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Bavagli e imbavagliatori

Per il bavaglio serve gente che abbia voglia di indossare i panni degli imbavagliatori e a sentire il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro al governo si sono già messi in moto. L’ispettorato generale del ministero della Giustizia ha attivato il monitoraggio su 13 Procure per quanto riguarda le loro modalità di comunicazione sui procedimenti penali in corso. Andrea Delmastro Delle Vedove l’ha spiegato alla Camera rispondendo ad un’interrogazione del deputato di Azione Enrico Costa. La notizia tra le righe è enorme: di fatto il ministero sta indagando su 13 uffici inquirenti per una possibile violazione del decreto sulla presunzione d’innocenza varato dal governo di Mario Draghi e dall’allora guardasigilli Marta Cartabia, proprio su suggerimento dello stesso Costa.

La riforma Cartabia vieta di fatto ai pm e agli investigatori di parlare con i giornalisti. A parlare deve essere solo il Procuratore capo o i comunicati ufficiali. Nella sua interrogazione di ieri Costa ha denunciato “innumerevoli violazioni delle disposizioni” del bavaglio Cartabia, puntando il dito sulla procura di Milano, rea di aver ribattezzato un’indagine su una maxi truffa allo Stato con l’appellativo “Beagle Boys” cioè Banda Bassotti. Nel decreto Cartabia dare nomi in codice alle indagini è vietato. «Banda Bassotti non credo rientri nel diritto di cronaca, ma scivoliamo sulla spettacolarizzazione», ha detto Delmastro, rispondendo in aula all’interrogazione. 

La guerra all’informazione giudiziaria si innesta nella linea di provvedimenti che il governo sta assumendo in questi mesi. La Fnsi ha lanciato nei giorni scorsi un appello per invitare il presidente della Repubblica Mattarella a non firmare la modifica del codice penale che vieta la pubblicazione delle ordinanze cautelari integrali o per estratto. «Viola l’articolo 21 della Costituzione», denuncia Fnsi. Ma la maggioranza (allargata al fu Terzo polo) non sembra preoccuparsene. 

Buon mercoledì.

Nella foto: da sinistra il ministro Nordio e il sottosegretario Delmastro Delle Vedove

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Dopo i libri tocca al cinema: Sangiuliano si dà il ciak

È inarrestabile l’occupazione militare dei luoghi di cultura da parte del governo. Ieri abbiamo saputo che il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano ha messo nel mirino, dopo il blitz del governo al Centro sperimentale di Cinematografia, l’Accademia del Cinema italiano che si occupa dell’assegnazione dei prestigiosi premi del David di Donatello.

Secondo Repubblica la settimana scorsa il capo della direzione cinema e audiovisivo al MiC Nicola Borrelli ha inviato una lettera all’attuale presidente, ed ex direttrice di Ciak, Piera Detassis, chiedendo di inserire all’ordine del giorno una modifica allo statuto che includerebbe nel direttivo anche “il ministro della cultura o un suo delegato”. Come ha fatto giustamente notare il responsabile informazione e cultura del Pd Sandro Ruotolo parlando con l’Ansa il ministro dopo avere collezionato una magra figura alla premiazione di libri che non aveva letto ora ha intenzione di occupare il cinema italiano con l’ossessione di un’egemonia culturale che vede sinistra dappertutto.

Mancano solo le recite d’asilo di fine anno. La sostituzione culturale per i componenti del governo Meloni è una priorità, con il solito schema della distruzione dell’esistente come primaria soddisfazione del proprio elettorato. Anche in questo caso potremo toccare con mano lo spessore dell’egemonia culturale nell’era Meloni: nell’attuale direttivo di fianco a Detassis, Valeria Golino, Edoardo De Angelis, Francesca Cima, Francesco Giambrone, Giancarlo Leone, Luigi Lonigro, Mario Lorini, Domenico Dinoia e Francesco Ranieri Martinotti si siederà Sangiuliano o la sottosegretaria Lucia Borgonzoni.

