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Ecco il nuovo corso dell’Antimafia targata Colosimo

Parla Chiara Colosimo. La presidente della Commissione Antimafia, meloniana di ferro assai legata a Giorgia e Arianna Meloni (e quindi a Francesco Lollobrigida) ha rilasciato una lunga intervista a Il Foglio per illustrare le linee guida della Commissione che presiede.

La presidente dell’Antimafia, Chiara Colosimo, ha illustrato in un’intervista le linee guida della Commissione che presiede

Come previsto la presidente dell’Antimafia inizia la sua chiacchierata dicendo che le “fa paura, anzi vomitare chi usa questi metodi contro gli avversari politici” riferendosi all’indagine di Perugia sul finanziere che all’interno della Direzione nazionale antimafia spiava i dossier sui politici e sui vip. Questa sarebbe già una notizia: quindi Colosimo ha informazioni che le suggeriscono che la regia degli accessi illeciti fosse politica E nel caso: essendo stati spiati il suo compagno di partito e ministro della Difesa, Guido Crosetto, il leader di Italia Viva Matteo

Renzi e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte quale forza politica potrebbe essere interessata a combattere questi tre? E soprattutto: che partito odia Totti così tanto da mettere gli occhi nel suo conto corrente?

Dopo l’inizio esplosivo Colosimo promette come prima novità la cancellazione delle decisioni precedenti. “Basta liste di proscrizione: finisce l’antimafia show. Basta gogna. II tempo delle liste di proscrizione degli impresentabili è terminato. Proporrò di cambiare il codice di autoregolamentazione del mio predecessore Nicola Morra affinchè entri in vigore prima delle elezioni europee e delle comunali del 2024. Saremo più severi sui reati di mafia e contro la Pubblica amministrazione. Ma niente lettere scarlatte sui reati di opinione: quella non è mafia”, dice Colosimo.

Che dalle parti di Fratelli d’Italia si considerino “reati d’opinione” anche la legge Mancino che si occupa di incitamento all’odio, alla violenza, di discriminazione e per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali non sembra un problema: “Presiedo l’Antimafia, non la commissione bravi ragazzi: sono scelte che spettano ai partiti, quelle di non mettere persone discutibili”, dice Colosimo. Tesi facile da smontare: essere fascisti in questo Paese non è il vezzo di un “cattivo ragazzo” ma è – ancora, per fortuna – vietato dalla Costituzione, prima che dalla legge.

A difendere le liste degli “impresentabili è Walter Verini, capogruppo Pd in Commissione Antimafia. Che spiega come “sono liste – quasi sempre – di candidati che hanno carichi pendenti o condanne per gravi e gravissimi reati, che in ogni caso forze politiche serie non dovrebbero candidare”. “Nella riforma di questo sistema che il Pd ha proposto – continua Verini – non possono essere cancellati – come la stessa Colosimo ipotizza – gravissimi reati come quelli che riguardano l’odio razziale, l’antisemitismo, la legge Mancino, spesso legati tra l’altro all’estremismo nero collegato alla criminalità organizzata. Così come quelli legati alla diffamazione, che spesso nascondono querele temerarie e intimidatorie da parte di potentati criminali e affaristici”.

La presidente FdI vuole riaprire pure le indagini su Via D’Amelio. M5S e Pd pronti alle barricate

Colosimo nella sua intervista annuncia anche di voler aprire “un filone investigativo sulle verità storiche delle stragi di mafia, partendo da quella di via D’Amelio”. “Senza sostituirsi alla politica”, precisa la presidente dell’Antimafia che però subito dopo specifica di non credere “per formazione politica” (?) alla trattativa Sato-mafia. Un capolavoro. La verità su via D’Amelio “è quello che da prima che si costituisse la commissione chiede il Movimento 5 Stelle, ma con un approccio molto diverso”, scrivono in una nota i rappresentanti del Movimento 5 Stelle nella commissione parlamentare Antimafia: “In base alle sue parole, Colosimo sembra volersi concentrare solo sull’uccisione di Paolo Borsellino e, non a caso, definisce ‘di mafia’ le stragi. Invece gli attentati del ‘92 in Sicilia e quelli continentali del ‘93 devono essere analizzati in modo unitario, hanno un’unica matrice terroristica eversiva, – scrivono i parlamentari del M5S -. Cosa Nostra non ha agito da sola. È proprio su questo aspetto che si deve indagare: ci sono elementi investigativi consolidati che mostrano come si concretizzò un progetto di destabilizzazione politica e istituzionale con un ruolo di primo piano dei servizi segreti deviati, della destra eversiva e della massoneria. In quel disegno la mafia era solo un tassello, convergente per interessi e deputata all’esecuzione materiale”.

