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Da Putin alla Lega, che paura di Halloween

Curiose consonanze. A Mosca Halloween l’hanno bollata come la “festa dell’Occidente satanista”. “Pratica mefistofelica” per i preti russi. Appuntamento da evitare per le autorità. In tempi di operazione militare speciale, Halloween è la celebrazione vietata in diverse parti della Grande Madre Russia perché non “coerente con i valori tradizionali fondamentali” e capace di provocare “un’influenza negativa sulle menti fragili”.

I giovani sono stati esortati a sostituire la festa con attività che “rafforzino i valori morali spirituali, sviluppino l’idea di patriottismo e preservino il patrimonio storico”. Per aggirare la censura religiosa e unirsi al divertimento del “dolcetto o scherzetto”, alcune scuole si sono inventate una nuova ricorrenza religiosa: la Festa del Redentore delle Zucche. Il monaco Makarij, autore di un noto blog su questioni ecclesiali, ha definito la presunta festa della Zucca “un colpo al cuore per il credente religioso, un’idiozia” mentre il sacerdote di Kazan, Aleksandr Ermolin, ha sottolineato come “il Redentore della Zucca non esiste nell’ortodossia russa. Stanno cercando di creare un sostituto di Halloween”.

Da noi il giornalista Mario Giordano aveva distrutto una zucca in diretta televisiva perché la festa è sbagliata se non è di denominazione di origine cristiana. “Simbolicamente noi oggi vogliamo dire abbasso Halloween e viva la festa di Tutti i Santi” aveva dichiarato Giordano dopo essersi sfogato sulle zucche finte che aveva in studio. Il leghista Pillon in Halloween vede Satana e la “perdita delle nostre tradizioni” barattate “con vuote liturgie consumistiche”. Vedi a volte le curiose consonanze.

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Un governo finto Green. Illuminato all’estero e oscurantista in Patria

Raccontò l’ex moglie di Umberto Bossi di essersi separata perché il fondatore della Lega Nord tutte le mattine usciva di casa con la valigetta da medico, dicendole sulla porta: “Ciao amore, vado in ospedale”. Bossi non era medico e gli mancavano sei esami per laurearsi. Uscire dalla porta di casa con una valigetta in mano per fingersi altro è un’eredità che Bossi ha regalato anche ai membri di questo governo, illuminati e diplomatici in trasferta mentre qui in Italia, a casa loro, perseguono il peggiore oscurantismo.

Alla Cop28 i rappresentanti del nostro governo spingono per la transizione. Ma poi in Italia la cannoneggiano

Ieri il ministro all’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin è intervenuto alla Plenaria di apertura della Pre-COP28 in corso ad Abu Dhabi con una dichiarazione con cui è impossibile non essere d’accordo: “Non vi è dubbio che sia dovere di tutti noi – ha detto il ministro – contribuire all’attuazione dell’Accordo di Parigi con la massima ambizione possibile, agendo con risolutezza entro il 2030 per ridurre le emissioni globali e procedere verso una traiettoria chiara di neutralità climatica. Un’azione ambiziosa per il clima è una azione equa, poiché riduce i rischi associati al riscaldamento globale, proteggendo i più vulnerabili dagli impatti peggiori”.

Negli Emirati Arabi Uniti devono aver pensato che il governo italiano abbia un ministro illuminato e progressista, attento anche alle disuguaglianze insite nella transizione energetica. “L’equità dovrebbe essere un fattore che favorisce la massima ambizione possibile di tutti i governi – ha detto Pichetto -. Tutti dobbiamo contribuire, e certamente in particolare quelli che attualmente emettono quote elevate di emissioni globali”. Il ministro, a tal proposito, ha sottolineato che “la scienza è molto chiara. La finestra di opportunità per agire per limitare gli effetti del cambiamento climatico è molto stretta e non possiamo pertanto perdere altro tempo. Ma la scienza ci fornisce anche soluzioni realizzabili per affrontare questa sfida globale. Ora è nostra responsabilità trasformarle in azioni”.

