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Urso e le incredibili contraddizioni della sua guerra al caro benzina – Lettera43

Mettere in fila le dichiarazioni è un brivido. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso all’inizio di questa storia ce l’aveva con i benzinai. Per il ministro erano loro a giocare sporco e ad alzare i prezzi dei carburanti approfittandosi della povera gente. Ha deciso di ergersi a difensore delle tasche dei cittadini. Qualcuno ha provato a fargli notare che i gestori dei distributori sono l’ultimo anello della catena e incidono sul prezzo della benzina per pochissimo, quasi niente. Gente che guadagna dai tre ai quattro centesimi al litro difficilmente potrebbe mettere in atto una «stangata contro gli italiani». Il ministro avrebbe potuto fare il duro sul serio, il duro con i duri e prendersela con le speculazioni della società petrolifere, calpestando l’articolo 42 della Costituzione poiché nel settore petrolifero la stragrande maggioranza delle società è pubblica o a controllo pubblico. Niente da fare. Urso ha deciso che per frenare il complotto della Spectre dei benzinai serviva un cartello con i prezzi medi della benzina.

La cartellonistica era uno strumento non necessario

Nelle intenzioni del ministro un cittadino esce di casa alla mattina, butta un occhio sul prezzo medio, devia il suo percorso per confrontare i prezzi dei distributori vicini, spiando di tanto in tanto sull’appunto del prezzo medio per non dimenticarselo, finché non trova qualcuno davvero conveniente. «Se l’esposizione dei prezzi medi presso i distributori doveva servire a ridurre i prezzi o quanto meno a mitigarne l’aumento, allora è stato un fallimento», ha spiegato Massimiliano Dona, avvocato esperto di consumatori. Dello stesso avviso era fin dall’inizio anche l’Antitrust. Secondo il presidente Roberto Rustichelli la cartellonistica era uno strumento non necessario. Inoltre c’era il problema, poi verificato, di ridurre gli stimoli competitivi.

Urso e le incredibili contraddizioni della sua guerra al caro benzina
L’esposizione del prezzo medio del carburante non è servito a nulla (Ansa).

Fermi tutti: colpa delle accise. Quindi dello Stato

Il 16 agosto è cambiato tutto. «Il prezzo industriale della benzina depurato dalle accise è inferiore rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Spagna e Germania». Così in una nota il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, sempre lui, sul caro-benzina, spiegando come sia «falso quanto affermano alcuni esponenti politici che il prezzo di benzina e gasolio sia fuori controllo, anzi è vero il contrario: l’Italia ha fatto meglio di altri Paesi europei». Quindi il ministro spiega che i prezzi dei carburanti sono alti per colpa delle accise. Per logica verrebbe da dire che lo speculatore quindi è lo Stato. Quindi è lui.
Dunque che si fa? Si tagliano le accise? Lasciamo perdere Matteo Salvini e Giorgia Meloni che quando stavano all’opposizione promettevano l’eliminazione delle accise ogni volta che aprivano bocca.

Urso e le incredibili contraddizioni della sua guerra al caro benzina
Caro benzina per gli italiani in vacanza (Ansa).

La dura realtà: tagliarle costa 1 miliardo al mese…

L’8 febbraio 2023 il prezzo dei carburanti saliva in modo vertiginoso costringendo a un aumento generalizzato dei costi dei beni primari. Il ministro delle Infrastrutture Salvini prometteva: «Contiamo che la benzina non torni sopra i 2 euro. L’accordo è che, qualora per situazioni internazionali e problemi non dipendenti dall’Italia, si arrivasse a quell’aumento, il governo interverrà come è stato già fatto l’anno scorso», con un taglio delle accise. Il leghista continuava: «Adesso però siamo a 1,8 euro e conto che il 2 davanti non lo si vedrà più». Ma le accise non possono essere tagliate. Chi lo dice? Il ministro Urso, ovviamente: «Il taglio sulle accise costa 1 miliardo al mese. Se riproponessimo la misura fatta dal governo Draghi, dovremmo trovare in altro modo, con altre tasse, 12 miliardi di euro l’anno, ossia più di quello che costava il Reddito di cittadinanza», ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italia in un’intervista ad Agorà su RaiTre.