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Il rinascimento saudita di bin Salman: giustiziate 1.257 persone

L’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 172 persone nel 2023, nonostante il principe saudita Mohammed bin Salman avesse promesso di “limitare” le esecuzioni capitali nel suo Paese in nome del “rinascimento arabo” di cui si fa un gran parlare anche qui in Occidente.

Il triste primato di bin Salman

Da quando il principe ereditario e suo padre, re Salman, hanno assunto il potere nel 2015, l’Arabia Saudita ha giustiziato almeno 1.257 persone, con una media di 140 persone all’anno. I sette anni più sanguinosi della storia moderna del Regno si sono verificati sotto la loro guida e il tasso di esecuzioni è quasi raddoppiato. I numeri si ottengono incrociando i dati dell’Ong Reprieve, dell’Organizzazione euro-saudita per i diritti umani e quelli di Amnesty International.

Per la direttrice di Reprieve Maya Foa “è terrificante pensare che nell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman tutto proceda come al solito. Dietro i mega-investimenti nello sport e la facciata di riforme, – spiega Foa – il Regno rimane uno dei principali carnefici del mondo. Possedere i libri sbagliati, pubblicare un tweet critico, parlare con un giornalista o essere in disaccordo con il principe ereditario può farti guadagnare una condanna a morte. E mentre i leader mondiali si guardano le scarpe e accettano di credere alle bugie del regime, le uccisioni continuano senza sosta”. Taha al-Hajji, direttore dell’Organizzazione Saudita Europea per i Diritti Umani (ESOHR), sottolinea come il principe bin Salman incolpi le “cattive leggi” e i giudici disonesti per l’alto numero di esecuzioni “ma nel Regno non viene fatto nulla senza la sua approvazione”.

Per al-Hajji “le sue infinite e vuote promesse di riforma sono contraddette dai fatti: è stato un altro anno di spargimento di sangue in Arabia Saudita. I manifestanti e i bambini imputati restano a rischio imminente di esecuzione con un colpo di penna del sovrano”. Il numero reale delle esecuzioni non può essere accertato con certezza. L’Esohr monitora più fonti pubbliche di dati di esecuzione. Nel 2022, le autorità hanno annunciato 147 esecuzioni, ma la Commissione saudita per i diritti umani ha successivamente confermato ad Amnesty International che erano state effettuate 196 esecuzioni: un record moderno. Ad esempio, nel gennaio 2023, l’Esohr è stata informata delle esecuzioni di due cittadini yemeniti avvenute il mese precedente che non erano state riportate nei resoconti ufficiali. Inoltre, non c’è modo di sapere quante centinaia o addirittura migliaia di persone si trovino nel braccio della morte poiché il sistema della giustizia capitale del Regno è quasi del tutto opaco.

Uno sviluppo notevole nel 2023 è un aumento significativo del numero di donne giustiziate: sei, di cui tre di nazionalità saudita, una yemenita, una ghanese e una del Bangladesh. Un’altra è l’esecuzione di due uomini sauditi condannati da tribunali militari: queste sentenze vengono raramente emesse in Arabia Saudita e non è possibile rintracciarle o conoscere i dettagli dei processi lì. Amnesty International a dicembre dell’anno scorso aveva lanciato l’allarme per la sorte di Abdullah al-Derazi e Jalal Labbad che rischiano l’impiccagione da un momento all’altro dopo che la Corte suprema, ad inizio novembre, ha confermato in gran segreto le condanne per aver partecipato a proteste antigovernative.

Manca solo la ratifica del re Salman perché si proceda alla loro impiccagione. I due ragazzi non possono, infatti, più fare appello. A salvare la faccia e le mani sporche di sangue ci pensa intanto lo sportwashing con il calcio in prima fila e la finale della Coppa Italia già venduta per i prossimi 4 anni. Nemmeno troppo nelle retrovie briga anche l’ex presidente del Consiglio, ora leader di Italia viva, Matteo Renzi.

