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È caduta una Mariastella Gelmini silurata da Italia Viva

“Non farò più parte della Commissione Affari Costituzionali – Senato. Non l’ho deciso io, ma Matteo Renzi e Enrico Borghi, che non hanno avuto neanche il coraggio di dirmelo. La decisione mi è stata comunicata, con non poco imbarazzo, da una funzionaria di IV. Complimenti per lo stile…”.

L’annuncio via social della senatrice e portavoce di Azione Mariastella Gelmini scatena l’ennesima ondata di polemiche tra le macerie del cosiddetto Terzo polo.

Con la consueta “serietà” lo scontro è tutto sui social network. Enrico Borghi, capogruppo al Senato, replica infatti a stretto giro alla Gelmini: “Cara Maria Stella, visto che ti sei abituata (in compagnia peraltro!) a disertare le riunioni del gruppo dove si affrontano le questioni, per portarle in pubblico, ti risponderò pubblicamente: ritengo che Dafne Musolino sia più capace e affidabile di te in Prima Commissione. Tocca al capogruppo decidere. E ha deciso, sapendo di esprimere il consenso maggioritario del gruppo. Tutto qui. Stai bene”.

Interviene Calenda: “Quando Borghi è entrato nel gruppo parlamentare, la frattura tra Azione e Italia Viva era già consumata. Da Statuto avremmo potuto mettere un veto sul suo ingresso. Non lo abbiamo fatto, ritenendo che avrebbe tenuto un comportamento professionale o almeno conforme alla normale educazione. Amen. Per fortuna tutto ciò è alle nostre spalle”.

A Calenda risponde la coordinatrice di Iv Raffaella Paita “Calenda, nei gruppi parlamentari democratici funziona così. Ma ci sono due cose su cui tu proprio non puoi dare lezioni. La prima è l’educazione. La seconda è come si fa politica”. E un’altra giornata di quelli “seri e competenti” scivola via così.

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Premierato, Pertici: “Una riforma indecifrabile. Che unisce i flop di Renzi e Berlusconi”

Andrea Pertici, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Pisa, che giudizio dà al premierato che ha in mente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni?
“Anzitutto non si capisce bene cosa sia. Perché se fosse presidenzialismo si potrebbero muovere delle critiche almeno capendo di cosa si parla. Qui si va verso l’elezione diretta del premier, non so come lo chiameranno, che certamente è un modello inesistente sia nella teoria sia nella pratica. Non è il presidenzialismo sul modello statunitense e non è il modello di semi presidenzialismo francese”.

Quindi cos’è?
“Non si capisce cosa sia. Vogliono l’elezione diretta di un capo del governo mantenendo anche un presidente della Repubblica che si trasforma da organo di garanzia a organo quasi cerimoniale, poiché i poteri più significativi di intermediazione politica del presidente sono quelli di formazione del governo e di scioglimento delle camere e gli vengono sostanzialmente tolti”.

Ma quindi da dove viene questa idea di riforma
“Ci sono aspetti, come la norma ‘antiribaltone’ della proposta Berlusconi del 2006 che è già stata bocciata. Per alcuni versi questa riforma recupera alcuni aspetti della proposta del 2006 e alcuni aspetti del 2016. Entrambe bocciate dalla Corte costituzionale. Questo è un aspetto abbastanza singolare. Non si va molto oltre: il problema al quale si cerca di rispondere è sempre quello della cosiddetta instabilità di governo che in realtà non passa per le riforme costituzionali ma soprattutto per l’assetto dei partiti politici come configurato dalla legge elettorale”.

Non si rischia con questa riforma di avere governi cristallizzati indifferenti alla volatilità elettorale?
“Questo potrebbe essere un rischio se vediamo che il consenso dei partiti politici oggi è molto variabile. Basti pensare che la Lega nel 2019 aveva il 37% e alle politiche di 3 anni dopo ha preso meno del 9%. Stabilizzare eccessivamente un governo può essere un rischio rispetto al suo consenso popolare. Si torna quindi al problema dei partiti politici. Perché i partiti hanno questa variabilità? Perché non hanno un radicamento sufficientemente profondo. Forse le riforme alle quali si dovrebbe guardare sono quelle che riguardano un maggiore coinvolgimento degli elettori, per porre rimedio all’astensionismo che cresce”.