Il ministro ha spiegato anche che “politiche climatiche e scelte energetiche sono facce di una stessa medaglia, non si può parlare delle prime senza affrontare il tema della riduzione della nostra dipendenza dai combustibili fossili e al contempo assicurare la sicurezza energetica – ha avvertito -. In questo contesto, riteniamo che la COP28, attraverso il Global stocktake possa e debba dare indicazioni chiare, verso percorsi realistici che portino ad obbiettivi tangibili”. Per il ministro “triplicare la capacità di energia rinnovabile globale e raddoppiare il tasso di efficienza energetica attuale, ridurre drasticamente le emissioni di metano, eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e adottare misure di mitigazione ambiziose in tutti i settori economici, sono tutti obbiettivi alla nostra portata”.

Il ministro Pichetto Fratin parla da ambientalista convinto al vertice di Abu Dhabi

Quando non ha la sua valigia per andare all’estero Pichetto Fratin però fa parte di un governo che smentisce quasi in toto le sue dichiarazioni. Non è un problema di credibilità politica internazionale – quella è una quisquilia – ma si tratta di sopravvivenza. Come può il ministro tollerare quindi la guerra (a suon di fake news) di alcuni suoi colleghi ministri alla mobilità elettrica Come si inserisca nel suo illuminato discorso la reazione scomposta di suoi alleati al via libera dell’Europarlamento alla legge sul ripristino della natura Matteo Salvini ha parlato infatti di “follia ideologica”, Francesco Lollobrigida di “farneticazioni della sinistra”, Antonio Tajani di “danni enormi”. Perché non zittisce chi sproloquia di “ideologia ambientalista”? Perché a capo di Enel e di Eni sono stati nominate personalità di lungo corso addirittura scettiche sul cambiamento climatico? Perché l’Italia è il sesto più grande finanziatore di combustibili fossili al mondo? Ma soprattuto la domanda più importante: perché il nostro ministro viene chiamato “della Sicurezza energetica” e non più “della Transizione ecologica”? Non resta che aspettare che glielo chieda qualcuno quando rientra a casa.

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Salvini fomenta la piazza. Così torna lo scontro di civiltà

All’ipocrisia di Matteo Salvini ci siamo abituati. In fondo è il ministro delle Infrastrutture eletto promettendo di abolire la legge Fornero, di fermare gli sbarchi, di rompere con l’Unione europea, di eliminare le accise sul carburante, di non ratificare il Mes (che tra poco il suo governo ratificherà) e altre decine di giuramenti traditi nel tempo di un soffio. Salvini è coerente solo con la sua incoerenza – spacciata per politica – che lo ha reso il re dei populisti di questi ultimi anni.

Il vicepremier Matteo Salvini accusa di razzismo Amnesty International e viene sconfessato dall’erede della Fallaci

Con la manifestazione che il leader leghista ha lanciato per il prossimo 4 novembre per “difendere l’Occidente” la sua azione compie un ulteriore salto di qualità passando allo sciacallaggio politico per fini elettorali. “Quella di sabato 4 novembre a Milano sarà una piazza aperta a tutti, pacifica, solare, con lo sguardo rivolto al futuro. Un’occasione per ribadire l’importanza delle libertà e della democrazia, della lotta al terrorismo, all’antisemitismo e al fanatismo islamista. Le conquiste e i diritti fondamentali che qualificano l’Occidente non possono essere messi in discussione. In un momento di gravi tensioni, l’Italia ha il dovere di rimarcare la propria collocazione fra i Paesi democratici e liberi”, ha scritto Salvini sui suoi social.

Certo, il lancio della manifestazione non è andato benissimo. Poche ore dopo l’annuncio del vice premier il primo schiaffo gli è arrivato da Edoardo Domenico Perazzi, erede universale di Oriana Fallaci nonché curatore del suo patrimonio materiale e immateriale, che non ha preso benissimo la strumentalizzazione dell’immagine della giornalista oltre ai morti sotto le bombe. Gli avvocati di Perazzi hanno scritto una nota in cui ricordano come “mai, per sua espressa volontà, la Signora Oriana Fallaci è stata associata nella sua vita direttamente o indirettamente a un partito o a un leader politico, avendo sempre rivendicato fermamente la propria indipendenza come elemento indispensabile per lo svolgimento della sua professione di giornalista e scrittrice”.