Per i grillini “se invece in Commissione Antimafia si vogliono accreditare tesi interessate già smentite dalle indagini della magistratura o rivelatesi depistaggi, al pari della fasulla pista palestinese che altri esponenti di FdI vogliono ancora mettere in mezzo per la Strage di Bologna, per noi è inaccettabile e lo denunceremo in ogni sede. Quelle tesi le conosciamo bene, hanno dietro suggeritori interessati e non fanno altro che rialzare il polverone che tiene lontani dalla verità: escludono il coinvolgimento nella strage di via D’Amelio di apparati statali e riducono tutto a interessi economici su cui si sarebbero ritrovati Cosa Nostra e alcuni imprenditori. Questo non è quello che dicono i riscontri emersi in anni di lavoro della magistratura, in cui alla fatica delle indagini si sono aggiunti i mille ostacoli dei depistaggi”. Basta con l’antimafia show, dice la presidente della Commissione Colosimo. A noi sembra che lo show sia appena iniziato.

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A Bergamo FdI vuole celebrare il fascista Locatelli

Non va proprio giù a Fratelli d’Italia che il Comune di Bergamo non riconosca il valore storico e culturale di Antonio Locatelli, podestà fascista che per i consiglieri meloniani Ida Tentorio e Filippo Bianchi sarebbe “un aviatore, politico, amministratore e militare italiano che si fece conoscere in tutto il mondo, unico ad essere stato insignito per tre volte della medaglia d’oro al Valor Militare”.

Non va proprio giù a FdI che il Comune di Bergamo non riconosca il valore storico e culturale del podestà fascista Antonio Locatelli

Per Fratelli d’Italia Locatelli avrebbe dovuto addirittura essere uno dei protagonisti dell’anno in cui Bergamo è capitale della cultura. In occasione dell’anniversario della sua morte, lo scorso 27 giugno, i ragazzi di Gioventù Nazionale avevano lamentato la mancanza di eventi a lui dedicati.Tra le altre cose si chiedeva alla Giunta di includere degli approfondimenti storici sulla sua figura nel palinsesto della Capitale.

Così è toccato all’assessora alla Cultura Nadia Ghisalberti ricordare che Locatelli “ha sì combattuto ed è stato decorato nella Grande Guerra, ma che poi è diventato altro, simbolo di un fascismo che la nostra Costituzione ha per sempre rigettato”.

Nelle lettere alla madre il mito dei meloniani definiva “divertimento unico” sganciare bombe sugli etiopi

A tal proposito l’Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea a novembre dell’anno scorso ha proposto stralci di lettere inviate dall’aviatore alla madre durante la guerra d’Etiopia, che mostrerebbero un’assenza di empatia nei confronti della popolazione locale colpita dai bombardamenti. Sganciare bombe sui civili per l’aviatore fascista era “un divertimento unico”. Evidentemente per il partito di Giorgia Meloni è un esempio di cui andare fieri.

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Dossieraggi, l’inchiesta sulla Direzione nazionale antimafia si allarga

La Procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone (nella foto) ha aperto un’indagine su presunti dossieraggi abusivi all’interno della Direzione nazionale antimafia. L’indagine è partita da un denuncia del ministro alla Difesa Guido Crosetto ma già nel 2020 sui quotidiani erano apparse notizie sospette di Sos, le Segnalazioni di operazioni sospette, i alcuni politici di primo livello tra cui Giuseppe Conte, Matteo Renzi, Rocco Casalino e Francesco Totti. Le Sos sono le transazioni anomale che le banche e gli operatori finanziari hanno il dovere di comunicare alla Unità di informazione finanziaria (Uif) di Banca d’Italia per approfondimenti, vengono trasmesse per legge sia alla Dna sia al Nucleo Valutario della Guardia di Finanza. Come erano arrivate ai giornali?

