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Conflitto d’interessi. Marina è peggio di Silvio

Avviso a coloro che ci accusavano di essere “fissati con Berlusconi anche da morto” e a quelli che si sono lasciati convincere dalle panzane degli scherani berlusconiani (in primis il figlio Pier Silvio) quando strillavano che “ormai non ci sarebbe stato più nessun conflitto di interesse”: avevamo ragione noi.

I desideri di Silvio Berlusconi sono ben custoditi nello scrigno di famiglia, con Marina e Pier Silvio nelle vesti di corazzieri

I desideri di Silvio sono ben custoditi nello scrigno di famiglia, con Marina e Pier Silvio nelle vesti di corazzieri e la cassaforte di famiglia pesa non solo sui parlamentari di Forza Italia ma anche ai piani alti, sulla scrivania della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il quotidiano Il Foglio attribuisce un virgolettato al ministro degli Esteri nonché segretario di Forza Italia: “La Famiglia non ha gradito”.

Scritto con la maiuscola, come si usa per le famiglie talmente potenti da esercitare l’intimidazione politica. La famiglia ovviamente è quella dei Berlusconi e il mancato gradimento sarebbe in merito all’idea di tassare gli extraprofitti delle banche. A casa Berlusconi gli analisti della Banca Mediolanum stimano un impatto della tassa che si aggirerebbe intorno al 50% degli utili della banca.

Marina Berlusconi – secondo Il Foglio – avrebbe sgridato la prode Meloni invitandola “a scrivere bene la norma” e a parlare solo con i mercati chiusi. Nel frattempo alcuni giornali spingono per la discesa in campo di Pier Silvio. Ma, pensandoci bene, perché dovrebbe farlo quando senza sporcarsi le mani gli basta scrivere nella chat di famiglia, dove c’è la presidente del Consiglio?

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Extraprofitti, aerei e taxi. Il governo Meloni ha già suonato la ritirata

Dopo avere rinviato tutto il rinviabile (dalla ratifica del Mes alla riforma della Giustizia) al prossimo autunno ora il governo di Giorgia Meloni prova a eccellere nell’arte della retromarcia. L’ultima rapidissima, è quella sulla tassa sugli extraprofitti delle banche, presentata da Salvini e Meloni come l’ultima azione dei nostri Robin Hood sovranisti per lenire le difficoltà economiche dei cittadini alle prese con mutui insostenibili.

Mentre tutto intorno si levano i lamenti delle prefiche del libero mercato solo quando conviene il Mef nella serata di martedì ha firmato di corsa una nota che fissa un tetto al prelievo che non dovrà superare lo 0,1 per cento del totale attivo, ridimensionando drasticamente la portata del provvedimento. Secondo le stime delle banche stesse il ricavato del prelievo passa da 4,5-5 miliardi a 2 miliardi di euro.

Dopo avere rinviato tutto il rinviabile al prossimo autunno ora il governo Meloni prova a eccellere nell’arte della retromarcia

Insomma: hanno mentito sui numeri e sulle promesse. Gli situati hanno tirato un sospiro di sollievo, i titoli in borsa hanno ripreso a correre e la coerenza è andata a farsi benedire. Ma la riscrittura del testo (anzi, la scrittura, non essendoci nulla di scritto) potrebbe fare addirittura peggio con Forza Italia pronta a immolarsi per le tasche dei banchieri. Tra i rivoli comici del dibattito di questi giorni intanto possiamo registrare coloro che rimpiangono Draghi perché vedono socialismo dappertutto e hanno già dimenticato che fu proprio Draghi a pensare alla prima fallimentare tassa proprio sugli extraprofitti. Il legittimo dubbio è che finisca allo stesso modo.

Atterraggio d’emergenza in vista anche per le nuove misure sulla fissazione del prezzo dei biglietti aerei. Dopo l’amministratore delegato di Ryanair (prevedibilmente risentito) ieri Adalbert Jahnz, portavoce della Commissione europea, ha spiegato che “i servizi della Commissione europea hanno contattato le autorità italiane e si aspettano di ricevere informazioni più dettagliate”. La Commissione, in generale, sostiene le norme per promuovere la mobilita’ a prezzi accessibili in linea con le norme del mercato interno”, ha precisato il portavoce.