Dunque diventa “non opportuno” che “alcuna forza politica (di qualsiasi segno) utilizzi il nome e l’immagine di Oriana Fallaci per promuovere proprie iniziative, ciò ledendo la sua reputazione professionale”. Dubbi sull’opportunità di lucrare sulla guerra sono arrivati anche dagli alleati di maggioranza. La vice capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli, ha invitato a evitare “situazioni rischio” e il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè (Forza Italia) ha rincarato la dose: “Non si tratta di un errore, ma è solo una questione di opportunità. La preoccupazione è che andare in piazza in questo momento, inconsapevolmente, possa attirare elementi esagitati, fomentare chi non crede nei nostri valori e provocare forti contestazioni”. Entrambi sanno che il loro alleato vive proprio sul fomentare odio per spremerne voti.

La Lega prova a lucrare consensi persino sulla guerra. Malgrado i rischi del corteo pro Occidente di sabato

La Lega di Salvini del resto è diventata ciò che è aizzando gli sfinteri sui social contro un nemico al giorno. Il meccanismo de La bestia social era banalmente questo: additare un avversario per compattare l’elettorato. È la stessa molla con cui due giorni fa Salvini (condannato per i suoi cori razzisti contro i napoletani) ha avuto il coraggio di accusare di razzismo Amnesty Italia. Sarebbe interessante anche capire quali sarebbero i valori occidentali che Salvini si promette di difendere. A oggi il più grande pericolo dell’Occidente è senza dubbio il suo ex grande amico Vladimir Putin, il presidente russo che nel 2015 Salvini avrebbe voluto al posto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella (“Cedo due Mattarella per mezzo Putin”, scrisse).

Ma sarebbe utile capire se per “valori occidentali” Salvini intenda la visione della donna unicamente come produttrice di figli e nume tutelare della casa che il suo governo propina con forza, se intenda un valore occidentale ostacolare l’aborto in qualsiasi modo non potendolo abrogare, se intenda un valore occidentale l’oscurantismo di qualche Vannacci di turno che propaga a piene mani oppure se i valori occidentali che vorrebbe difendere sono le discriminazioni verso i cittadini stranieri e non bianchi. Stupisce anche che un ex ministro dell’Interno che si è auto proclamato il migliore in quel ruolo non sia in grado di comprendere una regola fondamentale: radunare migliaia di persone in piazza “contro” qualcuno significa esacerbare gli animi e solleticare estremismi che andrebbero gestiti con intelligenza.

È lo stesso motivo per cui il ministro alla Difesa Guido Crosetto ha deciso di ridimensionare gli eventi per la Festa delle forze armate e per cui a Parigi hanno deciso di cancellare gli Mtv European Music Awards. Una cosa è certa e va ripetuta allo sfinimento: peggio dei miasmi della guerra c’è solo l’empietà di chi la usa per arricchirsi economicamente e elettoralmente. A Salvini – e ad altri come lui – non interessa nulla né degli israeliani né dei palestinesi. Il conflitto è solo la leva per sollevare la propria propaganda, aggiustandola alla bisogna. Ognuno del resto usa l’etica che ha.

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Il Parlamento è nei loro salotti

La legge di Bilancio è stata presentata alla stampa il 16 ottobre. In quell’occasione la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fece notare come la veloce compattezza del governo sulla manovra indicasse un’invidiabile compattezza di governo. “La maggioranza è compatta, fatevene una ragione”, ripetè Meloni anche sei giorni fa in Senato, in occasione delle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo. Oggi, 31 ottobre, la legge di bilancio non è ancora stata presentata al Parlamento. 