L’inchiesta sui dossieraggi alla Dna si allarga. Nel mirino degli accessi abusivi del finanziere indagato oltre Crosetto, anche Renzi, Conte e molti altri

Il caso esplode quando Crosetto, ministro della Difesa, presenta una querela alla procura di Roma. “A seguito della pubblicazione di miei dati personali e non pubblici, accessibili solo da parte di persone autorizzate, ho deciso di sporgere una querela alla procura di Roma per capire come fossero stati recuperati”, scrive Crosetto, in riferimento a un articolo del quotidiano Domani in cui si svela che il neo-ministro tra il 2018 e il 2021 ha percepito quasi due milioni di compensi da Leonardo, la società parastatale che si occupa di armamenti, grazie alla sua attività di consulente o intermediario attraverso le aziende di cui faceva parte prima di entrare al governo.

La pm Antonia Giammaria scopre che nei giorni precedenti alla pubblicazione degli articoli su Crosetto, un finanziere in servizio alla Dna aveva effettuato ricerche proprio sul ministro. Scattano le perquisizioni, il militare viene sentito dai magistrati e nega irregolarità, ammettendo di aver effettuato ricerche sul ministro ma sottolineando anche che le interrogazioni al sistema venivano effettuate abitualmente dal suo ufficio per motivi di servizio, all’epoca coordinato dal sostituto procuratore nazionale Antonio Laudati.

Cantone parla di indagine estesa Tutto è partito da una denuncia del ministro della Difesa Crosetto

Considerato il possibile coinvolgimento, pure come parti lese, di magistrati in servizio all’Antimafia e dunque a Roma, l’indagine è stata trasmessa da piazzale Clodio a Perugia, procura competente per le toghe capitoline. L’ufficio inquirente guidato da Cantone ha ricostruito i percorsi di trasmissione delle Sos, finite appunto al Valutario, alla Dna, alla Direzione investigativa antimafia e in alcuni casi anche ai Servizi. Nel frattempo il finanziere sotto inchiesta è stato trasferito in Abruzzo mentre in via Giulia il procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo ha già modificato le procedure: alla guida del Servizio segnalazioni di operazioni sospette adesso ci sono ben tre magistrati.

Mentre resta da capire chi sia il “mandante” delle eventuali ricerca illecite del maresciallo della Guardia di Finanza l’indagine dimostra chiaramente una cosa: la magistratura funziona e le leggi per difendere i cittadini (politici e non) dal dossieraggio funzionano. Una risposta chiara a chi presumibilmente tenterà di sventolare questa vicenda come ennesimo caso di “malagiustizia”, magari per alimentare la retorica del “siamo tutti ascoltati”. Un probabile servitore infedele dello Stato è stato allontanato ed è indagato, com’è normale che sia. Ora resta da vedere di chi fosse la “manina” dietro queste ricerche, a quale livello appartenga e a che interessi rispondesse. E questa forse è la parte più interessante della storia.

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Il “pull factor” non esiste. E adesso?

Il titolo dice tutto: “la ricerca nella rotta del Mediterraneo centrale non favorisce la migrazione”. In parole povere: il “pull factor non esiste”. Non è vero che la presenza di navi nel Mediterraneo induce i migranti a partire. Quindi non è vero il 90% della propaganda della destra di governo e dei per niente esperti che hanno scritto quintali di parole inutili in questi anni.

A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Scientific Report, una delle prime cinque riviste più citate al mondo. La ricerca osserva come ne “le missioni di ricerca e soccorso non hanno prodotto una differenza discernibile tra il numero contro fattuale osservato e quello previsto di tentativi di attraversamento”. Lo studio dimostra come “il numero di attraversamenti di frontiera sembra essere guidato da alcuni cambiamenti nell’intensità dei conflitti, nei prezzi dei prodotti di base e delle materie prime e dei disastri naturali, nonché dalle condizioni meteorologiche, dagli scambi valutari e dal traffico aereo tra Nord Africa e Medio Oriente e l’Unione Europea”.

