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Concorso esterno in associazione di governo

Poveri, che fatica questi editorialisti fiancheggiatori che devono cestinare gli articoli e le bozze scritti in questi giorni, esultando per la paventata abolizione del concorso esterno in associazione mafiosa.

Qualcuno ha avuto l’occasione per premere l’acceleratore sull’abolizione di quel fastidioso reato che Falcone e Borsellino avevano pensato come strumento per colpire la cosiddetta zona grigia della mafia che negli anni è diventata una zona bianchissima.

Il ministro Nordio, con la sua ennesima avventata intervista, ha riacceso la speranza agli anti-antimafiosi che in questi anni hanno sognato un’impunità certificata anche dalle legge. Ora la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha spezzato l’idillio.

Sul treno per Pompei che ha inaugurato insieme al ministro Sangiuliano (un treno “speciale” che accadrà una volta al mese) la presidente del Consiglio dopo avere deportato i giornalisti rinchiusi nel vagone dei dissidenti ha infilzato il suo ministro alla Giustizia invitandolo a concentrarsi su “altre priorità”.

A due giorni dall’anniversario della morte di Paolo Borsellino la presidente del Consiglio deve avere avuto un moto di vergogna. Del resto contro l’idea di Nordio si erano già espressi un bel po’ di persone che la mafia la combattono davvero sul campo oltre al sottosegretario Mantovano e perfino all’alleato Matteo Salvini.

“Con la premier siamo e siamo sempre stati in perfetta sintonia”, ha poi puntualizzato il ministro Nordio spiegando che la rimodulazione “del concorso esterno non è in programma”. Intanto ai giornalisti, prima forzati a salire in anticipo sul treno, poi lasciati fuori dagli scavi di Pompei e quindi assiepati al sole in attesa dell’uscita della premier è stato concesso di scrivere una notizia.

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Veni, vidi, Facci

Scrive Antonella Baccaro sul Corriere della Sera che oggi sarà il giorno in cui la Rai annuncerà la cancellazione della striscia quotidiana “I facci vostri”, che da settembre avrebbe dovuto precedere il Tg2 dell’una. L’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio – scrive la giornalista – avrebbe preso questa decisione un minuto dopo avere letto il contestassimo fondo dell’editorialista su Libero che ha fatto scoppiare un pandemonio.

Se oggi si realizzerà ciò che scrive il Corriere della Sera potremo avere l’opportunità di analizzare ex ante le modalità di vittimismo di questa destra. Accadrà – segnatevelo – che il polemista Facci indosserà (o verrà rivenduto da certi giornali) i panni del partigiano “vittima della cancel culture della sinistra”. Potremmo già fare i nomi e i cognomi di quelli che dal centro useranno la “vicenda Facci” per rimestare la “cancel culture” nei loro editoriali. Qualcuno proverò a fare notare che qui l’opposizione, la sinistra, e il perbenismo non c’entrano un fico secco: Facci ha fatto tutto da solo.

Qualcuno scriverà – o dirà – che “la Rai è ancora in mano alla sinistra”, segnatevelo, lamentando una “mancanza di libertà”. Qualcuno dirà che è “eccessivo punire qualcuno per una frase sbagliata” – è già stato scritto nei giorni scorsi – dimenticando che la matrice di Facci è visibile in decine di uscite infelici e non certo per una singola frase. Complottismo, vittimismo, opposizione all’opposizione. Andrà così.

Buon lunedì.

 

Foto:

Niccolò Caranti – Opera propria

Filippo Facci al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

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Da europeista a sovranista è un attimo. Meloni premier con tante… Vox

Matteo Salvini era solito cambiarsi le felpe. A Milano indossava quella verde con la scritta Lombardia ma nello stesso giorno era capace di farsi fotografare a Napoli con il modello che recitava Campania. Qualcuno deve averlo convinto che il locale restasse nascosto oppure il segretario della Lega non ha mai pensato all’effetto straniante che produce un leader per tutte le occasioni. Poi è arrivata la maglietta con il faccione di Putin a ricordargli le sue giravolte e il ministro alle Infrastrutture ha smesso, arrendendosi a un vestiario per tutte le regioni. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha inaugurato invece un cambio di facce, al posto delle felpe, che indossa in base alla platea che ha di fronte.

