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Dagli allo sciopero che forse ti meriti un posticino in giuria a Miss Italia

Come volevasi dimostrare: il fastidio nei giorni scorsi del ministro Salvini verso gli scioperaturi sindacati Cgil e Uil era solo l’assaggio per decidere di affondare il colpo. Ha tastato con mano che il suo elettorato è infastidito molto più dal ritardo di un treno regionale che dal fatto di vivere nell’unica nazione europea in cui i salari negli ultimi decenni si abbassano invece di alzarsi e ha potuto attaccare le facce di Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri sulla bacheca dei nemici (veri, presunti e immaginari) che tiene nella sua cameretta. 

Qualche buon amico deve avergli consigliato di convocarli al ministero prima di lanciarsi nella precettazione ma i due segretari di Cgil e Uil hanno notato del ministro il digrignar di denti e hanno deciso di starsene a casa. 

Le fazioni qui in basso sono già schierate. Ci sono quelli che “lo sciopero che atto inelegante signora mia!”, quelli che “va bene lo sciopero ma solo di mercoledì dalle 10 alle 10.25 che intanto sono in fila alla posta”, quelli che “per legge bisognerebbe concedere lo sciopero solo nei treni in cui non sale nessuno”, quelli che “Landini mi è antipatico per il taglio di capelli” e quelli che “io non ho mai scioperato” come se fosse una skill da aggiungere al curriculum. 

Quando c’è da fare la guerra agli schiavi questo Paese eccelle sempre senza sapere che a furia di gareggiare con gli schiavi si diventa schiavi. Così ci godiamo la guerra agli oppressi, sperando di diventare cari agli oppressori, ingaggiata da quelli che confidano di essere nella prossima giuria di Miss Italia. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video sull’incontro al Mit, 14 novembre 2023

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Decreti legge a novanta giorni. Oltraggio alla Costituzione

La giurista Vitalba Azzollini sul quotidiano Domani racconta del disegno di legge costituzionale presentato da Adriano Paroli (FI) che si sta discutendo in Commissione al Senato. Si vorrebbe modificare l’articolo 77 della Costituzione estendendo da 60 a 90 giorni il termine per convertire in Parlamento i decreti legge.

La destra vorrebbe modificare l’articolo 77 della Costituzione estendendo da 60 a 90 giorni il termine per convertire in Parlamento i decreti legge

Lo strumento pensato dai padri costituenti per intervenire solo in casi “straordinari di necessità e urgenza” è diventato nel corso degli anni la normalità con sui si delega al governo anche l’attività legislativa oltre che esecutiva. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, più e meglio dei suoi predecessori, ha usato i decreti per 25 leggi sulle 43 totali finora approvate superando tutti i governi precedenti.

L’iniziativa (di cui è relatore il senatore Alberto Balboni, uno che conta in Fratelli d’Italia) è scollegata dalla cosiddetta “riforma del premierato” che vorrebbe Meloni. Si tratterebbe quindi di un tassello ulteriore alla “donna sola al comando” a cui aspira la presidente del Consiglio. Diventeremmo quindi l’unico Paese in cui un capo di governo viene eletto senza ballottaggio, se ne può tranquillamente star seduto a infischiarsene del Presidente della Repubblica utile solo nel momento del buffet e con a disposizione un Parlamento che non deve fare altro che ratificare le decisioni del capo prendendosela anche comoda.

Non serve nessuna riforma. Come dice il Quirinale servirebbe “un’adeguata capacità di programmazione legislativa da parte dei governi” e “una corrispondente attitudine del Parlamento a consentire l’approvazione in tempi ragionevoli dei disegni di legge ordinaria”. Ma per fare quello bisognerebbe saper governare, mica desiderare di comandare.

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Meloni & C. piangono Indi, ma per i bambini di Gaza non c’è spazio per la pietà

Indi Gregory è morta nella notte fra domenica e lunedì. A comunicarlo è stato il padre della bambina di 8 mesi affetta da una grave patologia mitocondriale, a cui il 6 novembre il governo Meloni ha concesso la cittadinanza per consentirle di essere trasferita al Bambin Gesù di Roma. Dopo una lunga battaglia legale intrapresa dai genitori venerdì le Corti del Regno Unito avevano disposto lo stop ai trattamenti vitali e il trasferimento in un hospice. Il dolore della vicenda non ha scalfito la strumentalizzazione della politica.