“La concorrenza sostenibile con un libero sistema di fissazione del prezzo normalmente è garanzia di tariffe accessibili nel mercato europeo liberalizzato dei trasporti”, che rappresenta “un successo”, ha sottolineato Jahnz. “Solo in situazioni specifiche, per esempio nelle rotte che non sono adeguatamente servite dagli operatori di mercato, come quelle da e per regioni remote, il diritto europeo consente obblighi di servizio pubblico con regole sui prezzi”, ha ricordato il portavoce. Ciò è consentito per garantire “sia la connettività territoriale che l’accessibilità con il sostegno dei fondi pubblici”, ha concluso. Retromarcia in vista.

Il decreto varato martedì è tutto da riscrivere. E c’è l’ennesima resa alla lobby dei tassisti

La rivoluzione è stata rimandata anche sul fronte dei taxi. La bozza del testo, trapelata nei giorni scorsi, non era andata giù ai tassisti e i sindacati avevano immediatamente minacciato lo sciopero. Le norme alla fine approvate dal Consiglio dei ministri, infatti, sono state smussate ed è saltata in toto l’ipotesi di cumulabilità delle licenze, il tema più contestato dai tassisti.

“Pensiamo di aver dato una prima risposta immediata” alla carenza di auto bianche, ha commentato Adolfo Urso in conferenza stampa. Può essere, sicuramente non è la risposta che hanno promesso e in politica – come nella vita – mantenere le promesse dovrebbe essere un prerequisito necessario. Anche la retromarcia sulle intercettazioni è un ricordo ancora vivo. Magari a settembre si potrebbe fare un bel Consiglio dei ministri di riparazione, come per gli studenti che non hanno raggiunto la sufficienza a scuola.

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Condoglianze di carta straccia: il lutto simulato della destra che detestava Michela Murgia

Una delle sue ultime battaglie era contro il sindaco leghista di Ventimiglia Glavio Di Muro che aveva negato ai migranti perfino l’acqua del cimitero, che utilizzavano per dissetarsi e ristorarsi nel caldo. “Regime fascista”, dove “un essere umano non ha neanche la dignità di un topo”, ha scritto Michela Murgia. E ancora: “Hai negato la più elementare dignità umana a persone senza niente altro che l’acqua del cimitero”. In quell’occasione era accorso baldanzoso il parlamentare di Fratelli d’Italia Gianni Verrino: “In tutte le civiltà, anche in quelle meno evolute, il culto, il rispetto, il ricordo dei defunti è sacro. Ovunque. Incommentabile l’esternazione di Michela Murgia su Ventimiglia e sul sindaco”.

Più che diverse, incompatibili

Ora Michela Murgia è morta, “il sacro rispetto dei defunti” è un’acquasantiera di piscio di quelli che esultano e a dissertarsi nel cimitero ci corrono loro, i politici, nella speranza che le condoglianze pronunciate a denti strette possano normalizzare l’allarme che Murgia ha lanciato fino all’ultimo. “Voglio esprimere sincere condoglianze alla famiglia e agli amici della scrittrice Michela Murgia – ha scritto su Twitter la presidente del Consiglio Giorgia Meloni –. Era una donna che combatteva per difendere le sue idee, seppur notoriamente diverse dalle mie, e di questo ho grande rispetto”.

Condoglianze respinte, glielo possiamo assicurare. La “famiglia” a cui si rivolge Giorgia Meloni ha una forma che lei riterrebbe illegale e amorale. Il rispetto per le “idee” della scrittrice che la presidente del Consiglio mima nel suo messaggio è carta straccia. Michela Murgia riteneva questo governo (Meloni inclusa) un governo fascista nei modi, nelle azioni e nelle parole. Le idee non sono “diverse”: sono incompatibili, su fronti opposti. Meloni avrebbe potuto serenamente soprassedere sulla morte della scrittrice come le capita ogni volta che non trova le parole. Anche in questa occasione le parole non le ha trovate. 

Una preghiera… bestiale per Michela Murgia

Risulta quasi meno disdicevole il senatore Matteo Salvini, mandante del fango che Michela Murgia ha dovuto scrollarsi di dosso per anni. “Una preghiera”, scrive Salvini. Prega dopo avere usato la scrittrice come combustibile per la rabbia insaziabile dei suoi adorati follower ammaestrati dalla Bestia della sua propaganda. Questa volta il ministro non ha frugato per trovare una foto in cui Michela apparisse sformata. Si è contenuto in nome della “sacra defunta” ma non ha rinunciato a fare un giro nel cimitero di Michela per collezionare qualche like.