Non si tratta di naturale resilienza: Meloni riesce a dire tutto e il suo contrario nei toni, nei modi e nei contenuti nel giro di qualche chilometro. Lo scopo è lo stesso del suo collega Salvini: accontentare l’uditorio. In mancanza di idee proprie ci si rivende come eccelsi interpreti delle idee degli altri.

La metamorfosi di Meloni

Così ieri la presidente del Consiglio – quella ritenuta “moderata” dal forzista Tajani – ha pensato bene di videocollegarsi per intervenire a sorpresa durante un comizio di Santiago Abascal, leader di Vox e candidato alle elezioni in Spagna del 23 luglio. Dismessa la faccia dell’europeista Meloni ha calzato il viso da barricadiera, usurato in campagna elettorale e ultimamente riposta nell’armadio. “Buonasera patrioti – ha esordito il premier -. Sono molto contenta di contribuire con il mio messaggio alla campagna elettorale e ribadire il grande legame che unisce Fratelli d’Italia e Vox. Mancano 10 giorni per una data decisiva per il futuro della vostra storia, perché i patrioti arrivino al governo in Spagna”.

I “patrioti” sono gli stessi che stanno ostacolando il governo Meloni a Bruxelles ma questo non è un problema di quella Giorgia Meloni, è un grattacapo solo per “l’altra”. Meloni è tornata a fare quello che le riesce meglio: opporsi ai suoi avversari nonostante sia al governo. “Gli spagnoli sono un gran popolo e sapranno riconoscere chi vale sul serio – ha proseguito Meloni -. La sinistra europea e internazionale non può difendere i deboli e i lavoratori, noi sì, perché diciamo la verità.In Italia abbiamo una pressione migratoria molto forte. Ci vorrà tempo ma sono sicura che la nostra ricetta è quella giusta”.

Peccato che il programma del partito di ultradestra spagnolo preveda ”l’espulsione immediata di tutti gli immigrati che accedono illegalmente”, una misura che presentata in questo modo, senza fare alcuna distinzione tra i diversi casi e situazioni, è incompatibile con le risorse disponibili, gli accordi con i paesi d’origine e la legislazione internazionale. Altro che “ricetta europea” di cui parla Meloni.

Per concludere in bellezza la presidente del Consiglio non ha risparmiato qualche accenno di negazionismo climatico dopo il voto del Parlamento Ue che ha visto sconfitto il fronte inedito dei conservatori e dei popolari: “Chi ci vuole condannare non ama la natura – dice Meloni – basta con il fondamentalismo. Vogliamo difendere la natura, con al suo interno l’uomo. La sostenibilità ecologica deve andare di pari passo con quella economica. L’Europa torni a essere consapevole del suo ruolo, si occupi dei grandi temi, in stretta collaborazione con gli stati nazionali”.

Finito il suo intervento Meloni ha indossato poi la faccia per la puntata successiva. Così, di continuo. Sperando che non gli capiti di sbagliare modello: ve la vedete negazionista del cambiamento climatico mentre chiede i soldi all’Ue per l’alluvione in Emilia Romagna

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La questione immigrazione è umanitaria prima che politica: dove sbaglia l’opposizione – Lettera43

Lo scrive benissimo Giorgio Gori rispondendo a chi gli chiede perché il Partito democratico non dice che gli sbarchi sono più che raddoppiati: «Il problema, più ancora degli sbarchi, è la totale incapacità dell’attuale governo di gestire i flussi migratori, di organizzare un’accoglienza dignitosa, di attivare politiche di formazione e di integrazione, di evitare la moltiplicazione delle situazioni di irregolarità e illegalità, di costruire relazioni internazionali che consentano di realizzare gli eventuali rimpatri. Non che i precedenti governi abbiano brillato per visione ed efficienza, ma qui siamo allo sbando: sbarchi fuori controllo e nessuna capacità di governare il fenomeno».

All’opposizione vogliono rivendersi come i prossimi guardiani dei porti?

Nell’eterna discussione sull’immigrazione una parte grottesca dell’opposizione in questi giorni sta attaccando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo governo perché «gli sbarchi sono raddoppiati e non ha mantenuto la promessa di chiudere i confini». La frase è scivolosa e pericolosa. Accusare la propria avversaria politica di non essere in grado di attuare l’empietà che aveva promesso è un’idiozia. A chi si parla svolgendo un’opposizione del genere? Ci si vuole rivendere come i prossimi guardiani dei porti?

