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Sanzioni ai coloni israeliani, l’Italia si sfila ancora. Intanto le merci dagli insediamenti illegali aggirano l’Europa

Il 9 giugno 2026 sei capitali occidentali hanno firmato lo stesso annuncio: divieto d’ingresso per 25 coloni israeliani, quattro capi di organizzazioni e ventuno responsabili di violenze in Cisgiordania. Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, con Parigi che ha allungato la lista fino al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La ministra britannica Yvette Cooper è andata oltre, in Parlamento: «Se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali». Dietro l’annuncio ci sono i numeri dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari: 925 posti di blocco in Cisgiordania, il dato più alto degli ultimi 20 anni, e 45 comunità palestinesi sfollate dagli attacchi dei coloni da gennaio 2023. Israele ha bollato tutto come misure “vergognose”. E l’Italia L’Italia mancava, di nuovo.

L’indignazione a parole

Il giorno prima, l’8 giugno, la Procura di Roma aveva iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, ipotesi di tortura e sequestro di persona per l’abbordaggio della Flotilla di maggio. Lui ha risposto su X che “il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. Antonio Tajani, da parte sua, si è indignato davanti alle commissioni Esteri e Difesa: «Parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro».

E ha rivendicato di aver chiesto all’Alta rappresentante Kaja Kallas sanzioni europee contro Ben-Gvir, dice. Solo che la cronologia racconta un governo diverso: nelle scorse settimane Italia e Germania si erano opposte in sede europea proprio alle sanzioni contro Ben-Gvir e Smotrich, e l’11 maggio Bruxelles ha potuto colpire i coloni solo dopo aver tolto dalla lista i nomi dei due ministri. Roma si ferma sempre un passo prima dell’atto, e poi si offende se la chiamano ciabatta.

Il trucco delle etichette

Intanto, mentre l’Occidente sanziona col contagocce, c’è chi le sanzioni le aggira all’ingrosso. Il 10 giugno il Global Echo Litigation Center, centro legale statunitense, ha pubblicato il rapporto “Importing Occupation”: su oltre 5.900 spedizioni di datteri, agrumi e tahina arrivate in Europa tra il 2017 e il 2026, il 17,2% veniva dagli insediamenti in Cisgiordania o dal Golan occupato. Tra quelle dirette alla sola Ue la quota sale al 19,2%: un barattolo su cinque.

Su più di 2.000 fatture doganali esaminate, il 16,7% dichiarava origine israeliana per merci dei territori occupati, incassando tariffe preferenziali per 13,1 milioni di euro. I metodi sono da manuale del falsario: indirizzi fittizi dentro Israele, partite mescolate, “Made in Israel” stampato su tutto. E quando la dogana becca il trucco, ci pensa lo Stato: dal 2005 al 2024 il governo israeliano ha rimborsato agli esportatori degli insediamenti almeno 63 milioni di euro di dazi.

Il rapporto cita la tahina del marchio Achva, fabbricata negli insediamenti e venduta in barattoli “Prodotto di Israele”, in barba alla sentenza della Corte di giustizia Ue che dal 2019 impone l’etichetta d’origine. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha scritto che gli Stati devono evitare i rapporti economici che sostengono l’occupazione. La Commissione europea ha proposto il 17 settembre 2025 di sospendere le disposizioni commerciali dell’accordo con Israele: i governi, Italia in testa, l’hanno lasciata in un cassetto. La Spagna ha fatto da sola, con un divieto nazionale di importazioni dagli insediamenti.

Sei Paesi chiudono la porta ai coloni, uno la chiude alle loro merci, l’Italia tiene aperte entrambe. Il disappunto verbale resta la nostra unica politica estera, mentre i datteri delle colonie stanno sugli scaffali travestiti da israeliani. Il Paese delle ciabatte, almeno, cammina.

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Vannacci scopre il salario minimo, ecco perché: il generale in il pressing sul centrodestra che senza di lui perde

Il 10 giugno, nell’aula della Camera, pochi minuti prima del voto di fiducia sul decreto Lavoro, il deputato Gianangelo Bof ha pronunciato parole che a destra suonano come un’eresia: «Manca, ahimè, un importo minimo orario in questo provvedimento». Dai banchi di Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci il 3 febbraio 2026 dopo l’addio alla Lega, sono partiti gli applausi.