Il cofondatore del Family Day Simone Pillon, che giusto qualche settimana fa con diabolica perfidia aveva augurato a Murgia una “buona guarigione” ora si atteggia da martire: “Non sapevo che la situazione fosse già compromessa – ha scritto Pillon – pensavo e speravo ci fosse ancora margine di guarigione. Mi spiace. Non condividevo nulla del tuo pensiero ma avrei voluto continuare a confrontarmi con te, come abbiamo fatto tante volte”. C’è una definizione di Pillon nel suo Vangelo: farisei ipocriti, li chiamava Gesù. 

Dissentire e… detestare

L’editorialista de La Verità Daniele Capezzone ricorda Murgia dicendoci che “si può dissentire profondissimamente senza tuttavia detestarsi” e dichiarandosi dispiaciuto della sua morte. Lui è uno dei tanti che il detestare l’ha reso una linea editoriale, quando Michela Murgia era l’osso da lanciare ai cani. Il lutto simulato della destra che odiava Michela Murgia ha un unico obiettivo: suggellare la fine della lotta con lei che li chiamava per nome. Non sanno che Michela Murgia ha già distribuito le responsabilità. 

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Pronto Soccorso in tilt. Vacanze senza scampo per chi si ammala

Attenzione a non ammalarsi mentre siete in villeggiatura: “In questo momento ci mancano circa 5.000 medici di Pronto soccorso, un dato dinamico considerando che l’esodo sta continuando. Non c’è dubbio che non riusciamo a controbilanciare le fughe con i nuovi ingressi, sempre estremamente ridotti.

“In questo momento ci mancano circa 5.000 medici di Pronto soccorso, un dato dinamico considerando che l’esodo sta continuando”

Ad esempio, in Sicilia, a fronte di 786 medici necessari per svolgere attività di Pronto Soccorso ce ne sono solo 414, una copertura organica pari al 53%”. Lo spiega il presidente della Società Italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu) Fabio De Iaco, che sul Ferragosto ormai alle porte precisa: “Incubo Ferragosto per i cittadini che dovessero recarsi nei prossimi giorni nei Pronto soccorso italiani? Non direi, parlerei piuttosto di grave carenza organica. Una carenza a cui durante il periodo estivo si aggiunge la necessità di far andare in ferie i colleghi”.

“Al momento – continua De Iaco – la situazione rispecchia, più o meno, quelle che si verificano ogni estate, con un netto incremento dell’afflusso nelle località turistiche e una diminuzione nelle grandi città che, invece, si spopolano”. Fabio De Iaco tiene, però, a lanciare un messaggio alla popolazione. “Per Ferragosto voglio dire ai cittadini che i Pronto soccorso rimarranno aperti come sempre e, come sempre, i medici lavoreranno come matti. Nelle località turistiche il 15 agosto sarà una giornata di vera passione, perché i Pronto soccorso verranno assaliti da un numero di pazienti a cui non sono abituati.

Nelle città, invece, Ferragosto sarà, speriamo, un giorno tranquillo, con un numero di pazienti inferiore rispetto al solito. Ricordo però a tutti che il Pronto soccorso è l’unico luogo sempre aperto h24 e sempre a disposizione di chi ne ha bisogno. Ogni tanto piacerebbe anche a noi fare sciopero ma non mancheremo mai un giorno dal nostro posto di lavoro”. De Iaco racconta l’incubo die medici del Pronto soccorso nelle località vacanziere che lavorano “anche 12 ore al giorno consecutivamente”.

“In quel lasso di tempo- dichiara De Iaco – un medico visita un numero di persone e risponde a una quantità di domande, richieste da parte di malati, colleghi e infermieri davvero impressionante. Dopo 12 ore usciamo dal Pronto soccorso davvero stremati e anche un po’ straniti. Io dico spesso che le nostre istanze sono le stesse di quelle dei malati. Ciò per cui noi ci lamentiamo, protestiamo e chiediamo aiuto coincide esattamente con l’interesse dei pazienti che si trovano nei Pronto soccorso”.

Solo in Sicilia nei reparti d’urgenza sono in servizio 414 camici bianchi su 786 previsti

A farne le spese sono quindi gli utenti e i lavoratori. Per De Isco è necessario “rifondare l’intero sistema, dentro il quale è necessario portare idee nuove e aderenti alla realtà. Bisogna rifuggire da qualunque tipo di posizione corporativistica e rifondare il Servizio sanitario nazionale, ragionando in futuro, senza misurare le nostre possibilità di intervento sulle criticità di oggi”.

