh. Un’altra è l’esecuzione di due uomini sauditi condannati da tribunali militari: queste sentenze vengono raramente emesse in Arabia Saudita e non è possibile rintracciarle o conoscere i dettagli dei processi lì. Amnesty International a dicembre dell’anno scorso aveva lanciato l’allarme per la sorte di Abdullah al-Derazi e Jalal Labbad che rischiano l’impiccagione da un momento all’altro dopo che la Corte suprema, ad inizio novembre, ha confermato in gran segreto le condanne per aver partecipato a proteste antigovernative.

Manca solo la ratifica del re Salman perché si proceda alla loro impiccagione. I due ragazzi non possono, infatti, più fare appello. A salvare la faccia e le mani sporche di sangue ci pensa intanto lo sportwashing con il calcio in prima fila e la finale della Coppa Italia già venduta per i prossimi 4 anni. Nemmeno troppo nelle retrovie briga anche l’ex presidente del Consiglio, ora leader di Italia viva, Matteo Renzi.

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La nuova scuola di Meloni: con il click day il flop è assicurato

Il tempo utile per le iscrizioni alle scuole di ogni ordine e grado nell’anno 2024/2025 sarà dalle ore 8 del 18 gennaio alle ore 20 del 10 febbraio. Per iscriversi alle prime classi della scuola dell’obbligo – scuola primaria, secondaria di primo e di secondo grado – nell’anno scolastico 2024/2025 bisogna presentare richiesta online sulla piattaforma Unica all’indirizzo unica.istruzione.gov.it/it/orientamento/iscrizioni.

All’interno della piattaforma Unica è presente il nuovo punto d’accesso alle iscrizioni online, con tutte le informazioni utili per la procedura (“Iscrizioni”). La piattaforma contiene anche numerose informazioni per aiutare studenti e famiglie nella scelta della scuola. Se è impossibile accedere alla piattaforma online il Ministero invita le famiglie di rivolgersi all’istituto di provenienza o all’istituto scolastico scelto.

La giungla formativa sulla scuola

Se oltre all’iscrizione a scuola si vuole aderire a servizi e iniziative, come ad esempio la mensa o il trasporto con lo scuolabus o il pedibus, allora è necessario rivolgersi al Comune competente. Le iscrizioni online sulla piattaforma Unica sono infatti dedicate solo all’accesso al ciclo scolastico e non ai servizi legati alla scuola, di cui appunto si occupano i Comuni.

Le domande si possono presentare a una sola scuola: dunque sul modulo bisogna indicare la propria prima scelta. C’è però spazio per scrivere il nome di al massimo due scuole in subordine, ovvero una seconda e una terza scelta: se la scuola indicata come prima scelta non potrà accogliere l’alunno perché non ha disponibilità di posti, si passerà alle scuole indicate come seconda e terza scelta.

Se una domanda sarà rifiutata sarà lo stesso sistema di iscrizioni online a girare la domanda all’istituto in subordine e a comunicarlo alla famiglia, attraverso una mail. Se nessuno dei tre istituti indicati nella domanda – la prima scelta e le due scuole in subordine – accoglie la domanda di iscrizione, l’ultima scuola a cui è stata girata è tenuta ad aiutare i genitori ad individuare un altro istituto.

Dal 23 gennaio sarà possibile iscriversi sulla piattaforma anche al “Liceo del made in Italy” fortemente voluto dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal suo governo. “Sarà un baluardo per la crescita sostenibile e la valorizzazione del talento italiano su scala internazionale”, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Per il ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara il liceo sarà “una parte qualificante della nostra riforma della scuola, che avvicina istruzione e mondo del lavoro”.

Ognun per sé

Come spiega Carlo Canepa su Pagella Politica però su questo nuovo liceo ci sono ancora incertezze, dal percorso di studi alle risorse a disposizione, passando per il numero di scuole dove potersi iscrivere. Su quest’ultimo punto negli scorsi giorni alcuni dirigenti scolastici si sono lamentati delle tempistiche troppo ristrette date dal governo per organizzare dal prossimo settembre l’avvio delle prime classi.

Entro lunedì 15 gennaio 2024 gli istituti scolastici interessati ad attivare le prime classi del liceo del Made in Italy dovranno presentare una richiesta alla Regione e all’Ufficio scolastico regionale ma nella provincia autonoma di Bolzano e nel Friuli Venezia-Giulia nessun istituto ha mostrato interesse nel creare un prima classe del liceo del Made in Italy.

Nella Ligura guidata dal presidente forzista Toti solo due scuole (una a Savona e una a Genova) hanno mostrato disponibilità. Le associazioni di studenti e insegnanti lamentano troppa confusione normativa che disorienterebbe le famiglie. Valditara è ottimista ma per i dirigenti scolastici “è una corsa contro il tempo”. E molti stanno decidendo in questi giorni di rinviare tutto al prossimo anno.

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