Nel frattempo sono circolate bozze mai smentite e mai del tutto confermato che hanno concimato un dibattito praticamente sul nulla. Perfino la dirigenza di Forza Italia ha perso la pazienza per il susseguirsi di voci senza nulla di scritto. Nei giorni scorsi abbiamo assistito anche alla spassosissima scena della presidente del Consiglio che tranquillizzava gli elettori a proposito del pignoramento immediato dei conti correnti da parte dell’Agenzia delle entrate. Ha promesso ai suoi elettori che nella manovra scritta dal suo governo non ci sarebbe stata una norma scelta da loro. Un capolavoro di attorcigliamento e di propaganda, con Meloni che si è posta come difenditrice degli italiani contro gli attacchi di Meloni. 

Nel frattempo i partiti di maggioranza hanno chiesto correzioni, chi strattonando da una parte e chi dall’altra, non potendolo fare in Parlamento visto che Meloni ha già preannunciato che non saranno accolti emendamenti. Quindi la discussione che avrebbe dovuto svolgersi in Parlamento di fronte gli italiani si è ridotta a una trattativa privata da governanti. Va così.

Buon martedì. 

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Stipendi da fame. Una lezione per l’Italia

Nell’indifferenza generale i sindacati statunitensi hanno ottenuto per i lavoratori della Ford un aumento di retribuzione di almeno il 30% dopo 50 giorni di sciopero sostenuto con fondi di solidarietà messo a disposizione dal sindacato dei lavoratori dell’auto statunitensi (Uaw). Poco dopo anche il gruppo Stellantis ha ceduto con un aumento di almeno il 25% delle buste paga mentre ieri è stata General Motors a ritoccare gli stipendi.

Negli ultimi dieci anni le tre principali aziende automobilistiche degli Usa hanno intascato 250 miliardi di dollari di profitti

Negli ultimi dieci anni le tre principali aziende automobilistiche degli Usa hanno intascato 250 miliardi di dollari di profitti. Gli stipendi dei manager erano aumentati del 40% mentre quelli degli operai erano rimasti bloccati. La disuguaglianza di trattamento ha spinto il sindacato a promuovere un’azione coordinata che ha coinvolto 150mila lavoratori, iniziando a colpire le fasi più delicate della produzione per poi allargarsi in veri e proprio picchetti. Da quelle parti è accaduto che la politica non si è limitata a rilasciare interviste in cui si accusavano i lavoratori di voler boicottare i poveri imprenditori appoggiata da qualche sfrenato editorialista liberale.

Joe Biden si è presentato personalmente a un picchetto per sostenere le ragioni della protesta e anche il suo prossimo sfidante, l’ex presidente Donald Trump, ha fatto lo stesso. Immaginare uno scenario del genere in Italia oggi sarebbe quasi impossibile. Sarebbe sicuramente impossibile che tutte le parti politiche sostengano una stessa causa rinunciando al mero calcolo dei posizionamenti. Sarebbe impossibile non ascoltare i “manager” frignare gridando all’esproprio proletario. Ma soprattutto sarebbe impossibile far notare che l’uguaglianza non si predica, si pratica. Soprattutto i sindacati.

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Israele-Hamas è il viagra social di un giornalismo da bulli del quartiere – Lettera43

Scorrendo Twitter – che ora si chiama X – ci si può imbattere nel post di un giornalista. Non è un giornalista di primo pelo, tutt’altro: è stato un cronista parlamentare e in giro qualcuno lo indica come «uno di massimi esperti» del centrosinistra. Il giornalista, come un adolescente incazzato che twitta durante la lezione, riprende un tweet di una consigliera Rai che pubblica la foto della manifestazione a Roma per la pace e chiede il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. «Abbiamo una consigliera della Rai su queste posizioni. È pure vicina al Partito democratico!», scrive indignato il nostro censore. E di corsa arriva un altro consumato editorialista di primo piano che rilancia: «Ma poi chi è? Che meriti ha? Perché dobbiamo pagare il canone Rai?». La scena è uno spaccato del Paese che diventiamo ogni volta che le guerre degli altri diventano un martello per sistemare piccole, stupide e inutili questioni domestiche.