Il calvario di Indi Gregory

Indi soffriva della sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, una malattia genetica che causa una significativa diminuzione del Dna mitocondriale all’interno delle cellule. Già durante la gravidanza, le ecografie avevano rivelato gravi difetti di sviluppo e i medici avevano consigliato ai genitori di abortire, ma loro si erano rifiutati di farlo. Alla nascita i medici hanno constatato che la forma di malattia di Indi rientrava tra le più gravi, quella che colpisce contemporaneamente le cellule dell’intestino e i neuroni del cervello. A oggi non esiste una cura. I genitori erano convinti che la figlia rispondesse agli stimoli, ma i medici britannici concordano sul fatto che si trattasse semplicemente di movimenti automatici.

Per la medicina una persona affetta da quella patologia non ha attività cerebrale, non è cosciente e non prova nemmeno il dolore. “Mia figlia è morta, la mia vita è finita all’1.45”, ha detto a Lapresse, Dean Gregory, il padre. “Io e mia moglie Clare siamo arrabbiati, affranti e pieni di vergogna”, ha aggiunto. “Il servizio sanitario nazionale e i tribunali non solo le hanno tolto la possibilità di vivere, ma le hanno tolto anche la dignità di morire nella sua casa. Sono riusciti a prendere il corpo e la dignità di Indi, ma non potranno mai prendere la sua anima”.

Lunedì scorso Il Consiglio dei ministri si era riunito in sessione straordinaria per concedere la cittadinanza alla bambina, dopo che l’ospedale romano Bambin Gesù si era offerto per ospitarla e ricevere cure sperimentali. Da lì è iniziata una fitta battaglia legale sull’asse Roma-Londra con le corti del Regno Unito che venerdì avevano disposto lo stop ai trattamenti che la tenevano in vita. Per i dottori del Queen’s Medical Centre di Nottingham dove era ricoverata, la malattia era terminale. “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo, tutto il possibile. Purtroppo non è bastato. Buon viaggio piccola Indi”, ha scritto sui social Giorgia Meloni ma sulla morte di Indi si è innestata una battaglia politica.

Sul caso Indi una propaganda indegna

Strumentalizzare la vicenda della famiglia inglese per colpire il diritto di scegliere in Italia è il sottotesto delle dichiarazioni che provengono dalla maggioranza. Il leader della Lega Matteo Salvini agita come una clava le parole del padre: “Il servizio sanitario nazionale e i tribunali non solo le hanno tolto la possibilità di vivere, ma le hanno tolto anche la dignità di morire nella sua casa. Sono riusciti a prendere il corpo e la dignità di Indi, ma non potranno mai prendere la sua anima”. “La vita per noi è sacra. La decisione dei giudici inglesi è per noi incomprensibile e mortifica fica il valore straordinario della nostra esistenza”, scrive il senatore Antonio De Poli.

La vicecapogruppo di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli utilizza il lutto per appuntare una medaglia alla presidente del Consiglio: “Siamo orgogliosi del Governo Meloni e della generosità del Bambin Gesù”. A ruota arriva Maurizio Lupi, leader di Noi moderati: “Se la vita di Indi non aveva senso, non lo ha neanche la nostra”. E non poteva mancare la voce dei Pro Vita & Famiglia onlus che grida alla “vergogna” con il leghista Simone Pillon che parla di “condanna a morte” e propone di portare “la salma in Italia”. Il Moige addirittura dice di “temere per i nostri figli in Italia”.

Lo scambio di accuse

Tra le file dell’opposizione Riccardo Magi di +Europa sottolinea come “concedere la cittadinanza alla piccola Indi Gregory non è stato un atto umanitario ma un atto politico del governo che non avrebbe garantito nulla in più rispetto alle cure che la bambina ha già ricevuto in Inghilterra, in uno dei migliori ospedali pediatrici al mondo. Non c’era nessun consulto medico – sottolinea Magi – che fosse diverso da quello espresso dai medici inglesi, anche il Bambin Gesù di Roma avrebbe assicurato cure palliative per questa bambina”.