E Bof, arrivato nel gruppo vannacciano da pochi giorni, ha rincarato con Pagella Politica, che alla vicenda ha dedicato un’analisi puntuale: «noi vorremmo fissare una soglia di retribuzione minima oraria». E ha pure offerto l’argomento: la soglia per legge sarebbe la presa d’atto di ciò che già oggi i tribunali riconoscono ai lavoratori quando l’azienda ignora i minimi dei contratti.

La soglia fissata per legge, insomma, quella dei 9 euro lordi l’ora che Pd, M5s, Avs, Azione e Italia Viva chiedono da anni e che la maggioranza ha già affossato in Parlamento.

Il governo intanto ha incassato la fiducia con 165 sì e ha messo nel decreto un’altra cosa, il cosiddetto “salario giusto”: il trattamento economico complessivo dei contratti collettivi firmati dalle organizzazioni più rappresentative, a cui vengono agganciati 934 milioni di incentivi alle assunzioni nel settore privato, blindato dall’esecutivo con la fiducia. Il principio di una paga sotto cui è vietato scendere, quello vero, è rimasto fuori dal testo. Bof lo auspica, dice.

Una passione nata l’altro ieri

La conversione merita una data, perché la passione è recentissima. A dicembre 2023, ricorda sempre Pagella Politica, gli stessi deputati oggi vannacciani, allora quasi tutti nella Lega, votarono il testo con cui il centrodestra riscrisse la proposta delle opposizioni cancellando proprio il principio del salario minimo.

Due anni e mezzo dopo lo riscoprono, e lo riscoprono da una posizione comoda: gli otto deputati di Futuro Nazionale stanno nel gruppo Misto, votano la fiducia e trattano su tutto il resto. I numeri spiegano perché possono permetterselo. Il sondaggio Swg per La7 dell’8 giugno dà il partito da solo al 5,2%: con Vannacci dentro, il centrodestra salirebbe al 47,1% contro il 45,1% del campo largo; senza, si fermerebbe al 42,6% e perderebbe.

Il sorpasso passa da lì, anzi passa solo da lì. Il salario minimo diventa così merce pregiata, un tema che imbarazza la maggioranza, scalda gli elettori delusi della Lega e costa zero a chi lo agita stando con un piede dentro il perimetro della destra e l’altro fuori da ogni responsabilità di governo.

Le crepe già aperte

Il copione, del resto, è già stato provato in aula. L’11 febbraio, sul decreto Ucraina, i vannacciani hanno votato sì alla fiducia e no al provvedimento, con tanto di ordini del giorno per fermare l’invio di armi a Kiev: un doppio binario che il regolamento della Camera consente e che il Senato vieta, perfetto per restare nel campo senza firmarne le scelte.

Poi c’è la legge elettorale, dove Vannacci, sempre lui, reclama il ritorno delle preferenze contro il «nominato dalle segreterie di partito», proprio mentre la maggioranza lavora a una riforma con premio alla soglia del 42%.

E c’è il filone fiscale: il leader di Futuro Nazionale punge chi al governo giura che mai ci sarà una patrimoniale e poi a Bruxelles vota le nuove risorse europee, «e sapete cosa sono? Sono tasse». Armi, preferenze, tasse, salari: quattro leve già pronte per alzare il prezzo, in vista dell’assemblea costituente convocata a Roma per il 13 e 14 giugno.

Il 10 giugno quegli applausi all’importo minimo orario erano rivolti meno ai lavoratori sottopagati che a Palazzo Chigi. E il messaggio è arrivato a destinazione: il listino delle trattative di Vannacci è aperto, il salario minimo è soltanto la voce più vistosa.

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Quei proiettili killer che la tregua non ferma

Sam Fahd Abu Haikal aveva sette mesi e ancora doveva muovere i primi passi. Il 5 giugno era seduto in braccio a sua madre, sul sedile posteriore dell’auto di famiglia, a Tel Rumeida, Hebron. Un proiettile dei soldati israeliani lo ha ucciso lì, in braccio. L’esercito ha spiegato di aver esploso colpi singoli contro un veicolo che sembrava accelerare e di aver aperto un’inchiesta. Il padre, docente all’Università di Betlemme, ha risposto a Vatican News: «Ci hanno detto che è stato un errore ma niente di tutto ciò si può definire errore. Ora vogliamo giustizia».