Tanto a morire sono gli altri, qui al massimo si rischia una querela

La guerra è il viagra dei social. Non c’è niente di meglio di un conflitto (sempre rigorosamente sulla pelle degli altri) per trasformare i social network in un Colosseo dove ci si sfida a suon di mistificazioni, arguzie per niente argute e vendette trasversali. Se mille morti israeliani (o palestinesi o ucraini o armeni o russi o yemeniti) tornano utili per giustiziare il collega inviso o l’avversario politico, nessuno ci pensa due volte. Senza scrupoli si banchetta sull’amplificazione delle divergenze. Tanto a morire sono quegli altri e qui, male che vada, al massimo si rischia una querela.

La guerra Israele-Hamas è il viagra social di un giornalismo da bulli del quartiere
Bandiere di Israele (Getty).

Giornalismo che fa da cassa di risonanza dell’irresponsabilità

Un pezzo di giornalismo italiano baldanzoso decide di essere cassa di risonanza dell’irresponsabilità. E così si vede di tutto. In prima pagine di un quotidiano che fu progressista si accusa il segretario dell’Onu di avere pronunciato parole messe tra virgolette che non sono mai state pronunciate. Sarebbe un errore da bocciatura all’esame da giornalista e invece qui diventa addirittura un tema di dibattito. Attenzione, si dibatte del falso come se fosse vero, mica della condanna del falso. Nel tempo in cui serve responsabilità per controllare un’epoca già smisurata c’è il quotidiano che regala la bandiera, come un chiosco nei pressi dello stadio. Si lapida Patrick Zaki in prima pagina perché esprime le stesse riflessione di molti editorialisti israeliani ma a questi non interessa nulla di Zaki, nemmeno di Israele o della Palestina: è tutto un adolescenziale gioco di sponda per arrivare al proprio personalissimo fine.

La guerra Israele-Hamas è il viagra social di un giornalismo da bulli del quartiere
Manifestanti pro Palestina (Getty).

Ogni minuzia ridicola diventa una difesa «dei valori dell’Occidente»

Giornalisti che apparivano autorevoli nei loro editoriali e nelle loro compassate apparizioni televisive, con la guerra e con i social si trasformano in petulanti bulli di quartiere. Ogni minuzia, anche la più ridicola cazzata, diventa una difesa «dei valori dell’Occidente» dove l’Occidente è la compagnia di giro del bar sotto la redazione. La guerra svilita al ruolo di trappola nel proprio cortile, sperando che la preda ci capiti sopra. Gente che scrive libri con cui vorrebbe insegnarci la vita e il mondo molesta colleghi sui social chiedendo «perché non vedo condanne a Hamas?», oppure «perché non hai scritto le stesse cose per quella malefatta di Israele?».

La guerra Israele-Hamas è il viagra social di un giornalismo da bulli del quartiere
Guerra sui social tra giornalisti con il conflitto Israele-Gaza sullo sfondo (Imagoeconomica).

Salottini che sovrappongono le faccende di corte alle vicende internazionali

Potete metterci Vladimir Putin o Volodymyr Zelensky, il metodo è sempre lo stesso. Il giornalismo italiano è un arcipelago di salotti che sovrappone le faccende di corte alle vicende internazionali. I morti sono solo l’occhiello delle loro baruffe chiozzotte. E così mentre il mondo si infiamma il giornalismo da mezzo di comprensione diventa un acceleratore dell’odio: hater che scrivono libri sull’odio online e populisti che analizzano il populismo degli altri. Le conseguenza purtroppo invece sono serissime. Il crollo della credibilità dei giornali è una cosmesi linguistica, per non dire del crollo della credibilità dei giornalisti. Il lettore medio pensa: «Perché dovrei leggere le opinioni di qualcuno che scoreggia sui social esattamente come me e che so esattamente che parte prenderà immaginando gli interessi della sua cerchia?».

Alla fine per cercare informazioni ci si rivolge agli influencer

Chiedere la pace significa essere amici di Hamas (come di Putin). Giornalisti presi sul serio che accusano l’Anpi di fascismo, Amnesty di razzismo e intere redazioni di antisemitismo. I giornalisti che sono sul campo, sotto le bombe, che scompaiono nel dibattito generale. E alla fine inevitabilmente è più rincuorante affidarsi agli influencer per cercare informazioni, in un cortocircuito – quello sì – populista che impoverisce tutto il resto. La senatrice a vita Liliana Segre qualche giorno fa si chiedeva (e ci chiedeva) come ci potesse essere «tanto odio» in Medio Oriente. Forse era una domanda retorica.

