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Da Kiev alla Via della seta, Giorgia torna dagli Usa più in ginocchio di prima. Sostegno totale a Biden su Ucraina e Cina… Per una pacca sulla spalla sui migranti

Una cosa Giorgia Meloni è riuscita a esportare con successo negli Stati Uniti: l’abolizione della conferenza stampa. La presidente del Consiglio e il presidente Usa Joe Biden vergano una “nota congiunta” che evita il fastidio di dover rispondere alle domande. Il contenuto della dichiarazione Meloni-Biden è talmente scontato che è identico a come l’abbiamo scritto giorni fa.

“Hanno riaffermato l’alleanza incrollabile – si legge -, il partenariato strategico e la profonda amicizia tra Stati Uniti e Italia. I legami tra Italia e Stati Uniti sono radicati nella storia, nelle affinità culturali e nella cooperazione economica. Si basano sui nostri valori e principi condivisi – democrazia, libertà, rispetto dei diritti umani – rafforzati dall’obiettivo condiviso di promuovere la pace e la sicurezza, migliorare la prosperità e promuovere la sostenibilità in tutto il mondo. Le connessioni tra le nostre persone sono al centro di questa relazione”.

Insomma, Meloni e Biden pari sono. Chissà come ne saranno entusiasti gli elettori di entrambe le parti.

Fine guerra mai

Il primo punto, manco a dirlo, è “l’Ucraina mentre si difende dall’aggressione illegale della Russia”: “Gli Stati Uniti e l’Italia – scrivono Meloni e Biden – continueranno a fornire assistenza politica, militare, finanziaria e umanitaria all’Ucraina per tutto il tempo necessario, con l’obiettivo di raggiungere una pace giusta e duratura che rispetti pienamente la Carta delle Nazioni Unite e la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”.

Avanti a testa bassa. Tanto saranno i servizi militari statunitensi a spiegare che il conflitto non stia andando come si racconta. Fenomenale il passaggio in cui gli Usa dicono di avere “accolto con favore la Conferenza su Migrazione e Sviluppo tenutasi il 23 luglio a Roma, nonché l’istituzione del ‘Processo di Roma’ per promuovere partenariati tra i paesi di origine, transito e destinazione della migrazione nella più ampia regione del Mediterraneo, il Medio Oriente e Africa.

In questo quadro, gli Stati Uniti prendono atto del ‘Piano Mattei’ per l’Africa del governo italiano”. Quattro righe di niente su un continente che agli Usa interessa come il due di picche. L’unico obiettivo di Giorgia Meloni (ottenere lo sblocco dei soldi del Fmi per la Tunisia) rimane nascosto tra le pieghe. Niente di fatto. In compenso Biden scrive di “attendere con impazienza” la reggenza italiana nel G7 che, secondo lui “intensificherà gli sforzi per accelerare la transizione verso l’energia pulita”.

Balle climatiche

Mentre alla Casa bianca scrivevano questo comunicato il compagno di Giorgia Meloni si sbizzarriva in televisione con teorie negazioniste sul cambiamento climatico. Come non avere fiducia nella transizione “verso l’energia pulita”? “Sia il presidente Biden che il primo ministro Meloni – si legge – affermano la minaccia esistenziale rappresentata dal cambiamento climatico e il loro impegno a intraprendere azioni decisive in questo decennio per mantenere l’obiettivo comune di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius”.

Buono a sapersi: fuori dai confini nazionali la presidente del Consiglio riesce a pronunciare la formula che qui da noi le rimane strozzata in gola: cambiamento climatico. Chissà che delusione tra i suoi, convinti che sia solo un po’ di afa. In nome del “commercio libero ed equo rimane uno strumento fondamentale per favorire la crescita equilibrata dell’economia globale” i due hanno deciso di barrare la strada alla Cina e di intensificare gli accordi bilaterali. Roba spaziale. E infatti “ribadiscono la loro partnership sull’esplorazione dello spazio”. A posto così.

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Con il reality presidenziale di Giambruno Rete4 torna ai tempi di Fede – Lettera43

«Moriremo retequattristi» è la dolente chiosa che il giornalista Sergio Scandura utilizza spesso sul suo account Twitter. Il retequattrismo del resto è un non luogo che negli anni si è costruito un’identità. Eravamo ragazzi e Rete 4, Canale 5 e Italia 1 venivano proposte come la modernità della televisione italiana, e col tempo abbiamo imparato a distinguerne le anime. Canale 5 e Italia 1 erano i canali delle trasmissioni sguaiate, della risata anabolizzata mentre Rete 4 appariva come la rete più rassicurante, rotonda. Poi con l’arrivo di Emilio Fede, parcheggiato là con la missione di condurre spudoratamente il telegiornale che Silvio Berlusconi sognava a rete unificate, il tratto distintivo è stato chiaro: era lì che si sperimentavano le formule possibili dell’occupazione del potere camuffato da informazione.