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La nuova scuola di Meloni: con il click day il flop è assicurato

Il tempo utile per le iscrizioni alle scuole di ogni ordine e grado nell’anno 2024/2025 sarà dalle ore 8 del 18 gennaio alle ore 20 del 10 febbraio. Per iscriversi alle prime classi della scuola dell’obbligo – scuola primaria, secondaria di primo e di secondo grado – nell’anno scolastico 2024/2025 bisogna presentare richiesta online sulla piattaforma Unica all’indirizzo unica.istruzione.gov.it/it/orientamento/iscrizioni.

All’interno della piattaforma Unica è presente il nuovo punto d’accesso alle iscrizioni online, con tutte le informazioni utili per la procedura (“Iscrizioni”). La piattaforma contiene anche numerose informazioni per aiutare studenti e famiglie nella scelta della scuola. Se è impossibile accedere alla piattaforma online il Ministero invita le famiglie di rivolgersi all’istituto di provenienza o all’istituto scolastico scelto.

La giungla formativa sulla scuola

Se oltre all’iscrizione a scuola si vuole aderire a servizi e iniziative, come ad esempio la mensa o il trasporto con lo scuolabus o il pedibus, allora è necessario rivolgersi al Comune competente. Le iscrizioni online sulla piattaforma Unica sono infatti dedicate solo all’accesso al ciclo scolastico e non ai servizi legati alla scuola, di cui appunto si occupano i Comuni.

Le domande si possono presentare a una sola scuola: dunque sul modulo bisogna indicare la propria prima scelta. C’è però spazio per scrivere il nome di al massimo due scuole in subordine, ovvero una seconda e una terza scelta: se la scuola indicata come prima scelta non potrà accogliere l’alunno perché non ha disponibilità di posti, si passerà alle scuole indicate come seconda e terza scelta.

Se una domanda sarà rifiutata sarà lo stesso sistema di iscrizioni online a girare la domanda all’istituto in subordine e a comunicarlo alla famiglia, attraverso una mail. Se nessuno dei tre istituti indicati nella domanda – la prima scelta e le due scuole in subordine – accoglie la domanda di iscrizione, l’ultima scuola a cui è stata girata è tenuta ad aiutare i genitori ad individuare un altro istituto.

Dal 23 gennaio sarà possibile iscriversi sulla piattaforma anche al “Liceo del made in Italy” fortemente voluto dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal suo governo. “Sarà un baluardo per la crescita sostenibile e la valorizzazione del talento italiano su scala internazionale”, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Per il ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara il liceo sarà “una parte qualificante della nostra riforma della scuola, che avvicina istruzione e mondo del lavoro”.

Ognun per sé

Come spiega Carlo Canepa su Pagella Politica però su questo nuovo liceo ci sono ancora incertezze, dal percorso di studi alle risorse a disposizione, passando per il numero di scuole dove potersi iscrivere. Su quest’ultimo punto negli scorsi giorni alcuni dirigenti scolastici si sono lamentati delle tempistiche troppo ristrette date dal governo per organizzare dal prossimo settembre l’avvio delle prime classi.

Entro lunedì 15 gennaio 2024 gli istituti scolastici interessati ad attivare le prime classi del liceo del Made in Italy dovranno presentare una richiesta alla Regione e all’Ufficio scolastico regionale ma nella provincia autonoma di Bolzano e nel Friuli Venezia-Giulia nessun istituto ha mostrato interesse nel creare un prima classe del liceo del Made in Italy.

Nella Ligura guidata dal presidente forzista Toti solo due scuole (una a Savona e una a Genova) hanno mostrato disponibilità. Le associazioni di studenti e insegnanti lamentano troppa confusione normativa che disorienterebbe le famiglie. Valditara è ottimista ma per i dirigenti scolastici “è una corsa contro il tempo”. E molti stanno decidendo in questi giorni di rinviare tutto al prossimo anno.