Che ne pensa della “norma anti-ribaltone” che prevede che in caso di caduta del premier, prima di tornare alle elezioni, si cercherà un altro premier ma restando all’interno della maggioranza e del programma votato dai cittadini e senza la possibilità di esecutivi tecnici?
“Molto singolare. Se deve portare avanti lo stesso programma, o il presidente viene meno per motivi strettamente personali oppure diventa una questione di antipatia personale, se il programma è lo stesso e lui lo deve portare avanti nello stesso modo. Non si capisce il cambio della singola persona. La seconda, peraltro, non sarebbe scelta dagli elettori. Diventa un’ombra della prima. Ma parlando di questo stiamo facendo l’errore di accettare l’impostazione generale della riforma che invece è inaccettabile”.

Qualcuno già dice “ecco i costituzionalisti che non vorrebbero mai toccare la Costituzione”…
“Innanzitutto, i costituzionalisti sono una categoria di scienziati, difficilmente sono raggruppabili tutti insieme. Ognuno sulla base delle proprie riflessioni arriverà a determinate conclusioni. I costituzionalisti non devono descrivere ma devono riflettere sulle soluzioni offerte e eventualmente proporre. In generale ci sono stati costituzionalisti favorevoli ad alcune riforme e contrari ad altre. La divisione tra conservatori e progressisti ogni tanto mente: ci possono essere riforme di stampo conservatore. In molti periodi ci sono state riforme che non andavano nel senso di valorizzare i valori progressisti. La distinzione funziona andando a vedere il merito: conservare una Costituzione progressista non è conservatore nel senso politico del termine. Ugualmente, i riformisti, in senso proprio, non sono quelli che vogliono le riforme ma sono quelli che vogliono un progresso, con riforme graduali, e non con la rivoluzione”.

Intanto il governo ha posto la fiducia sulla legge di Bilancio…
“Non si può dare la colpa solo a questo governo. Da tempo il ruolo del Parlamento è stato marginalizzato. Nelle ultime legislature è emerso in pieno, lo si deve all’abuso dei decreti legge su cui bisognerebbe intervenire a livello costituzionale ma non solo. D’altronde la democrazia dovrebbe avere una tempistica, richiede tempo organizzato bene, lavorando duramente e a lungo e con impegno. Trovo singolare che ci siano dei capigruppo che si appellano al proprio gruppo per non fare emendamenti. Ciascuno dovrebbe avere il suo ruolo: il capogruppo dovrebbe valorizzare il ruolo del gruppo. Sulla legge di Bilancio ormai è un classico: già nel 2018 i parlamentari di opposizione sollevarono il conflitto di attribuzione lamentando un non sufficiente coinvolgimento del Parlamento. Poi le maggioranze son cambiate, dal 2018 a oggi le abbiamo avute tutte, hanno governato tutti e sinceramente tutti hanno cercato di costringere il dibattito parlamentare sulla legge di Bilancio. Non è una novità. Anche in questo senso manca il ruolo dei partiti, lo spessore dei parlamentari, l’impegno dell’attività parlamentare: questi sono gli aspetti che possono cambiare le cose”.

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Più “posto fisso” che premierato

Oggi in Consiglio dei ministri arriva il premierato che vuole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme ai suoi alleati. Lo chiamano “premieratino” perché non è un presidenzialismo e non è un semi presidenzialismo. Così la riforma nasce con il nomignolo diminutivo che ne certifica la portata e le aspirazioni.

L’aspirazione – una, solo una – è semplicemente l’auto preservazione, come sempre. Si vorrebbe vincolare il voto degli elettori sulla scheda elettorale ancora meno al programma della coalizione, ancora meno a una reale alleanza politica e sempre di più al marketing di un nome: il “nome forte”, il sogno di tutti i politici che vivono la sensazione della cresta dell’onda. Il testo vuole inserire in Costituzione anche la formula per l’elezione di candidati e liste di partiti, assicurando un premio di maggioranza del 55 per cento dei seggi alla coalizione vincente.

Il “nome forte” non corre più il rischio di vedersi revocato qualche ministro del suo governo dal presidente della Repubblica, il “nome forte” si garantisce di fatto cinque anni di governo e il “nome forte” pensa con questa riforma di non correre più il rischio di essere travolto da un rimpasto di governo, ancor di più da un governo tecnico.