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Il senso di Salvini per il razzismo

Dopo Zerocalcare anche Amnesty Italia ha comunicato che non parteciperà al Lucca Comics&Games 2023. “Il patrocinio dell’ambasciata israeliana al Lucca Comics ci spinge a rinunciare alla nostra presenza”, ha scritto l’associazione sul suo profilo X. “Comprendiamo sia prassi consolidata il patrocinio di ambasciate dei Paesi di provenienza degli artisti che realizzano l’immagine del festival ma non possiamo ignorare che le forze israeliane stanno incessantemente assediando e bombardando la Striscia di Gaza, con immani perdite di vite civili”, spiega. 

Nella furia bellicista gli stessi che avrebbero voluto vietare ai gatti russi di partecipare alle esposizioni feline si sono strappati i capelli per la decisione di Amnesty, polarizzando uno scontro che inevitabilmente darà al mondo i suoi frutti marci, aumentando ancora di più il reciproco odio. 

Tra le conseguenze orribili della furia bellicista c’è la riabilitazione degli ipocriti se sono utili alla causa e così il ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini si sente legittimato perfino nel dare patenti di razzismo. Il leader della Lega assicura di “razzismo” Amnesty pochi giorni dopo avere contestato la scelta di Zerocalcare annunciando che sarebbe andato alla manifestazione, probabilmente per fare un disegnino del Ponte sullo Stretto. 

Il punto è che l’esperto di razzismo è proprio Salvini. Come ha ricordato il portavoce di Amnesty Riccardo Noury. E già condannato per avere violato la legge Mancino per un coro contro i napoletani: una persona che discrimina i meridionali e dà patenti di razzismo è la fotografia del momento. Ed è un momento buio. 

Buon lunedì. 

 

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La pace utile ai signori della guerra

Ieri il il presidente del governo israeliano ha testualmente detto: “Coloro che osano accusare i nostri soldati di crimini di guerra sono persone imbevute di ipocrisia e di menzogne che non hanno una sola goccia di moralità”. Benjamin Netanyahu afferma che l’esercito israeliano è “l’esercito più morale del mondo” e “fa di tutto per evitare di danneggiare coloro che non sono coinvolti”.

Ieri il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che l’esercito israeliano è “l’esercito più morale del mondo”

Ieri il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, durante una visita a Kathmandu, capitale del Nepal, ha testualmente dichiaro: “La situazione a Gaza sta diventando sempre più disperata di ora in ora”. “Mi rammarico che invece di una pausa umanitaria estremamente necessaria, sostenuta dalla comunità internazionale, Israele abbia intensificato le sue operazioni militari”, ha aggiunto. “Il numero di civili uccisi e feriti è assolutamente inaccettabile”, ha sottolineato Guterres, aggiungendo che “il mondo è testimone di una catastrofe umanitaria che si svolge davanti ai nostri occhi”.

“Più di due milioni di persone, senza un posto sicuro dove andare, si vedono negare gli elementi essenziali per la vita – cibo, acqua, riparo e assistenza medica – mentre sono sottoposte a bombardamenti incessanti. Esorto tutti coloro che hanno responsabilità a fare un passo indietro sull’orlo del baratro”, ha concluso. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) ieri ha messo in guardia contro il collasso dell’”ordine pubblico” a Gaza dopo il saccheggio di diversi magazzini e centri di distribuzione di aiuti alimentari che gestisce nella Striscia.

Tre giorni fa l’agenzia dell’Onu ha confermato la morte di 57 suoi membri a Gaza. Nel frattempo vediamo gente che si professa e si professava vicina a Gino Strada non avere più il coraggio di pronunciare la frase “cessate il fuoco”. Sono i nuovi profeti del “pacifismo” cosmetico che prevede solo la pace utile ai signori della guerra.