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L’imbroglio delle pensioni che peggiora la Fornero

Dopo una campagna elettorale costruita sul “superamento della legge Fornero” e su una “riforma delle pensioni” che avrebbe dovuto essere il primo atto al governo ora alla Lega di Matto Salvini tocca fare i conti con la realtà. Il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon in un’intervista a Repubblica spiega che non hanno “rinunciato ad abolire la legge Fornero” ma si stanno “avvicinando”.

Con una perifrasi dolce Durigon ammette quindi che non ci sarà nessuna possibilità di mantenere le promesse della campagna elettorale. “Faremo una riforma delle pensioni per un decennio – dice il sottosegretario – incentivando a restare al lavoro nei settori in cui c’è bisogno. E favorendo l’uscita con 41 anni di contributi negli altri”. Inutile dire che per indorare la pillola il sottosegretario di Salvini promette per il 2024 un “anno chiave per le pensioni” e che all’orizzonte si intravede comunque “quota 41”. Peccato che di Quota 41 con il ricalcolo contributivo al momento non si intraveda nemmeno l’ombra nelle riforme in programma per quest’anno e peccato che il ricalcolo contributivo significhi una perdita secca di almeno un quarto della pensione.

Come sottolineano Riccardo Magi di +Europa, Franco Mari di Avs, Chiara Appendino del M5S e Annamaria Furlan del Pd la grande riforma delle pensioni sarà il grande imbroglio per le generazioni future: l’uso smodato della flessibilità in uscita peserà sulle nuove generazioni che non prenderanno mai una pensione decente. Prima c’è stata l’abolizione di Opzione Donna, poi il peggioramento di quota 103 e dell’Ape Sociale e ora si prospetta quota 41 con i tagli del ricalcolo contributivo. La legge Fornero ora sembra quasi il meno peggio.

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La lotta di classe c’è, eccome, e la stanno vincendo loro

Puntualissimi anche quest’anno i tipi di Oxfam hanno fotografato il dirupo di disuguaglianze nel mondo. Mettetevi comodi: dal 2020 i 5 uomini più ricchi al mondo (Elon Musk, Bernard Arnault, Jeff Bezos, Larry Ellison e Warren Buffett) hanno più che raddoppiato, in termini reali, le proprie fortune – da 405 a 869 miliardi di dollari – a un ritmo di 14 milioni di dollari all’ora, mentre la ricchezza complessiva di quasi 5 miliardi di persone più povere non ha mostrato barlume di crescita. Ai ritmi attuali, nel giro di un decennio potremmo avere il primo trilionario della storia dell’umanità, ma ci vorranno oltre due secoli (230 anni) per porre fine alla povertà.

Nel rapporto Disuguaglianza: il potere al servizio di pochi scopriamo che l’aumento della ricchezza estrema nell’ultimo triennio è stato poderoso, mentre la povertà globale rimane inchiodata a livelli pre-pandemici. Oggi, i miliardari sono, in termini reali, più ricchi di 3.300 miliardi di dollari rispetto al 2020 e i loro patrimoni sono cresciuti tre volte più velocemente del tasso di inflazione.

In Italia, il quadro distribuzionale tra il 2021 e il 2022 mostra quasi un dimezzamento della quota di ricchezza detenuta dal 20% più povero (passata dallo 0,51% allo 0,27%), a fronte di una sostanziale stabilità della quota del 10% più ricco degli italiani. Le soluzioni suggerite sono sempre le stesse: una tassa sui patrimoni, niente condoni e lotta all’evasione fiscale. Disse Warren Buffet: «È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo». A convincersi che la lotta di classe sia finita sono solo i poveri che sognano che i ricchi lascino qualche briciola. 

Buon martedì. 