Per il presidente Simeu “è fondamentale valorizzare il sistema dell’emergenza-urgenza, Pronto soccorso e 118, l’unico che in questo momento garantisce la sicurezza. Bisogna premiare quel tipo di lavoro e, soprattutto, migliorarne le condizioni attraverso il potenziamento degli ospedali e l’eliminazione dell’attesa di ricovero all’interno dei Pronto soccorso stessi, ovvero i pazienti che devono essere ricoverati e che, invece, vi rimangono per molti giorni”.

A questo vanno aggiunti gli episodi di violenza: “e ciò accade – spiega De Iaco – perché da una parte c’è un comportamento davvero criminale di qualcuno, veri e propri delinquenti, persone che non devono mai essere comprese e giustificate. Dall’altro lato perché spesso molte persone sono esasperate, arrivano in Pronto soccorso già prevenute contro l’intero sistema, perché non ottengono quello che ritengono sia giusto avere”. È la fotografia dell’Italia vacanzieri ben lontana dai lustrini raccontati dalla ministra Daniela Santanchè: non basta una campagna pubblicitaria per fare funzionare i servizi.

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Musk & Zuck, due bulli al Colosseo

Che due tra gli uomini più ricchi del mondo, il proprietario di X e Tesla Elon Musk e il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, decidano di inscenare un combattimento, vero o presunto, dopo mesi passati a insultarsi sui social è il manifesto di una classe dirigente nata e cresciuta nel brodo del machismo. Non c’è differenza, non c’è evoluzione rispetto alle singolar tenzoni di un tempo.

Siamo ancora lì, ugualmente disuguali, ugualmente animali. Non stupisce quindi che una rievocazione di plastica che fingerà di essere storica, senza nessuno spessore culturale al di là dell’evento sensazionale (una volta erano i leoni), abbia trovato terreno fertile in questa Italia che guarda al passato senza nemmeno studiarlo. A rivelarlo è Musk in un messaggio social, in cui scrive: “Ho parlato con la premier italiana e il ministro della Cultura. Hanno concordato una location epica”.

“Il combattimento sarà gestito dalle fondazioni mia e di Zuck – aggiunge -. Il livestream sarà su questa piattaforma e su Meta. L’inquadratura sarà l’antica Roma, quindi niente di moderno. Tutto porterà rispetto al presente e passato dell’Italia, e il ricavato andrà ai veterani”. Il ministro Sangiuliano ci avvisa di avere prestato il patrimonio culturale con la promessa che “un’ingente somma, molti milioni di euro, sia devoluta a due importanti ospedali pediatrici italiani per il potenziamento delle strutture e la ricerca scientifica per combattere le malattie che colpiscono i bambini”. La Sagra dei bulli ha trovato i suoi interpreti perfetti.

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L’eredità di Michela Murgia e la natura degli intellettuali non allineati – Lettera43

Non esistono intellettuali allineati. Quelli sono cantori, porta idee, intelligenze organiche alle dipendenze di un potere interessato a salvarsi dalla superficialità dei suoi ideali. Gli intellettuali non possono essere simpatici, utilizzano l’irriverenza come motore e osano nella terra che i benpensanti chiamano comunicazione. Gli intellettuali non piacciono. Se piacciono non servono, sono muti. La partenza di Michela Murgia, che molti brigano per contenere nel cassetto degli scrittori, è la testimonianza di un’intellettuale a cui bastano le parole, anche se la scelta di impiegare il proprio mestiere per entrare nel dibattito è sconveniente di questi tempi. Letteralmente, non conviene. Il consiglio è sempre lo stesso: smussati, calmati, lascia perdere, non intervenire. Pensa a scrivere libri, dicono, e non si accorgono di ripetere le stesse parole di chi ti combatte.

Il non piacere a tutti come colpa, banalizzazione dei benpensanti

Qualcuno mi diceva che «scegliere di dividere il Paese non è un buon ufficio», riferendosi a Michela. Il non piacere a tutti come colpa, banalizzazione dei benpensanti che hanno l’immobilità come più alta aspirazione. Ancora questa cretina convinzione che non possano esistere persone libere che prendono posizione per senso di giustizia (verso gli altri e verso se stessi), che tutto debba essere un’incessante valutazione dell’impatto sul pubblico, inteso come ammasso di clienti.

L'eredità di Michela Murgia e la natura degli intellettuali non allineati
Michela Murgia (Imagoeconomica).