Urso e le incredibili contraddizioni della sua guerra al caro benzina
Adolfo Urso e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Urso è riuscito a dire tutto e il contrario di tutto

La favola triste ha una morale semplice: quando qualcuno inventa nemici immaginari (preferibilmente pescandoli tra gli ultimi) lo fa perché sa che i nemici veri sono persone a cui non può negare il saluto. In un Paese normale un ministro che nel giro di qualche settimana riesce a dire tutto e tutto il suo contrario sarebbe gentilmente messo alla porta e invitato a trovare qualcuno disposto a pagarlo così lautamente nel libero mercato. Ma in un Paese normale Urso non avrebbe come colleghi ministri quelli che si ritrova. Quindi è tutto nella media. Loro, mica la benzina.

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Bambini per strada

Sindaci leghisti. Marcello Bano, sindaco di Noventa padovana, a proposito dei migranti, soprattutto minori scaricati sui comuni: «Ma cosa siamo, il front-office? Se tu me li scarichi di fronte al municipio io li carico su un autobus e te li riporto davanti alla prefettura. Si deve arrangiare il governo. Punto. È gravissimo quello che sta succedendo». Michele Poli, sindaco di Gambellara: «Mi è stato detto: ‘alle due di notte ti arriveranno 3 persone. Non si sapeva se uomini donne o bambini. Ce le hanno scaricate come fossero pacchi davanti al municipio».

Gian Paolo Lovato (Lega), sindaco di Montagnana, in provincia di Padova: «Noi siamo favorevoli all’integrazione ma se ci vengono inviati extracomunitari o profughi, e lo Stato non ci aiuta, le nostre casse comunali non possono resistere. Ad esempio, stiamo iniziando con i pasti a domicilio, ma abbiamo dovuto raschiare il fondo del barile, come si suol dire. È evidente che c’è un grosso problema e dal governo non abbiamo risposte». Il segretario regionale della Lega in Veneto: «caricare richiedenti asilo come ‘pacchi postali’ davanti ai Municipi, così come accaduto nei comuni del Vicentino, è un atto ostile che non fa parte della leale collaborazione che si deve instaurare tra prefetture e Comuni».  Il sindaco forzista di Ancona, Daniele Silvetti: «Siamo ai limiti delle nostre possibilità». Vito Bardi, Forza Italia, presidente in Basilicata: «Non possiamo reggere numeri importanti».

Il piano di distribuzione firmato dal ministro Matteo Piantedosi sta facendo infuriare gli amministratori locali, di destra e sinistra. Gli hub e le strutture utilizzate per l’accoglienza sono sature e offrono condizioni al limite della vivibilità. L’integrazione con le cittadinanze locali, nonostante gli sforzi e i buoni propositi, restano difficili. A Giorgia Meloni non rimane che gettare la maschera e chiedere senza retorica da “piano Mattei” alla Tunisia di “fermare le partenze”, il suo unico vero obiettivo. L’Italia è appesa alle voglie dell’ennesimo autocrate. Intanto la Corte di Cassazione ha sancito che la propaganda di questa becera destra è falsa, certificando che non sono “clandestini” quelli a cui si rivolgono Giorgia e Matteo.

Fallimento annunciato. Buon lunedì.

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Crosetto “vede fascisti dappertutto”

Il ministro della Difesa Guido Crosetto – quando era un arrembante dirigente di partito che si occupava di Difesa e prometteva di non diventare ministro per evitare il conflitto di interessi che poi è magicamente svanito – si distingueva per la sua ironia su chi vedeva “fascisti dappertutto” lamentando una drammatizzazione della ferocia sparsa in giro da parte dei “comunisti”. Per Crosetto ovviamente sono comunisti tutti quelli che non hanno in casa un busto di Mussolini.

Qualche giorno fa senza pensarci troppo ha detto quello che pensano in molti sul vomitevole libro (omofobo e razzista) del generale Roberto Vannacci: “farneticazioni” che “screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione”, disse Crosetto, prima di fare partire un’azione disciplinare. Il problema è che i suoi elettori e i suoi alleati sono fatti della stessa pasta del generale Vannacci e quindi hanno cominciato ad azzannare il ministro, manca poco che gli diano del “comunista”. Crosetto è stato attaccato dal suo collega di partito Galeazzo Bignami (quello che con molta meno fatica ha indossato una divisa nazista senza sprecare tempo a scrivere libri), il responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli e ieri anche dal suo collega ministro Matteo Salvini, che per erodere voti a Giorgia Meloni è disposto a tutto.

