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L’Italia aiuterà la Libia ma per il Marocco non c’è fretta

Il bilancio delle vittime del terremoto in Marocco ha superato le 2.800 persone, mentre un numero limitato di squadre di soccorso straniere si è unito alla crescente corsa contro il tempo per trovare eventuali superstiti sulle montagne dell’Atlante, dove molti villaggi rimangono inaccessibili. Le autorità marocchine, ricordava ieri il Guardian, hanno affermato di avere “risposto favorevolmente” alle offerte di aiuto delle squadre di ricerca e soccorso di Spagna, Qatar, Gran Bretagna ed Emirati Arabi Uniti, ma non hanno ancora accettato ulteriori proposte di aiuto da altri paesi nonostante la natura urgente della situazione.

Italia, Francia e Turchia, tra gli altri, hanno offerta la loro disponibilità immediata a fornire assistenza. L’agenzia di stampa statale marocchina ha affermato che le autorità di Rabat “hanno effettuato una valutazione precisa dei bisogni sul campo, dato che il mancato coordinamento in tali situazioni potrebbe essere controproducente”. Il re del Marocco Mohammed VI nel frattempo ha ringraziato i paesi amici per le loro offerte di aiuto. Il terremoto di magnitudo 6,8 di venerdì ha colpito anche un gruppo isolato di villaggi montuosi a 45 miglia a sud di Marrakech e ha scosso le infrastrutture fino alla costa settentrionale del paese.

La TV di stato ha riferito che il bilancio delle vittime è salito a 2.862, con 2.562 feriti, e ci sono aspettative che il bilancio possa aumentare man mano che le squadre di soccorso raggiungono questi villaggi remoti in alta montagna. Le riprese dei droni dei canali televisivi locali hanno mostrato le tradizionali case di mattoni di fango completamente rase al suolo. “Finora non abbiamo trovato superstiti, solo morti sepolti sotto le macerie. L’odore dei cadaveri è molto, molto forte. Non abbiamo ancora né elettricità né acqua”, ha detto Aziz, un abitante di un villaggio di Ijoukak, vicino all’epicentro del terremoto, citato dal Guardian, confermando che gli aiuti e gli operatori d’emergenza sono finalmente arrivati nell’area. Ma i borghi sulle colline intorno a Ijoukak rimangono inaccessibili. “Anche i muli e gli asini non sono riusciti ad arrivare lassù perché ci sono enormi massi che bloccano le strade”, ha spiegato.

In Libia il passaggio del ciclone sub-tropicale ha creato un disastro di proporzioni immani

Intanto in Libia il passaggio del ciclone sub-tropicale Daniel in Cirenaica la notte tra domenica 10 e lunedì 11 settembre ha creato un disastro di proporzioni immani, la peggiore catastrofe della Libia e una delle più gravi dell’intero Mediterraneo. Il cedimento di due dighe risalenti agli anni ‘70 ha letteralmente sommerso la città nord-occidentale di Derna, che conta da sola tra i 50mila e i 90mila abitanti a seconda delle fonti: interi quartieri sono stati spazzati via dall’acqua. Il ministro della Sanità del Governo libico di stabilità nazionale (Gsn), l’esecutivo libico al potere nell’est e non riconosciuto dalla comunità internazionale, Othman Abdel Jalil, ha fornito un bilancio provvisorio di oltre 3mila morti, cifra poi salita a 5mila 200 nella sola Derna, ma preoccupa il fatto che i dispersi sarebbero addirittura 100mila in tutta la Cirenaica.

Oltre a Derna, infatti, ci sono molte altre aree colpite, come Susah (8mila abitanti), Al Marj (80mila), Al Bayda (250mila) e zone dell’entroterra di cui si sa poco o nulla. Le comunicazioni sono interrotte, Internet e i telefonini non funzionano, molte strade sono bloccate e i soccorsi tardano ad arrivare. Difficile spiegare le cause di un tale disastro: incuria, cambiamenti climatici, il fatto che molta gente stava dormendo quando è arrivata la piena sono possibili motivazioni.