Il mondo sui temi che contano è diviso e divisivo, da sempre

Michela Murgia è partita ripetendo che la libertà sta nel non sottostare alla voglia di compiacere. Dice di essere stata utile anche a chi la detesta perché con lei ha avuto l’occasione di autodefinirsi. Non c’è logoramento nelle voci che in queste ore usano il lutto come una clava per esprimere il proprio disprezzo. Il mondo sui temi che contano è diviso e divisivo, da sempre. È diviso tra chi ritiene il fascismo una natura mai sopita e chi ritiene che il fascismo sia storia vecchia. È diviso tra chi ritiene gli ultimi i primi da soccorrere e chi li considera materiale umano di risulta. È diviso tra chi ritene i diritti solo se universali e chi progetta uguaglianze che valgono a cerchi. È diviso tra chi considera il dissenso un obbligo civile e chi lo vorrebbe spegnere chiamandolo tradimento.

La formula dell’intellettuale apolitico e sorridente è una truffa

La formula dell’intellettuale apolitico, sorridente, diligentemente settoriale e compiacente è una delle tante truffe di quest’epoca in cui l’imperativo è normalizzare l’indicibile, renderlo potabile, ungere l’incredibile. La partenza di Michela lascia un’eredità – lei stessa ha usato questa parola – di lotta. Colpire lei, anche adesso, ottiene l’effetto di saldare ancora di più le fila di chi si oppone alla cattiveria indecente come strumento di controllo. Scrive Michela Murgia: «Chi è differente, chi non si adegua (o non si integra, che è lo stesso), è quindi considerato a-normale e la conseguenza dell’a-normalità è sempre la discriminazione. Il contrario di quella brutta idea di identità non è infatti la differenza: è la disuguaglianza, la gerarchia di valore tra la soggettività normata e quella fuori norma. Così la norma bianca vede anormalità nella pelle nera, la norma benestante teme l’incontro con la povertà, la norma maschile riduce a eccezione il femminile e il cristiano impara a vedere nemico il musulmano. Invocare la differenza spiazza queste carte ed esige la molteplicità, perché per essere differenti occorre essere almeno in due. Fondarsi sulla differenza significa fondarsi sulla necessità della relazione ed è per questo che la ricchezza della differenza (e il suo rispetto) sono i fondamenti della democrazia, che senza dialettica tra le differenze non avrebbe ragione di essere». Non esistono intellettuali allineati. Il vostro dispiacere è la loro fortuna. E no, Michela Murgia non lascia solo i libri e le parole. Michela Murgia lascia rapporti saldi e lascia un solco.

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Pronto soccorso lombardi, i privati lucrano pure sulle emergenze

Privatizzare tutto ciò che è monetizzabile, quindi anche l’emergenza. La Lombardia avanguardia delle disuguaglianze e della sanità privata continua a stupire. A fine maggio a Brescia aveva debuttato il primo pronto soccorso privato d’Italia.

Il messaggio pubblicitario sul loro sito dice tutto: “Il nostro ambulatorio di medicina d’urgenza e primo soccorso nasce in risposta a tutti coloro che necessitano di una risposta rapida, ma non possono o non desiderano aspettare ore in pronto soccorso ospedaliero”. BesciaMed non nasconde la volontà di mettersi in competizione con la sanità pubblica.

Pronto soccorso, i medici a cottimo

Nella Lombardia da bere il disservizio del pubblico è il miglior socio della sanità privata, fin dai tempi dell’ex presidente Roberto Formigoni. È stato lo stesso assessore al welfare regionale, Guido Bertolaso, a dare i numeri della privatizzazione: 18.735 turni appaltati a camici bianchi a gettone solo nei quattro tipi di reparti dove il fenomeno è più diffuso (ma è presente in tutti).

E per il 2023 le previsioni sono ben peggiori: 1.524 turni nei reparti di anestesia, 2.272 nei pronto soccorso, 1.076 nelle medicine penitenziarie, 11.863 nei reparti di psichiatria saranno assegnati con i medici pagati a cottimo.

A Milano c’è invece Codice Verde, inaugurato dieci anni fa e rivolto a tutte quelle situazioni di minor urgenza che in una sanità pubblica funzionante dovrebbero essere trattate dal medico di base o da uno specialista, al di fuori del contesto ospedaliero. “Il primo soccorso senza attesa”, si legge sul loro sito.