Il 10 giugno l’Unicef ha messo in fila il resto: otto bambini uccisi e 17 feriti nello scorso fine settimana in cinque diverse località della Striscia di Gaza. In una delle zone colpite, un gruppo di bambini che giocava a calcio è stato ferito da un attacco vicino. Tutto sotto un cessate il fuoco in vigore dall’ottobre 2025: già il 6 febbraio l’agenzia ONU per l’infanzia contava 37 bambini uccisi a Gaza dall’inizio del 2026. La tregua, per i bambini, ha la stessa traiettoria dei proiettili che dovrebbe fermare.

E intanto a Bengasi le autorità libiche hanno prorogato per la seconda volta la detenzione dei dieci volontari del Global Sumud Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, fermati il 24 maggio mentre portavano aiuti verso Gaza. Amnesty International il 10 giugno ne ha chiesto la liberazione: per giorni la sorte di otto di loro è rimasta nascosta, un diabetico resta senza medicine regolari.

Edouard Beigbeder, direttore regionale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha scritto: “Non possiamo permettere che questa diventi la nuova normalità: la morte di bambini a causa della violenza dovrebbe suscitare indignazione a livello mondiale”. A Tel Rumeida l’inchiesta dell’esercito risulta aperta. Sam aveva sette mesi.

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Un governo che respira e basta

Mercoledì pomeriggio Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Lombardia, si è alzato dal tavolo della Commissione Salute delle Regioni e se n’è andato, dimettendosi da vice coordinatore: il governo che lui sostiene aveva appena ritirato la riforma dei medici di famiglia, scritta dal ministro Orazio Schillaci insieme alle Regioni e affossata dalla sua stessa maggioranza dopo le pressioni dei…

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Sciopero della cultura, la prima volta dopo quasi mezzo secolo: nel mirino i tagli al settore per finanziare le armi

Domani, venerdì 12 giugno, si fermano musei, biblioteche, archivi e teatri: è lo sciopero generale della cultura, secondo gli organizzatori il primo in questa forma nella storia del Paese e il primo sciopero nazionale per musei e biblioteche dopo quasi cinquant’anni.

Lo hanno proclamato la Fp Cgil per il Ministero della Cultura e il comparto Federculture, con l’adesione della Nidil Cgil per somministrate e somministrati, e accanto le sigle di base, Cub, Adl Cobas, Cobas lavoro privato, Clap, Usi-Cts: dentro c’è tutta la filiera, dipendenti, appalti, autonomi dello spettacolo e dell’editoria. Mezzo secolo di silenzio che si rompe, e si rompe adesso.

I conti del definanziamento

Le motivazioni stanno scritte nella proclamazione e sono un atto d’accusa: si sciopera “per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura” e per “rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi”.

I numeri del resto sono lì. La spending review della legge di bilancio 2026 impone al Ministero della Cultura tagli per 68,98 milioni quest’anno, 65,46 nel 2027 e 158,77 milioni nel 2028. Intanto la spesa militare, calcola l’osservatorio Milex, tocca nel 2026 il record storico di 33,9 miliardi, oltre 1,1 miliardi in più sul 2025, con i soli programmi di armamento a quota 13,1 miliardi, mai così alti.

Le due curve si guardano: una scende sui musei, l’altra sale sugli arsenali. Il governo la chiama programmazione. Il 15 aprile il ministro Alessandro Giuli ha annunciato che i tagli allo spettacolo dal vivo saranno integralmente recuperati, dice. Chi sciopera, evidentemente, ha smesso di accontentarsi degli annunci.

Un ministero che funziona a metà

Sotto i tagli c’è il lavoro, anzi quel che ne resta. Nel 2023 Fp Cgil e Uil Pa chiedevano di riportare l’organico del ministero almeno a 23.000 unità; da allora la coperta si è solo accorciata. Ad Arezzo la Fp Cgil toscana ha contato tra il 25 e il 30% di addetti mancanti nei musei statali, con sale chiuse a turno; in Liguria la riduzione degli organici arriva tra il 35 e il 50%, e a pagare il biglietto intero resta il visitatore davanti al portone sbarrato.