Dicono che Crosetto si sia ritirato in un religioso silenzio ripetendo “io non sono come loro”. Può anche essere vero. Il problema è che li ha ammaestrati anche lui quegli alleati e quegli elettori. Il domatore mangiato dalle belve è un classico nella storia.

Buon martedì.

Nella foto: il ministro Crosetto in visita al contingente militare italiano, Riga, 10 luglio 2023 (governo.it)

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La misdirection è il segreto centrale

Come spiega bene Wikipedia nell’illusionismo la misdirection (lett. “depistaggio”) è una forma di inganno in cui l’esecutore attira l’attenzione del pubblico su una cosa per distrarla da un’altra. Gestire l’attenzione del pubblico è il requisito principale di tutti gli spettacoli di magia. La misdirection è il segreto centrale.

La misdirection di questi giorni attira l’attenzione di un generale dalle idee aberranti mal scritte in un risibile libro. Nel frattempo senza soccorsi e senza accoglienza gli arrivi dal Mediterraneo hanno portato sulle coste italiane oltre 100mila migranti in un sistema al collasso. Come ha notato Pagella Politica la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto soli 2 tweet sul tema, mentre in tutto il 2019 ne aveva scritti più di 200, quando il numero degli sbarchi è stato il più basso degli ultimi 10 anni. Matteo Salvini nel 2023 ha fatto solo 6 tweet sul tema degli sbarchi, mentre nel 2020 parole come “clandestini” e “immigrati” sono comparse in oltre 800 tweet.

Nel frattempo la stampa italiana ha dato il peggio di sé raccontando in modo sensazionalistico (e pericoloso per le vittima) uno stupro di gruppo, come se fosse un romanzetto erotico. Migliaia di italiani cercano online il video dello stupro per masturbarsi illudendosi di non incorrere in reato. Salvini definisce l’omosessualità “un dibattito superato”. Nelle città i poveri si mettono in fila per ritirare la Carta Acquisti Spesa, in una processione sconcia. Su Rosa e Marmolada si registrano record di caldo e ghiacciai in ritirata. La benzina raggiunge prezzi da economia di guerra.

La misdirection è il segreto centrale.

Buon mercoledì.

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Sono milioni quelli da castrare

Bestialità per vendicare le bestialità. Sullo stupro di gruppo di Palermo vale tutto, l’importante è indicare “quelli” come diversi da noi. L’alienazione come soluzione, ovvero la vigliaccheria travestita da vendetta. 

Il ministro Matteo Salvini ingaggia una guerra di testosterone chiedendo la castrazione chimica: “se stupri una donna o un bambino hai evidentemente un problema: la condanna in carcere non basta, meriti di essere curato”, dice Salvini. L’uscita mostra almeno due cretinaggini evidenti: castrare è una forma di cura (come i nazisti?) e la condanna è una punizione, al contrario di quello che dice la Costituzione. Immaginiamo che sia di “buon senso” castrare anche coloro che cercano online quel video (potenziali stupratori), coloro che applicano altre forme di violenza patriarcale e coloro che vedono le donne solo come prede sessuali. Il conto finale è di qualche milione di maschi italiani veri. La ministra Roccella invece vuole vietare “i porno”. Altra forma di alienazione: va tutto bene, i maschi sono tutti buoni e bravi ed è solo una “corruzione esterna” che complica le cose, secondo lei. 

Troppo difficile invece allargare il discorso non solo ai colpevoli ma anche ai responsabili. Toccherebbe mettere in discussione l’idea dell’essere maschio in una società in cui la capacità di sopraffazione è una virtù richiesta fin da bambini. Toccherebbe decostruire gli stereotipi e prendersi la responsabilità (gli uomini) di invertire i modelli senza sentirsi persi. Ci si accorgerebbe che la politica dello stesso Salvini è come quella di un sopraffattore che si cela dietro il “buon senso” e “il fin di bene”.