I ricercatori rilevano anche come la diminuzione delle partenze coincida “con le segnalazioni di un deterioramento della situazione dei diritti umani dei potenziali migranti in Libia, durante le intercettazioni e i rimpatri, nonché nei centri di detenzione”. L’unico modo funzionante per non permettere alle persone di sperare in una vita migliore è violentarli, schiavizzarli e talvolta ucciderli.

Ora che è certificato come le teorie di certa destra siano antiscientifiche oltre che razziste la questione è lapalissiana: chi è disposto a scavalcare i più elementari diritti umani per ottenere un beneficio politico? Perché è questo, nient’altro che questo.

Buon venerdì.

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Un governo rimandato a settembre

Quelli che erano pronti ieri hanno deciso ancora una volta di non decidere. La discussione sul Salario minimo si farà a settembre, molto più probabilmente a ottobre alla faccia di tre milioni e mezzo di lavoratori poveri che si sommano a quelli che il lavoro nemmeno ce l’hanno.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei giorni scorsi ha proposto un “dialogo” con le opposizioni. Del resto essere dialogante è da sempre la sua qualità universalmente riconosciuta. Per costruire il dialogo hanno pensato bene nel frattempo di proporre un emendamento che avrebbe mandato tutto all’aria. Sono fatti così dalle parti del governo, considerano le martellate una normale dialettica politica.

A settembre quindi a Giorgia Meloni, che vorrebbe apparire decisionista, tocca sbrogliare il nodo sul Fondo salva-Stati, altro tema su cui si è votato per votare dopo le vacanze. Intanto l’Italia è già l’unico Paese in Ue a non avere dato il via libera. Sul tavolo c’è anche il Mes, che comunque vada sarà un successo: che passi o no qualcuno nella maggioranza avrà detto una bugia. Un capolavoro.

Poi ci sarà anche la riforma sulla Giustizia, su cui Lega e FdI se le danno di santa ragione. E il decreto Calderoli sull’Autonomia differenziata, che Salvini vuole come scalpo da offrire agli elettori per le elezioni europee. Per ora l’unica grande “riforma” del governo è avere aumentato la povertà. Però a settembre potrebbero provare a convincerci che ormai “se ne parla dopo Natale, all’anno nuovo”. Finché dura. Buone vacanze, intanto.

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Transizione ecologica al palo. Ma Pichetto Fratin si lamenta se lo chiamano negazionista

Si sono asciugate le lacrime del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Ieri in audizione alla Commissione Ambiente alla Camera il ministro se la prende con chi sta facendo notare la ritrosia al limite del negazionismo della compagine di governo. Secondo il ministro “il governo è stato accusato ripetutamente in queste settimane di ‘negazionismo climatico’. C’è stato anche chi ha ipotizzato l’introduzione di una nuova fattispecie criminale: il reato di ‘negazionismo’ – dice Pichetto Fratin – Ed è stata anche la settimana in cui è venuta agli onori delle cronache una nuova patologia psicologica: la ‘ecoansia’. Una narrazione – scandisce il ministro – priva però di alcun aggancio con i fatti, con le azioni concrete, con i comportamenti che sin dal suo insediamento ha messo in atto, a partire dalla Cop di Sharm el-Sheikh dove la premier Giorgia Meloni, da poco insediata, ha ribadito solennemente che l’Italia avrebbe tenuto fede a tutti gli impegni sul clima assunti a livello internazionale”.

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin piange con gli attivisti climatici. E poi si trasforma in petroliere con Eni

Subito dopo però è lo stesso ministro a chiarire che di non essere disposto a subire direttive e regolamenti che penalizzano l’Italia senza giovare all’ambiente, anzi in alcuni casi danneggiandolo e promette di difendere gli interessi nazionali, come fanno del resto a Bruxelles i rappresentanti di tutti i paesi della comunità. Insomma, il ministro afferma che faranno tutto il possibile per accelerare la transizione ecologica ma chiarisce di volerlo fare come piace a loro. Peccato che “loro” siano gli stessi che da più parti mettano in dubbio la responsabilità dell’uomo.