La questione immigrazione è umanitaria prima che politica: dove sbaglia l'opposizione
Migranti sbarcati in Italia (Imagoeconomica).

Gli aspetti umanitari sono una questione pre-politica

Il punto che rende colpevole questo governo non è politico. Scivolare nella politicizzazione è il più grande favore che si possa fare a Matteo Piantedosi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e compagnia. Il cuore della questione è umanitario e gli aspetti umanitari, in qualsiasi democrazia sana, sono una questione pre-politica. I diritti umanitari non rientrano e non possono rientrare nelle legittime scelte politiche dei partiti e dei governi che si susseguono. L’elefante dentro la stanza non è come gestire i flussi migratori, ma come evitare le morti sulla rotta balcanica e sulla rotta mediterranea. Va detto e ripetuto con forza, ogni volta, in ogni dove.

La questione immigrazione è umanitaria prima che politica: dove sbaglia l'opposizione
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il gioco meschino di chi non si dichiara apertamente razzista

Confondere la discussione umanitaria con il diritto di ingresso in Europa è il gioco meschino di chi lucra sull’immigrazione perché non ha le palle di dichiararsi apertamente razzista. Salvare le persone che affogano in mare non è questione di leggi e regolamenti. Non è plausibile sopire i soccorsi per usare l’arma della paura (di morire) come deterrente delle partenze. Molte associazioni di diritti umani contestano al decreto che fu di Piantedosi esattamente questo: non si può regolamentare il salvataggio delle persone, non si può normare il dovere di portare dei naufraghi il più velocemente possibile nel porto sicuro più vicino possibile. Non è politica, è vigliaccheria.

La questione immigrazione è umanitaria prima che politica: dove sbaglia l'opposizione
Salvataggio in mare (Imagoeconomica).

Legalizzazione della disumanità come strumento di governo

Per questo fa specie ascoltare da certa opposizione l’accusa di non essere stati all’altezza della disumanità promessa in campagna elettorale. Ed è per questo che gli accordi per la ridistribuzione dei migranti in Unione europea non possono essere confusi con le persone che abbiamo il dovere di salvare dalle onde o dal gelo o dalle sevizie nei boschi. Si intravede una maggioranza trasversale (che attraversa i partiti di governo e qualcuno dell’opposizione) che legalizzerebbe la disumanità come strumento di governo. La differenza è tra chi ritiene inalienabile il diritto alla vita e chi invece lo ritiene negoziabile con gli interessi interni di una nazione.

Per quelli in mare da che parte si decide di stare? Quella è la linea

Sull’immigrazione si può discutere di tutto. Si potrebbe discutere degli hotspot “esterni” se la Libia non fosse un crogiolo di violenze e morte. Si potrebbe discutere del ruolo dei Paesi di frontiera se si risolvesse prima la loro inclinazione alla crudeltà. In Italia e in Europa ci si ostina a scavalcare il prerequisito essenziale di ogni proposta politica (il rispetto per la vita) come se la Convenzione europea sui diritti dell’uomo fosse semplicemente un decalogo di buoni propositi per la letterina di Babbo Natale. Gli sbarchi riguardano i già salvi. Per quelli in mare da che parte si decide di stare? Quella è la linea che divide le due parti.

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Schlein nella tana di De Luca: a Napoli per regolare i conti con il governatore

“Una e indivisibile, perché l’autonomia differenziata minaccia l’unità d’Italia” è il titolo del convegno che il Partito democratico tiene in questi giorni a Napoli con cui la segretaria Elly Schlein prova a cementare la sua comunità politica.

“Non solo una manifestazione contro ma un’occasione per le proposte”, fanno sapere dal Nazareno. Schlein vuole lavorare su due fronti. Da una parte prova a fare del Pd il perno di un’opposizione meno disunita, lavorando sui temi comuni più che sulle differenze, come nel caso del salario minimo. Contemporaneamente la segreteria vuole che il Pd rappresenti una credibile alternativa di governo, senza limitarsi a pungere il governo.