Con Giambruno Rete4 conferma la sua missione: fingere di informare concimando la propaganda

Sono passati gli anni, Pier Silvio Berlusconi ha mischiato le carte ma Rete 4 risale agli onori della cronaca come laboratorio. Identica la missione: fingere di informare mentre si concima la propaganda che serve al potere. Emilio Fede non c’è più, decotto e deluso dalla dipartita del padrone. A prendere il volo è Andrea Giambruno storico giornalista dell’azienda travolto da un’improvvisa popolarità. Giambruno è, più di tutte le altre cose, il compagno (duole chiamarlo così, come proprio non vorrebbe, ma la lingua italiana non lascia scampo alle famiglie non cristianamente naturali) della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Meloni, a dire il vero, pretenderebbe di essere chiamata “il” presidente. La coppia suona ancora peggio: “il compagno del presidente del Consiglio” è una definizione a un passo dal burrone del demoniaco gender.

Con il reality presidenziale di Giambruno Rete4 torna ai tempi di Fede
Emilio Fede in una foto del 2010 (Imagoeconomica).

Se la moglie di Renzi avesse bacchettato un ministro straniero sarebbe scoppiato un caso diplomatico

Delle scorribande politiche di Giambruno nella sua striscia quotidiana Diario del giorno se ne è scritto parecchio in questi giorni. Urge però una prefazione: il compagno di un capo di governo a cui viene affidato un programma quotidiano di commento politico è roba degna delle autarchie che di solito osserviamo raccapricciati da lontano. Se Kim Jong-un facesse presentare una trasmissione alla moglie Ri Sol-ju sui nostri giornali fioccherebbero gli editoriali indignati che chiedono l’intervento dei Caschi blu dell’Onu. Non c’entra niente, ci dicono, perché Mediaset è una televisione privata, mica di Stato. Ci mancherebbe, si potrebbe rispondere. Ma che un imprenditorie televisivo non scorga un problema di autorevolezza e indipendenza è un sintomo dello stato del sistema dell’informazione. Tant’è che se il giornalista Giambruno bacchetta il ministro tedesco Karl Lauterbach la notizia c’è, eccome, e finisce nelle pagine di politica. E questo non accade perché «contro il compagno della premier stanno tutti lì con il dito puntato» come dicono dalle parti del governo: accade perché se la moglie di Draghi (o di Conte o di Renzi) avesse dato del coglione a un ministro qualsiasi avremmo avuto seri nodi diplomatici da sciogliere. Con una differenza sostanziale: quelle avrebbero potuto farlo a una cena tra amici, questo può permettersi di farlo su una televisione nazionale sotto il bollino del “programma di informazione”. Si coglie il dislivello?

Con il reality presidenziale di Giambruno Rete4 torna ai tempi di Fede
Giorgia Meloni e Andrea Giambruno al Quirinale (Imagoeconomica).

Lo stile alla Emilio Fede: postura amicale, deridere chi la pensa diversamente e gigioneggiare nel ruolo di ‘vicino al potere’

Giambruno nel giro di pochi giorni è riuscito a irridere il ministro tedesco e la Germania oltre ad avere confezionato un servizio con dati falsi per negare il cambiamento climatico. Roba da Emilio Fede, appunto, perché ne contiene tutti gli elementi: la realtà piegata alla propaganda, la postura amicale e rassicurante, la derisione di chi sostiene tesi contrarie e un certo gigioneggiare nel suo ruolo di “vicino al potere”. Ha il terrore di essere considerato un raccomandato: al Corriere della Sera aveva detto «ho dimostrato che, di tv, qualcosina capisco. Sono quasi 20 anni che la faccio. Primo giorno a Telenova, a 22 anni, mentre ancora studiavo all’università Cattolica», anticipando di non avere per niente compreso la delicatezza del suo ruolo. Anzi, nel corso delle dichiarazioni rilasciate al quotidiano, ribadiva che ogni critica ricevuta è in realtà un modo di ferire la compagna Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, di cui peraltro proprio lui ha diffuso per primo in onda il video-messaggio del Primo Maggio. «Cosa deve fare, deve smettere di lavorare?», mi dice indispettito un parlamentare di Fratelli d’Italia. Sì, forse sarebbe meglio. O forse qualcuno dovrebbe spiegare che logica ci sia nel sospendersi dalla conduzione del telegiornale Studio Aperto («una scelta presa insieme all’azienda per una questione di reciproca opportunità», disse a ottobre dell’anno scorso) per prendersi una striscia di approfondimento. Perché da fuori ha tutta l’aria di essere un reality presidenziale usato per diventare megafono della propaganda del potere. Ma sarebbe troppo per essere vero. O no? Anche per Rete 4.

