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Carta straccia l’intesa con la Tunisia sui migranti

Dice la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che “la presenza della Presidente Ursula von der Leyen a Lampedusa è molto importante anche da un punto di vista simbolico”. Andrebbe corretta: la gita a Lampedusa della presidente della Commissione europea è praticamente solo simbolica. E a nulla vale il decalogo da lei lanciato che è il solito trito elenco di buoni propositi che ciclicamente ritornano. E soprattutto, l’unica vera novità di von del Leyen – l’ipotesi di una missione europea nella Mediterraneo – è ben altro rispetto a quello che Meloni e compagnia hanno malinteso.

La gita a Lampedusa di Ursula von der Leyen della presidente della Commissione europea è praticamente solo simbolica

L’Agenzia europea per l’asilo e Frontex citate dalla presidente europea già da tempo aiutano gli stati membri (Italia inclusa) su registrazioni e identificazioni. Certo l’Unione europa cercherà di esercitare più pressione sugli Stati membri per ricollocare i migranti secondo il principio di solidarietà ma l’Europa solidale – l’abbiamo già visto spesso – è tutta solo sulla carta. Ieri è stato il ministro francese Darmanin a chiarire che la Francia non prenderà persone da Lampedusa: “La Francia vuole aiutare l’Italia a controllare la sue frontiere per impedire alla gente di venire. Sarebbe un errore di giudizio considerare che i migranti, siccome arrivano in Europa, devono essere subito ripartiti in tutta Europa e in Francia, che fa ampiamente la sua parte”, ha detto il ministro.

Non ha tutti i torti: nel 2022 la Germania ha fatto i conti con 243 mila richieste di asilo, la Francia 156 mila, la Spagna 117 mila, l’Austria 108 mila. L’Italia, nonostante gli strilli di chi sta al governo, continua a essere solo un Paese di transito. Sulla stessa linea – in modo più violento – anche la Polonia, paese “amico” di Meloni che per bocca del suo primo ministro Mateusz Morawiecki dice “la Polonia non sarà spezzata! Non faremo entrare nessuno! Le donne e i bambini polacchi saranno al sicuro”.

Sconfessato il Memorandum firmato con la Tunisia dalla von der Leyen: “Procedura violata, serve l’Ok di tutti gli Stati membri”

La posizione di Berlino si desume dalle parole della ministra dell’Interno, Nancy Faeser, che come Darmanin sottolinea l’importanza di concentrarsi soprattutto sulla protezione delle frontiere esterne dell’Ue: “Non possiamo fare altro, altrimenti non avremo in pugno la situazione migratoria”, ha detto commentando i dieci punti del Piano d’azione Ue. “Cammineremo insieme per avviare un piano di azione comune per, da un lato, sostenere l’Italia a livello umanitario e, dall’altro, vedere come si ottiene più controllo“, ha concluso. Già qui un bel mazzo di promesse di von der Leyen sono evaporate.

E il memorandum con Tunisi? Anche su quello la presidente della Commissione europea sembra averla fatta troppo semplice. Ieri il difensore civico dell’Ue, l’irlandese Emily O’Reilly, ha scritto alla Commissione Europea chiedendo chiarimenti su come l’esecutivo comunitario intenda garantire il rispetto dei diritti umani in Tunisia, nel contesto del memorandum d’intesa siglato nel luglio scorso a Tunisi da Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni e Mark Rutte.

In tutti gli accordi con Paesi terzi, incluso quello con la Turchia, scrive tra l’altro O’Reilly, “dovrebbe esserci una valutazione preventiva ed esplicita dell’impatto sui diritti umani di azioni e politiche, idealmente prima che queste azioni inizino e le politiche vengano adottate, per ovvie ragioni. Nel contesto di questa valutazione, dove vengono identificati rischi per i diritti umani, dovrebbero essere proposte azione per mitigarli”.

Dopo lo schiaffo assestato da Bruxelles le promesse in 10 punti di Ursula von der Leyen alla Meloni sono tutte in salita

A questo si aggiunge la lettera inviata dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Josep Borrell, in merito alle procedure seguite dall’esecutivo europeo sul Memorandum tunisino: Borrell sottolinea che, per il Consiglio Ue, “non sono state seguite in maniera corretta le fasi della procedura d’adozione” dell’intesa e che, quindi, il Memorandum “non può fungere da modello per futuri accordi”.