Tant’è che poche ore dopo nell’incontro tra il presidente della Fiaip, Gian Battista Baccarini, e il ministro si contesta l’attuale impostazione della direttiva energetica europea immobiliare che ad oggi, secondo la Fiap “prevede vincoli eccessivamente stringenti, tali da non consentirne l’applicabilità nel nostro Paese, vanificando gli obiettivi green e, soprattutto, tali da determinare un’inevitabile svalutazione del nostro patrimonio immobiliare a danno dei cittadini e dell’intera economia”. Per il Movimento 5 Stelle “il ministro Pichetto Fratin continua col suo piano di adattamento alle platee di fronte a cui deve parlare. Dopo essersi commosso dinanzi a dei giovani ambientalisti, dinanzi al Parlamento torna ai suoi soliti ‘slalom’ concettuali. Nicchia sulle ‘auto green’, fa il prestigiatore sui fondi del Pnrr destinati alla transizione ecologica, svia sul ciclo dei rifiuti, fa spallucce sulle rinnovabili e sull’efficientamento energetico degli edifici, non sa/non risponde sul Pniec.

Per il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli, Pichetto Fratin è “lo Zelig della politica italiana. Quando sta con gli attivisti climatici si commuove con loro, quando sta con Eni diventa petroliere e oggi ci ha raccontato che il governo Meloni è ambientalista. – dice Bonelli -. Peccato però che i fatti smentiscano le sue parole: Il Piano Clima (Pniec) non rispetta gli obiettivi climatici, trasformerà l’Italia in un Hub del gas e non raggiunge gli obiettivi sulla riduzione della Co2 della Ue. Quanto al piano di adattamento climatico, in realtà non è stato approvato ed è ancora fermo al ministero Ambiente”.

La realtà intanto bussa alla porta. Il pianeta Terra ha già esaurito il budget annuale di risorse naturali

La realtà intanto bussa alla porta. Ieri è stato l’Earth Overshoot Day 2023, il Giorno del Sovrasfruttamento della Terra calcolato ogni anno dal Global Footprint Network utilizzando i dati dei National Footprint e Biocapacity Accounts, che indica l’esaurimento ufficiale delle risorse rinnovabili che il Pianeta è in grado di offrire nell’arco di un anno. Ieri l’umanità ha già “finito” tutte le risorse che la Natura produce in un intero anno e inizia ad andare a debito. L’umanità, con i suoi oltre 8 miliardi di abitanti, consuma in quantità eccessive, oltre le capacità di rigenerazione (e riassorbimento) naturali del Pianeta.

Nel 1973 l’Overshoot day cadeva il 3 dicembre: sforavamo di pochi giorni il nostro budget annuale. Nel 2003, il 12 settembre, nel 2013 il 3 agosto. La data è sempre andata anticipandosi e il nostro il nostro debito ecologico è cresciuto. Secondo il WWF la giornata arriva in un’estate di fuoco, “dove le conseguenze della crisi climatica stanno flagellando sempre di più il nostro Pianeta, dal Nord America al Mediterraneo”. Il persistente superamento porta a effetti sempre più evidenti, tra cui ondate di calore, incendi boschivi, siccità e inondazioni.

Secondo l’ultima analisi del World Weather Attribution, infatti, le ondate di calore che nelle ultime settimane hanno attraversato l’Europa e gli Stati Uniti sarebbero state “virtualmente impossibili” senza il cambiamento climatico generato dall’uomo e se il mondo non smetterà rapidamente di bruciare combustibili fossili, di deforestare, questi eventi diventeranno ancora più comuni e il mondo sperimenterà ondate di calore ancora più calde e di lunga durata. A livello globale stiamo consumando l’equivalente di 1,7 Pianeti all’anno, cifra inquietante che dovrebbe salire fino a due pianeti entro il 2030, in base alle tendenze attuali.