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Reddito di cittadinanza, addio con un sms. Scaricate 169mila famiglie con un click, così l’Inps comunica lo stop da agosto

Avete provato sdegno quando vi è capitato di leggere la notizia di aziende che si sono scrollate di dosso i lavoratori con un semplice sms? Beh, potete metterlo via, c’è di peggio in giro. 169mila persone beneficiarie di reddito o pensione di cittadinanza hanno appena ricevuto dall’Inps il messaggio di sospensione del sussidio da agosto in quanto nuclei nei quali non ci sono componenti disabili, minori, over 65 o persone in carico a servizi socio-sanitari, come prevede la nuova normativa che dichiara “occupabili” tutti gli altri poveri, escludendoli dall’Assegno di inclusione al via dal prossimo primo gennaio.

Il testo è indicativo: “Domanda di RDC sospesa come previsto dall’art. 13 del DL 48/2023 conv. Legge 85/2023. In attesa eventuale presa in carico da parte dei servizi sociali”. Non prendendosi la responsabilità di dichiararli “finti poveri” (anche se lo scrivono liberamente sui social) il governo avvisa che se siete poveri davvero potete citofonare al vostro comune, prendere un appuntamento con qualcuno e portare la prova della vostra indigenza.

Vi possiamo anticipare già la risposta: vi diranno che la coperta è corta e che per essere aiutati, visto che i soldi sono diminuiti, bisogna essere più poveri dei poveri che lo Stato ha deciso di punire. Qualche tempo fa Gianmarco Gazzi, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali (Cnoas), spiegava che oltre ai soldi (troppo pochi) manca il personale: “Non siamo in grado di spendere i soldi nemmeno quando sono già stanziati”, disse. Buona fortuna.

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Europei Italia-Turchia, un calcio alla democrazia

Al Governo è venuta una grande idea: perché non rafforzare i rapporti con l’amico Erdogan con un bella partita di pallone? Così ieri la FIGC ci ha fatto sapere che “al termine di un complesso e fruttuoso processo di consultazione, la Federazione Italiana Giuoco Calcio e la Turkish Football Federation hanno deciso di unire gli sforzi proponendo alla Uefa l’organizzazione congiunta di Uefa Euro 2032”.

Intesa tra le Federazioni di Italia e Turchia per l’organizzazione congiunta degli Europei di calcio nel 2032

Secondo la FIGC “pregresse esperienze di successo (Euro 2020, Euro 2012, Euro 2008), così come future proposte di candidatura (Regno Unito e Repubblica d’Irlanda per Euro 2028) e avvincenti progetti già assegnati (Stati Uniti d’America, Messico e Canada per Fifa World Cup 2026) dimostrano che la condivisione di eventi di tale portata rappresenta, da un lato, una via per il coinvolgimento diretto di un numero più elevato di appassionati e, dall’altro, la ricerca di una progettualità ancora più efficiente e sostenibile”. Non si sono accorti – nessuno gliel’ha detto – che nei casi citati si trattasse di Paesi confinanti.

L’evento condiviso sarebbe un bel colpo per l’immagine di Erdogan. Pazienza per i diritti costantemente violati

Nessun problema. Per saldare i rapporti tra Meloni e Erdogan si può benissimo fare attraversare un paio di Stati tra una partita e l’altra. Quello che conta è essere vicini con il cuore, nelle intenzioni e nella concezione della democrazia. Su questo i capi di governo di Roma e Ankara sono compagni di squadra già da un pezzo. Resta da capire dove si giocherà la finale, in Italia o in Turchia Da quello scopriremo quale gallo s’è preso il pollaio.

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Licenze taxi, ecco la brillante idea del Terzo polo: raddoppiare il privilegio

Liberale, Pedro, con juicio, si puedes. Nell’eterno problema delle licenze dei taxi si inserisce il cosiddetto Terzo polo che per l’occasione si riunisce (Azione e Italia Viva) e presenta un proposta di legge sulla liberalizzazione dei taxi. Punto di partenza: in Italia i taxi sono pochi troppo pochi. In periodi come questi, con l’estate che richiama turisti, il servizio non riesce a coprire la domanda. Chi ha provato a mettere mano alla legge che regola l’attività dei taxi, del 1992, è sempre stato subissato dalle proteste della categoria. Le proteste finora hanno sempre funzionato.