La sfida Schlein-De Luca

Ma la due giorni di Napoli è anche la mappa della geografia interna del Partito Democratico, ancora alle prese con gli assestamenti per la vittoria di Schlein che evidentemente non è ancora stata assorbita da tutti. Lo scontro principale, manco a dirlo, a Napoli è quello con il presidente della Campania Vincenzo De Luca che nelle ultime settimane ha moltiplicato gli attacchi contro la sua segretaria, non disdegnando i suoi abituali toni sprezzanti.

Ufficialmente De Luca è stato invitato (“come tutti i membri del partito”, fanno sapere dalla segreteria) senza nemmeno rispondere. Il presidente campano ha lanciato la sfida a Schlein, al commissario del Pd campano Antonio Misiani e alla commissaria Dem a Caserta Susanna Camusso.

De Luca ha deciso di andare allo scontro ponendo il veto sulla partecipazione all’evento di Napoli per tutti i suoi consiglieri regionali. Missione non del tutto riuscita. La guerra a Schlein e alla nuova segretaria sta logorando il governatore campano e tra i nove consiglieri regionali Dem qualcuno ha già fatto sapere di “non essere al guinzaglio di nessuno” e di partecipare all’iniziativa.

Oggi dovrebbe esserci Massimiliano Manfredi (consigliere regionale nel gruppo del Pd nonché fratello del sindaco di Napoli), e la consigliera Bruna Fiola. Il capogruppo Mario Casillo ieri avrebbe dovuto aprire uno dei panel della kermesse ma è stato precettato dal Consiglio regionale convocato proprio da De Luca. Il fallimento peggiore però è nazionale.

L’opposizione interna del Pd in cerca di un leader?

Vincenzo De Luca ha creduto di poter essere la lepre in fuga dello scontro aperto con la segretaria, convinto di potersi accreditare come nuovo leader dell’opposizione interna. La minoranza del Pd oggi ha infatti vertici debolissimi: su Bonaccini pesa la sconfitta alla corsa per la segreteria e soprattutto l’accusa di avere brigato più per ottenere la presidenza del partito che per conquistare posti per i “suoi”.

Discorso simile per Lorenzo Guerini (leader in decadenza di Base riformista) che secondo qualcuno si è impegnato più per la presidenza del Copasir che per un vero lavoro di “squadra” all’interno del partito.

Anche per questo De Luca ha ritenuto di potersi rilanciare come leader dell’opposizione a Schlein. Il governatore non ha però tenuto conto dell’anima margheritina degli anti-Schlein che amano poco i modi e i toni visti in queste ultime settimane.

Ma soprattutto il presidente campano non ha tenuto conto dell’antico adagio che risuona nella fronda interna contro la segreteria: “per andare allo scontro bisogna avere qualche pedina nelle posizioni giuste”, dice un senatore Dem.

E di posizioni, per ora, non ce ne sono. la segretaria Elly Schlein si ritroverà oggi sul palco insieme a Stefano Bonaccini, Michele Emiliano e praticamente tutti i dirigenti nazionali. L’isolamento di De Luca diventerà plastico. “Per questo potrebbe presentarsi a sorpresa”, suggerisce qualcuno. Ma sarebbe solo l’ennesima macchietta.

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Dieta di Stato con la Social card: ora decidono anche cosa mangiamo

La nuova classe “digerente”, più che dirigente. Dalle parti del governo sono stati presi dal piglio dei nutrizionisti e hanno deciso cosa si può comprare con la nuova “social card”, la mancetta che hanno contestato quando erano all’opposizione e in campagna elettorale e che invece sono riusciti a formulare nel peggiore dei modi. I fruitori della card potranno acquistare (con nemmeno una moneta di 2 euro al giorno) chili di cioccolato o cacao in polvere, potranno trastullarsi con zucchero e caffè (non più di un caffè al giorno, viste le cifre) ma non potranno acquistare nessun cibo surgelato, ad esempio.

Con la Social card arriva la dieta di Stato

Nell’idea del governo permettersi il lusso di scaldarsi qualcosa già pronto è una mollezza che evidentemente non si addice alla stirpe italica. Niente da fare nemmeno per i gelati: ai bambini toccherà al massimo – se saranno stati bravi – un cucchiaio di miele (consentito) o una manciata di arachidi. Obbligatorio quindi il “pescato fresco” (sembra una barzelletta ma è così) e chissà che fine fanno gli eventuali ricorsi per il pesce scongelato che viene venduto nella stragrande maggioranza dei banchi della grande distribuzione.