I recenti cataclismi che hanno colpito Libia e Marocco svelano l’ipocrisia della nostra politica estera

Due Paesi in emergenza. La comunità internazionale si mobilita. E l’Italia Per leggere la politica estera del governo italiano basta leggere due dichiarazioni del ministro agli Esteri Antonio Tajani che nel giro di qualche minuto parla di Libia e Marocco. Per quanto riguarda la Libia Tajani si affretta ad annunciare di avere “l’ambasciatore a Tripoli per avere gli ultimi aggiornamenti. Il governo italiano risponde subito alle richieste di sostegno per l’alluvione nell’est della Libia: una squadra avanzata di valutazione è già in partenza coordinata dalla nostra Protezione civile”. Dice Tajani: “Ho chiamato l’ambasciatore a Tripoli per avere gli ultimi aggiornamenti. Il governo italiano risponde subito alle richieste di sostegno per l’alluvione nell’est della Libia: una squadra avanzata di valutazione è già in partenza coordinata dalla nostra Protezione civile”.

Sul Marocco il discorso cambia. “Il Marocco – dice Tajani – ha avuto offerte di aiuti da tutti i Paesi del mondo, ha scelto quelli con cui probabilmente ha relazioni di maggiore vicinanza, penso per esempio alla Spagna. Noi abbiamo dato ovviamente tutta la nostra disponibilità, così come alla Libia dove c’è stato un altro disastro naturale e siamo pronti a fare tutto ciò che serve a questo Paese che ha avuto già tante vittime a causa della guerra. Almeno per il momento non abbiamo avuto notizie di italiani coinvolti nell’inondazione, stiamo seguendo la vicenda da vicino con il nostro consolato a Bengasi e l’ambasciata a Tripoli”. Qual è la differenza Semplice: la Libia occlude le partenze verso l’Italia, il Marocco no. La differenza sta tutta solo qui.

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Divieto di salvare vite per la nave di salvataggio di Mediterranea

La prepotenza che diventa patetica. Il comunicato del direttivo dell’Ong Mediterranea spiega tutto per filo e per segno. La volontà del governo italiano di ostacolare e bloccare le navi del soccorso civile ha fatto registrare nelle ultime ore un ulteriore negativo salto di qualità: “è stato infatti ordinato dalle Autorità alla Società armatrice della nostra Mare Jonio di “rimuovere dalla nave prima della partenza le attrezzature e gli equipaggiamenti imbarcati a bordo per lo svolgimento del servizio di salvataggio”, scrive Mediterranea. Pena la violazione dell’art. 650 del Codice Penale che prevede l’arresto fino a tre mesi e sanzioni pecuniarie.

L’ordine e l’intimidazione sono arrivati all’esito della visita ispettiva condotta dalle Autorità Marittime italiane a bordo della Mare Jonio, l’unica appunto della flotta civile di soccorso battente la bandiera del nostro Paese. Dopo un’ispezione lunga, approfondita e severa, iniziata infatti il 22 agosto e conclusa il 6 settembre scorso, sono stati rinnovati tutti i documenti che consentono alla Mare Jonio di navigare, ma è stata ancora una volta negata la sua certificazione come nave “da salvataggio/rescue”.

Battelli gonfiabili e salvagenti dovranno restare a terra. La Ong Mediterranea non ci sta: “Misura oltraggiosa e inaccettabile”

I pretesti “burocratici” addotti sono noti: nonostante la nave sia riconosciuta come ben equipaggiata per l’attività di ricerca e soccorso (Sar) e sia stata per questo certificata del Registro Navale Italiano (Rina), essa non risponderebbe ai criteri di due Circolari emanate dalle Autorità nel dicembre 2021 e febbraio 2022, che richiedono particolari caratteristiche tecniche dello scafo corrispondenti al codice internazionale Sps emanato nel maggio 2008. Pretesa in sé assurda, e aggravata dal fatto che il governo italiano vorrebbe far diventare questo lo standard per tutte le bandiere europee, in modo da ostacolare l’intera flotta civile.

“In questi anni pensavamo di averle viste tutte nella insensata guerra dei governi italiani contro il soccorso civile in mare: i codici di condotta e i porti chiusi, i controlli strumentali e le detenzioni tecniche, le inchieste per favoreggiamento e le multe milionarie, da ultimi gli sbarchi selettivi, i porti lontani e gli ingiustificati fermi amministrativi – dice Mediterranea -. Ma con l’assurdo ordine impartito alla Mare Jonio di sbarcare i dispositivi di soccorso si fa un ulteriore passo nella direzione della disumanità: che senso ha imporre a una nave, che si prepara a navigare nel tratto di mare più pericoloso e mortifero del pianeta – dove oltre 2.300 persone hanno perso la vita dall’inizio dell’anno – di privarsi di salvagente, battelli gonfiabili, farmaci ed equipaggiamenti medicali e quant’altro è necessario per salvare vite umane in pericolo?”.