Di “farsa interpretata in prima persona da Giorgia Meloni, strumentalizzando il dolore della famiglia”, parla Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera. Così mentre il Professor Claudio Giorlandino, presidente della Sidip, Società Italiana di Diagnosi Prenatale e Medicina Materno Fetale, ricorda che quella patologia sarebbe stata “diagnosticatale già in utero” sul corpo di una neonata si gioca la propaganda: “Il Governo Meloni è un faro di umanità”, scrive in una nota il capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo Carlo.

La dura verità

Chissà dov’era l’umanità quando non c’era da buttare in mezzo a una strada i genitori dei bambini italiani che hanno perso i sussidi minimi per vivere dignitosamente. Chissà dov’era “il faro dell’umanità” quando c’era da salvare e poi almeno onorare i bambini annegati a Steccato di Cutro o quelli rinchiusi in Libia o in Tunisia. Nel tardo pomeriggio di ieri il capogruppo alla Camera M5S Francesco Silvestri scrive: “La differenza tra noi e Giorgia Meloni però, è che noi sentiamo il bisogno di parlare anche delle sofferenze che proviamo per i quasi 5 mila bambini deceduti a Gaza in queste settimane. Molti di loro sono morti dentro un’incubatrice perché senza corrente; perché non sono riusciti ad arrivare in un presidio sanitario per la scarsità di benzina; perché colpiti dalle bombe mentre erano già in un letto di ospedale”. E un’altra giornata di speculazione e di distrazione di massa è passata.

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Il balletto sullo sciopero non fa ridere

Qualche settimana fa incautamente sono rimasto coinvolto in una discussione sugli scioperi. Ero all’interno di un bar, di mattina, quando gli avventori sono particolarmente inclini a vergare ognuno il proprio editoriale verbale sui fatti del giorno. Tra i presenti, manco a dirlo, andava molto forte l teoria che «questi scioperano sempre il venerdì così hanno il week end lungo». La strampalata teoria (cresciuta con cura del fu ministro Brunetta) è talmente stupida che non poteva non diventare immediatamente popolare. 

Ho spiegato, per quel poco che so per il lavoro che faccio, che la scelta del venerdì come giorno di sciopero è funzionale alla sua partecipazione. «Ma crea disagi», dice uno di loro. Lo sciopero che non crea disagio è un altro mito di questa epoca che in nome della “normalizzazione” vuole eliminare il diritto al conflitto. Lo sciopero omeopatico senza disagi è l’invenzione di chi vorrebbe i lavoratori buoni, i sindacati a cuccia, il popolo silente e concentrato a non piangere perché le sue lacrime fanno male al Re. 

Sullo sciopero da qualche tempo il ministro Matteo Salvini ha deciso di allenarsi a fare l’uomo forte, parte che lo rende spesso ridicolo e fuori dalle regole. Così mentre aspetta di posare la prima pietra del Ponte che vorrebbe come suo mausoleo ha deciso di intestarsi la guerra agli scioperi e ai sindacati. Anzi, lui indica loro due come obiettivi ma non ci vuole troppo a capire che i suoi veri nemici siano i lavoratori non addomesticati. 

Per la prima volta nella storia repubblicana uno sciopero generale confederale viene considerato illegittimo. Detto così può fare sorridere ma in questa storia c’è un germe nerissimo.

Buon martedì. 

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La folle guerra per l’Ucraina. Dilaniata e abbandonata

In una recente intervista all’Economist il comandante in capo delle Forze armate ucraine e membro del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Valery Zaluzhny, ha confermato che la guerra attraversa una fase di stallo sul piano militare e che probabilmente non ci sarà nessuna svolta. Nel frattempo in un’intervista al Time il presidente ucraino Zelensky sottolinea come dopo venti mesi di guerra “la cosa più spaventosa è che una parte del mondo si è abituata alla guerra in Ucraina”, sottolineando come in Europa e negli Stati Uniti il conflitto sia simile a uno show e il suo pubblico comincia a bisbigliare che non è possibile riguardare “una replica per la decima volta”.