Il pesce che “è stato surgelato” e ora si presenta fresco è una truffa allo Stato? Ci saranno uomini della polizia alimentare che si aggireranno nelle corsi dei supermercati per valutare la vivezza dell’occhio della triglia Ma le stranezze non finiscono qui. Aceto sì, aceto balsamico no. Zucchero sì ma non sia mai che si faccia colazione con la marmellata. Ah, niente sale, tutto insipido per decreto. Sì la camomilla ma niente risate. Nel libro nero ci finiscono anche le bibite gasate.

Con la Social card niente farmaci

A tal proposito tocca ritirare fuori quel campione di coerenza che è il ministro Salvini, uomo forte di questo governo. Nel 2019 l’attuale ministro alle Infrastrutture tuonava contro una tassa sulle bibite gassate: “Follia e malattia – diceva Salvini – Occhio ai pericolosi detentori di spuma nera e bianca, gazosa e aranciata. Vedo già perquisizioni negli zainetti dei bimbi a scuola”. Ci aveva visto giusto: ora che è arrivato al governo è accaduta la distopia che lo tormentava.

Chissà come dormirà male, ora. A proposito: se i possessori della social card commettono il grave errore di prendere un’otite o un’influenza non si azzardino a comprare gocce o Tachipirina. La nuova classe digerente ha deciso che i farmaci non sono un bene “primario”. Si torna agli impacchi di legumi come ai vecchi tempi e a posto così. Sempre che la social card i bisognosi riescano a ottenerla.

Non solo la dieta, gli esclusi dalla Carta Dedicata a te

Il governo infatti non ha potuto esimersi dal stilare la classifica delle famiglie più famiglie degli altri e così in nome delle risorse limitate (500 milioni di euro) ha deciso che l’elenco dei beneficiari viene individuato tra le famiglie con non meno di tre componenti. Non solo. Ad avere la priorità sono i nuclei familiari con i figli più piccoli e – in seconda battuta – coloro che hanno un reddito più basso. È il ritorno del proletariato: avere prole è la caratteristica principale per essere riconosciuto (e premiato con mancia) dal governo.

E le famiglie con meno di tre componenti? Per loro cattive notizia. Se è infatti è vero che il decreto legge non esclude espressamente single e coppie dal beneficio, difficilmente questi nuclei familiari avranno diritto alla nuova carta acquisti. Il motivo è banale: le risorse sono limitate e come abbiamo visto la priorità viene data alle famiglie con almeno tre componenti e un figlio piccolo. “A questi 382 euro c’è la possibilità di sommare gli sconti del 15% che abbiamo ottenuto da tutti quelli che nella distribuzione hanno aderito al progetto, e che ringrazio, sconti cumulabili alla scontistica già applicata”, ha detto ieri il ministro Lollobrigida. Il quadro è completo: la mancia e la caccia agli sconti. Basta attenersi alla dieta di cittadinanza.

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Giù le mani dal concorso esterno: pure De Lucia smonta la riforma Nordio

Ahi maledetta Commissione parlamentare Antimafia, foriera di tanti dispiaceri! Mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro alla Giustizia Carlo Nordio sminuiscono qualsiasi osservazione sulla preannunciata riforma della giustizia come “male lingue” il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia audito dalla commissione presieduta dalla melonianissima presidente Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia) smonta pezzo per pezzo la narrazione del governo.

La relazione di De Lucia

Si comincia con le odiosissime intercettazioni, strumento di indagine che proprio il ministro Nordio aveva definito poco utile perché, a suo dire, “i mafiosi non parlano al telefono”. De Lucia spiega che “le intercettazioni sono, nelle loro varie forme, uno strumento decisivo nella lotta alla criminalità organizzata. Perché ‘organizzazione’ vuol dire comunicazione, i mafiosi parlano tra di loro ed è indispensabile cercare di entrare all’interno dell’organizzazione ascoltando le loro comunicazioni”.

Anzi, secondo il procuratore di Palermo – che di mafiosi ne “ascolta” parecchi per mestiere – più che occuparsi di svilire le intercettazioni bisognerebbe preoccuparsi del fatto che “in questo momento – dice De Lucia – il meccanismo delle intercettazioni ci pone in ritardo rispetto alle forme di comunicazione che usano le mafie. Le mafie usano piattaforme criptate, rispetto alle quali noi siamo in ritardo. Quindi c’è un problema tecnologico ancor prima che normativo”.