Secondo il Wwf esistono molte soluzioni che possono essere adottate a livello di comunità o individualmente per avere un impatto significativo sul tipo di futuro in cui investiamo: per esempio se usassimo energia proveniente per 75% da fonti rinnovabili potremmo spostare l’Overshhot day di 26 giorni; dimezzare lo spreco alimentare farebbe guadagnare 13 giorni. Bisogna solo convincere il ministro Gilberto Pichetto Fratin.

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Strage nera di Bologna. Meloni se la batte e diserta le celebrazioni

Niente, non ce la fanno. Nemmeno nel giorno della commemorazione, nella punta del dolore e del ricordo per l’orrenda strage alla stazione di Bologna del 2 agosto di 43 anni fa, Giorgia Meloni e i suoi non riescono a chiamarla strage neofascista. Alla presidente del Consiglio tutto ciò che ha a che vedere con il fascismo rimane bloccato in gola, anche se si tratta di atti vili e orrendi che hanno colpito persone innocenti. Meloni decide di non presenziare alla commemorazione bolognese. Un’assenza che si aggiunge a quella nel giorno della commemorazione della morte del magistrato Paolo Borsellino e al mancato omaggio alle vittime della strage di Cutro. La “presidente del popolo” ogni volta che annusa il rischio di stare in mezzo al popolo preferisce ripiegare su altri impegni.

Meloni in fuga come per Borsellino. Pur di non citare la matrice neofascista il premier diserta le commemorazioni per la strage di Bologna

Nella nota di Palazzo Chigi la presidente parla genericamente di “terrorismo”, come se non ci fossero sentenza definitive che a quel terrorismo hanno dato un nome, un cognome e una chiara matrice politica: “Giungere alla verità sulle stragi che hanno segnato l’Italia nel Dopoguerra passa anche dal mettere a disposizione della ricerca storica il più ampio patrimonio documentale e informativo”, scrive Giorgia Meloni. Il primo passo forse sarebbe farsi carico delle verità già accertate. Sarebbe un buon inizio.

Così ieri è risultato perfino più lucido il presidente del Senato Ignazio La Russa che nell’Aula di Palazzo Madama ha ricordato la “definitiva verità giudiziaria che ha attribuito alla matrice neofascista la responsabilità di questa strage”. Il collega della Camera Lorenzo Fontana ha dichiarato: “Quella strage, che sentenze definitive hanno stabilito essere stata di matrice neofascista, rappresenta una delle pagine più buie e dolorose della nostra storia repubblicana”. Anche il suo Guardasigilli, il ministro Carlo Nordio, ha riconosciuto come “in sede giudiziaria è stata accertata la matrice neofascista della strage“, trovando la forza di pronunciare la parola “proibita”.

Molto meloniano è stato invece il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, spedito a Bologna per supplire all’assenza della presidente del Consiglio. Piantedosi durante la cerimonia di commemorazione vagheggia di un “attentato terroristico” dimenticandosene il colore. Come se gli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini (condannati in via definitiva) non fossero accomunati da un filo nero.

Perfino La Russa e Nordio hanno fatto meglio della premier. Mentre il Colle ricorda le responsabilità dei Nar sulla bomba

A frenare l’irresistibile voglia di revisionismo dalle parti del governo è stato il Capo dello Stato Sergio Mattarella che per fortuna le parole le sa usare tutte: “La matrice neofascista è stata accertata nei processi e sono venute alla luce coperture e ignobili depistaggi, cui hanno partecipato associazioni segrete e agenti infedeli di apparati dello Stato”, dice il Presidente delle Repubblica. E aggiunge: “L’Italia ha saputo respingere gli eversori assassini, i loro complici, i cinici registi occulti che coltivavano il disegno di far crescere tensione e paura. È servita la mobilitazione dell’opinione pubblica. È servito l’impegno delle istituzioni”.

Contro ogni revisionismo, si è espressa l’Anpi. “La magistratura”, ha dichiarato il presidente Gianfranco Pagliarulo, “ha accertato le responsabilità dei neofascisti e l’intreccio di poteri occulti dietro quella strage. Eppure sono ancora in corso, in particolare da parte di dirigenti di Fratelli d’Italia, tentativi di negazionismo e più in generale manovre per riscrivere la storia del decennio delle stragi nere. Negli anni scorsi Giorgia Meloni ha più volte messo in discussione le verità accertate dalla magistratura. Oggi è presidente del Consiglio. La sua ambiguità non è più tollerabile”. L’altolà al revisionismo è arrivato anche da Pd, Avs e M5S.