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“Odio gli indifferenti”: 5 domande a Giulio Cavalli

Nato a Milano, è attore, scrittore, giornalista, regista teatrale, drammaturgo e politico.

Nel 2001 fonda la Bottega dei Mestieri teatrali con cui ha messo in scena diversi spettacoli d’impegno civile quali, molti di questi pubblicati come libri; Linate 8 ottobre 2001: la strage, Bambini a dondolo sul turismo sessuale infantile, Do ut des su riti e conviti mafiosi, A 100 passi dal Duomo scritto in collaborazione con Gianni Barbacetto sulle mafie al Nord, Nomi, cognomi e infami e L’innocenza di Giulio.

Dalla stagione 2007-2008 è direttore artistico del Teatro Nebiolo di Tavazzano con Villavesco, in provincia di Lodi.

Nel dicembre 2009 è stato ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che gli ha portato la propria solidarietà per la vita sotto scorta che conduce a causa delle minacce ricevute da parte della mafia. Nel gennaio 2010 a Catania gli è stato conferito il premio giornalistico «Pippo Fava».

È consigliere regionale in Lombardia, primo firmatario della legge per l’educazione alla legalità e membro dell’Osservatorio sulla legalità del Consiglio regionale.

Stiamo parlando di Giulio Cavalli al quale ho fatto 5 domande sullo spettacolo in scena al Teatro della Cooperativa in scena dal 12 al 21 gennaio 2024 (esclusi lunedì 15 e mercoledì 17).

Quando e perché nasce lo spettacolo Odio gli indifferenti?

Girando per scuole, presentazioni dei miei libri e incontri ho avuto la sensazione che la Costituzione sia ormai un feticcio. C’è chi la sventola come spada per fare opposizione e chi la interpreta come se fosse un biglietto del biscotto della fortuna. Quando mi capita di rileggerla la trovo ferocissima, quasi violenta: scorrere la Costituzione oggi significa fare i conti con il fallimento disastroso della costruzione sociale in cui stiamo.

Quindi mi sono detto: che accadrebbe se diventasse obbligatorio – ma davvero – il rispetto della Costituzione? Quanti mestieri sparirebbero? Quanti falsi profeti verrebbero smutandati? Pensandoci ci ho ritrovato una giullarata già pronta, seppure tragica come lo sono tutte le giullare ben riuscite. A quel punto mi serviva un inquisitore, un uomo di legge, possibilmente qualcuno delegittimato per la sua rigorosa lettura della Costituzione. E Luigi De Magistris mi è sembrato perfetto.

C’è un indifferente che odi di più in assoluto e perché?

Credo di trovare più insopportabili gli indifferenti per vigliaccheria rispetto agli indifferenti per guadagno personale. Potrei citare la solita massima che va fortissima sui social del “silenzio degli onesti” eccetera eccetera ma più di tutto mi basisce la stupidità di chi è disposto a perderci pur di non prendersi la briga di applicarsi. Gli antifascisti omeopatici, ad esempio, che nella storia sono sempre stati la stampella dei fascismi.

Odio gli indifferenti sarà in scena presso il Teatro della Cooperativa che ha fatto della memoria storica e dell’impegno civile il proprio credo grazie al suo direttore artistico (Renato Sarti).

Vista la tematica, quant’è difficile fare in Italia un teatro politico ma soprattutto politica a teatro?

È così da sempre.

Quando ho lavorato con Dario Fo ho imparato che non bisogna mai perdere la voglia di vedere circuiti teatrali dove gli altri non riescono a immaginarli. Ci sono luoghi teatrali in Italia che limitandosi a fare “spettacolo” nell’accezione indolore del termine in realtà stanno facendo politica accarezzando il potere di turno. Nell’ultimo anno – quando dopo più di un decennio sono tornato in scena – mi sono ritrovato a recitare nelle sale mensa, nelle chiese, su palchi disabitati da decenni e nei teatri più prestigiosi e classici. In questo scenario il Teatro della Cooperativa è un unicum perché tiene insieme l’attività e l’attivismo teatrale con perseveranza.