Il mito della “governabilità” ottenuta da grimaldelli costituzionali e non dal radicamento dei partiti, dall’autorevolezza degli eletti e dal faticoso lavoro di mediazione che richiede governare è un ulteriore colpo al Parlamento (nella sua funzione di “cuore” di un governo) e degli elettori che sarebbero chiamati a esprimere un governo indifferente alla volatilità del consenso. 

La potrebbe chiamare la riforma del “posto fisso”, per il premier, nell’epoca precarietà per tutti gli altri. 

Buon venerdì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio Meloni al Senato, 25 ottobre 2023 (governo.it)

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Travestito da pacifista per un pugno di voti. Ecco la piazza di Salvini

Tra le macerie delle guerre che stanno infiammando l’Europa con l’Ucraina e il Medio Oriente nel conflitto tra Israele e Palestina ci ritroveremo anche lo stupro della parola pace. Fin dall’inizio del conflitto ucraino con l’invasione russa una nutrita schiera di fomentatori della guerra e di abietti editorialisti ha giocato sporco trasformando la richiesta di pace in collaborazionismo con il nemico. Javier Cercas scriveva che “le guerre si combattono per il potere e il denaro, ma vengono coinvolti i giovani che nelle guerre uccidono e perdono la loro vita, i quali ci entrano per le parole, la poesia e la retorica, che li seducono e li preparano al punto di rischiare la propria vita verso la morte”. La propaganda di guerra rimane uno dei più importanti mezzi militaristici.

Il leader della Lega Matteo Salvini trova come lucrare aizzando le folle contro i veri nemici del conflitto

Il suo compito è quello di costruire nelle persone, attraverso la creazione di una identità collettiva e il patriottismo, la fiducia nella leadership e nelle sue decisioni mentre denigra l’avversario e sconfiggere gli sforzi propagandistici degli avversari. Con l’introduzione dei giornali e di altri mezzi di comunicazione di massa, la propaganda di guerra è diventata una parte fondamentale di ogni grande sistema militare e oggi è sempre più accettato il concetto che “la guerra non si fa sempre con le armi ma anche attraverso la scrittura, ovvero i media”.

Valgono quindi i dieci comandamenti già descritti dalla storica belga Anne Morelli: 1. Noi non vogliamo la guerra, è l’affermazione di ogni capo di Stato prima di dichiarala: Von Ribbentrop prima che la Germania invadesse la Polonia dichiarava: “Il Führer non vuole la guerra. Si risolverà a farla a malincuore”. 2. L’avversario è l’unico responsabile dell’intero conflitto. 3. Il capo della parte avversa ha il volto del diavolo. 4. Noi difendiamo una nobile causa, non degli interessi particolari. 5. Il nemico commette consapevolmente atrocità, mentre se noi commettiamo degli “errori” è assolutamente involontario 6. Il nemico usa delle armi non autorizzate. 7. Noi subiamo pochissime perdite, invece quelle del nemico sono enormi. 8. Gli artisti e intellettuali sostengono la nostra causa. 9. La nostra causa ha un carattere sacro. 10. Coloro che mettono in dubbio la nostra propaganda sono traditori. E chi mette in dubbio la propaganda I pacifisti, da sempre, semplicemente perché l’hanno studiata e la conoscono.

Non c’è più limite alla propaganda. Così si stupra la parola Pace

Ecco quindi che con ogni guerra inizia la guerra ai pacifisti, anche quando pronunciano le stesse parole del Papa, del portavoce dell’Onu o quelle di Giorgia Meloni quando è convinta di essere in una conversazione privata. I pacifisti sono amici di Putin, sono sostenitori di Hamas. Se decidono di non partecipare al LuccaComics sono dei “disertori”, se decidono di scendere in piazza sono dei “provocatori”.