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Dillo alla mamma, dillo all’avvocato

Fa molto ridere e fa molto preoccupare la querela che Giorgia Meloni ha deciso di presentare nei confronti di Brian Molko, cantante del gruppo britannico Placebo che l’11 luglio scorso dal palco dello Stupinigi Sonic Park a Nichelino (Torino) ha definito “fascista”, “razzista” e un altro paio di improperi la presidente del Consiglio.

Fa sorridere perché Meloni si racconta come maledettamente impegnata quando c’è da fare visita ai migranti morti (o ammazzati?) nel naufragio di Cutro e poi trova il tempo di occuparsi di un concerto, parlare con gli avvocati e firmare una querela. L’idea che non vi fossero altre priorità in un Paese che perde miliardi del Pnrr, che affoga nel cambiamento climatico, che ha la sanità pubblica in demolizione, che da due giorni a mezzo milioni di poveri in più smaschera l’ipocrisia della propaganda. Fa sorridere anche che “l’underdog” Meloni (come ama definirsi) cerchi la rivincita con una band internazionale da 13 milioni di dischi. Finisce sempre così, sognavano tutti di diventare delle rockstar.

Fa molto preoccupare invece che una presidente del Consiglio non sappia distinguere la politica dal mondo che le si muove intorno, credendo di essere “capa” a tutti gli effetti in tutti gli ambiti. Chiunque abbia un briciolo di rilevanza pubblica (perfino coloro che scrivono sul giornale della scuola) sanno benissimo che potrebbero pescare diffamazioni a piene mani dappertutto. L’aspra critica politica al limite della legge tra l’altro è un tratto caratteristico di gran parte dei fan di Giorgia Meloni e della brigata di destra che sta al governo. Ma fa molto preoccupare anche il fatto che Giorgia Meloni insista nell’entrare a piedi uniti nello spettacolo e nella cultura. Come scrive lo scrittore Francesco Pecoraro “Meloni sa che il primo dato strutturale del contemporaneo è la cultura. Se le riesce di sostituire i paradigmi correnti, tutto il resto, cioè la società fascista, verrà da sé. I suoi servi sono già pronti. Altri ne stanno già accorrendo”.

Buon giovedì.

In foto Brian Molko e i Placebo, foto di Alessandro Caniglia, fonte Wikipedia

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Cari politici tornate sulla Terra

Ieri la ministra al Lavoro Marina Calderone, che ultimamente era sparita dai radar rinchiusa in un insolito silenzio, ha spiegato alla Camera che non c’è “nessuna situazione di incertezza o di abbandono dei nuclei familiari e delle persone che percepivano il reddito di Cittadinanza”. Ha promesso che gli attivabili al lavoro avranno il beneficio Sfl (350 euro al mese) dal primo settembre con cui “nessuno verrà lasciato indietro”.

Improvvisamente sono scomparsi i “furbetti” e le è toccato parlare dei poveri. Immancabile l’attacco alle opposizioni: “sapevate che il Reddito di cittadinanza sarebbe stato eliminato”, dicono dal governo. La domanda andrebbe rivolta a loro: com’è possibile togliere una misura di lotta alla povertà senza organizzarsi per tempo?

Mentre i Servizi sociali sono presi d’assalto da gente che non sa come mangiare in Parlamento si è discusso del “decoro” della Camera confrontandosi su carpe e cravatte. Sul serio. Nella stessa seduta, mentre fuori sale la rabbia, il dem Fassino ci ha tenuto a specificare che gli stipendi dei parlamentari non sono “d’oro”. Secondo lui 4317 euro netti (dimenticandosi i benefit che lo fanno arrivare arrivare a 13mila) sono uno stipendio medio, evidentemente.