Ho letto che ti definiscono “un autore civile” ma tu preferiresti fare un giro tra gli incivili per capire chi assegna il patentino. Lo hai capito/scoperto?

A me pare che il teatro sia “civile” per definizione.

Già l’impresa di raccogliere persone che dopo una giornata di lavoro anticipano o ritardano la cena, si coprono d’inverno, sfidano il maltempo, cercano parcheggio, organizzano gli orari e poi cedono una considerevole quota del loro poco tempo libero sia un’opera civile. Ancora di più in questo tempo in cui si ha la sensazione di poter usufruire di storie in tempi brevissimi e negli space di uno schermo. Trovo civili tutti i drammaturghi che ho studiato, fin dai secoli più lontani.

A teatro – a differenza di altri mezzi – l’inciviltà non fa share. Per fortuna!

Concludendo, chi vorresti vedere seduto in Prima Fila il 12 gennaio 2024 al Teatro della Cooperativa e cosa vorresti che si portasse a casa dopo la visione dello spettacolo Odio gli indifferenti?

Invecchiando ho maturato un’imbarazzante commozione per ogni singolo spettatore. Non mi spiego il privilegio di potere raccontare storie a persone che vengono ad ascoltarmi con fiducia. Forse avrei voluto almeno per un’altra volta vedere Michela Murgia sorridere per la tragicomicità del momento storico e per la nostra inesauribile voglia di sbeffeggiare il potere. Mi auguro che gli spettatori si portino a casa una cassetta degli attrezzi per affrontare la quotidianità. E domande, moltissime domande. Che barba gli spettacoli che hanno solo risposte.

Teatro della Cooperativa
dal 12 al 21 gennaio 2024
ODIO GLI INDIFFERENTI
Che Paese saremmo se si rispettasse la Costituzione
di Giulio Cavalli
con Giulio Cavalli e Luigi De Magistris
regia Giulio Cavalli e Renato Sarti

Buona serata a Teatro!

Teatro online intervista sullo spettacolo “Odio gli indifferenti”

Una giullarata politica. Dov’è inapplicata, se non tradita, la Costituzione italiana? Che Italia sarebbe quella in cui la politica tutta si ripromettesse di applicare la Costituzione? Come sarebbe un Paese fondato sulla rendita se domattina dovesse svegliarsi davvero fondato sul lavoro? Cosa accadrebbe se i cittadini dovessero rendersi conto che la sovranità appartiene al popolo e non vale fare di tutto per esserne chiamato a risponderne?

https://youtube.com/watch?v=OwfSTpBwZ

A tutte queste domande cerca di rispondere Odio gli indifferenti, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano fino al 21 gennaio. Scritto da Giulio Cavalliche ne firma anche la regia con Renato Sarti, lo spettacolo vede protagonisti lo stesso Giulio Cavalli e l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

A tu per tu con Giulio Cavalli e Luigi De Magistris

L’Italia e la Costituzione. Perché non viene rispettata e perché andrebbe invece rispettata in tutto e per tutto?

Giulio Cavalli: La risposta da giullare è che non la rispettano perché non sono capaci di farlo, se dovessi essere cattivo. Secondo me, perché la Costituzione nel corso degli anni è diventata un po’ come i copioni per noi che veniamo dalla Commedia dell’Arte, quindi è semplicemente un suggerimento, è un canovaccio di intenti. E’ diventata più un vessillo da proteggere piuttosto che da studiare. Infatti, quando mi è capitato per lavoro di rileggere alcuni articoli della Costituzione nella sua interezza, ho pensato veramente che sarebbe stato tragicomico immaginare in scena un Paese in cui diventi obbligatorio non tanto confidare nella Costituzione, ma rispettarla in tutto e per tutto. 