Provincia che vai…

Al Policlinico di Zingonia, Bergamo, stessa storia: con 149 euro non si fa la fila al Pronto Soccorso. Si viene invece assistiti subito. Anche se si ha un codice bianco o verde. L’azienda è il gruppo San Donato, leader incontrastato della sanità privata lombarda, che descrive così il servizio: “L’ambulatorio ad accesso diretto di Policlinico San Marco rappresenta un nuovo servizio, offerto in regime di solvenza, per sottoporsi a visite mediche e ad eventuali esami diagnostici senza bisogno di prenotare.

In caso di necessità di prestazioni sanitarie che non hanno carattere di urgenza (come medicazioni di tagli o ferite, riscontro medico dopo un trauma di lieve-media entità, distorsione, rottura di un dente, cistite etc etc.), il paziente può recarsi presso l’ambulatorio per ricevere l’assistenza dei seguenti specialisti: Ortopedico; Chirurgo polispecialistico; Odontoiatra; Urologo”.

Pronto soccorso dei ricchi e dei poveri

Il responsabile Politiche della salute della Cgil nazionale, Cristiano Zagatti, già qualche settimana fa aveva avvertito: “Non basta l’insegna ‘Pronto Soccorso’ a garantire risposte adeguate, si pensi alle vere emergenze mascherate da una blanda sintomatologia dove ogni minuto può fare la differenza. Ecco perché ogni Pronto Soccorso dovrebbe necessariamente trovarsi in strutture adeguate per garantire la tutela delle persone e, aggiungo, del personale sanitario”, disse a proposito del pronto soccorso privato bresciano.

Così mentre la povertà rimane abbandonata a se stessa e mentre gli ospedali scontano le mancanze di personale per affrontare il periodo estivo l’articolo 32 della Costituzione italiana appassisce di settimana in settimana, fingendo di non sapere che il privato segue il profitto e non la cura.

Intanto cova il drammatico sospetto che anche nei Pronto Soccorso privati la Lombardia diventi l’avamposto di una pratica che presto coprirà l’intero territorio italiano. Che si ammalino i poveri, senza intralciare i ricchi. Con tutti i razzismi rigogliosi quello sanitario sarà una passeggiata.

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Colpirne uno per educarne cento. Pioggia di querele da Giorgia & Co

Giorno nuovo, nuova querela. Dalle parti del governo mentre promettono di difenderci da un’inesistente sostituzione etnica continuano a usare l’intimidazione giudiziaria per completare la loro sostituzione etica. Arianna Meloni, sorella della presidente del Consiglio e incidentalmente moglie del ministro all’Agricoltura Francesco Lollobrigida, ha querelato l’ormai celebre vignetta del vignettista del Fatto Quotidiano Mario Natangelo che trattava della “sostituzione etnica” evocata dal marito e derisa dai giornali di mezzo mondo.

Su quella vignetta, dopo gli strepiti della maggioranza, era già stato aperto un procedimento disciplinare dall’Ordine dei giornalisti che aveva archiviato il tutto riconoscendo il diritto di satira. Ma la sorella di Giorgia Meloni non ci sta e ora si rivolge alla magistratura. Il finale è già scritto, sarà archiviazione. Ciò che conta in fondo è solo l’intimidazione giudiziaria, il provare a punirne uno per zittirne cento che la prossima volta ci penseranno due volte prima di esercitare il loro doveroso senso di critica. Le querele da parte del governo però stanno oggettivamente scappando di mano.

Dalle parti del governo mentre promettono di difenderci da un’inesistente sostituzione etnica continuano a usare le querele per completare la loro sostituzione etica

Tre giorni fa il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso ha querelato per l’ennesima volta la trasmissione Report intravedendo “testimonianze manipolate” e “una chiara volontà diffamatoria”. Non contento il ministro si è rivolto anche all’Ordine dei giornalisti “affinché proceda nei confronti del sig. Ranucci per la clamorosa e perdurante violazione della deontologia professionale”. Sigfrido Ranucci risponde chiarendo di avere “invitato più volte” il ministro che lamenta di non essere stato interpellato. Intanto la querela è lì, perché suocera intenda.

Roberto Saviano di querele ne ha prese addirittura due, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro Matteo Salvini. La prima ha chiarito di averlo querelato “non da presidente del Consiglio, ma da presidente dell’unico partito di opposizione”. “Io non politicizzo, lui sta cercando di farlo”, ha spiegato a dicembre dell’anno scorso la presidente del Consiglio. Una persona a capo del governo che accusa uno scrittore di “politicizzare” una sua querela è roba da commedia all’italiana.