Tant’è che ieri la portavoce della Commissione Ue, Dana Spinant, ha frenato su nuovi memorandum “spetta agli Stati membri decidere” mentre in un’altra stanza la portavoce della Commissione europea per il Vicinato, l’allargamento e i partenariati internazionali, Ana Pisonero ha provato a smontare le accuse mosse da alcuni Paesi membri che sostengono di essere stati esclusi dalle consultazioni. Nel giro di ventiquattr’ore le dieci promesse della presidente von del Leyen sono già carta straccia e il Memorandum con la Tunisia traballa.

Siamo all’ennesima “svolta” dell’Unione europea che rischia di essere un gioco fatuo di promesse che non si realizzeranno. Ci sarebbe la missione marittima nel Mediterraneo, un’altra promessa: ma le leggi internazionali e dell’Ue obbligano a salvare le vite in mare. Anche quella è tutt’altro rispetto a ciò che si vorrebbe lasciare intendere.

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Come “intimidire” i disperati

Tra le soluzioni che non risolveranno nulla da oggi potete aggiungere l’aumento a 18 mesi dei tempi di detenzione nei Centri permanenza per il rimpatrio (Cpr) che il governo ha pensato per “intimidire” i disperati che partono e convincerli a non partire più.

Al di là dell’infantile credenza che qualcuno che scappa dalla fame e dal piombo possa essere minimamente scoraggiato dall’indurirsi delle nostre regole ci sarebbe da studiare con attenzione che fine abbiano fatto negli ultimi due anni i 50 milioni di appalti per la gestione che hanno foraggiato multinazionali e cooperative a discapito di qualsiasi diritto umano che dovrebbe essere garantito.

Si potrebbe rileggere l’ultimo rapporto per il Garante dei diritti che racconta come nel 2022 sia stato effettivamente rimpatriato in media il 49,4% delle persone trattenute (dal Cpr di Macomer, ad esempio, solo il 23%) in media con gli ultimi 25 anni. Si potrebbe rileggere anche il Garante quando scrive che quel tipo di detenzione è a tutti gli effetti illegittima: “tale privazione sia giustificata da una percorribile ipotesi di rimpatrio: ciò rende illegittima la restrizione della libertà quando non ci siano accordi con il Paese di destinazione che rendano questa ipotesi concretamente realizzabile”.

Come ricorda Cild (coalizione italiana per i diritti civili) «i Cpr esistono ormai da 25 anni, un periodo di tempo sufficiente per sapere che le persone o vengono riconosciute o rimpatriate nelle prime settimane, oppure non si riuscirà più a farlo. Già in passato i tempi di permanenza erano di 18 mesi e i rimpatri erano percentualmente come negli anni successivi in cui i tempi erano stati ridotti drasticamente».

Siamo pronti, quindi, all’ennesimo fallimento sulla pelle dei disperati.

Bravi.
Buon martedì.

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Valditara dimentica l’Anpi. E pure la Costituzione

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara non ha ancora trovato un minuto per incontrare l’Anpi e rinnovare il protocollo che permette di organizzare nelle scuole (gratuitamente) lezioni su Costituzione e Resistenza. Il protocollo ha una scadenza triennale e la riconferma andrebbe fatta entro il mese di settembre.

Il ministro Valditara non ha ancora trovato un minuto per rinnovare il protocollo che permette all’Anpi di organizzare nelle scuole lezioni su Costituzione e Resistenza

Lo racconta il presidente dell’Associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo, che in una lettera-appello inviata al presidente della Repubblica e alla presidente del Consiglio, esprime “sincero rammarico” per la situazione di stallo. Il protocollo vuole “promuovere e sviluppare iniziative di collaborazione e di consultazione permanente al fine di realizzare attività programmatiche nelle scuole e per le scuole volte a divulgare i valori espressi nella Costituzione repubblicana e gli ideali di democrazia, libertà, solidarietà e pluralismo culturale”, ma le tre lettere con cui l’Anpi sollecitava un incontro non hanno ottenuto risposta.

Mentre per un anno i ministri ci hanno tenuto con il fiato sospeso col dibattito su Dante di destra o di sinistra, la nuova matrice culturale è chiara: eliminare ciò che viene considerato avverso o pericoloso per la loro propaganda. Non avendo idee e culture da proporre (quando lo fanno sono un fiasco, citofonare in Rai) si accontentano di distruggere l’esistente.