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Uso indebito dei rimborsi Ue. Rivellini braccato da Bruxelles

Secondo Politico.eu c’è un italiano ex membro del Parlamento europeo che si rifiuta di restituire 250mila euro che sarebbero stati usati infrangendo le regole Ue per una società che non ha mai svolto nessun servizio e che fa riferimento a una persona con cui l’ex eurodeputato è coinvolto sentimentalmente. Crescenzio Rivellini è stato a Bruxelles nelle file del Partito popolare europeo dal 2009 al 2014, eletto con il Popolo della libertà (poi diventato Forza Italia).

L’ex eurodeputato Crescenzio Rivellini deve restituire oltre 250mila euro. E il Parlamento europeo gli taglia la pensione

Di lui ci si ricorda per l’incarico di presidente della Delegazione interparlamentare per i Rapporti con la Repubblica Popolare Cinese e per essere intervenuto in aula parlando in dialetto napoletano per “porre all’attenzione europea i problemi del Mezzogiorno”. Ma a tenere viva la sua memoria a Bruxelles è soprattutto l’indagine che lo riguarda, portata avanti dall’ufficio antifrode dell’Ue (Olaf), secondo cui Rivellini avrebbe versato decine di migliaia di euro dal suo bilancio d’ufficio a una società di proprietà di Bianca Maria D’Angelo, che era la sua assistente parlamentare quando il contratto è stato firmato e in seguito è diventata sua partner, violando le regole Ue sul conflitto di interessi.

Dal canto suo l’ex eurodeputato (nel 2019 traslocato alla corte di Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni) si rifiuta di versare il dovuto. A gennaio del 2022 il direttore generale del Parlamento per le finanze, Didier Klethi, ha scritto a Rivellini una lettera ufficiale in cui chiede la restituzione di 252.321,38 euro, intimando un pagamento entro marzo di quell’anno per non incorrere in ulteriori sanzioni. Rivellini non ha pagato e così l’Ufficio di presidenza – l’organo che si occupa di questioni interne, comprese le norme che disciplinano gli europarlamentari, l’assunzione di personale e l’acquisizione di proprietà – ha discusso il suo caso in una riunione lo scorso aprile. Alla riunione, i legislatori dell’Ue hanno respinto all’unanimità l’appello di Rivellini contro il Parlamento che invano tenta di recuperare le somme ormai dall’ottobre 2021. Così Strasburgo ha iniziato a trattenere somme dalla sua pensione.

L’ex FI e FdI avrebbe dato soldi alla società della sua compagna, oggi consigliera comunale a Napoli

Nel rapporto finale dell’Olaf si fa riferimento all’assunzione della sua assistente D’Angelo con un costo di 32mila euro per cinque mesi di lavoro. Gli investigatori però non hanno trovato “nessuna prova” che abbia lavorato per lui o che addirittura si sia trasferita a Bruxelles, stabilendo quindi che si trattasse di una “falsa assunzione”. In quel periodo Rivellini ha anche assegnato un ricco appalto pubblico a una società intestata all’assistente (Congressi e Comunicazione) apparentemente per fornire aiuto nell’organizzazione di eventi e nella gestione della sua campagna elettorale. Gli investigatori Olaf hanno interrogato sia Rivellini che D’Angelo nel 2018 e dopo un “controllo in loco” presso l’indirizzo dell’azienda a Napoli nello stesso anno hanno concluso che non ci siano prove che la società abbia fornito servizi all’eurodeputato.

La coppia si è difesa spiegando che la loro relazione sarebbe iniziata solo nel 2010, quindi dopo la gara d’appalto, ma nel rapporto dell’Olaf visionato dai giornalisti di Politico.eu si sottolinea come la convenzione sia stata comunque rinnovata anche l’anno successivo. Rivellini si è poi ricandidato alle elezioni europee nel 2014, alle elezioni politiche del 2018 e alle elezioni regionali in Campania del 2020 senza riuscire a essere più eletto. La compagna Bianca D’Angelo è stata assessora alle politiche sociali nella giunta di Stefano Caldoro alla Regione Campania dal giugno 2014 per due anni e ora è in Consiglio comunale a Napoli: attualmente è presidente della commissione trasparenza.