Buon giovedì. 

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Volevano essere sovranisti, sono solo familisti

Come ha osservato l’ex parlamentare Elio Vito nel mondo solo due leader politici e capi di governo hanno affidato alla sorella la gestione del loro partito: Kim Jong-un, dittatore a capo della Corea del Nord nonché segretario generale del Partito del Lavoro di Corea e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri in Italia e presidente di Fratelli d’Italia. Inutili i guaiti degli accoliti meloniani: questo è un fatto incontestabile, sotto gli occhi di tutti. Nemmeno Silvio Berlusconi – che della proprietà privata del suo partito ne ha fatto una religione – era mai arrivato a tanto. 

Che poi Arianna Meloni sia anche la moglie del ministro Francesco Lollobrigida rende le loro vacanze estive insieme (seguite con audace riverenza da cronisti politici prestati al familismo d’avanspettacolo) il vero “luogo di potere”. In riva al mare, in barba ai luoghi istituzionali e di partecipazione democratica. 

La nomina di Arianna Meloni a cane da guardia delle intemperanze interne di Fratelli d’Italia viene difesa con forza dal responsabile dell’organizzazione del partito Giovanni Donzelli e dagli altri meloniani, nella speranza di poter familiarizzare il più possibile con Meloni per non uscire dal cerchio delle sue grazie. Eppure dovrebbero essere proprio loro i più arrabbiati: se una leader politica e capa di partito sceglie la parentela come qualità per fare carriera significa che ritiene tutti gli altri irrimediabilmente mediocri e senza possibilità di redenzione. 

È la naturale involuzione di ogni sovranismo: stringersi per paura a una cerchia sempre più ristretta per la preservazione del potere, unica vera preoccupazione. Immaginate come Kim Jong-un e Meloni possano essere spaventati dal Paese lì fuori. 

Buon venerdì. 

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I poveri di Lollobrigida, la castrazione chimica di Salvini e il nostro analfabetismo – Lettera43

Basterebbe imparare leggere e scrivere, imparare a capire. Tutte quelle cose che si insegnano a scuola, ma che risultano poco moderne perché le scuole qualcuno le vorrebbe semplicemente come preambolo per entrare più lubrificati nel mondo del praticantato prima di svoltare sul mondo dello stage per poi finalmente essere nel circolo ufficiale dello sfruttamento. Se imparassimo a leggere – e quindi a scrivere – sapremmo per esempio che rovesciare la realtà è un gioco sporco. Ci si stupisce per esempio che il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida dica che «i poveri mangiano meglio dei ricchi perché trovano qualità a basso costo». Eppure non è niente di diverso dall’aria che tira su questo Paese ormai da anni: i poveri indolenti, i poveri colpevoli, i poveri che si lamentano ma non agiscono. Ingredienti diversi della stessa solfa: i poveri privilegiati perché hanno una “vita più facile” e “meno problemi” è una teoria proclamata sotto traccia da anni.

La corruzione di una società: disprezzare quelli che hanno fallito nella vita

Lollobrigida non ha inventato nulla: ha ripetuto lo stesso schema, semplicemente con meno padronanza delle parole dei suoi amici e dei suoi predecessori. Basterebbe avere letto Adam Smith (che dovrebbe essere un mito per la destra, se leggessero) che nel suo libro Teoria dei sentimenti morali scriveva che la corruzione del carattere consiste nell’ammirare i ricchi e disprezzare i poveri, invece di ammirare i saggi e le buone persone e disprezzare gli stupidi. Questa è la corruzione di una società, secondo Smith: quando una società disprezza quelli che hanno fallito nella vita, quelli che hanno avuto cattiva sorte. Se imparassimo a leggere, a scrivere, a capire e a studiare avremmo archiviato Lollobrigida come un pessimo esecutore di una furfanteria generale.