La guerra in Ucraina attraversa una fase di stallo sul piano militare e che probabilmente non ci sarà nessuna svolta

Della stanchezza della guerra della nostra presidente del Consiglio abbiamo saputo da uno scherzo telefonico. Quando Giorgia Meloni è stata smascherata ha risposto piccata che lei “ha sempre detto quelle cose” e ci ha fatto intendere che sono diversi i leader sulla sua stessa lunghezza d’opinione in Europa. Sarà, avremmo capito male noi. Dagli Usa fanno sapere che, dopo l’inverno, con il nuovo anno, potrebbero partire le pressioni per innescare una trattativa tra Russia e Ucraina.

La nostra presidente del Consiglio – sempre in quella famosa telefonata – ha suggerito che sarebbe meglio che il presidente ucraino si convincesse a “cedere qualcosa”. Accadrà quindi che la soluzione diplomatica e il cessate il fuoco saranno considerati l’unica soluzione possibile, come suggerivano fin dall’inizio i pacifisti che sono stati massacrati in tutti questi mesi. Ci sarà solo qualche piccola differenza: migliaia di morti, quartieri rasi al suolo e la pancia piena di signori delle armi.

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Cosa è successo al Nord Stream e le scuse che mancano

Com’era prevedibile ha trovato poco spazio nei giornali, nei telegiornali e nel dibattito pubblico il fatto che il Washington Post abbia scritto un articolo che individua il nome e il cognome dell’ufficiale delle forze speciali di Kiev che attaccarono i gasdotti Nord Stream 1 e 2, che corrono dalla Russia alla Germania sotto il Mar Baltico. A coordinare la missione fu dunque Roman Chervinsky, 48 anni, un colonnello pluridecorato delle forze armate ucraine per le operazioni speciali sotto la guida diretta del generale Valery Zaluzhny, il comandante in capo delle forze armate di Kiev. In particolare, scrive il Washington Post, il militare ha gestito la logistica e il supporto ad un team di circa sei persone che, affittando una barca a vela e utilizzando attrezzature per sub, ha piazzato l’esplosivo sotto al gasdotto.

Che l’Ucraina in piena guerra utilizzi metodi di sabotaggio non sposta di una virgola le responsabilità di una guerra che è paludata e rischia di essere dimenticata dai ferventi bellicisti che l’hanno usata come clava. Quella notizia però dice molto dei giornalisti, degli intellettuali e dei politici nostrani che su Nord Stream hanno sparato cannonate su chi esponeva dei legali dubbi. Esattamente come per le bombe su Gaza i conflitti saliti all’onore delle cronache in questo ultimo anno (scordandosi tutti gli altri) ogni giorno smutandano schiere di bellicisti incarogniti che vengono regolarmente smentiti nelle loro affermazioni ma non rallentano nella loro foga.

Avremmo dovuto leggere decine di editoriali di scuse, invece loro perserverano nel collezionare le prossime figure barbine. 

Buon lunedì. 

Nella foto: frame di un video da Euronews dopo il sabotaggio al Nord Stream 2 del 26 settembre 2022

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Le mani della destra dappertutto

Sarà sicuramente un caso che l’azienda pubblica televisiva sia incagliata in pessimi risultati d’ascolto anche per il cambio di dirigenza e di volti esposti al pubblico che hanno la qualità di essere amici degli amici. Forse davvero Pino Insegno avrebbe meritato un’occasione al di là della sua amicizia con Giorgia Meloni, tale da portarlo a sorseggiare caffè in sua compagnia a Palazzo Chigi.

Il problema di Giorgia Meloni non è il fisiologico spoils system: sono i sostituti e i loro pessimi risultati. Se ne rende conto?

Sarà sicuramente un caso che in questa edizione di Miss Italia il presidente della giuria sia stato Vittorio Sgarbi, incidentalmente alfiere culturale di questa destra, insieme a Giuseppe Cruciani (fervido alfiere del sollazzo culturale destrorso) e insieme alla giornalista di evidente posizionamento destrorso Hoara Borselli. Sarà una coincidenza anche che a vincere sia stata la figlia di un senatore della Lega.