E ai vuoti si è risposto col precariato: 400 lavoratrici e lavoratori a partita Iva, storici dell’arte, archivisti, bibliotecari, archeologi, sono rimasti fuori dal 31 dicembre 2024 senza proroga, mentre a febbraio Fp Cgil e Uil Pa scrivevano al gabinetto del ministro per le centinaia di precari a casa dal 1° marzo.

Nei luoghi della cultura convivono così lavoratori di serie A e di serie B, stesse mansioni e tutele radicalmente diverse, divisi da appalti e concessioni. Valorizzazione la chiamano, e intanto serve a pagare meno un lavoro altamente qualificato.

Le richieste sul tavolo

Le richieste quindi sono precise: reinternalizzare i servizi esternalizzati, stabilizzare i precari, superare le false partite Iva, contratti di filiera che restituiscano autorità salariale alla contrattazione collettiva, un piano straordinario di assunzioni al ministero e nelle istituzioni pubbliche del settore, investimenti su salute e sicurezza anche per chi ha contratti atipici e misure esigibili contro molestie e discriminazioni, che colpiscono prima di tutti chi è ricattabile perché precario.

E poi un reddito di discontinuità per le professioni intermittenti, quelle che tra una mostra e un festival restano senza protezione, perché in questo Paese si può lavorare nella cultura per tutta la vita e risultare disoccupati per metà di ogni anno, invisibili a qualsiasi welfare.

Domani i presidi: a Genova davanti alla prefettura, a Venezia nel pomeriggio alle Gallerie dell’Accademia, e in decine di altre piazze. Mezzo secolo dopo l’ultima volta, chi custodisce la memoria del Paese torna in piazza per chiedere di esistere nel suo presente.

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Decreto Sicurezza, un anno dopo: tutte le questioni, anche di costituzionalità, pendenti dinanzi ai giudici

La legge 80 del 9 giugno 2025, il decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni, ha appena compiuto un anno. La torta, però, la stanno tagliando i giudici: il primo compleanno del pacchetto che ha messo in fila 14 nuovi reati e 9 aggravanti si festeggia nelle aule di giustizia, tra ordinanze di remissione alla Corte costituzionale e questioni rimbalzate fino alle Sezioni unite.

L’avvertimento era arrivato subito. Il 23 giugno 2025, due settimane dopo la conversione, l’Ufficio del Massimario della Cassazione scriveva nella relazione 33/2025 che il provvedimento era nato eterogeneo, con dubbi pesanti sui requisiti di necessità e urgenza che l’articolo 77 della Costituzione pretende da ogni decreto. Profezia puntuale: l’avvocato Giuseppe Romano, dei Giuristi Democratici, conta sull’Osservatorio Repressione almeno 3 questioni già trasmesse alla Consulta, con ordinanze pubblicate in Gazzetta ufficiale in attesa che l’udienza venga fissata.

La canapa e il blocco stradale davanti alla Consulta

Il primo varco lo ha aperto Brindisi. La giudice per le indagini preliminari, con un’ordinanza depositata il 2 dicembre 2025 e pubblicata in Gazzetta ufficiale il 25 febbraio 2026, ha spedito alla Consulta l’articolo 18, il bando totale delle infiorescenze di canapa: manca l’urgenza, il decreto è un contenitore eterogeneo e la norma punisce pure il fiore privo di effetto drogante, contro il principio di offensività e il diritto europeo. Intanto i tribunali restituiscono il sequestrato: su 24 casi monitorati dalle associazioni di settore, 14 dissequestri e 4 archiviazioni. La prova tecnica, quando arriva, smonta il sospetto.

Il secondo varco è torinese. La pm Elisa Pazè ha depositato una memoria di 8 pagine per chiedere al gip di portare alla Consulta il reato di blocco stradale, l’articolo 14 del decreto: nel procedimento ci sono 18 indagati per la manifestazione pro Gaza del 17 maggio 2025, quando circa 200 persone occuparono per una decina di minuti la tangenziale Torino-Caselle. Prima quella condotta era un illecito amministrativo, da 1.000 a 4.000 euro di sanzione; oggi vale la reclusione da 6 mesi a 2 anni se commessa da più persone riunite. La norma, scrive la magistrata, ha “trasformato un diritto in delitto” e collide con sei articoli della Costituzione, dalla libertà di riunione al diritto di sciopero. È la stessa tagliola che il 20 giugno 2025 la Questura di Bologna aveva agitato contro circa 10.000 metalmeccanici in sciopero sulla tangenziale: chiedevano sicurezza sul lavoro, si sono sentiti promettere denunce.