Nel frattempo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, muta sul resto, ha trovato il tempo di querelare il cantante del gruppo musicale britannico Placebo, Brian Molko, (13 milioni di dischi venduti) per averla offesa durante un concerto. Un consiglio non richiesto ai nostri politici: tornate velocemente sulla terra.

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Da Fratelli d’Italia revisionismo pure sulla mafia

Un episodio locale che indica un malessere nazionale. Mercoledì 26 luglio la consigliera comunale di Macerata di Fratelli d’Italia, Lorella Benedetti, ha voluto spiegare in aula il suo sostegno alla proposta del gruppo locale di Forza Italia di intitolare una via a Silvio Berlusconi. Tra i piedi aveva, inevitabilmente, i trascorsi del fedele braccio destro del Cav, Marcello Dell’Utri, e quella pesante condanna per mafia in via definitiva.

Così Benedetti si è lanciata in uno spericolato esercizio di revisionismo mafioso: “Berlusconi? Può aver avuto contatti con la mafia all’epoca in cui in Sicilia si facevano saltare i ripetitori Mediaset. La mafia voleva essere pagata per non farli saltare e forse avrà utilizzato Dell’Utri il quale, da buon siciliano, sapeva a chi rivolgersi per trattare. Se questo si considera reato allora sarebbero dovuti essere rinviati a giudizio un bel po’ di imprenditori italiani, perché tutti sanno che, per quieto vivere, si deve arrivare a compromessi per poter operare in Sicilia”.

Una consigliera comunale di Macerata assolve Dell’Utri. “In Sicilia rapporti di quieto vivere tra imprese e clan”

L’uscita è indicativa. C’è dentro la mafia come intoppo necessario per raggiungere le più alte posizioni imprenditoriali e di potere. È il “male necessario” di andreottiana memoria che prepotentemente ritorna. C’è un po’ di sano e ignorante razzismo secondo cui i “compromessi” con la mafia sono necessari nel Sud, perdendosi gli ultimi 15 anni di inchieste che hanno inchiodato il Nord italia “colonizzato” (secondo la Dia) dalla ‘Ndrangheta.

La consigliera si è scordata anche un po’ di storia locale, con affiliati alla ‘Ndrangheta in quattro provincie nella sua regione e una presenza mafiosa che risale almeno fino al 1991 con la morte di Antonio Domenico Cataldi, il primo vero boss della criminalità organizzata operante nel territorio marchigiano nei segmenti di mercato illegale più redditizi: droga, prostituzione nei locali notturni, rapine per autofinanziamento, bische e racket. Non è un caso isolato.

Il revisionismo degli ultimi 30 anni di mafia e di antimafia diventa ogni giorno di più il tratto distintivo di questo governo che riesce a fare poco più delle abituali commemorazioni di Borsellino e (molto meno) di Falcone. L’antimafia è finita sotto attacco con le lungaggini di insediamento di una Commissione parlamentare che è sembrata fin da subito un peso, con la meloniana Colosimo insediata tra le proteste dei familiari delle vittime in evidente ritardo.

Poi c’è stato l’attacco all’abuso d’ufficio (spesso reato spia di altri reati ben più gravi di criminalità organizzata) e al concorso esterno che per qualche giorno è diventato argomento di discussione generale come un Cosentino o un Dell’Utri non avrebbe mai potuto sperare nei loro sogni più ottimisti. Poi Salvini ha attaccato don Luigi Ciotti, simbolo dell’antimafia di questo Paese che da anni con Libera prova a stare sul tema.

L’ultimo colpo sono i trecento milioni del Pnrr destinati al riuso e alla valorizzazione dei beni confiscati che sono “spariti” dalla revisione del governo. La notizia è ancora più grave perché molti bandi di quei 300 milioni (che sarebbero stati la cifra più alta mai dedicata ai beni sottratti alla mafia) sono già stati chiusi dai comuni che ora si ritrovano in seria difficoltà. È una pericolosa deriva continua. La meloniana Benedetti è l’ennesimo caso, sicuramente non l’ultimo.

Leggi anche: Strage di Bologna, così le destre vogliono riscrivere la storia. Il nodo della Commissione d’inchiesta. Opposizioni sul piede di guerra

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