Per l’Ong questo ordine è “semplicemente oltraggioso e inaccettabile”

Per l’Ong questo ordine è “semplicemente oltraggioso e inaccettabile”, “lo rifiutiamo e da subito contesteremo questo provvedimento in ogni sede”. Buttare i salvagenti è solo l’ultima idiozia di un governo che combatte le Ong in pubblico e poi, in privato, chiede aiuto per salvare il salvabile. “In un momento in cui nel Mediterraneo giornalmente muoiono persone che scappano dalla guerra e dalla fame, vista l’assenza di missioni salva vite, bisognerebbe chiedere la collaborazione di tutti e non certo disincentivare con ogni mezzo i salvataggi. Per ciò il provvedimento della Capitaneria di Porto di Trapani va contro la legge del mare ed è irricevibile”, dicono gli esponenti del Pd siciliano, Alfredo Rizzo e Valentina Villabuona.

 

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Via Almirante, Grosseto, 2023

A Grosseto il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna è riuscito a realizzare il sogno del leader locale di Fratelli d’Italia Fabrizio Rossi, ora deputato: diventare il primo capoluogo in Italia con una via intitolata al fascista Giorgio Almirante, colui che n prima persona nella promozione o nel sostegno alla violenza squadrista. Prima della Liberazione, sostenne apertamente tesi razziste e antisemite sul periodico “La difesa della razza”. Firmò inoltre personalmente, nel 1944 quale dirigente della Repubblica Sociale, regime fantoccio al servizio degli occupanti tedeschi, un duro provvedimento collaborazionista con i nazisti, attraverso il quale gli “sbandati” venivano espressamente minacciati e perseguiti con la morte. Un uomo che dopo la Liberazione non condannò mai il fascismo, facendo persino pervenire aiuti all’estero al terrorista Carlo Cicuttini, autore della strage di Peteano, nella quale tre carabinieri rimasero uccisi.

Per farlo il sindaco ha lasciato per mesi alcuni suoi concittadini in una strada senza nome (mentre infiammava lo scontro politico): quelli non potevano ricevere la posta e scaricare rifiuti e in più hanno ricevuto l’avviso di pagamento dell’Imu non potendo avere residenza in abitazioni che risultavano quindi seconde case. 

La nuova circolare interpretativa del Ministero arrivata a giugno (che sembra tagliata su misura per Grosseto) ha dato il via libera. La firma è arrivata qualche giorno fa dalla prefetta Paola Berardino, incidentalmente moglie del ministro all’Interno Matteo Piantedosi. 

Buon mercoledì.

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Destre poco… Gentiloni. Ma le accuse all’Ue sono un autogol per l’Italia

Le ultime ore sono un manifesto di inettitudine politica che va raccontata per filo e per segno. Si parte con le dichiarazioni di Giorgia Meloni a fine G20 in cui trova il tempo di attaccare anche il commissario italiano in Europa Paolo Gentiloni. La colpa, secondo la presidente del Consiglio, sarebbe quella di non avere mai “risposto” all’accordo trovato dal governo per svendere la compagnia aerea nazionale Ita (vi ricordate? Quella che “non si doveva toccare”, proprio quella) ai tedeschi di Lufthansa.

Meloni contro Gentiloni è in buona compagnia: non ha fatto altro che mettersi in scia con il suo alleato di governo Matteo Salvini che da giorni attacca. “Ogni tanto ho avuto l’impressione di avere un commissario italiano che giocava con la maglia di altre nazionali”, aveva detto il ministro ale Infrastrutture esibendo la solita poca conoscenza delle istituzioni politiche, delle rispettive competenze e della lealtà del proprio ruolo.

Il Commissario Ue, Paolo Gentiloni, non ci sta a farsi triturare. Se la Manovra del governo Meloni rischia non è per lui

Da Bruxelles a stretto giro di posta già ieri è arrivata una prima risposta che diceva più o meno che Meloni e i suoi compagni di governo stavano strillando per la mancata risposta a una domanda che non avevano mai posto. Sulle vicissitudini della compagnia aerea Ita la Commissione europea semplicemente sta ancora aspettando il governo italiano. Una brutta figura, non c’è che dire, a cui si aggiunge il grossolano errore di attaccare Gentiloni senza sapere (o fingendo di non sapere) che non è lui ad avere il ruolo sul tema.

I giornali di destra a voce unita però continuano a sparare. Non stupisce che lo facciano con il tono che pare una voce sola: sono ormai una voce sola che risponde alle dipendenze dell’editore unico Antonio Angelucci. Stupisce però che l’acredine verso il politico del Pd si sia accesa all’improvviso, senza un valido motivo apparente per scatenare così tanta bile. Ieri l’arcano si è svelato.