Il pasticcio delle lesioni agli agenti

Poi c’è l’articolo 20, lo scudo penale per le divise: lesioni anche lievi, anche di un solo giorno di prognosi, a un agente costano da 2 a 5 anni di reclusione. La norma è scritta talmente male che i giudici si dividono perfino sulla sua natura, aggravante o reato autonomo, tanto che la sesta sezione della Cassazione, con l’ordinanza 17486 del 14 maggio 2026, ha dovuto rimettere il quesito alle Sezioni unite. Romano, da parte sua, legge nel pacchetto la fusione tra “diritto penale del nemico” e “diritto penale dell’amico”: pene sproporzionate per chi manifesta, protezioni su misura per chi indossa una divisa. E in coda premono altre questioni, dalla rivolta carceraria contestabile per semplice resistenza passiva ai fermi preventivi.

E il calcolo politico? Se il legislatore puntava sui tempi lunghi della giustizia per blindare la propria narrazione, ha sbagliato i conti: i giudici si sono mossi più in fretta del previsto e le piazze sono rimaste piene. Il governo, intanto, ha già rilanciato con un altro decreto Sicurezza, il dl 23 del 24 febbraio 2026, secondo capitolo della stessa collana. Il primo compleanno della legge 80 resta una festa a inviti rovesciati: il festeggiato è sotto esame, e a soffiare sulle candeline sono i tribunali.

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Patrimoniale: dalla Svizzera alla Norvegia alla Spagna, ecco chi la applica. E la mappa che smentisce Meloni

Dal palco dell’Auditorium della Conciliazione a Roma, Giorgia Meloni ha messo in fila due frasi a pochi minuti di distanza. La prima, dedicata alle attività commerciali fittizie: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». La seconda, dedicata al fisco: «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici». L’assemblea di Confcommercio ha applaudito e l’accostamento è rimasto lì, sospeso eppure nitido: anche chi propone un’imposta sulla ricchezza spingerebbe l’Italia verso il tropico delle repubbliche improvvisate. Conviene allora aprire la mappa di chi una patrimoniale ce l’ha davvero.

La mappa la disegna un think tank liberista

A compilarla è la Tax Foundation, centro studi americano contrarissimo a queste imposte, che pure, nei suoi rapporti, la definisce una delle imposte più dannose mai inventate. È quel centro studi a certificare la geografia: nel 2025 i Paesi Ocse con un prelievo sul patrimonio netto delle persone fisiche sono 4, Colombia, Norvegia, Spagna e Svizzera. L’austera Svizzera, anzi, lo applica dal 1840 e oggi in tutti i 26 cantoni: a Zurigo scatta sopra una franchigia di 82.200 franchi ad adulto, secondo i dati PwC, e nel 2022 valeva il 4,35% del gettito fiscale complessivo, la quota più alta dell’area Ocse. Da vent’anni, registra la Wealth Tax Commission, manca qualsiasi tentativo serio di abolirla. Perfino il Liechtenstein, un paradiso fiscale, assoggetta le persone fisiche a un’imposta sul patrimonio accanto a quella sul reddito.

La Norvegia la riscuote dal 1892: aliquota dell’1% sopra 1,7 milioni di corone, circa 146.000 euro, e dell’1,1% oltre i 20 milioni; la pagano circa 655.000 contribuenti, per un gettito intorno ai 32 miliardi di corone nel 2023. Gli otto anni di governo conservatore di Erna Solberg (Høyre), dal 2013 al 2021, l’hanno alleggerita, mai cancellata. La Spagna poi è il caso di scuola: il prelievo, reintrodotto nel settembre 2011, è stato prorogato anno dopo anno proprio dai governi del Partido popular di Mariano Rajoy (PP), dalla legge 16/2012 in avanti, fino a diventare permanente nel 2021. Sopra i 700.000 euro di patrimonio netto le aliquote salgono fino al 3,5%, e dal 2022 si aggiunge l’imposta di solidarietà sulle grandi fortune oltre i 3 milioni. La Francia di Emmanuel Macron, nel 2018, ha sostituito la vecchia imposta generale con un prelievo patrimoniale mirato sugli immobili, l’Ifi. E la Colombia ha appena allargato la platea: dal 1° gennaio 2026 la soglia scende a circa 530.000 dollari, con 102.000 contribuenti attesi alla cassa.