Travestito da pacifista per un pugno di voti. Ecco la piazza del leader della Lega. Non c’è più limite alla propaganda. Così si stupra la parola Pace

Nell’idiozia della propaganda i pacifisti sembrano il problema principale, mentre quegli altri muoiono sotto le bombe. Così nella confusione generale il ministro e leader della Lega Matteo Salvini può addirittura affermare di voler manifestare “per la pace”, scendendo in piazza. “Manifestare per la pace, per i diritti, per la libertà, per il rispetto delle donne è sempre giusto”, ha detto ieri Salvini riuscendosi a smentire nella frase successiva: “Quando vediamo in mezza Italia, in mezza Europa, manifestazioni islamiche, inneggianti ad Hamas, scontri con la polizia, musei chiusi, chiese e sinagoghe oggetto di attacchi, non possiamo stare fermi”.

Salvini che organizza una manifestazione per la pace specificando che “ci sono tanti islamici che non sono fanatici, terroristi e che non hanno la guerra nel sangue e che saranno benvenuti in piazza” è solo l’ultimo evento di una serie ributtante di strumentalizzazioni. E chissà che qualcuno non gli suggerisca di studiare Aldo Capitini, Danilo Dolci, Alex Langer e tutti gli altri. Ci vorrebbe credibilità e studio per pronunciare la parola “pace”: caratteristiche assenti in gran parte degli anti-pacifisti nostrani. Talvolta, come nel caso di Salvini, addirittura travestiti da pacifisti.

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Berlusconi nel Famedio. Tra gli applausi di Dell’Utri

Da ieri il nome di Silvio Berlusconi campeggia al fianco di Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, Gino Strada e Dario Fo, tutti scritti al Famedio di Milano come cittadini illustri. Poco distante c’è anche il nome del procuratore Francesco Saverio Borrelli che ha indagato Berlusconi, il che ci potrebbe indurre a pensare che da vivi uno dei due mentisse.

Da ieri il nome di Silvio Berlusconi campeggia al fianco di Mazzini, Cavour, Strada e Fo, tutti scritti al Famedio di Milano come cittadini illustri

La figlia dell’ex procuratore di Milano, Federica Borrelli ha provato a farlo notare: “Berlusconi è un personaggio che ha creato imbarazzi a un intero Paese, e questa iscrizione crea ulteriore imbarazzo”, ha dichiarato. D’accordo con lei ci sono le almeno 40mila persone che hanno firmato una petizione per chiedere al Comune di Milano di ripensarci. Niente da fare. Così ieri sotto una pioggia battente la presidente del Consiglio comunale, Elena Buscemi, non ha potuto evitare di ricordare quanto la figura di Berlusconi sia stata “apprezzata ma anche criticata“, come scritto nelle motivazioni della commissione del Comune che letteralmente parla di meriti “tanto apprezzati quanto criticati”.

Sapete chi si è risentito della virgola che ha rovinato l’incenso di un ex presidente del Consiglio condannato per frode fiscale e salvato da decine di processi grazie alle sue stesse leggi? Niente di meno che Marcello Dell’Utri, condannato per reati di mafia e presente in prima fila ieri perché gli amici degli amici devono essere visibili. “Che cosa significa che Berlusconi è stato criticato, anche Cavour è stato criticato, anche Mazzini, anche Manzoni, che senso ha”, ha sbottato l’ex senatore che per la giustizia italiana è stato “l’anello di congiunzione tra i boss mafiosi e Berlusconi”.

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FIGC: una partitella in famiglia

Nella Federazione Italiana Gioco Calcio (Figc) da poco lavora Filippo Tajani, non omonimo ma figlio del ministro agli Esteri Antonio, vice presidente del Consiglio nonché capo nel partito Forza Italia. Come racconta Lorenzo Vendemiale su il Fatto Quotidiano oggi in edicola il giovane Tajani lavorerà nel dipartimento che si occupa degli Europei 2032, con un contratto (per ora) fino al prossimo aprile.

Nelle Figc lavora anche Marta Giorgetti che non è un’omonima ma è la figlia del ministro Giancarlo, ministro all’Economia dello stesso governo di Antonio Tajani nonché uomo di punta della Lega con Matteo Salvini. Si occupa dell’organizzazione delle partite della nazionale allo stadio e dopo avere completato uno stage un anno e mezzo fa è stata continuamente confermata nel suo ruolo. Nella Figc, lo scrive il Fatto, ha lavorato anche un parente dell’ex ministro Vincenzo Spadafora (M5S) quando il partito aveva un peso politico maggiore essendo in maggioranza. 