Le licenze dei taxi sono bloccate dalle amministrazioni locali che hanno generato un mercato interno con prezzi stratosferici

Il tema principale è quello delle licenze, bloccate dalle amministrazioni locali, che hanno generato un mercato interno con prezzi stratosferici. Liberalizzare le licenze – come dovrebbe fare soprattutto un liberale – significa inevitabilmente provocare il crollo del loro valore. È il mercato, funziona così. Anche per questo le amministrazioni comunali seppur consapevoli della mancanza di taxi nel loro territorio non ne rilasciano di nuove pur potendolo fare dal Decreto Bersani del 2006.

La direttiva europea “Bolkestein” che chiede all’Italia di promuovere la parità di professionisti e imprese nell’accesso ai mercati è fortemente osteggiata dai partiti di governo (Fratelli d’Italia e Lega in primis). Il ministro Matteo Salvini (a cui è finita in mano la patata bollente) si è limitato a promettere “un servizio migliore” (qualsiasi cosa voglia dire) senza entrare nel merito. Il Terzo polo azzarda: regaliamo un licenza a tutti tassisti con l’obbligo di rivenderla in 24 mesi scaduti i quali ritornerebbe alle amministrazioni locali che la venderebbero a prezzo di mercato.

Ovvero: paghiamo i tassisti perché non facciano casino. I governi Renzi e Monti avevano provato a tappare il disservizio proponendo concessione agli Ncc per mettere a disposizione un veicolo ai poveri ingolfati negli aeroporti e nelle stazioni. I tassisti scesero in piazza, strepitarono, scioperarono e non se ne fece niente. Ora l’illuminazione del cosiddetto Terzo polo: se li paghiamo per non protestare? A Bruxelles ne saranno felicissimi. Ora non resta che regalare una spiaggia ai gestori di lidi per convincerli a stare buoni. Raddoppiare il privilegio e chiamarlo liberalizzazione.

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Giambruno no limits. A Mediaset il negazionismo è di casa col Sig. Meloni

Forse è il caso che si cominci a parlare di Andrea Giambruno, compagno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni che dopo avere spiegato che “sarebbe stato in disparte” si è meritato una trasmissione, per di più politica, sulle reti Mediaset. Dal titolo Diario del giorno.

Forse è il caso che si cominci a parlare di Andrea Giambruno, compagno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Sia chiaro: Giambruno il giornalista a Mediaset lo faceva ben prima che la sua compagna diventasse presidente del Consiglio. Resta da vedere perché il “restare in disparte” per le first lady dei presidenti del Consiglio significhi sospendere o limitare il proprio ruolo pubblico al di là degli eventi istituzionali mentre nel caso del first gentleman la pausa dalla conduzione del tg (disse Giambruno “è stata una scelta presa insieme all’azienda per una questione di reciproca opportunità”) sia stata brevissima prima di un programma tutto per sé.

Ieri Giambruno ha pensato bene di rispondere al ministro tedesco Karl Lauterbach, che nei giorni scorsi aveva previsto il crollo del turismo nell’Europa meridionale (e quindi anche in Italia) per il cambiamento climatico. “Sono 20-30 anni che in qualche modo i tedeschi ci devono spiegare come campare a noi. E se non ti sta bene te ne stai a casa tua, eh”, afferma spazientito in diretta su Rete 4 Giambruno che poi rincara la dose: “La Merkel sta qua, lui sta sempre qua, se non ti sta bene stai a casa tua. Stai nella Foresta Nera, stai bene, no?”. Sarebbe solo l’intemerata di un conduttore, niente di che, se non fosse che l’attacco alla Germania provenga dal compagno della presidente del Consiglio dei ministri. Roba da Corea del Nord.

Ma Giambruno già nei giorni scorsi ci aveva deliziato con osservazioni da climatico al limite del negazionismo: il caldo record di luglio dovuto al cambiamento climatico e all’anticiclone africano per lui “non è poi una grande notizia”. La linea è – ovviamente – quella governativa: “Nessun catastrofismo, nessun effetto del cambiamento climatico: è estate e fa caldo, come sempre”.