Non c’è nessun problema sociale, nessuna oggettificazione sessuale…

Stesso discorso per le reazioni allo stupro di gruppo di Palermo. Il tentativo di alienare un problema per non doversene fare carico. Per il ministro Matteo Salvini la proposta della castrazione chimica serve più di tutto a descrivere come patologico un maschilismo fisiologico: se quelli sono semplicemente dei “malati” allora non gli toccherà farsi carico dei diritti reclamati dai movimenti femministi. Esistono solo i reati, non esiste un problema culturale. Stesso schema per la ministra Eugenia Roccella: «Colpa della pornografia». Sottotesto: non c’è nessun problema sociale, non c’è nessuna oggettificazione sessuale. Il male, quindi, viene “da fuori”, il tessuto è sano. Se si riesce a indicare come colpevole un agente esterno sostanzialmente ci si autoassolve. Così hanno fatto.

Putin diventato “il comunista” per la stampa di destra dalla memoria corta

Altro esempio del gioco sporco, in malafede, di una propaganda che sarebbe facilissima da smontare: Vladimir Putin. Qualche giorno fa un quotidiano nazionale molto compiacente con questo governo ha titolato in prima pagina a proposito della morte di Prigozhin “I comunisti fan così, la vendetta di Putin”. Si lascia intendere che Putin sia quindi un “comunista”. Eppure la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è scusata poche ore fa (in piena febbre atlantista) per avere dato credito a Putin. Eppure è fresca nella memoria (di chi legge e di chi studia) la vicinanza tra Putin e Silvio Berlusconi (ve lo ricordate il lettone?) e Salvini che avrebbe scambiato «due Mattarella per un Putin» nel suo Paese. Quindi per la stampa di destra i leader dei partiti di governo erano follemente innamorati di un “comunista”? No, no. La malafede funziona se la memoria è corta e poco allenata. Come qui, da noi.

I poveri di Lollobrigida, la castrazione chimica di Salvini e il nostro analfabetismo
La prima pagina di Libero del 24 agosto 2023.

Camilleri e la lezione sugli analfabeti, totali o di riporto

Diceva lo scrittore Andrea Camilleri in un’intervista del 2010: «Secondo un rapporto coordinato dal linguista Tullio De Mauro, in Italia vi sono due milioni di analfabeti totali, 13 milioni di semianalfabeti, ossia che sanno fare solo la loro firma e poco più ma non capiscono ciò che leggono, altri 13 milioni di analfabeti di riporto, cioè che hanno perso un uso fluido della scrittura e della lettura. In totale, 28 milioni di italiani, su 52 milioni, sono sotto la soglia della sufficienza dell’alfabetizzazione. Nel momento in cui essi si recano a votare sulla base di che cosa esprimono il loro voto, su che cosa hanno basato le loro condivisioni? Sulla televisione. E basta. Ecco perché da parte del potere è assolutamente indispensabile che l’informazione sia univoca, indirizzata in un unico senso. Dopodiché la sparuta informazione libera dei giornali può essere limitata nella diffusione sul territorio oppure emarginata in modo che domini l’informazione condizionata». Nel 2019 Camilleri disse: «Non posso trattenermi dal dire che con il governo di oggi abbiamo un esempio lampante di mentalità fascista, quella del ministro Matteo Salvini. Quella è mentalità fascista, una delle forme di fascismo che può anche essere eletta democraticamente». Sapete cosa rispose Salvini? «Scrivi che ti passa».

I poveri di Lollobrigida, la castrazione chimica di Salvini e il nostro analfabetismo
Andrea Camilleri (Imagoeconomica).

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Sì o no? Cnel

Il salario minimo, da qualsiasi parte lo si guardi, che si sia d’accordo o meno, sarebbe una riforma impattante e immediata sulla vita di milioni di persone. Di colpo ricevere offerte lavorative che promettono stipendi orari irrisori non sarebbe più gavetta, non sarebbe più un “proviamo e poi vediamo”, non sarebbe più la giustificazione di “un momento difficile”: sarebbe illegale. È vero, siamo un Paese che spesso cammina placidamente nei sentieri dell’illegalità ma con l’istituzione di un salario minimo si spezzerebbe – questo è sicuro – la sensazione di inadeguatezza di un’intera generazione.

La decisione politica di non decidere – in questo caso passando le carte al Cnel di Brunetta usandolo come refugium peccatorum – è l’ennesimo caso di una vigliaccheria politica che è la seconda evidente matrice di questo governo. Non regge la giustificazione dell’approfondimento poiché senza nessuna remora questa stesso governo ha preso decisioni catastrofiche che hanno reso orfani bambini per decreto o che hanno scaricato sulla strada poveri accusati perché poveri.