Sapevano, Giorgia Meloni con Matteo Salvini e tutta la ciurma, che sarebbero arrivati i dati della Commissione europea (leggi servizio a pagina 3). E sono numeri che smentiscono in toto la baldanzosa propaganda di un governo che vorrebbe piegare la realtà alla narrazione, da Caivano all’economia, senza sapere che la realtà prima o poi arriva.

Ecco il punto: le prospettive economiche italiane vengono tagliate per l’anno in corso dello 0,3% fermandosi allo 0,9% e l’Italia è il fanalino di coda nelle previsioni economiche per il 2024. A dirlo è proprio lui, Gentiloni, che di fronte alle telecamere spiega le difficoltà economiche dell’Unione europea e interrompe bruscamente la propaganda di prosperità del governo italiano.

A chiudere una giornata difficile sono arrivati anche i dati dell’Istat che segnano uno 0,7% in meno nella produzione industriale nazionale. I numeri, si sa, non si possono piegare. Tanto che perfino al ministro Adolfo Urso non resta che ammettere che siano “segnali d’allarme, in qualche misura aspettati”.

La trama diventa visibile. Gli attacchi scoordinati al commissario Gentiloni non erano altro che il perpetuarsi della strategia – la solita – di questo governo: additare un nemico per coprire gli errori. La mole di dichiarazioni e di editoriali contro Gentiloni non erano altro che il concime per preparare il proprio elettorato alle pessime notizie che sarebbero uscite dalla sua bocca.

Additare la persona per coprire ciò che comunica è l’anima del populismo. Avere attaccato inutilmente per l’ennesima volta l’Ue per poi ritrovarsi bastonati (con una Legge di Bilancio all’orizzonte sempre più difficile) è lo scotto del governo sovranista. Gentiloni da parte sua non ha risposto “per non fare male all’Italia”. Del resto a fare male ci pensano già quelli che la governano.

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Un montagna di affetto per l’addio a De Masi

Per misurarne l’influenza bastava buttare ieri lo sguardo sulle persone che si sono radunate all’interno del Tempio di Adriano, alle spalle del Pantheon, a Roma per salutarlo: il sociologo Domenico De Masi negli ultimi anni della sua vita è stato senza dubbio uno degli ideologi del Movimento Cinque Stelle, ma per tutta la vita è stato e resta un uomo di sinistra.

“È stato un grande amico del MoVimento 5 Stelle, una grande fonte di ispirazione per le nostre battaglie sul salario minimo, per la riduzione del tempo del lavoro, le nostre battaglie di protezione sociale per non lasciare nessuno indietro”, ha detto il presidente M5S Giuseppe Conte, ricordando come lo studioso, mancato all’età di 85 anni per una malattia fulminante, sia “stato amico di tanti potenti ma prima di tutto amava la chiarezza, la verità intellettuale. De Masi è stato portatore di una visione del mondo, e senza una visione del mondo non andiamo da nessuna parte”, ha detto Conte.

Una folla ha riempito il Tempio di Adriano per l’ultimo saluto sociologo Domenico De Masi. Conte: “Fonte di ispirazione per i 5S”

Prima del presidente M5S si erano succeduti altri interventi, a partire dall’amata moglie Susi del Santo, dalla nipote e dalla famiglia del Fatto Quotidiano, giornale che gli aveva affidato la scuola di formazione. L’amministratore delegato Cinzia Monteverdi, il direttore Marco Travaglio e poi altri hanno ricordato l’entusiasmo che “Mimmo” aveva messo in questo progetto. Poi tanti altri ricordi di amici ed ex studenti del sociologo. Presente alla cerimonia laica anche il direttore della Notizia, Gaetano Pedullà che ha portato ai familiari il cordoglio di tutta la redazione. Come sanno i nostri lettori, De Masi era spesso ospite delle pagine di questo giornale, che arricchiva con interviste e interventi sempre lungimiranti e interessanti.

La storia del professore, d’altra parte, è stata costellata di generosità, passione e amicizie di grande livello.
Nato in Molise e formatosi in Campania, De Masi frequentò Parigi da allievo di Touraine e il Brasile dell’amico Lula che in questi giorni ha voluto, da presidente, ricordarlo ufficialmente. Intendeva il suo ruolo di professore universitario in modo totalizzante, sempre a disposizione dei suoi studenti, senza rinunciare a un marcato profilo politico. A Milano, lavorò alla Cmf del gruppo Iri e ottenne un riconoscimento dall’allora Cee, la Comunità Economica Europea.