Non solo: “L’importanza delle intercettazioni in tema di criminalità organizzata è tale che non posso immaginare una riforma in senso limitativo di questo strumento”, spiega De Lucia. Con buona pace di chi ne ha parlato senza la benché minima contezza del fenomeno mafioso. Il procuratore ha ribadito che “tutto quello che è stato fatto contro le mafia – ha aggiunto – è stato fatto con l’uso e il rispetto delle leggi”, a proposito degli “abusi” che vengono sventolati ogni volta.

Anche sui collaboratori di giustizia (volgarmente detti pentiti) il procuratore De Lucia ci tiene a precisare che sono “determinanti” per l’azione antimafiosa. Due elementi elenca De Lucia: collaboratori di giustizia e intercettazioni. A chi fa comodo indebolire questi due strumenti è presto detto: ai mafiosi. Il procuratore di Palermo, rispondendo a una domanda, ha anche spiegato che i “trojan” sono uno strumento “invasivo” ma irrinunciabile “specie in una situazione in cui il fenomeno della corruzione si manifesta come davvero pervasivo e importante”.

Il reato di concorso esterno

De Lucia è intervenuto anche sul reato di concorso esterno, che – sempre per bocca del ministro Nordio – è tornato in discussione: “Lo strumento del concorso esterno in associazione mafiosa, siccome è oggettivamente delicato, può essere oggetto di una riflessione” ma “è assai difficile immaginare di non ricorrere più a uno strumento che esiste dal 1930 e che si è rivelato uno strumento utile e corretto per colpire disvalori”, risponde De Lucia.

“È possibile rivisitare l’area applicativa ma solo per individuare forme più tipizzate. Quanto ad altre forme di riesame e all’abolizione tout court dell’istituto mi pare difficile”, dice De Lucia. Saranno scontenti coloro che vedevano all’orizzonte addirittura un’abolizione. Al procuratore di Palermo è toccato pure il compito di ricordare che “Cosa Nostra ora si è indebolita, ma è tutt’altro che sconfitta, e anzi in questo momento di debolezza cerca di ristrutturarsi per mezzo, tra le altre cose, della ricerca di nuovi capitali”. Con una precisazione importante: Messina Denaro non era “il capo” di Cosa nostra, nonostante sia stato “mitizzato”. Anche perché la mafia ha bisogno di un vertice, più di un capo.

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A proposito del Decreto Piantedosi: ora il reclamo arriva alla Commissione europea

L’associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), Emergency, Medici Senza Frontiere (MSF), Oxfam Italia e SOS Humanity hanno presentato un reclamo alla Commissione europea per chiedere un esame della nuova legge italiana in materia di gestione dei flussi migratori (15/2023). 

Le Ong evidenziano come la nuova normativa sollevi gravi preoccupazioni riguardo la sua compatibilità con il diritto dell’Unione Europea (Ue) e gli obblighi degli Stati membri ai sensi del diritto internazionale in materia di attività di ricerca e salvataggio in mare.  

«La Commissione europea è la custode dei trattati dell’Ue e garantisce che gli Stati membri rispettino il diritto internazionale e comunitario» afferma Giulia Capitani, policy advisor su immigrazione e asilo di Oxfam Italia. «Dovrebbe sostenere e proteggere i diritti fondamentali di tutte le persone in Europa. Invece, sono le Ong a riempire il vergognoso vuoto in mare lasciato dagli Stati membri dell’Ue. Invece di ostacolare il loro lavoro, le Ong andrebbero coinvolte nella creazione di un sistema adeguato di ricerca e soccorso in mare».

La nuova legge italiana prevede che le imbarcazioni si dirigano senza ritardi verso il porto assegnato dopo la prima operazione di salvataggio, limitando così l’azione delle imbarcazioni nel fornire assistenza ad altre barche in difficoltà. La norma obbliga, inoltre, i capitani a fornire alle autorità italiane informazioni non meglio specificate sul salvataggio effettuato, portando a una richiesta di informazioni eccessive.