Sono gli stessi inizi di vigliaccheria che con l’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi hanno via via abolito le conferenze stampa della presidente del Consiglio, sostituendo le abituali domande dei giornalisti con video preconfezionati e unilaterali o letterine di Meloni ai giornali che le riservano una rubrica personale di fianco alla posta del cuore. Per questo risulta ancora più farlocco questo continuo appellarsi al “mandato popolare” ricevuto da parte della maggioranza: è vero, hanno vinto le elezioni, ma dopo un anno c’è da capire ancora “per fare cosa”.

Buon lunedì.

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L’ex senatore mandante di un attentato a un giornalista

Il 15 luglio del 2018 cinque colpi di pistola vengono sparati contro l’abitazione di Ario Gervasutti, l’ex direttore del Giornale di Vicenza, nella sua abitazione a Padova. Uno dei cinque si conficca a poca distanza dal letto del figlio.

Cinque spari contro l’abitazione di un giornalista. Per i magistrati il mandante è Alberto Filippi, ex senatore della Lega ora in FdI

Il giornalista, oggi caporedattore al Gazzettino, per anni non si spiega quell’attentato. Come dovrebbero fare tutti i giornalisti ha scritto e fatto scrivere articoli che non sono piaciuti a qualcuno ma non saprebbe indicare chi avrebbe potuto spingersi in un atto del genere.

Ora la Direzione distrettuale antimafia di Venezia, nell’ambito di inchiesta di ‘Ndrangheta che coinvolge 43 persone, ha un’ipotesi. Mandante di quei cinque colpi che hanno crivellato la casa di Gervasutti sarebbe il vicentino Alberto Filippi di 57 anni, che secondo l’indagine avrebbe “incaricato, dandogli un compenso in denaro, Santino Mercurio”.

Filippi dal 2006 al 2008 è stato deputato per la Lega nella XV legislatura. Nel 2008 fu eletto senatore e divenne vicepresidente della commissione esteri. Lasciata la Lega dopo un lungo giro approda a Fratelli d’Italia nel 2014, con il lieto annuncio dato dal presidente del Senato Ignazio La Russa e Giorgia Meloni in un bar di Vicenza.

Un paio di settimane fa Filippi ha partecipato a una cena all’Arsenale di Venezia assieme al ministro all’agricoltura Francesco Lollobrigida di Fratelli d’Italia. È tra i finanziatori del quotidiano L’Identità di Tommaso Cerno. Ora è accusato di avere pagato un mafioso per intimidire un giornalista. La vedete l’enormità della vicenda

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Sul Morandi è morta pure la decenza

Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni accodandosi alla commemorazione per le vittime del crollo del ponte Morandi di Genova ha detto: “Il nostro augurio è che la verità possa emergere con tutta la sua chiarezza e che i responsabili di quel disastro siano acclarati e accertati. Perché sarebbe davvero imperdonabile che questa tragedia nazionale possa rimanere impunita”. Qualche ora prima il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiesto di “fare giustizia, completando l’iter processuale, con l’accertamento definitivo delle circostanze, delle colpe, delle disfunzioni, delle omissioni“.

Ma cosa ostacola l’accertamento delle responsabilità? Il procuratore capo di Genova Nicola Piacente ieri ha avvisato che “bisogna essere chiari e leali, ci sono le ipotesi più datate di omissione di atti d’ufficio e dei falsi che sicuramente andranno in prescrizione da ottobre 2023”. Ha detto Piacente, aggiungendo che “gli imputati possono anche rinunciare alla prescrizione e optare per un accertamento giudiziario”.

La prescrizione è l’incombente pericolo che minaccia la verità. Nello stesso giorno il ministro alla Giustizia Nordio avvisa che la prescrizione verrà riportata “nell’ambito del diritto sostanziale, come causa di estinzione del reato e non di improcedibilità”. Potremmo dire che Giorgia Meloni ieri si è augurata che i famigliari delle vittime del ponte di Genova non abbiano la disgrazia di imbattersi in un governo che sostiene idee come quello che guida. Il tutto con un po’ di commozione.

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