Tra Salvini e Saviano è invece in corso un processo che dura ormai da 5 anni. Un ministro che querela uno scrittore è già deprimente, un ministro che non si è mai fatto vedere nel processo che lui stesso ha intentato è disgustoso. Piccola postilla: Saviano continua a definire Salvini “ministro della mala vita” e Salvini qualche giorno fa ha annunciato di avere depositato un’altra querela. E via. A settembre dell’anno scorso Giorgia Meloni ha querelato la giornalista Rula Jebreal che aveva scritto “il padre di Meloni è un noto criminale colpevole di traffico di droga che è stato detenuto in carcere”.

L’ultimo della lista è il vignettista del Fatto Natangelo. Citato in giudizio dalla sorella della premier

La notizia era sui media di tutto il mondo e non è mai stata smentita. Meloni ha mirato una giornalista per parlare a tutti. A proposito di giornalismo: Meloni ha querelato anche il quotidiano Domani. “Da cittadino, giornalista e politico, non da premier”. Ancora: tra i querelati da Giorgia Meloni c’è anche il filologo Luciano Canfora per un intervento in un Liceo a Bari. Nelle scorse ore tra le grinfie giudiziarie della premier è finito anche il cantante della band britannica Placebo.

Ci siamo ovviamente anche noi, de La Notizia. La colpa Un titolo, “Fratelli d’Italia e di ‘Ndrangheta”, dopo la condanna per mafia (20 anni) al consigliere comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso. L’Italia ha conquistato il primato in Europa per le querele scagliate da componenti del governo contro scrittori, autori, cronisti, disegnatori. Anche in questo assomigliamo sempre di più all’Ungheria e alla Polonia.

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Perché usare la parola populismo a caso dovrebbe essere reato universale – Lettera43

Magari a settembre, nel mese in cui è stato rimandato tutto il rimandabile, si potrebbe anche fare una legge che dichiari reato universale utilizzare la parola “populismo” ad mentulam canis per condonare mostruosi errori di comunicazione che pretendono di travestirsi da serietà e competenza.

Perché sventolare la busta paga da parlamentare come ha fatto Fassino è quantomeno inopportuno

Si potrebbe cominciare, per esempio, spiegando a Piero Fassino che sventolare la busta paga da parlamentare in un Paese con tre milioni e mezzo di lavoratori che con il loro stipendio non riescono a galleggiare sopra la soglia di povertà è stupido per una lunga serie di motivi. È stupido perché è inopportuno e la politica ha l’obbligo morale di aver contezza della realtà fuori dal Palazzo quando decide le priorità a cui dedicarsi e i modi con cui parlare. È stupido perché è un regalo agli avversari politici e in qualsiasi altro mestiere se qualcuno favorisce un concorrente viene considerato un fesso. È stupido farlo mentre in Emilia-Romagna si aspettano i primi spicci, mentre i percettori del Reddito di cittadinanza aspettano indicazioni, mentre alcune famiglie hanno a che fare con figli diventati orfani per decreto, mentre malati aspettano mesi per avere una diagnosi, mentre i siciliani lottano con il fuoco per non perdere tutto, mentre i milanesi ancora stano raccogliendo gli alberi, mentre il costo della benzina sale senza spiegazione. Chi ce l’ha con Fassino non è un populista. Troppo facile. Chi legittimamente contesta l’uscita di Fassino sta esercitando il suo diritto di sottolineare l’inopportunità.

Renzi dovrebbe capire che la parola ‘populista’ non può essere la risposta a tutto

Si potrebbe spiegare, per esempio, a Matteo Renzi che la parola populisti non può essere la risposta a tutto. Se il suo ex amico Carlo Calenda fa notare come sia inopportuno (appunto) bighellonare festaioli nel locale della ministra a cui si chiedeva un passo indietro pur non votando la mozione di sfiducia non è populista. Esprime una legittima opinione che tra l’altro appartiene a una buona fetta del Paese. Almeno che essere popolari non significhi essere populisti. “Populisti” ormai è l’offesa pronta per ogni occasione quando ci si vuole iscrivere alla categoria dei competenti. Hai dubbi sulla gestione del conflitto dopo l’aggressione russa in Ucraina? Sei populista. Sei contrario a investire nelle centrali nucleari per motivi economici, di sicurezza o semplicemente perché non c’è abbastanza tempo a disposizione? Sei populista. Pretendi che il Parlamento non si prenda un mese di ferie in un momento cruciale per la stabilità sociale? Vergognati, populista.