Le patrimoniali che gli italiani già pagano

Poi c’è il dettaglio che il palco di Confcommercio ha taciuto: l’Italia le patrimoniali le ha già, e le incassa ogni anno. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani ne ha contate per 40,1 miliardi di gettito nel 2020: l’Imu da sola vale circa 21 miliardi, con un’aliquota di base dello 0,86% che i comuni possono spingere fino all’1,06%; l’imposta di bollo dello 0,2% sui prodotti finanziari è in vigore dal dicembre 2011; l’Ivie colpisce gli immobili all’estero con un’aliquota dell’1,06%, l’Ivafe le attività finanziarie fuori confine. Sono imposte sul possesso a tutti gli effetti, le riscuote pure il governo in carica, e finora nessuno ha avvistato banane sul lungotevere.

Resta una domanda da girare a chi quella battuta l’ha pronunciata: se tassare la ricchezza è roba da repubblica delle banane, in quale tropico vanno collocate Zurigo, Oslo e Vaduz? La mappa dice il contrario esatto: il prelievo sul patrimonio vive nei Paesi più ordinati e più ricchi d’Europa, votato da destre di governo, certificato dai think tank che lo detestano. Le banane, semmai, crescono dove il dibattito fiscale si riduce a continue battute e frasi fatte.

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La guerra ai plaestinesi si fa pure con gli sfratti

Fakhri Abu Diab vive in una casa mobile piantata sulle macerie della sua casa, demolita dalle autorità israeliane nel febbraio 2024 ad al-Bustan, Gerusalemme est. Anche la casa mobile ha già l’ordine di rimozione. «Cercano di cancellare i miei ricordi, la mia infanzia, la mia storia», dice all’Associated Press, che il 10 giugno ha documentato la macchina amministrativa dell’espulsione: oltre 260 strutture palestinesi demolite nel 2025, il 70% in più di tre anni prima, e già 116 nel 2026, secondo l’organizzazione israeliana Ir Amim. «Israele può decidere: sì, questo quartiere vogliamo cancellarlo. Nessuno ci fermerà», dice ad AP il suo ricercatore Aviv Tatarsky. L’anno scorso sono stati approvati quasi 9.000 permessi edilizi per i residenti ebrei di Gerusalemme e meno di 700 per i palestinesi, che sono il 40% della città (dati Bimkom). Chi costruisce senza permesso, perché il permesso gli è negato, riceve il bulldozer. A marzo, registra B’Tselem, il quartiere di Batan al-Hawah ha contato il numero più alto di sfratti da decenni: 15 famiglie fuori, i coloni dentro. La magistratura israeliana risponde per iscritto che i tribunali decidono “nel merito di ogni singolo caso”. I numeri sopra dicono come finisce il merito. E intanto a Bengasi resta annullata senza preavviso l’udienza per i dieci del Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia: all’avvocato le autorità libiche hanno indicato un indirizzo sbagliato del luogo di detenzione, denuncia la portavoce Maria Elena Delia, e Amnesty International il 10 giugno ne ha chiesto la liberazione. Ad AP il direttore dell’organizzazione di coloni Ateret Cohanim, Daniel Luria, consegna la frase che chiude ogni pratica: «Non ci sarà mai uno Stato palestinese».

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Del ponte di Salvini esiste un modellino. E, da ieri, un’inchiesta per corruzione

Del ponte sullo Stretto, oggi, esiste un modellino: quello che la figlia di Matteo Salvini gli ha regalato a Natale, “in attesa di quello vero”. Esiste una società, la Stretto di Messina Spa, con 672 milioni di capitale, che nell’ultimo anno ha speso 14,8 milioni tra stipendi e consulenze. E da ieri esiste un’inchiesta della Procura di Roma per corruzione. Il ponte di acciaio, ancora no.