Nel corso della puntata Giambruno ha mostrato un’immagine, composta da due diversi titoli di giornale. Il primo, visibile nella parte alta del collage, riprende un articolo pubblicato il 18 luglio sul sito web di Repubblica e intitolato “Caldo record, a Roma sfiorati i 42 gradi: non era mai successo”. Il secondo, che non riporta alcun riferimento alla fonte, è un articolo pubblicato nell’estate del 1967 e intitolato “La grandine squassa Milano. A Roma si soffoca: 42 gradi”. Peccato che quell’articolo del ‘67 (che Giambruno non ha letto) spieghi che i gradi fossero 38, esattamente come scritto da Repubblica.

Nella stessa puntata Giambruno ha dovuto fare anche i conti con la sua inviata a Bari Rossella Grandolfo che lo sconfessa: “Purtroppo va data ragione agli scienziati dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) dell’Onu, che studiano tutto questo e che purtroppo per tutti noi hanno confermato che le ondate di calore rispetto agli anni Ottanta sono aumentate e soprattutto si sono ravvicinate di gran lunga”. Giambruno bofonchia qualcosa e chiude di fretta il collegamento.

“C’è un pessimismo imperante che noi rifuggiamo”, sentenzia in chiusura di puntata non prima di dare addosso agli attivisti che imbrattano i monumenti e all’Ue cattiva che pretende la transizione ecologica. Pier Silvio Berlusconi dice che vuole eliminare il trash da Mediaset. Potrebbe cominciare da Giambruno.

 

Leggi anche: Altro che riscaldamento. È l’ebollizione globale. L’Onu certifica che il clima è cambiato. Solo i cretini sono sempre gli stessi

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Puf! “Il grande piano di prevenzione idrogeologico” promesso non c’è già più

26 luglio, tarda sera. Lancio di agenzia. Giorgia Meloni annuncia «l’obiettivo di medio termine che il Governo si dà è quello di superare la logica degli interventi frammentati varando un grande piano di prevenzione idrogeologico». «Non abbiamo tutti i mezzi necessari – diceva Meloni -. Nei mesi scorsi il Governo ha già incrementato le assunzioni tra chi è chiamato a soccorrere e sin dalla prossima legge di bilancio intendiamo aumentare le spese per la manutenzione di veicoli ed aerei. Ma i continui disastri a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi – ha sottolineato – dimostrano che le emergenze saranno sempre più presenti e questo significa che dobbiamo certo lavorare transizione ecologica, ma che dobbiamo anche fare quello che non si è avuto il coraggio di fare nel passato, cioè lavorare per mettere in sicurezza il territorio». Dicevano i bene informati che il Piano potrebbe vedere la luce nella prima metà del 2024 e ci stanno già lavorando i tecnici della cabina di regia sul dissesto.

27 luglio, pomeriggio. Il ministro Raffaele Fitto ha presentato in conferenza stampa il piano di modifica del Piano di ripresa e resilienza. La decisione principale presa dalla cabina di regia è stata quella di eliminare alcuni progetti dal Pnrr. Tra le iniziative cancellate ci sono le «misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico», per un valore pari a 1 miliardo 287 milioni e 100mila euro non sarà più ricompreso nel Pnrr. Oltre a questo, è stato eliminata la misura denominata «interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica», per la quale erano stati previsti 6 miliardi di euro.

Non si tratta di un cortocircuito. Ciò che ha annunciato il ministro Fitto in conferenza stampa è stato ovviamente condiviso con la presidente del Consiglio. Mentre Giorgia Meloni annunciava un «grande piano» in tasca aveva già la cancellazione dell’altro piano dal Pnrr. Non è malafede. È ipocrisia calcolata prevedendo che si possa governarne l’effetto. Un governo che pronuncia una promessa che sa di avere già tradita. Siamo qui.

Buon venerdì.

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Altro che riscaldamento. È l’ebollizione globale

Non si offenderanno il compagno del presidente del Consiglio, i giornalisti che gridano al complotto, gli altri giornalisti che invitano all’adattamento, i politici che ancora confondono clima e meteo e tutto il resto della masnada che si sta agitando in questi giorni se riporto le parole del Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dopo la pubblicazione del report Copernicus Climate Change Service secondo cui luglio 2023 sarà il mese più torrido di sempre.

L’Onu certifica che il clima è cambiato. Solo i cretini sono sempre gli stessi

Temperature che – si legge nel rapporto – sono correlate all’ondata di caldo che ha colpito gran parte del Nord America, dell’Asia e dell’Europa scatenando incendi devastanti dal Canada alla Grecia. Un fenomeno che – si legge ancora – ha avuto un impatto importante sulla salute delle persone, sull’ambiente e sull’economia. Il precedente mese più caldo mai registrato era stato luglio 2019.