Consigliò a Grillo le modalità di ideazione e di realizzazione del Reddito di cittadinanza

Da preside della facoltà di Scienze della Comunicazione alla Sapienza nel 2009 non si tirò indietro quando ci fu da organizzare la protesta contro i tagli dell’allora ministra Gelmini, tenendo lezioni nelle piazze per denunciare le condizioni “da straccioni” in cui versavano gli atenei. Amava la tecnologia, seguendo e utilizzando i progressi tecnologici utili alla divulgazione. Quando si avvicinò ai Cinque Stelle, dopo le delusioni per un Centrosinistra che aveva puntato all’egualitarismo troppo timidamente, consigliò a Beppe Grillo le modalità di ideazione e di realizzazione del Reddito di cittadinanza.

Fu molto critico con il Movimento nel periodo del governo gialloverde: “Quelli del Movimento mi danno ragione in privato e criticano Salvini, ma poi davanti alle telecamere non tengono coraggio”, ripeteva. Per De Masi “il Movimento 5S era fatto da granelli di destra e di sinistra, Salvini si è fregato i granelli di destra e il M5s si è quasi dimezzato”. Fu critico anche con Luigi Di Maio quando decise di rompere con Conte e Grillo: confesso di avere “passato ore a parlarci per convincerlo a restare”, ma ammise che non era servito a nulla. Ha da sempre approfondito le tematiche socio-organizzative, il post-industrialismo e di recente anche il fenomeno del lavoro agile (oggi chiamato smart working). De Masi ha elaborato un suo paradigma sociologico, partendo dal pensiero di maestri come Tocqueville, Marx, Taylor, Bell, Gorz, Touraine, Heller e la Scuola di Francoforte.

“La sinistra non esiste più”, amava ripetere, “in Italia ci aspettano quattro lunghi anni di opposizione. Potrebbero essere però l’occasione per trovare un modo di rifondare la sinistra. E bisognerebbe partire proprio dai 14 milioni di poveri che ci sono in Italia, ma devono diventare una classe, una classe sociale consapevole: individuare i nemici, come Meloni, e organizzarsi. Come insegnava Marx. Ma nessuno lo legge più”. La nipote Irene ieri durante la celebrazione si è commossa mentre lo definiva un “nonno e un padre meraviglioso che ci ha accompagnato tutta la vita, cosi’ come faceva con gli studenti”.

Il sociologo è stato tra gli sostenitori del Reddito di cittadinanza e di un nuovo welfare

Dopo hanno preso la parola anche l’attrice Marisa Laurito, Antonio Bassolino, i giornalisti Myrta Merlino e Manuela Rafaiani e tanti altri. Presenti anche Marco Tardelli, Paolo Cirino Pomicino, Umberto Croppi, Maurizio Gasparri. Quest’ultimo uscendo dal Tempio di Adriano ha ricordato che De Masi “aveva dato attenzione ad un libro che avevo scritto con Urso”. Poi “ci eravamo ritrovati tempo dopo “su posizioni diverse soprattutto nei dibattiti televisivi”, ma lui “era una persona aperta al confronto. Quasi mai eravamo d’accordo sul reddito cittadinanza” ma era “una persona da stimare e rispettare”. “Aveva cuore a sinistra e testa in avanti”, ha affermato Bassolino. Ora resta da vedere, passato il cordoglio, se qualcuno avrà voglia di prendersi la responsabilità di attuarne la visione. Ma nemmeno De Masi, sempre così ottimista, pareva avere troppa fiducia.

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Fratelli d’Italia. E cugini

C’è la sorella di Giorgia Meloni, Arianna, diventata donna di peso nel partito e pronta in rampa di lancio per le prossime elezioni europee. C’è il marito di Arianna, Francesco Lollobrigida, ministro all’Agricoltura e alla Sovranità alimentare, cognato di Giorgia Meloni. Ora c’è Rocco Bellantone, cugino da parte di madre (lo scrive Il Foglio) di Giovanbattista Fazzolari, politico di Fratelli d’Italia, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ovvero Giorgia Meloni.

Rocco Bellantone avrebbe potuto diventare ministro alla sanità ma a quel tempo qualcuno deve avere pensato che non fosse elegante inserire un ulteriore parente. Passati i mesi e rarefatto l’imbarazzo ora Bellantone è stato nominato commissario straordinario dell’Istituto superiore della sanità con un decreto del ministro Orazio Schillaci, quello che occupa la poltrona che avrebbe potuto occupare Bellantone. 