L’antiantifascismo è l’ultimo sotto-prodotto di questa cultura, come gli altri “anti” di questi mesi. Zero proposte, solo demolizione. Tanto col coraggio e l’ignoranza che hanno dimostrato finora riusciranno a indicare le macerie e a rivendercele come un Rinascimento.

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Il merito e la laurea del presidente di Confindustria

Da qualche settimana l’economista e professore universitario (e quindi laureato) Riccardo Puglisi si domanda e domanda se l’esperto di geopolitica Dario Fabbri sia laureato. La sua legittima domanda ha aperto un dibattito su X (ex Twitter) che verte soprattutto sulla presentazione di Fabbri come “dottore” in diverse occasioni. La platea del dibattito si divide tra chi sottolinea che Fabbri non ricopra ruoli pubblici e abbia già ampiamente dimostrato il suo valore con le sue analisi e chi invece ritiene che la trasparenza sul proprio percorso di studi sia responsabilità di un personaggio pubblico. 

Da qualche giorno il nodo della laurea è emerso anche per il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Bonomi non è laureato eppure viene presentato come “dottore” e non ha mai smentito la propria laurea. La sua pagina Wikipedia, che lo indicava come laureato in economia, è stata corretta in fretta e furia dopo l’uscita di primi articoli giornalistici sulla questione. Si sa che Bonomi, esaurito il mandato in Confindustria, vorrebbe sedersi sulla poltrona di presidente del cda della Luiss, l’università confindustriale. Peccato che serva una laurea. Il decreto legge numero 13 del 24 febbraio scorso, quello per l’attuazione del Pnrr, al comma 9 dell’articolo 26 introduce quale requisito per la carica di presidente di un’università il possesso di un titolo di studio non inferiore alla laurea. C’è di più: Bonomi (imprenditore che imprende con il 4,5 per cento di un’azienda che distribuisce apparecchi “elettromedicali”) è colui che tutti i giorni ci dà lezioni di “merito” e di “fatica per guadagnarsi un lavoro”. Qualcuno dice che siano questioni di lana caprina. Forse sì, siamo in un tempo in cui la credibilità è caprina. 

Buon lunedì. 

Nella foto: Carlo Bonomi (Wikipedia)

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Dal Terzo polo al terzopopulismo. L’inarrestabile metamorfosi di Renzi

Aveva promesso di affrancarsi dal populismo di destra e dal populismo di sinistra e così alla fine Matteo Renzi è riuscito nel capolavoro di inventarne un terzo per scendere in battaglia: il terzopopulismo.

Renzi è riuscito nel capolavoro di inventarne un nuovo populismo per scendere in battaglia: il terzopopulismo.

Il terzopopulismo è facilmente riscontrabile nell’isterica perseveranza con cui da quelle parti hanno continuato a chiamare “terzo polo” un’alleanza politica che in realtà era la quarta – certificata anche dai risultati elettorali – e che alla fine non era nemmeno un polo, visto che si è sciolto come neve al sole di fronte ai narcisismi. Il terzopopulismo lo riconosci quando Matteo Renzi, che da segretario del Pd detestava “i piccoli partiti personali” si è messo a costruire un suo “piccolo partito personale” e tutti i giorni si lamenta perché il Pd da cui se n’è andato non è il partito che avrebbe voluto lui.

Il terzopopulismo lo riconosci perché il padrone di Italia Viva sta passando gli ultimi mesi a fare scouting di personaggi politici (a volte piuttosto improbabili) sia a destra sia a sinistra (come tutti i populisti ha lo stomaco forte) ma ieri si è lamentato perché la sua ex ministra Elena Bonetti ha deciso di lasciare Italia Viva annunciando una collaborazione con l’odiatissimo Calenda.

L’ex ministra è stata subissata dal fango degli italioti vivi sui social (com’è abitudine) e Renzi ha recitato invece la parte del poliziotto buono spiegandoci che la “gratitudine non esiste in politica”. Lo sappiamo bene, caro terzopopulista, che il populismo grida sempre e comunque vendetta. Basta chiederlo a un tuo ex compagno di viaggio, uno qualsiasi.