Sarà un caso che il figlio del presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa sia stato individuato come fondamentale per la crescita culturale dello storico Teatro Piccolo di Milano, sarà anche un caso che con un emendamento il governo ha messo le mani sul Centro sperimentale di cinematografia di Roma. È sicuramente un caso anche che il giovane presidente della Fondazione Tatarella, Francesco Giubilei (biografo della premier) sia asceso alla posizione di intellettuale di riferimento di una certa area.

Sarà sicuramente un caso anche che quando Pietrangelo Buttafuoco è stato nominato presidente della Biennale di Venezia il vicecapogruppo vicario dei senatori di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon esultò dicendo “espugnato un feudo della sinistra”. Come diceva Andreotti “governare significa nominare” ma il problema di Giorgia Meloni non è il fisiologico spoils system: sono i sostituti e i loro pessimi risultati. Se ne rende conto?

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Barazzetta: “Per la quarta generazione del nucleare mancano altri 10 anni”

Nel governo c’è (ancora) aria di nucleare. Da Salvini a Pichetto Fratin sono diversi i membri del governo e della maggioranza che insistono sul ritorno a quel tipo di energia. Ne abbiamo parlato con Stefano Barazzetta, ingegnere ambientale che ha lavorato nel settore pubblico, nel settore finanziario tradizionale (private equity) e da una decina d’anni si occupa di impact investing (investimenti che coniugano ritorni finanziari con obiettivi sociali o ambientali) e collabora con alcune agenzie delle Nazioni Unite.

Il governo rilancia: vogliono essere loro quelli del “ritorno al nucleare”. Che ne pensa Ma soprattuto è fattibile?
“Finora il governo si è prodotto in molte dichiarazioni sul ritorno al nucleare e pochissimi fatti. Quindi tutto è possibile ma per ora di passi concreti sul nucleare non se ne sono visti molti. Anzi, forse non se n’è visto proprio nessuno. Credo anche che ci sia parecchia confusione su quale tecnologia si voglia mettere in campo”.

Ma il governo parla di “nucleare di quarta generazione economico e sicuro”…
“Il governo parla spesso del nucleare “di quarta generazione economico e sicuro” ma non è chiarissimo nemmeno a che tipo di tecnologia si riferiscano. Ce ne sono diverse in fasi di sviluppo, nessuna delle quali disponibile per essere costruita oggi. Quindi questo contrasta sicuramente con il fare il nucleare “subito”. Se quella che si vuole utilizzare è una tecnologia ancora oggi in fase sperimentale è chiaro che si sta menando il can per l’aia”.

Quindi il nucleare di cui si parla non c’è?
“Tanto per intenderci quando si parla di “nucleare di quarta generazione” si parla di tecnologie che secondo le stime più ottimistiche non saranno disponibili prima di una decina d’anni, quindi oltre il 2030. Ripeto: nucleare subito di quarta generazione è un’affermazione che ha poco senso. Faccio anche notare che il ministro Pichetto Fratina – probabilmente per sviare l’attenzione dal nucleare che si utilizza oggi, quello a fissione tradizionale che in Occidente è fermo al palo da una trentina d’anni con moltissimi progetti cancellati e un solo reattore entrato in funzione in Finlandia – ha parlato spesso del nucleare “piccolo e modulare” e anche in questo caso stiamo parlando id una tecnologi in fasi di sviluppo. Tra l’altro quella che era la speranza più grande del nucleare modulare – gli SMR – ha il suo progetto più avanzato in quello di NuScale, una società americana, che proprio l’altro giorno è stato cancellato”.

Ma chi lo dovrebbe fare il nucleare in Italia
“Questo è un punto che si omette sempre quando se ne parla. A questo proposito ricordo che circa della trentina di reattori la cui costruzione è iniziata dal 2017 a oggi solo quattro non sono di concezione cinese o russa. In occidente il nucleare attraversa una crisi tecnologica e industriale che va avanti da decenni e ovviamente non è immaginabile che il governo italiano affidi il progetto a russi e cinesi. Tra l’altro il governo non dice mai chi lo dovrebbe finanziare, il nucleare. E questo non è un dettaglio insignificante. Per le rinnovabili c’è la fila di investitori privati ma per il nucleare è il contrario”.