Rocco Bellantone è un medico chirurgo endocrino e metabolico. Nato a Villa San Giovanni, Reggio Calabria, il 2 agosto 1953, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma nel 1977. Ha una specializzazione in urologia. Il suo curriculum è stato scelto “tra personalità appartenenti alla comunità scientifica, dotato di alta e riconosciuta professionalità”, come si legge nel documento della sua nomina.

Delle due l’una: o le famiglie dei dirigenti del partito di Giorgia Meloni sono un concentrato di talenti e di professionalità di cui per anni non ci eravamo accorti oppure il tanto decantato sovranismo è solo una declinazione del familismo.

Buon martedì. 

Nella foto: il professor Rocco Bellantone, frame di un video del Policlinico Gemelli

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A destra litigano pure su Dio. Ormai non c’è più religione

La Lega di Salvini deposita alla Camera una proposta di legge, a prima firma della bresciana Simona Bordonali, che prevede l’obbligo di esporre il crocifisso “in luogo elevato e ben visibile” in tutte le scuole, negli uffici della pubblica amministrazione, nelle carceri, negli ospedali, nelle stazioni, nei porti e negli aeroporti. Previste sanzioni da 500 a mille euro per chiunque lo rimuova “in odio ad esso” o lo “vilipende” nonché per il pubblico ufficiale o l’incaricato che rifiuta di esporlo nel luogo d’ufficio.

La Lega di Salvini deposita alla Camera una proposta di legge che prevede l’obbligo di esporre il crocifisso in scuole, uffici, carceri e porti

Che Salvini ciclicamente ritorni ai crocifissi è cosa nota. Che ci ritorni proprio ora che la sua amica-nemica Giorgia Meloni abbia promesso di “difendere Dio” è qualcosa che stimola una malinconica tenerezza. Ma la proposta di legge depositata dai leghisti dimostra plasticamente come per loro stare in Parlamento (peggio: al governo) sia un gioco al livello di una partita ad acchiapparella nel cortile condominiale. Si divertono anche, c’è da scommetterci.

Peccato che come al solito non abbiano trovato un minuto per leggersi quella stessa Costituzione su cui hanno giurato e che scrive a caratteri cubitali come l’Italia sia un Paese laico. La laicità del resto è un tema troppo complesso per chi concima la propaganda baciando rosari mentre conia politiche che annegano bambini, o per chi fa a gara con i suoi alleati di governo per piacere all’Orbàn di turno.

Quest’anno sono partiti prima del solito, non hanno nemmeno aspettato il tempo della polemica sui presepi. E alla fine per la loro superficiale cretineria politica ottengono l’effetto opposto: a qualcuno vien voglia di bestemmiare.

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Cappato ora ci crede. “Con l’asse giallorosso la sfida è aperta”

Per le elezioni suppletive al Senato nel collegio di Monza e Brianza il nome di Marco Cappato incassa l’appoggio anche del Movimento Cinque Stelle con Giuseppe Conte che si aggiunge al Partito democratico di Elly Schlein, ad Azione di Carlo Calenda e a Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni.

Cappato, con con quale spirito ha ascoltato le parole con cui Conte ha annunciato l’appoggio del Movimento 5 Stelle alla sua candidatura
“Sono felice. Perché sembrava più difficile ottenere questo risultato. Io lo vedevo possibile non tanto per i perimetri degli schieramenti o delle coalizioni ma per elementi di metodo nel fare politica che sono alla base della mia storia e che credo che possano essere in sintonia con molte delle ragioni fondanti dello stesso Movimento 5 Stelle. Poi sulla realizzazione e sul merito delle questioni ci siamo trovati molte volte con differenze anche aspre, ma io sono 14 anni che faccio lotta politica con gli strumenti della partecipazione popolare, dai referendum alle leggi di iniziativa popolare”.

In altre parole, un elemento di convergenza con il Movimento 5 Stelle?
“Per la partecipazione democratica, ai tavoli abbiamo trovato spesso militanti e dirigenti M5S. Eravamo con Chiara Appendino quando abbiamo depositato la legge di iniziativa popolare per la legge regionale in Piemonte sulla morte volontaria”.