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Perché nessuno in Italia parla di Khaled El Qaisi

Perché nessuno in Italia parla di Khaled El Qaisi, cittadino italiano arrestato lo scorso 31 agosto dalle autorità amministrative israeliane dei Territori Occupati? Khaled è a tutti gli effetti un cittadino italiano, oltre ad essere traduttore e impegnato nel Centro di Documentazione Palestinese, di cui è uno dei fondatori, e studente del corso di laurea triennale in Lingue e civiltà orientali dell’Università La Sapienza di Roma.

Non si sa perché sia stato arrestato, non si sa per quali ragioni venga trattenuto. A oggi Khaled El Qaisi è un cittadino italiano innocente, che ha trascorso con la famiglia parte delle sue vacanze presso i suoi partenti e amici in Cisgiordania, dov’è nato. La corte del Tribunale di Rishon Lezion, non lontano da Tel Aviv, si è limitata a confermare e prolungare l’arresto fino al 14 settembre, mentre le ragioni del medesimo restano ignote.

Khaleld non è solo. Israele detiene in flagrante violazione del diritto internazionale e del giusto processo 5000 palestinesi, di cui oltre 1200 senza accusa né processo. Amnesty Inyernational ripete che “serve una risposta forte a livello internazionale”.

Dov’è il Governo italiano sempre pronto a difendere “prima gli italiani”? Non vorremmo pensare che qualcuno sia meno italiano per il suono del cognome o per la pelle scura. Dove sono i presunti intellettuali pronti a immolarsi per difendere i compatrioti? Così sembra proprio il mondo al contrario, come scrive quel fine scrittore del generale Vannacci. No?

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Sulla rotta Ita-Lufthansa dilettanti allo sbaraglio

Giorgia Meloni in conferenza stampa dopo il vertice G20 ha voluto lanciare una stoccata al commissario europeo Paolo Gentiloni per non perdere terreno con i suoi alleati sull’antieuropeismo e per ridestare i suoi elettori stanchi dalla sua improvvisa moderazione. E ha sbagliato. “Sta accadendo una cosa obiettivamente curiosa, ha osservato Meloni, la stessa Commissione europea che per anni ci ha chiesto di trovare una soluzione al problema Ita, quando troviamo una soluzione al problema Ita la blocca. Quindi non stiamo più capendo e vorremmo una risposta. Su questo è stato interessato anche il commissario Gentiloni”, ha detto la presidente del Consiglio.

A stretto giro di posta un portavoce dell’esecutivo comunitario ha chiarito che “la Commissione europea “non ha ancora ricevuto alcuna notifica” sull’accordo tra Ita e Lufthansa”. La situazione è degna di un filmato comico di terza categoria: Giorgia Meloni si lamenta per la mancata risposta a una lettera mai spedita. Così poche ore dopo deve intervenire il Ministero delle finanze italiano per chiarire che tutto va ben e che il dialogo con i commissari europei procede a gonfie vele, “a stretto contatto”. 

La stoccata pubblicitaria contiene anche un altro marchiano errore: a seguito del congedo della vicepresidente Ue, Margrethe Vestager, responsabile della concorrenza, stando a quanto viene ricordato a Bruxelles in ambienti vicini al dossier, il commissario Didier Reynders è ora il responsabile del portafoglio, mentre Paolo Gentiloni è competente per le questioni relative all’economia e non alla concorrenza. Non male, eh?

Buon lunedì.

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Da Vannacci ad Almirante. Botte da orbi a destra

A Grosseto, dove da poco la prefetta nonché moglie del ministro Piantedosi ha firmato la nuova “via Almirante”, ora a destra se le danno di santa ragione per – udite udite – l’ormai famoso libro del generale Vannacci. Il consigliere comunale leghista Gino Tornusciolo accusa i suoi colleghi di Fratelli d’Italia: “Avevo organizzato l’incontro con il sindaco nella sala del Consiglio. Ho quindi comunicato l’evento ai partiti della maggioranza e a quel punto FdI ha cominciato a porre un veto ritenendo poco opportuna la presentazione del libro in città, portando di fatto a un diniego del patrocinio e innescando un dibattito nella maggioranza”.