Pichetto Fratin qualche giorno fa ha detto “faremo depositi per le scorie in Italia”…
“Quello che posso dire è che del deposito se ne parla da anni, forse decenni. Io credo di avere assistito a una conferenza – era il 2008 o 2009 – in cui si parlava del deposito come di qualcosa dietro l’angolo. Invece siamo ancora qui. Come nel caso di costruzione di nuovi impianti anche nel caso di eventuali depositi mi sembra che il governo parli parecchio ma oggi di fatti se ne vedono pochi. Aspettiamo di vedere cosa succede ma non sarà un’impresa facile”.

La motivazione è sempre la stessa: “con le rinnovabili si torna al medio evo perché bastano”. Quanto c’è di vero?
“Ovviamente questo è completamente falso. Basta guardare quello che dicono le principali istituzioni che si occupano di energia e di clima come l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) e lo stesso Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) che vedono chiaramente nelle rinnovabili il futuro dell’energia. Se vediamo gli scenari per arrivare a emissioni pari a zero nette entro il 2050 prevedono di utilizzare per circa il 90% fonti rinnovabili. Quindi queste sono dichiarazioni antiscientifiche, irricevibili e non degne di un ministro. Al massimo si può discutere se con le rinnovabili si può arrivare a coprire il 100% e non solo il 90% dei consumi. Ma parliamo di una quota marginale”.

Ma come va il nucleare negli altri Paesi?
“Il trend nucleare nel mondo è differente nelle economie occidentali e in alcune emergenti. In Occidente il nucleare è sostanzialmente fermo da 20-30 anni. è stato messo in funzione un solo reattore in Finlandia che ha avuto ritardi clamorosi e costi triplicati. In generale ne è stata inviata la costruzione di 8 di cui 2 sono stati abbandonati per bancarotta. Il nucleare occidentale è in crisi Gli impianti sono sempre più vecchi e stanno arrivando intorno ai 40 anni che sono considerati la vita utile degli impianti. Ora c’è il problema di decidere se prolungare l vita a questi impianti (e non è un’operazione a costo zero). Anche la stessa Francia che è il Paese che più dipende dal nucleare non riesce a sviluppare nuovi progetti. Il piano Macron prevede la costruzione di nuovi reattori ma senza l’estensione della vita utile degli impianto esistenti la Francia si ritroverà con circa il 40% dell’energia prodotta dal nucleare in meno. Quindi anche loro prevedono di ridurre la dipendenza dal nucleare. E la stessa Francia intende puntare di più sulle rinnovabili perché costano meno e si mettono in campo più velocemente. In più si trovano investitori”.

E nei mercati emergenti?
“Lì lo Stato ha un ruolo primario, a partire dalla Cina che ha salvato il nucleare negli ultimi 10 anni. Il grosso dello sviluppo arriva da lì perché c’è un governo molto forte con un politica industriale molto forte che punta sul nucleare. MA la Cina è il Paese al mondo che sta puntando di più anche sulle rinnovabili”.

Come valuta l’azione di governo sulle rinnovabili?
“L’azione è ovviamente pessima. La triste realtà è che non è molto diversa dai governi precedenti con colori diversi.
Tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, per un motivo o per l’altro, non hanno cercato di sostenere le rinnovabili ma anzi mi sembra che abbiano cercato di mettere il bastone alle ruote tramite burocrazie di vario tipo. La cosa è particolarmente assurda perché l’Italia è uno tra i Paesi in Europa che ha il potenziale solare più elevato ma è sfruttato molto poco. Ci sono Paesi del nord che hanno più fotovoltaico pro capite di quanto ne abbiamo noi. È uno spreco e un peccato ma tutto questo non è causale. Da un lato è causato da una visione molto vecchia dell’energia e dell’altro è legato al fatto che si vogliono tutelare le aziende fossili”.

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Ma Geronimo La Russa la conosce la storia antifascista del Piccolo di Milano? – Lettera43

Di primo acchito c’è una considerazione che ormai appare talmente usurata da non meritare nemmeno le pagine dei giornali: perché i consigli di amministrazione dei teatri tengono in pancia personalità politiche che nulla hanno a che vedere con lo spettacolo, l’arte e la cultura? Sembra un’utopia ma nella fame di poltrone ormai diamo per scontato che l’ex parlamentare, l’assessore sconfitto, il sindaco decaduto o – ancora peggio – il familiare di qualche politico occupino quei posti. Non fa eccezione Geronimo La Russa – figlio di cotanto padre – entrato nel consiglio di amministrazione del Piccolo Teatro di Milano. E fa specie che un profilo così venga tenuto in considerazione per un luogo di quella levatura, anche quando si tratta di cognomi meno altisonanti e visibili.