Qual è l’intento del vostro spettacolo rispetto alla Costituzione italiana?

Luigi De Magistris: Processare i traditori della Costituzione e anche smascherare i suoi pseudoapplicatori, perché c’è un orientamento del pensiero diffuso nel nostro Paese secondo il quale basta definirsi antifascisti per essere dei bravi difensori della Costituzione. Invece purtroppo la Costituzione è stata massacrata in questi anni perché non ci sono stati bravi custodi e attenti applicatori. La Costituzione ha invece dentro l’antidoto, che è quello della fratellanza, della solidarietà, della giustizia sociale, economica, ambientale, della libertà, dell’uguaglianza, del ripudiare la guerra. Non dico che è il libro della felicità e dei sogni, ma è il libro che ci hanno consegnato quelli che sono morti, che sono stati torturati e arrestati. Quindi noi vogliamo anche far capire agli spettatori il dovere di ognuno e di ognuna di provare ad attuare la Costituzione, non solo a difenderla.

A chi appartiene veramente la sovranità?

Giulio Cavalli: La sovranità appartiene a un circolo endogamico in ogni campo e in ogni mestiere in cui molto spesso per entrare bisogna dimostrare di essere ricattabili, così alla pari degli altri, in cui l’obiettivo principale è l’autopreservazione degli equilibri in essere rispetto a qualsiasi altra apertura. Quindi purtroppo credo all’oligarchia nei diversi campi.

Possiamo e dobbiamo davvero derubricare i protagonisti della politica italiana di oggi come avvelenatori della Costituzione?

Luigi De Magistris: In gran parte sì. Però si fa un grosso errore se si pensa che gli attentatori alla Costituzione siano solo quelli che lo fanno in modo più muscolare ed evidente. Anzi, quelli sono forse anche più facilmente attaccabili: pensiamo a Berlusconi e ad altri. Invece se vediamo la storia degli ultimi trent’anni, questo tradimento è venuto da una bella fetta della classe dirigente politica verticale del nostro Paese. Abbiamo avuto più esempi virtuosi nel basso della politica, più tra i sindaci, gli amministratori e i luoghi di prossimità. Più si sale e più c’è il tradimento.

Ma c’è bisogno di scriverlo ancora Certo, va ripetuto ogni giorno

Ma c’è bisogno di scriverlo ancora Certo, va ripetuto ogni giorno, finché non si ha contezza della gravità della situazione. Scriviamolo quindi che il 2023 è stato globalmente l’anno più caldo mai registrato dal 1850. Inoltre, lo scorso è stato il novembre con la temperatura più anomala di cui si abbia traccia. Situazioni simili, ammonisce l’organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), si riproporranno con frequenza e intensità sempre maggiori. 

C’è una probabilità pari al 66%, secondo l’agenzia Onu, che tra il 2023 e il 2027 la temperatura media superi la soglia di 1,5 gradi centigradi fissata dall’accordo di Parigi per almeno un anno. Mentre la probabilità sale al 98% che uno di questi anni nonché il quinquennio nel suo complesso siano i più caldi mai registrati.

Il 2023 è stato l’unico anno in cui il 100% dei giorni ha registrato un’anomalia (segue il 2019, con 363 giorni su 365). Inoltre lo scorso è stato anche l’anno con più giorni con oltre 1,5 gradi centigradi di anomalia: oltre il 47% del totale. Sono 192 i giorni in cui l’anomalia è stata compresa tra il grado e il grado e mezzo e ben 173 quelli in cui ha superato la soglia del grado e mezzo. Una cifra, quest’ultima, particolarmente notevole e preoccupante, se pensiamo che il valore più alto, finora, erano stati i 77 giorni del 2016. Due giorni, ovvero il 17 e il 18 novembre, hanno addirittura superato la soglia dei 2 gradi – quella scongiurata dall’accordo di Parigi per via degli effetti irrecuperabili che avrebbe sull’ambiente. Vedete senso di urgenza in giro?