Forse è davvero una coincidenza che il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina abbia pescato talenti inaspettati nelle parentele strette dei ministri dei governi che si sono succeduti. O forse ancora non è passato quel tempo in cui le classi dirigenti di questo benedetto Paese sono convinte di non dover mai rispondere ai principi di opportunità che sviliscono e disperano un giovane qualsiasi che provi a entrare nel mondo del lavoro. 

Nell’anno 2023 continua tranquillamente a succedere qui in Italia che il “chi ti manda” sia una caratteristica fondamentale per accedere a determinate posizioni lavorative. E quelli – notate bene – sono gli stessi che si accaniscono contro i giovani svogliati.

Buon giovedì. 

Di il direttore, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57316792

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Giorgia e i comici russi. Chi è l’impostore?

Dunque ieri abbiamo saputo che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo scorso 18 settembre ha parlato al telefono convinta di farlo col presidente della Commissione dell’Unione Africana, mentre invece dall’altra parte del filo c’erano due comici russi (indicati come vicini a Putin) che le hanno fatto dire in privato ciò che smentisce in pubblico.

La premier Meloni esprime le stesse opinioni di chi dalle nostre parti viene bollato come un fiancheggiatore di Putin

Meloni al telefono sulla guerra in Ucraina conferma che “la controffensiva di Kiev non sta andando come ci si aspettava” e che la soluzione “è trovare una via d’uscita accettabile per entrambe le parti senza distruggere la legge internazionale”. Esprime quindi le stesse opinioni di chi dalle nostre parti viene bollato come un fiancheggiatore di Putin. Aggiunge anche che “tutti capiscono che potrebbe durare molti anni se non cerchiamo di trovare una soluzione”. Solo che quei “tutti” che lo capiscono nel dibattito pubblico vengono regolarmente bollati come cretini e menagrami, soprattutto dalla parte politica della premier.

La registrazione della conversazione è stata postata sulla piattaforma online canadese Rumble e ripresa dall’agenzia russa Ria Novosti. A confermare che quella trasmessa era proprio la voce di Meloni è stato Palazzo Chigi con una nota in cui definisce “impostori” gli autori dello scherzo.

Ma se l’impostura è un vistoso apparato di menzogne e di falsità viene difficile non ritrovarla anche nelle parole in libertà della capa del governo. I veri impostori sono coloro (e sono tantissimi) che da mesi confondono le opinioni con la propaganda, svilendo il proprio ruolo di giornalisti, analisti e ammennicoli vari, in promotori del conflitto.
Chissà se stamattina qualche valente collega accuserà Meloni di essere filoputinana.

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Un’altra morte in carcere: la tragedia di Cucchi non ha insegnato niente

Com’è morto Oumar Dia, il ventunenne nato e cresciuto a Bergamo deceduto all’ospedale di Rozzano, nei pressi di Milano, dove era stato trasferito da poco dal carcere di Opera? Il tutto inizia nel 2020. Oumar Dia ruba un telefono e viene consegnato alla Polizia. Viene arrestato per qualche giorno senza che i suoi famigliari ne sapessero nulla. Poco dopo arriva la condanna: 6 mesi ai domiciliari che diventano 7 perché Dia viene colto fuori casa nonostante fosse ai domiciliari.

Dopo i mesi in carcere Dia viene trasferito in una comunità dedicandosi ai lavori socialmente utili con cui ripaga la refurtiva. Sogna di rifarsi una vita e trasferirsi a Londra ma il 7 luglio i carabinieri si presentano a casa della madre rassicurandola. “Si tratta solo della notifica di qualche verbale”, dicono. Non è così, Dia viene trasferito nel carcere di Bergamo. Poco dopo viene trasferito a Milano, in cella d’isolamento. I famigliari non riescono ad avere notizia dalle forze dell’ordine, dal carcere e dagli avvocati. “Dal carcere di Bergamo Oumar – denunciano amici e famigliari – è stato trasferito presso il carcere di Opera e solo tre giorni dopo il trasferimento la madre è stata avvisata del cambiamento.