Ma Geronimo La Russa la conosce la storia antifascista del Piccolo di Milano?
Geronimo La Russa (Imagoeconomica).

L’incontro tra Strehler e Grassi in corso Buenos Aires

Poi c’è la storia. E la storia del Piccolo a Milano è la storia di quello che sono stati Paolo Grassi e Giorgio Strehler. È del 1933 il discorso tenuto da Benito Mussolini presso la Società Italiana degli Autori, in cui invita i drammaturghi a risollevare le sorti del teatro nazionale, facendosi espressione delle grandi passioni collettive. Paolo Grassi aveva 14 anni e solo dopo tre anni dopo viene assunto senza paga come assistente di Angelo Frattini, autore insieme a Dino Falconi della rivista musicale Bertoldissimo. Nel febbraio del 1938 si presenta a Giorgio Strehler a una fermata del tram, in corso Buenos Aires a Milano: «Senta, io la vedo sempre a teatro, evidentemente è una sua passione. Tanto vale che io mi presenti, che ci conosciamo e che ci frequentiamo, visto che abbiamo in comune questo amore. Io mi chiamo Paolo Grassi. […] E io, Giorgio Strehler».

Ma Geronimo La Russa la conosce la storia antifascista del Piccolo di Milano?
Giorgio Strehler nel 1976 (Getty Images).

Grassi cacciato dal GUF e Strehler nella Resistenza

Come racconta Valentina Garavaglia nel suo articolo Tra utopia e riformismo, il teatro pubblico di Paolo Grassi e Giorgio Strehler nel 1941 Grassi mette in scena al Teatro dell’Arte di Milano L’ultima stazione di Beniamino Joppolo e lo spettacolo è un successo, ma un successo scomodo, tanto che su Secolo Sera il critico Gianluigi Gatti, responsabile del GUF, rende nota l’espulsione di Grassi dal gruppo universitario fascista di Milano per attività estranee al gruppo stesso. Anche Strehler, che si era diplomato ai Filodrammatici nel 1940 e nel frattempo aveva girato l’Italia intera recitando in compagnie di tradizione e in gruppi di teatro sperimentale, aveva prestato servizio militare come sottotenente di fanteria, ma dopo l’8 settembre 1943, apertamente antifascista, non aderisce alla Repubblica di Salò e si unisce alla Resistenza. Sotto esortazione del Comitato di Liberazione Nazionale si rifugia in Svizzera ed è proprio a Ginevra, dove incontra e frequenta esponenti di spicco del mondo politico e culturale italiano, quali Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, il regista Dino Risi, che Strehler ha modo di coltivare la sua irrefrenabile passione per il teatro, che si intreccerà nuovamente con quella di Paolo Grassi al termine della guerra.

Ma Geronimo La Russa la conosce la storia antifascista del Piccolo di Milano?
Il Piccolo in via Rovello, 2 a Milano.

Geronimo La Russa conosce la storia del teatro? 

Una lapide all’esterno sulla facciata dell’edificio in cui oggi si trova il Piccolo Teatro, in via Rovello 2, collocata dall’Anpi il primo aprile del 1995 recita: «Qui tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 hanno subito torture e trovato la morte centinaia di combattenti della libertà prigionieri dei fascisti. Il Piccolo Teatro ha fatto di questo edificio un centro e un simbolo della rinascita culturale e della vita democratica di Milano». In quel teatro, primo teatro stabile di prosa pubblico in Italia, Grassi e Strehler in sintonia con il sindaco di Milano, il socialista Antonio Greppi, aprono il 14 maggio del 1947 con la messa in scena de L’albergo dei poveri, di Maxim Gor’kij, per la regia di Strehler stesso. La scelta dello spettacolo d’apertura non è ovviamente casuale. Lì dentro c’è l’idea del ‘teatro del popolo’, un teatro inteso come pubblico servizio, costruito sul modello gramsciano, inteso come un fenomeno culturale necessario alla collettività. Quindi la domanda è spontanea: le sa queste cose Geronimo La Russa? E soprattutto, che c’entra?