A Grosseto, dove da poco la prefetta nonché moglie del ministro Piantedosi ha firmato la nuova “via Almirante”, ora a destra se le danno di santa ragione per l’ormai famoso libro del generale Vannacci

“Purtroppo – chiude Tornusciolo – devo ammettere che è stata la stessa maggioranza, a cui appartengo, a impedire lo svolgimento del dibattito”. Il prode generale, captati i prodromi di una polemica s’è eroicamente dileguato, rinunciando alla presentazione. Da Fratelli d’Italia rispondono in modo maschio: “Rimaniamo piuttosto esterefatti davanti a così infantili accuse, comprendiamo la voglia di ritagliarsi uno spazio politico ma invitiamo a farlo nel rispetto dei ruoli e magari con argomentazioni propositive e non con queste sterili ed inutili uscite”, dice il coordinatore provinciale, Luca Minucci.

Perfino i compagni di partito di Giorgia Meloni devono aver pensato che patrocinare un libro che azzanna gay e neri non sia un’idea intelligentissima. E quindi? Quindi ora il leghista può trascorrere i prossimi giorni a denunciare l’oppressione del “pensiero unico”, proprio come il suo amato generale. Finché non ci si renderà conto che rifuggire dalla cretineria è tutt’altro che un complotto.

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Meloni vola dall’amico Orbán. Per isolarci ancora di più

Per vedere la fotografia della situazione basterebbero le parole rilasciate al Corriere della Sera dal parroco di Lampedusa don Carmelo Rizzo: “Siamo sul tragico, sul drammatico, sull’apocalittico. Non si sa cosa fare. Qui manca l’acqua, manca tutto, abbiamo aperto anche i saloni parrocchiali per accogliere i migranti, ma continuano ad arrivare a ritmi sempre crescenti. C’è confusione e amarezza, una provvisorietà disarmante che annienta; le forze dell’ordine tengono a fatica la calca di migranti sotto il sole. La situazione è grave, serve aiuto. Devono arrivare navi e aerei con soccorsi di acqua e cibo e per spostare queste persone, la gente di Lampedusa è preoccupata e disorientata, si va avanti a tappare le falle, a questi ritmi non si regge”.

La premier Meloni travolta dagli sbarchi invoca l’aiuto dell’Ue. Ma poi rende omaggio all’alleato che si oppone

A Lampedusa nelle ultime 24 ore sono più di 110 gli sbarchi, più di 5mila persone sfiancate e tenute a stento assiepate sul molo in attesa di essere trasportate altrove. Lì di posto non c’è n’è più, da parecchi mesi. Il fallimento sulle gestione del fenomeno migratorio da parte del governo Meloni e dei suoi ministri Tajani, Salvini e Piantedosi è nei numeri e nelle persone. Ieri, nella notte, è morto anche un neonato di 5 mesi, caduto in acqua dopo il ribaltamento di un barchino. I soccorsi della Guardia costiera italiana sono arrivati troppo tardi. Anche lui verrà infilato nel cassetto delle “vittime collaterali” di una politica fallimentare su tutti i piani: quello umanitario, quello politico e quello internazionale.

La decisione di Germania e Francia di bloccare l’accoglienza di migranti dall’Italia e chiudere i confini è solo l’ultima puntata di un isolamento internazionale che Giorgia Meloni non riuscirà a nascondere a lungo sotto il tappeto. Gli accordi con la Libia (devastata in queste ore) e con la Tunisia non funzionano e non funzioneranno mai. Anzi, la firma celebrata da Meloni con la Tunisia ha avuto l’effetto inverso: la Tunisia di Al Saied ha iniziato a deportare i migranti casa per casa e li ha spinti nel deserto lasciandoli morire di sole e di sete. L’inevitabile terrore che si è sviluppato nella zona ha aumentato e accelerato le partenze e così l’unico risultato del governo italiano è quello di avere stretto i rapporti con l’ennesima autocrazia (dopo la Libia) che potrà usare i migranti come arma non convenzionale per chiedere più soldi al nostro paese.

Il ministro Antonio Tajani si finge sorpreso: “L’immigrazione è un problema europeo e deve essere risolto con la partecipazione di tutti i Paesi Ue”, scrive su X il ministro degli Esteri. E “le istituzioni comunitarie devono essere parte della soluzione. Si accelerino i tempi di attuazione degli accordi con i Paesi di origine e di transito”. Il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, spiega che l’Italia non può diventare “il punto di primo approdo e di unica ospitalità di una immigrazione che oggi è epocale quindi o l’Europa batte un colpo o diversamente lo dovrà battere autonomamente l’Italia, anche oltre quello che l’Europa sta facendo o non facendo. Indubbiamente – dice Foti – la posizione oggi del governo italiano non può essere anche di durissima fermezza perché gli italiani hanno gli stessi diritti degli altri cittadini europei: non si capisce per quale ragione l’Italia dev’essere abbandonata a sé stessa in ragione di una posizione geografica che tra l’altro vede nel Mediterraneo interessi di molte potenze”.