Durante quei 3 misteriosi giorni le condizioni di Oumar sono totalmente oscure a famiglia e persone interessate”. Improvvisa e tragica la notizia della morte, giustificata dalle parole “è impazzito, era malato ed è morto improvvisamente”. Parole che non convincono nessuno, dato che Oumar, pochi giorni dopo la morte, sarebbe stato messo ai domiciliari. A questo si aggiunge la testimonianza della madre in cui racconta di avere trovato il corpo del figlio all’obitorio “legato con dei fili, mentre era passata ben una settimana dalla morte biologica”. Oumar Dia è stato arrestato lo scorso 7 giugno mentre rientrava a casa dal lavoro, per un fatto avvenuto due anni e mezzo prima.

Il giallo della morte di Oumar Dia in carcere

In seguito alla condanna a quattro anni e mezzo il giudice ha stabilito la sua detenzione nel carcere di Bergamo, nonostante Dia non avesse commesso altri reati. Lo scorso 26 ottobre la famiglia Dia è stata informata dell’inaspettato decesso di Oumar. Circa due settimane fa Oumar Dia è stato trasferito presso il carcere di Opera, ma la famiglia – secondo quanto racconta l’organizzazione no-profit ‘No justice no peace’ – sarebbe stata informata del trasferimento soltanto dopo alcuni giorni.

Non si sa cosa sia accaduto in quel lasso di tempo, nessuno conosce nemmeno il motivo del trasferimento presso la struttura ospedaliera. I famigliari e gli amici spiegano che “ora come ora la voce della famiglia e degli affetti di Oumar non è forte abbastanza per farsi sentire, ma la morte di Oumar non riguarda solo chi lo conosceva, riguarda chiunque in Italia abbia mai subito ingiustizia di qualsiasi tipo, riguarda qualsiasi umano che non tollera abusi di poteri ed ingiustizie a cielo aperto”.

La Cassazione ha intanto dichiarato prescritto il reato di falso per i carabinieri Roberto Mandolini e Francesco Tedesco già condannati in uno dei processi per la morte di Stefano Cucchi. I giudici della Suprema Corte hanno annullato senza rinvio riconoscendo il reato estinto per intervenuta prescrizione. Nel processo di appello bis Mandolini era stato condannato a tre anni e sei mesi e Tedesco a due anni e 4 mesi. Quest’ultimo è il militare dell’arma che con le sue dichiarazioni aveva fatto riaprire le indagini. “Roberto Mandolini. Colpevole e salvato dalla prescrizione”. Così Ilaria Cucchi ha commentato la decisione della Cassazione. Mandolini e Tedesco erano accusati di avere falsamente attestato, nel verbale di arresto di Cucchi, la rinuncia da parte del giovane romano alla nomina del difensore di fiducia.

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Cosa c’è di più stupido del soffiare su tutto questo?

Craig Mokhiber è il direttore dell’ufficio di New York dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Ieri ha deciso di dimettersi per urlare la sua impotenza (e quella dell’Onu) di fronte agli eccidi di questo tempo. 

“Ancora una volta – ha scritto Mokhiber nella lettera indirizzata all’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, Volker Turk – stiamo assistendo a un genocidio che si sta svolgendo sotto i nostri occhi e l’organizzazione che serviamo sembra impotente a fermarlo“. “Le Nazioni Unite – scrive – non sono riuscite a prevenire i precedenti genocidi contro i Tutsi in Ruanda, i musulmani in Bosnia, gli yazidi in Yemen e i Rohingya a Myanmar: Alto Commissario, stiamo fallendo di nuovo”.

Mokhiber aggiunge: “Come avvocato per i diritti umani con più di tre decenni di esperienza, so bene che il concetto di genocidio è stato abusato a livello politico, ma l’attuale carneficina contro il popolo palestinese non lascia spazio a dubbi”. Sulla guerra a Gaza spiega: “Questo è un caso da manuale di genocidio“, accusando nella sua lettera gli Stati Uniti, il Regno Unito e gran parte dell’Europa non solo “di rifiutarsi di rispettare i loro obblighi” ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, ma stanno anche armando l’attacco di Israele e fornendo ad esso una copertura politica e diplomatica”. 

Mentre il genocidio si consuma nel pomeriggio dell’altro ieri, sei bombe da una tonnellata ciascuna hanno completamente distrutto un intero quartiere del campo profughi di Jabalia, Intanto a Parigi sono comparse stelle di David su case e negozi di ebrei. 

Cosa c’è di più stupido del soffiare su tutto questo?

Buon mercoledì.