Si aspettava l’appoggio del Partito democratico o aveva perso le speranze? Crede che i dem la possano appoggiare compatto nonostante le critiche interne dal fronte dei cattolici?
“Basta confrontarsi sui temi e sugli obbiettivi. Mi sembra che le più grandi sofferenze nel Partito democratico siano sul “come” si è scelto di convergere sul mio nome e io non entro nella loro discussione. Nel merito, anche con i cattolici: discutiamone. Penso che i cattolici italiani siano per la stragrande maggioranza persone che dal divorzio in poi hanno dimostrato di sapere valorizzare la libertà delle persone. Se si parla si riesce a trovare un terreno di lavoro comune. Se ci si limita alle etichette diventa più difficile”.

Dovrà vedersela contro Galliani nello storico feudo di Berlusconi. Aspettative?
“Agli elettori bisogna prospettare delle azioni. Il vero problema delle elezioni suppletive è il tasso di astensionismo. Io vorrei mobilitare le persone con il dibattito”.

Però Galliani viene dato per favorito e vincitore senza troppi problemi. Che ne pensa
“Con lo stesso realismo si diceva ‘figurati se Calenda, Schlein e Conte appoggeranno lo stesso candidato’. Io penso che l’elemento che ha reso questo possibile potrà convincere anche gli elettori”.

Qualcuno dice: “Cappato non può rappresentare un territorio a cui non appartiene”. Come risponde?
“Ho passato la prima metà della mia vita a Vedano al Lambro. Un pezzo della mia famiglia è lì – abito ad appena 15 chilometri -. Io sono radicato e connesso con il territorio. Quello che è vero è che non ho fatto parte del ceto politico locale”.

Un proposta da portare urgentemente in Parlamento?
“Spostare le tasse dal lavoro alle emissioni di Co2 e al consumo di risorse ambientali. È un appello di 27 Premi Nobel di qualche anno fa. Spostare tasse dal lavoro povero al consumo di risorse ambientale può centrare due obiettivi: la drastica riduzione del CO2 (e quindi la difesa degli ecosistemi) dall’altra la difesa della coesione sociale in un momento in cui è sotto pressione per la robotica, l’automazione, l’intelligenza artificiale. Altrimenti la destra rischia di fare il pieno di voti proprio su questo, fingendo che la lotta ai cambiamenti climatici sia una roba da radical chic mentre invece colpisce le persone nelle periferie e devasta le popolazioni più povere”.

In poche parole: qual è il programma con cui si candida per entrare in Parlamento?
“La prima motivazione è portare le mie battaglie dentro il Parlamento. Più che promesse presento una storia fatta di azioni, dopodiché sto preparando proposte più specifiche, anche questioni sul territorio come la follia di volere allungare la Pedemontana, nuova infrastruttura di trasporto su gomma quando in Brianza è assolutamente assente il trasporto pubblico trasversale da est a ovest”.

E che altro?
“La Brianza è la seconda provincia italiana per consumo di suolo dopo Napoli. È chiaro che su questi temi ho solo da imparare da chi si è mobilitato su queste questioni quindi mi metterò a disposizione di coloro – comitati e associazioni – che stanno lavorando su questo fronte. Ovviamente, tra le priorità c’è anche la difesa della sanità pubblica”.

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Ursula toglie Draghi dalla naftalina. Ed esulta pure la Meloni

E fu così che tornò Mario Draghi. L’annuncio arriva dalla voce della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo stato dell’Unione alla plenaria del Parlamento europeo. Von del Leyen parla di tre sfide – lavoro, inflazione e ambiente commerciale – che “arrivano in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare avanti – ha detto la politica tedesca – e stabilire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo ho chiesto a Mario Draghi di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea”.

La presidente della Commissione Ue ha chiesto a Draghi di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea

“Perché l’Europa farà whatever it takes per mantenere il suo vantaggio competitivo”, ha detto citando la famosa frase di Draghi pronunciata nel giugno 2012. Un annuncio inaspettato, che riporta l’ex-premier italiano al centro della scena a Bruxelles e su cui, ieri pomeriggio, è arrivata perfino la benedizione di Giorgia Meloni.

Un whatever it takes necessario perché “l’economia dell’Ue è in un momento particolarmente delicato e serve tutto il miglior arsenale europeo” per evitare una nuova crisi. Nel giro di pochi minuti si riaccende l’antica passione per il banchiere ex presidente del Consiglio. Scattano i renziani di Italia Viva, che su Draghi hanno montato la loro (fallimentare) ultima campagna elettorale: “Ancora una volta l’Europa si affiderà a Draghi. – dice l’eurodeputato di Italia Viva Nicola Danti, vicepresidente di Renew Europe La presidente Von der Leyen ha appena annunciato che chiederà a lui di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea. Ancora una volta si conferma come il nostro, purtroppo, ex premier sia stimato e giochi un ruolo centrale nella politica europea e internazionale”.