Buon lunedì. 

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Show di Salvini al processo Open Arms, comizio in aula con le solite bugie. Dalla Guardia costiera libica al numero dei morti in mare, tutte le balle del ministro

L’allergia al processo e la passione per il comizio. Il ministro Matteo Salvini si è presentato ieri a Palermo per il processo che lo vede imputato di sequestro persona per avere rinchiuso 147 migranti sulla nave della Ong Open Arms in porto nell’agosto del 2019. Incurante delle fasi processuali come un influencer qualsiasi Salvini ha pensato che l’occasione di impersonare la parte della vittima fosse ghiottissima e si è esibito in un lungo monologo, quasi un’ora, rubando la scena all’accusa, al giudice e soprattutto alla giustizia.

Film già visto

Con il suo copione sotto il braccio l’attuale ministro delle Infrastrutture (ai tempi al Viminale) ha spiegato di avere “ripercorso tutto quello che è accaduto in questa vicenda. Era mio dovere e mio puntiglio sottoporre al tribunale alcuni elementi”. Il leader della Lega ci tiene a dire che “la politica in tema di immigrazione, che puntava a contrastare il traffico di esseri umani, era condivisa da tutto il governo.

Dal presidente del Consiglio Conte e dai ministri Di Maio e Toninelli”. Qui cade il primo mattone della propaganda: Salvini da mesi si professa martire unico fiero della decisione di far bollire i naufraghi sulla nave, provando a capitalizzare anche nell’ultima campagna elettorale il suo gesto. Giunto in Aula il suo temperamento si è annacquato e quel gesto solitario è diventato una responsabilità collettiva. Il ministro ha provato a trascinare nel processo anche l’Unione europea.

“Io ho solo adeguato il mio comportamento alle indicazioni europee – dice il ministro -. Era stato il Consiglio europeo a dire che non bisognava interferire nelle operazioni della guardia costiera libica, in quest’aula ho invece sentito dire che la guardia costiera libica non è affidabile”. Il leader della Lega deve essersi distratto negli ultimi mesi perdendosi la relazione dell’Onu, presentata dal segretario Antonio Gueterres in persona, in cui si certificano le violenza in Libia anche della cosiddetta Guardia costiera di Tripoli se non addirittura il doppio ruolo di alcuni suoi uomini militari di giorno e trafficanti di notte.

Ma la bugia che sanguina è quella pronunciata dal ministro sui morti nel Mediterraneo di quell’anno: “Durante la mia gestione del ministero dell’Interno sono diminuiti in maniera considerevole gli sbarchi e soprattutto i morti, di questa cosa ne vado orgoglioso innanzitutto come genitore. Meno sbarchi e meno morti, cosa che non è accaduta dopo”, dice Salvini. Il crollo degli sbarchi in Italia, tornati a crescere negli ultimi anni, era il risultato dei mortiferi accordi presi con la Libia nel 2017 dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd).

Salvini ha semplicemente proseguito nel solco di quanto fatto dal suo predecessore. Ma il numero di morti pur essendo diminuito in assoluto è aumentato in rapporto al numero delle partenze dalla Libia. “Il rischio di attraversare il Mediterraneo è triplicato”, si legge in uno studio pubblicato nel 2020 e realizzato da Eugenio Cusumano, ricercatore in Relazioni internazionali dell’Università di Leiden, nei Paesi Bassi, e da Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), basandosi su dati dell’Unhcr e dell’Oim. Tra giugno e dicembre 2018 è morto o è andato disperso il 5,7 per cento dei migranti partiti dalla Libia, tra gennaio e agosto 2019 il 6,7 per cento. Tra gennaio 2016 e maggio 2018 la percentuale era del 2 per cento circa. Secondo i due ricercatori, inoltre, l’instabilità politica del Nord Africa e il meteo sono i due fattori che incidono di più nell’influenzare le partenze dei migranti.

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