Nella foto: il campo profughi di Jabalia dopo il bombardamento israeliano (frame del video di Euronews), 31 ottobre 2023

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Milano va sott’acqua, Comune e Regione non sanno che litigare

Il sindaco di Milano Beppe Sala tra le righe indica le responsabilità: “Questa notte la nostra città è stata colpita da una ‘bomba d’acqua’ di notevoli dimensioni. L’ultimo evento paragonabile risale al 2014. Segnalo che ieri sera (lunedì sera, ndr) era stata diramata dalla Protezione Civile regionale un’allerta gialla, quindi, in teoria, non preoccupante. Non è certo un’accusa, ma la constatazione di quanta imprevedibilità ci sia nelle condizioni meteorologiche”. Milano che vorrebbe essere la capitale europea della produttività annega. Il violento nubifragio che ha portato all’esondazione del fiume Seveso ha provocato un’emergenza che è durata fino a dopo mezzogiorno, nonostante le previsioni dicessero che sarebbe andata così. Come accade sempre per prima è finita sott’acqua Niguarda ma forti disagi sono stati segnalati anche nei quartieri Maggiolina e Isola, dove le strade si sono rapidamente riempite d’acqua.

Milano allagata, disagi e chiusure

La scuola Fabbri di viale Zara è stata chiusa così come diversi nidi della zona. L’assessore del Comune di Milano Marco Granelli sui social ha aggiornato la situazione: “Niguarda Seveso: esondazione in corso. Livelli Seveso ancora molto alti, anche a nord. Esondazione durerà per qualche ora. Allagati ora anche sottopasso Negrotto e Rubicone. Rubicone è poco e contiamo di riaprire a breve. Lambro alto ma non esondazione”. A scopo precauzionale sono state evacuate le comunità che si trovano all’interno del Parco Lambro. I cittadini di zona Niguarda e Pratocentenaro sono stati invitati a rimanere in casa. In alcuni palazzi è saltata la corrente elettrica.

“A Niguarda ci sono circa 4 mila utenze elettriche che sono saltate – spiega Stefano Indovino, presidente del consiglio di Municipio 9 – e quindi persone senza corrente da stamattina, questo è accaduto perché si sono allagate 6 cabine elettriche. Unareti, così come Amsa, è pronta a intervenire ma deve prima concludersi l’esondazione. Anche le pattuglie della polizia locale che abbiamo a disposizione non possono chiudere tutte le strade in un raggio di 5, 6 chilometri, e quindi il traffico è bloccato specialmente nelle zone in cui c’è particolare pericolo, dove la corrente è molto forte o dove l’acqua è molto alta”.

Il pregresso

La storia tra fiume Seveso e Milano è una storia decennale. Negli ultimi 50 anni sono almeno un centinaio le esondazioni che hanno provocato danni ingenti, come quella del 2010 che causò un danno totale di 70 milioni di euro. Dovrebbero migliorare la situazione le vasche di laminazione. Quella di Bresso dovrebbe essere attiva entro la fine dell’anno, che ormai è vicinissimo, mentre a Senago delle due vasche ne potrebbe arrivare intanto una entro i prossimi sei mesi. A Lentate e a Cantù non se ne parla prima di un anno mentre per la vasca tra Paderno e Varedo la situazione è complicata: oltre alla progettazione ci sarebbe una gara d’appalto che non è stata assegnata e che ora rischia di saltare per l’aumento dei prezzi dei materiali.

A Milano litigano Comune e Regione

L’assessore Granelli ieri sui social ha puntato il dito contro Regione Lombardia: “Milano è pronta, la vasca entrerà in servizio a fine novembre, ma mancano tutte quella della Regione Lombardia”, ha detto. Il presidente Attilio Fontana gli ha risposto a stretto giro: “Credo che Granelli si dovrebbe occupare di gestire meglio la città, perché credo che non siano mai successe tante situazioni come queste, che dimostrano un completo abbandono”.

Mentre le istituzioni litigano piove e presumibilmente – come accade d’inverno – pioverà. Ai cittadini che ieri si sono arrangiati tra mezzi pubblici bloccati o in ritardo e ai lavoratori che hanno dovuto rinunciare a raggiungere il posto di lavoro non serviranno i rimpalli di responsabilità. La stagione delle piogge è appena cominciata.

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