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Altro che rave party azzerati. A destra mentono sapendo di mentire

Ah, la propaganda! Così facile da spargere e così facile da demolire, in un anno di governo in cui gli annunci senza seguito e i proclami senza fondamento vengono ribattuti dalla gran cassa della politica e dei media assoggettati. Il trombettiere principe della propaganda è sempre lui, Matteo Salvini da Milano, ministro delle Infrastrutture, vice presidente del Consiglio, capo della Lega e strenuo nemico della droga se i drogati non sono ultrà milanisti, ex collaboratori o simpatizzanti politici. Il 25 ottobre Salvini ha condiviso sui social una grafica con la scritta: “In un anno azzerati i rave illegali”. “Bene così, dalle parole ai fatti contro illegalità, droga e degrado”, ha scritto, facendo riferimento a un articolo del quotidiano Libero.

Raffica di balle da Salvini a Delmastro sui rave party. Per negare il flop del loro decreto bandiera

Il giorno precedente anche il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia) rivendicava: “Eravamo maglia nera di tutta Europa”, “meta europea di sballoni che invadevano terreni”, ha scritto sempre sui social, affermando di non ricordare più “un solo rave party” da quando è entrato in carica il governo Meloni.

Perché la maggioranza di scaldi tanto su qualche festa in mezzo ai campi mentre il mondo brucia con le guerre a Gaza e in Ucraina è comprensibile: il cosiddetto decreto sui rave party è stato il primo atto politico del governo appena insediato. Era il 31 ottobre dell’anno scorso e la stampa nazionale si era focalizzata su un rave organizzato in un capannone abbondante nei pressi di Modena, in Emilia Romagna. Da lì è partito il panpenalismo dell’esecutivo che in dodici mesi ha dimostrato di avere nel cassetto un decreto buono per qualsiasi notizia di cronaca. Ne è uscita una legge che risulta essere la più severa tra Francia, Regno Unito, Germania e Spagna, come se fosse davvero un’emergenza nazionale. Un anno dopo la maggioranza ha pensato che i tempi fossero maturi per rivendicarne i risultati.

Pagella Politica ha scovato un rave organizzato a Roma dai liceali dei licei Virgilio e Mamiani e un altro al Parco degli acquedotti

Ma si sbagliano. Pagella Politica si è messa a spulciare la cronaca di questi ultimi dodici mesi e ha scovato un rave a fine febbraio organizzato a Roma dai liceali dei licei Virgilio e Mamiani a cui hanno partecipato centinaia di persone al Ponte della musica. A marzo di quest’anno, sempre a Roma, il reparto Mobile della Questura di Roma è intervenuto per sgomberare un rave party al Parco degli acquedotti. Non si ha notizia di pene esemplari. è notizia di aprile invece quella dei residenti del quartiere romano Testaccio che lamentano come alcuni spazi dell’ex mattatoio siano diventati spazi per feste illegali che vanno avanti tutta la notte.

Stupisce che Delmastro e Salvini non ne siano informati: Francesco De Salazar, consigliere Municipio II di Fratelli d’Italia, e Federico Rocca, consigliere dell’assemblea capitolina FdI, se ne sono pubblicamente lamentati con una nota ufficiale. Come scrive Davide Leo per Pagella Politica “durante l’estate fonti stampa hanno dato notizia di rave party illegali organizzati in Emilia-Romagna, in Lombardia, in Veneto e in provincia di Avellino, in Campania, dove due agenti di polizia impegnati nei controlli sono stati investiti.

A ottobre invece, pochi giorni prima che Salvini e Delmastro parlassero di ‘rave azzerati’, a Monza è stato scoperto un rave party illegale in un capannone”. Attenzione, questi sono semplicemente i rave di cui si ha notizia. Com’è facilmente immaginabile per loro natura i ritrovi illegali vengono pubblicizzati solo in circuiti riservati e si fanno notare solo se causano problemi di ordine pubblico. Ma bastano solo questi, rintracciabili con una veloce ricerca sulla stampa, per dirci che ancora una volta dal governo mentono sapendo di mentire.

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