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Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Populisti di sinistra e di destra: l’impossibilità di una definizione condivisa

Il populismo viene applicato dappertutto, a destra e a sinistra. Sono populisti partiti di sinistra come il greco Syriza e lo spagnolo Podemos, e di destra come il britannico Ukip e il tedesco Alternative für Deutschland. Mattia Zulianello, professore all’Università di Trieste che studia i populismi da anni, spiega che esistono populismi per tutti: il populismo neo-liberale, il social-populismo, la destra radicale populista. Un definizione condivisa è impossibile da trovare. Quando qualche studioso scrive di populismo la sua definizione piace a quelli che non si intendono riconoscibili e dispiace agli altri. Cas Mudde, politologo olandese e docente all’Università della Georgia, ha dato al populismo la definizione più condivisa tra i suoi colleghi. Secondo il professore, il populismo è una ideologia dal centro sottile che considera la società divisa in due gruppi: un popolo virtuoso e le élite corrotte; il popolo insegue la volontà generale e la politica deve essere espressione di questa volontà. Spiega Mves Meny, studioso francese e docente universitario di scienze politiche, che la guida politica «tendenzialmente chiamata portavoce, è un elemento caratterizzante dei movimenti populisti moderni. Sebbene infatti un’entità politica possa rientrare nell’alveo populista, oggi tutti i maggiori attori politici populisti dipendono dal leader». Secondo il docente francese «il discorso pubblico spesso viene indirizzato verso la drammatizzazione della realtà, verso l’esasperazione dei problemi a tal punto che emerge il bisogno di affidarsi al leader, considerato come salvatore o riformatore della politica, poco avvezzo ai compromessi. Intransigente e in grado di tradurre il linguaggio del politichese, perché le persone per bene non hanno tempo di seguire la politica di palazzo» e «il leader spesso abusa della violenza verbale per denunciare e esasperare i problemi delle istituzioni». Diego Ceccobelli, ricercatore in Comunicazione Politica presso la Scuola Normale Superiore, in un suo articolo per Valigia Blu scrive: «Prescindere dalle differenze tra l’uso quotidiano nel dibattito pubblico di populismo e la sua concettualizzazione dominante (sebbene con non poche critiche) in ambito accademico, appare evidente come più che permettere una migliore e profonda comprensione dei fenomeni politici, l’utilizzo concreto di questo termine stia nei fatti contribuendo a creare una confusione sempre più controproducente». Dare del populista a qualcuno è molto populista, quindi. Dare del populista a chi sottolinea un atteggiamento molto impopolare è populista. Quindi, per favore, smettetela.

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Negazionisti in cattedra ma senza titoli

Tra i capisaldi della stampa e della politica che si arrabattano per negare il cambiamento climatico c’è la fondazione Clintel (Climate intelligence foundation), fondata nel 2019 da un ingegnere olandese, Guus Berkhout (nella foto), che ha passato tutta la vita nell’industria petrolifera e da tale Marcel Crok che si definisce un “giornalista scientifico”.

Qualche giorno fa hanno lanciato la “World climate declaration” che è stata subito adottata dai peggiori negazionisti anche nel nostro Paese. Il motto del documento dice tutto: “There is no climate emergency”. Va tutto bene, insomma. Secondo gli “esperti” della fondazione Clintel il riscaldamento globale è molto più lento del previsto” e “non ha aumentato i disastri naturali“, pertanto “non vi è alcun motivo per creare panico e allarme“.

Benissimo, verrebbe da pensare. Quindi alcuno che ha studiato e ne sa più di noi ci offrirà le prove che servono per avere fiducia. Tra i 26 “ambassadors” della World climate declaration c’è un avvocato, un filosofo, un professore di scienze dell’agricoltura, un politico e industriale tedesco e il terzo visconte Monckton di Brenchley.

Tra i firmatari italiani ci sono un “fotografo e lettore di studi sul clima”, un “agronomo“, un “pensionato”, un “dottore commercialista“, un “architetto urbanista“, un “generale di divisione aerea”, un “docente in pensione” e il fondatore del gruppo Facebook “Falsi allarmismi sul riscaldamento globale”. Gli estensori della petizioni dicono che dei firmatari “più che i loro titoli” valutano “l’impegno”. Allora sì che possiamo dormire tranquilli.

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