Il picco si è toccato il 6 luglio quando la temperatura media giornaliera dell’aria ha superato il record stabilito nell’agosto 2016 diventando così il giorno più caldo mai registrato. “A meno di una mini-era glaciale nei prossimi giorni, il luglio 2023 frantumerà i record su tutta la linea”, dichiara Guterres.

“Per l’intero pianeta, è un disastro. E per gli scienziati è inequivocabile: la colpa è degli esseri umani”. Un andamento che – a dire del Segretario generale delle Nazioni Unite – è “coerente” con le previsioni e gli avvertimenti che vanno avanti da anni- “L’unica sorpresa – dice ancora – è la velocità del cambiamento”. L’era del riscaldamento globale è finita – dice l’Onu -. Ora è l’era dell’ebollizione globale”. Solo i cretini restano gli stessi.

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Meloni paga dazio a Washington

Il bagaglio con cui Giorgia Meloni è volata alla Casa Bianca per incontrare il presidente Usa Joe Biden racconta perfettamente l’isolamento internazionale dell’Italia, al di là dei vagiti trionfanti di certi giornali e delle azzardate dichiarazioni dei membri del governo.

È un bagaglio pesante, questo è sicuro, perché dentro c’è il rapporto del Fondo Monetario Internazionale che boccia il governo italiano. Flat tax, aumento del limite all’uso dei contanti ma anche superbonus, le critiche del rapporto del Fmi del 26 luglio scandagliano punto per punto lo scenario economico del Paese, soffermandosi tra le altre cose sul fronte delle misure fiscali e in materia di lavoro e previdenza.

Biden pretende il nostro recesso dalla Via della Seta. In cambio di un vago aiuto per fermare gli sbarchi

Le osservazioni fornite dagli economisti del Fondo Monetario Internazionale si inseriscono nella discussione sulle misure della riforma fiscale che, tra le novità, prevede il passaggio graduale ad una flat tax per tutti. Per il Fmi si tratta però di una misura costosa e rischiosa sul fronte della progressività del sistema. Critiche anche le osservazioni sulle sanatorie fiscali (proprio ieri, peraltro, il governo ha anche rivisto al ribasso anche le stime del recupero dell’evasione fiscale: le imprese sono in crisi di liquidità e verseranno meno), sull’aumento del limite all’uso dei contanti e sul superbonus del 110 per cento, ritenuto inefficace.

Intanto il Fondo monetario legato a Washington bastona il governo su condoni ed evasione fiscale

In un Paese in cui l’evasione del’Iva è pari al 20,8% del debito complessivo, con una media europea del 9,1%, con un gettito che è pari l 45% del Pil per 125 miliardi di euro e con un cuneo fiscale del 45% (valore che scoraggia l’offerta di lavoro) il Fisco italiano continua a presentare evidenti problemi – secondo il Fmi – nonostante i passati incentivi per i pagamenti elettronici e la recente introduzione della fatturazione elettronica. Il Fondo monetario internazionale punta il dito sugli interventi introdotti che potrebbero contribuire a indebolire ulteriormente la disciplina fiscale italiana e, tra questi, vengono menzionati l’incremento al limite per l’uso dei contanti, portato a 5.000 euro dalla Legge di Bilancio 2023, e le sanatorie fiscali previste nell’ambito dell’ampio progetto della tregua fiscale.

L’obiettivo di rafforzare le politiche antievasione previsto dal Pnrr sembra ben lontano, secondo il rapporto. Il Fondo Monetario Internazionale, vale la pena ricordarlo, è il braccio economico degli Usa. “Il sistema fiscale italiano è caratterizzato dalla dipendenza da aliquote elevate per generare entrate con un base imponibile ristretta. Le entrate italiane sono fra le più alte rispetto al pil attestandosi al 45% (dietro a Danimarca, Francia e Austria nel 2021)”, afferma il Fondo secondo il quale il cuneo fiscale sul lavoro è “molto alto”.Difficile credere che Biden non abbia tenuto conto dell’identikit economico di Giorgia Meloni e del suo governo.

A proposito di FMI, Giorgia Meloni alla Casa Bianca avrebbe voluto anche coinvolgere gli Usa nel suo fantomatico “Piano Mattei”, nient’altro che il coordinamento di respingimenti e detenzioni illegali già oliati nell’esperienza con la Libia. L’Africa, che sarà al centro del prossimo G7, è nei piani di Giorgia Meloni la leva con cui “bloccare” le migrazioni dopo avere fallito con il suo demenziale spot elettorale del “chiudere i porti”.