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Schlein riporta in piazza il Pd. Oggi la manifestazione a Roma

Elly Schlein riporta il Partito democratico in piazza. 175 pullman, 7 treni speciali, 150 volontari e volontarie mobilitati. Sono questi alcuni dei numeri della manifestazione organizzata dal Pd dal titolo Per un futuro più giusto. L’alternativa c’è che si svolgerà a Roma oggi in Pazza del Popolo (alle 14). Interverrà il presidente dem Stefano Bonaccini e chiuderà la segretaria Schlein. Per il resto spazio alla società civile. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, porterà il suo saluto e interverranno poi, tra gli altri, la neosindaca di Foggia Maria Aida Episcopo, lo scrittore Maurizio De Giovanni, il giovane medico specializzando al Careggi di Firenze Lorenzo Cuccoli, la sindacalista che segue la vertenza delle operaie de La Perla Stefania Pisani, Mamadou Kouassi il mediatore senegalese attivista del Movimento migranti e rifugiati di Caserta che ha ispirato il film di Matteo Garrone Io capitano.

Elly Schlein riporta il Partito democratico in piazza. Oggi la manifestazione a Roma. Attesi 175 pullman e 7 treni speciali

“Le persone che si alterneranno sul palco – si spiega nella nota del Pd – saranno la voce del mondo del lavoro, della sanità pubblica, dell’associazionismo, della cultura e del nostro no all’autonomia differenziata. Diritti sociali e civili staranno insieme nell’alternanza delle voci. Si parlerà di clima e prenderà la parola chi è stato colpito dalle alluvioni in questi mesi. Si darà voce alla battaglia degli studenti e delle studentesse per il diritto allo studio e per la salute mentale. Casa, scuola pubblica, politiche per le persone con disabilità, sud, migranti e convivenza, lotta alle mafie sono alcuni dei temi che verranno rilanciati dal palco”.

In piazza verranno raccolte anche le firme per il salario minimo e sarà possibile tesserarsi al Pd. La segretaria ha messo in moto una macchina organizzativa e di comunicazione degna di una campagna elettorale: da più di una settimana è presenza fissa nelle televisioni e in radio. Una scelta inedita per Schlein che ha sempre centellinato accuratamente le apparizioni televisive.

Ci saranno anche i leader di Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli

La manifestazione di oggi vuole essere anche un risposta alle critiche che arrivano da più parti – tra cui anche la nuova Unità diretta da Piero Sansonetti – sull’inconsistenza della sua direzione. Un primo successo è la diplomazia dei dem che è riuscita a convincere Giuseppe Conte, che ricambierà così il favore fatto da Schlein nel giugno scorso, quando la segretaria si unì al corteo dei Cinque Stelle contro la precarietà. E ci saranno Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Gli esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra sembrano essersi calati ormai nel ruolo ufficiali di collegamento fra il mondo dem e quello pentastellato. Soprattutto per quello che riguarda il cantiere della coalizione in vista delle amministrative e delle regionali della prossima primavera.

La segretaria Schlein vuole aprire un momenti di confronto con le forze interessate per cominciare a tessere una riconoscibile e reale alternativa al governo della destra. Ma i nodi non mancano. In Piemonte, ad esempio, la candidatura per le prossime elezioni regionali della vice presidente del Pd, Chiara Gribaudo, sembra tornata in bilico. Alla base della frenata ci sarebbero i rapporti sempre tesi fra i dem locali e Chiara Appendino, luogotenente di Giuseppe Conte nella Regione. E questo nonostante le aperture che erano arrivate recentemente dalla ex sindaca di Torino nei confronti dei dem: “Se ci sarà un confronto programmatico e non solo sui nomi noi ci saremo”. In realtà, fanno notare fonti parlamentari, il tavolo fra Pd e Movimento 5 Stelle non è ancora saltato. Dopo più di un anno di governo Meloni il Partito democratico targato Schlein vuole imprimere un’accelerata. Sarebbe ora.

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