Dopo aver spinto per i ricollocamenti ora la leader FdI torna a giocare di sponda con i sovranisti

Eppure il motivo dell’impasse è semplice, quasi banale. Meloni e la sua schiera hanno promesso agli italiani una soluzione impossibile e vietata dai trattati internazionali: chiudere i porti. Quando al governo si sono accorti di avere esagerato con la propaganda la presidente del Consiglio si è affannata per provare a bloccare i porti delle partenze, ripercorrendo i tempi in cui l’ex ministro dem Marco Minniti siglò i patti dell’orrore libici. Nel frattempo è stato completamente smantellato il sistema di accoglienza diffusa che in Italia consentiva di non ammassare i migranti: ecco perché ora le poche strutture esplodono.

Nel frattempo Meloni continua a giocare contemporaneamente sul tavolo della “europeista e atlantista” e sul tavolo dei peggiori sovranisti in Europa che sono i peggiori nemici dell’Italia opponendosi a qualsiasi tipo di accordo sulla ridistribuzione. Oggi, tanto per isolare ancora di più l’Italia, Meloni vola dall’amico Viktor Orbán. Il punto è che le due facce della premier configgono tra loro, riuscendo nella mirabile impresa di non portare a casa nessun risultato in nessuna delle due direzioni.

Il risultato finale è la situazione italiana di queste ore. Il partito della presidente del Consiglio intima all’Europa di intervenire. “Altrimenti faremo noi!”, minacciano da Palazzo Chigi mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha ricordato come il lavoro sull’immigrazione si basi sulla convinzione che “l’unità sia alla nostra portata”, assicurando “sicurezza e umanità”. Solo che quando ci si risiederà in Europa ancora una volta l’Italia virerà verso la peggiore destra per fare saltare tutto. E così Meloni potrà rimettersi nei panni dell’italiana che strilla contro l’Ue. Come un serpente che si morde la coda, mentre il dramma continua.

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C’è il generale Vannacci. Foa sull’attenti in Rai

Che il generale Roberto Vannacci non aspettasse altro di un’aria buona per sdoganare le sue discutibili idee non può essere una sorpresa. I mediocri sognano per tutta la vita di allinearsi alla mediocrità maggioritaria per sentirsi profeti.

Per l’ex presidente della Rai, Marcello Foa, che oggi imperversa su Radio1, “il successo del libro di Vannacci segnala un cambiamento di clima”

Che Vannacci peschi lettori tra coloro che non hanno mai letto un libro e difficilmente ne leggeranno mai uno è scontato: comprare il suo libro è spesso un omaggio alla propria “curiosità”; chiamiamola così. Sostanzialmente è il brivido di poter partecipare all’affossamento del Paese sentendosi partecipi a un’orda di idioti che vorrebbero essere rivoluzionari.

Più patetici di Vannacci – che almeno sta guadagnando dei bei soldi e umettando la sua prossima candidatura – sono i vannacetti e vannacciassori che si mettono in scia al generale per guadagnare uno spicchio di celebrità popolare. L’ultimo della lista è Marcello Foa, ex presidente Rai avallato da quel Beppe Grillo avvezzo alle glorificazioni sballate e quel Matteo Salvini che è lo stesso Matteo Salvini di oggi.

Foa è caduto in piedi, ovviamente, e oggi imperversa su Radio1 Rai, in cui dice: “Il successo del libro di Vannacci segnala un cambiamento di clima. Qui c’è un’ampia parte della popolazione italiana, secondo me maggioritaria, che non aspettava altro che qualcuno di autorevole – un generale – uscisse pubblicamente e dicesse delle cose.

E le dice con forza, e ottiene un successo incredibile, questo perché la vecchia maggioranza silenziosa è stufa degli eccessi della narrazione dell’altra parte, è stufa degli eccessi del politicamente corretto…”. Ha ragione Foa: la mediocrità non vede l’ora di trionfare. E evidentemente Foa non vede l’ora di riabilitarsi come suo vassallo.

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