Tra le promesse che l’Italia e l’Unione europea hanno fatto al presidente tunisino Saied ci sarebbe anche l’intervento proprio del Fondo Monetario Internazionale per evitare alla Tunisia il default ormai prossimo. I 250 milioni di euro promessi da Bruxelles a Saied sono bruscolini rispetto alle esigenze del governo tunisino. Giorgia Meloni si è proposta alla Tunisia come mediatrice per esercitare pressioni presso gli Usa e Fmi. Può essere un interlocutore credibile? No, per niente.

A questo si aggiunga che dall’inizio dell’anno (al 20 luglio) le autorità tunisine hanno recuperato al largo delle coste del Paese un totale di 901 corpi di migranti: lo ha detto in Parlamento il ministro dell’Interno tunisino, Kamel Feki, precisando che 267 erano cittadini stranieri mentre gli altri non sono stati identificati. “Non possiamo accettare che la Tunisia diventi un Paese di transito o di insediamento per migranti subsahariani, così come noi non accetteremo pratiche disumane contro di loro”, ha detto proprio ieri il ministro Feki rispondendo ad una interrogazione parlamentare, spiegando che la società tunisina ha “una capacità limitata di accettare l’integrazione di migranti provenienti dai Paesi sub-sahariani”.

A questo si aggiunge il disastro umanitario: Mezzaluna rossa ha precisato che circa 1.500 migranti si trovano attualmente nelle strade di diversi centri urbani del governatorato di Sfax, nel sud-est, ma un gruppo non trascurabile si trova a Gafsa e Kasserine. L’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ieri hanno espresso profonda preoccupazione per l’incolumità e il benessere di centinaia di migranti, rifugiati e richiedenti asilo bloccati in condizioni disperate in Tunisia in seguito all’allontanamento verso aree remote e desolate a ridosso delle frontiere con la Libia e l’Algeria. Tra loro si registra la presenza di donne (alcune delle quali incinte) e minori. Sono bloccati nel deserto, esposti a temperature estreme e senza accesso a ripari, cibo o acqua.

In attesa di trovare con urgenza soluzioni dignitose, è necessario assicurare loro al più presto aiuti umanitari di vitale importanza. Infine c’è la rottura con la Cina per lisciare gli Usa. Nel 2022 l Cina ha importato dall’Italia merce per 57 miliardi di euro. Le imprese italiane stabilitesi in Cina, attraverso le varie modalità di presenza sono circa 2.300, alle quali sono complessivamente riconducibili oltre 60mila posti di lavoro ed un fatturato di circa 5 miliardi di Euro con significative quote per la meccanica e il tessile. Scindere gli accordi bilaterali potrebbe essere anche sostanzialmente facile ma la domanda a cui bisognerebbe rispondere è: chi paga Di sicure Biden potrebbe sorriderne. Molto più difficile è che Biden sia disposto a pagare. Anche al ritorno dalla Casa Bianca il bagaglio di Giorgia Meloni risulta pesantissimo.

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A Massalengo nessuno si indigna per il funerale in stile Casamonica

Immaginate il funerale di un imprenditore coinvolto in indagini di mafia con fuochi d’artificio illegalmente sparati durante il corteo funebre accompagnato da poliziotti e carabinieri e in più il lancio di palloncini bianchi. Se la scena accadesse in un qualunque paese del sud si leverebbe lo sdegno e si chiederebbero indagini senza sconti. Se accade nel dormiente lodigiano la notizia viene data di sguincio, rimane sepolta nella timida cronaca locale e non merita una mezza parola dalla politica che ha appena dismesso gli abiti per le commemorazioni di Falcone e Borsellino.

A Massalengo, nel lodigiano, corteo, inchino e fuochi d’artificio per Stefano Catanzaro. L’uomo era finito in indagini di mafia

Lo scorso lunedì, 24 luglio, si i sono svolti a Massalengo (nei pressi di Lodi) i funerali di Stefano Catanzaro, imprenditore 61enne stroncato da un malore nella sua Sicilia. “Ad attirare l’attenzione – scrive Il Giorno – dei residenti sono stati i tanti fuochi d’artificio sparati nel corso del corteo funebre, oltre alle decine di palloncini bianchi liberati alla fine della funzione religiosa”. Ma chi era Stefano Catanzaro? Nell’ambito dell’inchiesta Esperanza, in cui era coinvolta anche la figlia di Vittorio Mangano, Cinzia, si legge nell’ordinanza del Gip che “i fratelli Catanzaro Stefano ed Ignazio giungono al Nord provenienti da Palermo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 in stato “dichiarato” di povertà, tanto da usufruire dei sussidi comunali.