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L’incubo del generale per il capitano: Salvini ha creato il suo carnefice e ora Vannacci pesa dove conta. A partire dalla legge elettorale

Il 6 giugno 2026, a Viareggio, Roberto Vannacci ha definito l’ultima ondata di acquisti “il nostro sbarco in Normandia”. Quattro deputati in un colpo: Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dalla Lega, Attilio Pierro e Davide Bergamini da Forza Italia ma cresciuti nel Carroccio, più l’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato leghista. Futuro Nazionale sale così a 8 deputati alla Camera, la componente più nutrita del gruppo Misto. E i conti, per Matteo Salvini, non tornano proprio dove fanno più male.

Lo ha spiegato Pagella Politica: nella Commissione Affari costituzionali della Camera, quella da cui passa la riforma elettorale, Futuro Nazionale conta ora 3 deputati contro i 2 della Lega. All’inizio della legislatura il Carroccio ne aveva 5, il capogruppo Igor Iezzi, Simona Bordonali, Edoardo Ziello, lo stesso Bof e Laura Ravetto. Ziello, Bof e Ravetto sono passati con Vannacci. Così, in aula il partito del generale vale un sesto dei deputati leghisti, eppure nella commissione che decide le regole di voto conta di più. L’uomo che Salvini ha fatto entrare dalla porta principale lo supera esattamente lì dove la porta dà sul potere.

La Lega che si sfalda

Intanto il partito frana anche lontano dalle commissioni. Il sondaggio Swg del 1° giugno dà la Lega al 5,8% e Futuro Nazionale al 4,6%: 1,2 punti, una distanza più che dimezzata in un mese, e in altre rilevazioni il Carroccio finisce perfino scavalcato da Alleanza Verdi-Sinistra. Lettera43 raccoglie i messaggi che girano ai piani alti della maggioranza, Salvini “sta perdendo il partito”, “ormai è finito”. Dato per spacciato al Papeete, dato per spacciato al sorpasso di Forza Italia, il segretario è sopravvissuto a tutto. Solo che stavolta la minaccia porta il nome di chi ha voluto lui. Lettera43 ricorda l’aprile 2012, le scope agitate alla Fiera di Bergamo per umiliare Umberto Bossi: a portarle, allora, era stato proprio Salvini. La ruota, nel Carroccio, gira.

E allora corre ai ripari. Per il ritiro di Treviso, il 4 e 5 luglio, Salvini avrebbe offerto a Luca Zaia la vicesegreteria, con Massimiliano Fedriga e Claudio Durigon a chiudere la squadra. Zaia, campione di preferenze con 203mila voti alle regionali venete, vuole garanzie su tutto, un partito nordista dentro il partito, autonomia sulle liste, mano sulla campagna. La Lega ritiene “prive di fondamento” le ricostruzioni, dice. Del resto c’è già chi teme che uno spazio così largo al doge equivalga al commissariamento del segretario.

La trappola delle preferenze

C’è poi la legge elettorale, ed è qui che gli otto di Vannacci pesano davvero. Il 4 giugno la Commissione ha adottato il testo base, il cosiddetto “Bignami bis”, dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami: premio fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato a chi supera il 42%, niente ballottaggio, liste bloccate. Gli emendamenti vanno depositati entro l’11 giugno. E proprio sulle preferenze il centrodestra è spaccato, Fratelli d’Italia e Noi Moderati le rivogliono, Forza Italia e Lega le rifiutano.

A Viareggio Vannacci ha rilanciato, Futuro Nazionale “si sta battendo” perché le preferenze tornino. Tradotto: basta un emendamento dei suoi tre deputati in commissione per costringere la maggioranza a contarsi e a mostrare le crepe. Lì il centrodestra ha 17 voti su 32, le opposizioni 13, e se i tre vannacciani votassero col campo largo la maggioranza rischierebbe di andare sotto. L’ago della bilancia, nella commissione che riscrive le regole del voto, ce l’ha in mano un partito che da solo non ha un seggio di gruppo.

Salvini lo chiamò in politica nel 2024, lo decorò vicesegretario per tenerlo al guinzaglio. Oggi quel guinzaglio decide dove vota la Lega. Lo sbarco è cominciato, dice il generale. E stavolta la spiaggia è quella di casa.

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