A ruota arriva Carlo Calenda che confessa il sogno di vedere Mario Draghi “prossimo presidente del Consiglio europeo”. Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale del Partito democratico europeo, sente profumo di chiamata alle armi: “Dobbiamo rispondere alla chiamata della storia e agire come figli rifondatori, con più dialogo e meno polarizzazione. Ma dobbiamo anche mostrare più coraggio e procedere con determinazione per una vera riforma dell’Unione europea, attraverso una ambiziosa revisione dei trattati, per trasformare l’Ue in una vera potenza sovrana e democratica”, dice, definendo “straordinaria e lungimirante” l’idea che Draghi torni sul palcoscenico europeo.

Dal Partito Democratico esulta il deputato Piero De Luca: “È estremamente positiva la decisione di affidare a Mario Draghi il compito di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea. È un motivo di orgoglio per tutti noi e uno stimolo a continuare il cammino intrapreso in questi ultimi anni per un’Europa sempre più solidale, forte e dinamica”.

Plaudono Pd e Azione, critico il M5S

Critici invece dal Movimento 5 Stelle: “Mario Draghi sicuramente grande economista, avrà un nuovo compito” per redarre un rapporto sulla competitività dell’Ue. “Mi auguro lo sappia redarre meglio rispetto a come ha redatto il decreto sugli extraprofitti delle aziende energetiche”, dice a La Notizia la capodelegazione M5S, Tiziana Beghin. Anche un acerrimo nemico delle politiche draghiane come il segretario dei Verdi Angelo Bonelli rimarca come Draghi “sia persona autorevole e rispettata, di fatto ha salvato l’euro e ha salvato molte economie” e pensa che Draghi possa fare bene “nonostante noi non abbiamo condiviso alcune politiche, a partire da quelle ambientali fatte dal suo ministro Cingolani”.

Per Mara Carfagna, presidente di Azione, “Draghi ha competenze, autorevolezza e prestigio internazionale per ricoprire qualsiasi ruolo, spero che l’Ue ne tenga conto il prossimo anno”. Squillano le trombe, il draghismo sopito tra i politici e gli editorialisti può tornare a squillare. L’uomo della salvezza è tornato, dicono in coro. E a nessuno che venga lo stimolo di andare a leggere i sondaggi del prossimo Parlamento europeo per riconnettersi con la realtà.

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Meloni muta sui migranti. Deve aver finito i giga

Ospite nel salotto Rai di Bruno Vespa, la “terza camera” del Parlamento italiano dove qualsiasi potente può dormire tra due guanciali senza il rischio di domande che possano irritarlo, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha potuto pubblicizzare il suo ultimo libro mentre là fuori migliaia di disperati si cucinavano sotto il sole di Lampedusa con Croce rossa e forze dell’ordine sfinite nel tentare di mantenere un briciolo di dignità.

Quest’anno la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha fatto solo due tweet sul tema, mentre nel 2019 erano stati più di 200

 

Nemmeno il telespettatore più ottimista avrebbe potuto sperare che Vespa in un sussulto di professionismo gliene chiedesse conto. L’unico giornalista in studio era Alessandro Sallusti, l’autore del libro intervista alla premier. Mancavano solo i due liocorni. Se venisse voglia di trovare qualche dichiarazione della presidente del Consiglio sull’immigrazione spulciando sui suoi social si rimarrebbe ugualmente delusi: quest’anno la leader di Fratelli d’Italia ha fatto solo due tweet sul tema, mentre nel 2019 erano stati più di 200.

Nel 2019, tanto per dare un’idea, gli sbarchi erano un terzo di oggi. Evidentemente il numero di tweet è direttamente proporzionale alla propaganda, mica alla realtà. La strategia dello struzzo è adottata anche dal vicepremier Salvini che nel 2023 ha trovato la forza di scriverne per 8 volte.

Nel 2020 aveva pubblicato più di 800 contenuti sui social strillando contro gli sbarchi. Se dovessimo trovare un termine per identificare questo atteggiamento potremmo chiamarlo tranquillamente vigliaccheria a doppia mandata. La vigliaccheria di lucrare sui migranti mentre si sta all’opposizione (prima) e la vigliaccheria di tacerne quando si è al governo (dopo). Non hanno finito i giga, hanno finito la dignità.

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