Inizialmente avviano un panificio, poi un bar nella centrale via Roma di Lodi ed infine, dopo aver ceduto tutte le attività commerciali, si dedicano in via esclusiva alle costruzioni edili, per poi tornare ad occuparsi di attività commerciali, mantenendo attivi entrambi i settori. Nel1985, Catanzaro Stefano, in concorso con altre persone di origine palermitana viene arrestato per rapina nei confronti di un gioielliere di Lodi. Qualche anno prima era stato denunciato per un furto in un cantiere”.

Poi, come accade spesso, si buttano nell’edilizia e gli affari vanno a gonfie vele tanto che lì a Massalengo un intero quartiere è stato costruito da Stefano Catanzaro. Tra le carte di quell’inchiesta (da cui Catanzaro esce assolto) c’è anche la telefonata dell’allora direttore della filiale del Credito Cooperativo di Offanengo: la filiale ha appena ricevuto una visita degli ispettori bancari che chiedono spiegazioni riguardo operazioni sospette eseguite per conto e a favore di Stefano Catanzaro.

L’imprenditore non si scompone più di tanto, quando il direttore della Bcc gli racconta l’accaduto e risponde: “Dottore, noi ne abbiamo fatte tante di cose fuorilegge”. “Solo che – replica il direttore – prima non erano mai state scoperte…”. Accanto all’impresa edile Stefano Catanzaro investe anche nella ristorazione. Bar e panifici sono le sue attività preferite, ancora oggi attive a Lodi e provincia. Manca, è vero, la passione per il rispetto delle regole. Così accade che se qualcuno prova a mettersi sulla sua strada ne paga le conseguenze.

Il sindaco di Massalengo Severini si è messo di traverso alla potente famiglia. Si è ritrovato vittima di aggressione e minacce

Il sindaco di Massalengo, Severino Serafini (Lega), si è ritrovato vittima di un’aggressione. Stefano Catanzaro era stato condannato in primo grado a due mesi che gli sarebbero costati l’ingresso in carcere per le pene già accumulate. Lo stesso sindaco (ai tempi dell’inchiesta della Dda consigliere comunale) era stato minacciato dalla famiglia per avere deposto durante le indagini. Quando due anni fa la famiglia Catanzaro abbandona in un parcheggio pubblico un’auto malconcia per mesi il sindaco Serafini lo scrisse chiaro e tondo sul suo profilo Facebook: “Certe famiglie non si possono permettere di non rispettare le regole”.

La risposta furono le minacce, l’aggressione e una vigilanza predisposta dalla Prefettura per garantirne la sicurezza. È normale? No, per niente. Così come non è normale che un funerale diventi una celebrazione, quasi un inchino nel cuore della comunità. Dal Comune fanno sapere di essere stati avvisati del decesso del concittadino ingombrante la scorsa settimana. In programma c’era una semplice tumulazione. Venerdì hanno ricevuto comunicazione della cerimonia funebre. Nessuno pensava al corteo. A Massalengo, come in molti comuni d’Italia, i cortei funebri sono rimasti sospesi dai tempi della pandemia.

Dopo la celebrazione in chiesa autonomamente con le proprie auto ci si sposta al cimitero. Anche in questo la famiglia Catanzaro è riuscita a essere un’eccezione. Così alla Polizia locale e alle forze dell’ordine presenti non è restato che scortare la processione condita con fuochi d’artificio e palloncini. “L’Amministrazione Comunale esprime sconcerto per circostanze che non devono essere mai tollerate, per questo è stato chiesto alle forze dell’ordine di monitorare attentamente la situazione e di avere una relazione dettagliata”, ha scritto il sindaco. La Prefettura si è affrettata a specificare che i “fuochi” fossero di libera vendita e quindi non sottoposti ad autorizzazione preventiva. Ma lo sconcerto sta nell’esibizione di forza concessa ai Catanzaro nella placida provincia lodigiana, uno dei tanti territori del nord in cui l’antimafia sono i campi antimafia in Sicilia mentre gli amici dei mafiosi stanno a cento passi.

La politica in prima fila per le commemorazioni ancora una volta è muta. Le cosiddette associazioni antimafia mute. I quotidiani locali si fermano all’aggettivo “imprenditore”. “Non ho capito: il defunto, definito imprenditore la cui scomparsa la comunità locale piange, è scortato da ingente presenza di forze dell’ordine. Come si spiega”, chiede un lettore commentando un articolo. Alla domanda, dalle parti di Lodi, non risponde nessuno. E pensare che qui sta anche un ex ministro.

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