La nuova legge è aggravata dalla recente prassi delle autorità italiane di assegnare porti lontani per lo sbarco. Questa politica non è prevista da alcuna normativa, ma è diventata una pratica comune dal dicembre 2022, facendo aumentare significativamente i tempi di viaggio e limitando di conseguenza la presenza delle navi umanitarie nella zona di ricerca e soccorso.

Le cinque Ong ritengono che la combinazione di queste misure imponga restrizioni ingiustificate alle operazioni di ricerca e soccorso e limiti drasticamente la loro capacità di salvare vite in mare.

«Ogni giorno trascorso lontano dalla zona di ricerca e soccorso, sia se sotto fermo sia se in navigazione verso un porto lontano, mette a rischio vite umane», afferma Djoen Besselink, responsabile delle operazioni di MSF. «La legge colpisce le Ong, ma il prezzo più alto sarà pagato dalle persone in fuga attraverso il Mediterraneo che si ritroveranno su un’imbarcazione in difficoltà».

L’aumento dei tempi di percorrenza verso porti più lontani comporta anche rischi per la salute fisica e mentale delle persone soccorse a bordo. «Assegnare luoghi sicuri a più di 1.000 km di distanza dal luogo del soccorso danneggia il benessere fisico e psicologico dei sopravvissuti», afferma Josh, capitano della nave di soccorso Humanity 1 di SOS Humanity. «Le 199 persone che abbiamo salvato recentemente, tra cui donne incinte e neonati, sono state costrette a percorrere circa 1.300 km prima di sbarcare in Italia, anche se altri porti italiani erano molto più vicini».

«Le persone soccorse provengono da paesi colpiti da guerre, cambiamenti climatici e violazioni dei diritti umani», spiega Carlo Maisano, coordinatore Life Support di Emergency «Spesso sono in condizioni di estrema fragilità, aggravate da altro tempo trascorso in mare».

Il 23 febbraio 2023, la legge 15/2023 (al tempo ancora decreto-legge) è stata applicata per la prima volta quando l’Autorità portuale di Ancona ha notificato a MSF un ordine di fermo di 20 giorni per la sua nave (Geo Barents) e una multa di 5.000 euro per non aver fornito informazioni che non erano mai state chieste prima.

Da allora, le autorità italiane hanno fermato altre quattro navi umanitarie di ricerca e soccorso – Aurora, Louise Michel, Sea-Eye 4 e Mare*Go – per un periodo di 20 giorni ciascuna per violazione della nuova normativa. Questo significa un totale di 100 giorni persi per le navi umanitarie di ricerca e soccorso, mentre non si sono interrotti i pericolosi viaggi in mare e i naufragi nel Mediterraneo.

«Le persone salvate in mare sono giuridicamente naufraghe, prima che migranti, ed il loro ingresso sul territorio nazionale attraverso il salvataggio in mare non può essere considerato in contrasto con la normativa sull’immigrazione. L’obbligo di soccorso è, infatti, inderogabile e non limitato e, vale ribadire, prescinde dalla qualifica soggettiva della persona soccorsa» conclude l’avvocato Lorenzo Trucco, presidente Asgi.

Il grosso rischio di fronte a leggi criminogene è l’effetto della rana bollita. Ci stiamo dentro ormai da così tanto che non ci accorgiamo che finiamo cotti. Il Decreto Piantedosi è legge ma contestare le leggi ingiuste è un dovere.

Buon venerdì.

 

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Metodo Santanchè: dalle bugie alle querele

Si dice tranquilla la ministra al Turismo Daniela Santanchè. È così tranquilla che ieri per intervenire all’assemblea generale di Confagricoltura a Roma era circondata da un cordone di poliziotti e da un collaboratore che filmava i presenti. Per difendersi da chi? Dai giornalisti, ovviamente, e da quel loro pericolosissimo vizio di porre delle domande.

La strategia della ministra è sempre la stessa: “Non partecipo ai processi mediatici”, dice ai cronisti presenti. Che si tratti di indagini giudiziarie e di valutazioni politiche continua a sfuggirle. Per non partecipare “ai processi mediatici” basterebbe rispondere, possibilmente con informazioni vere. La questione sarebbe già chiusa da un pezzo. Così sul palco ancora una volta dice di non essere disposta “a fare un passo indietro”: “non capisco per quale motivo dovrei farlo”, dice alla platea, “nessuno mi ha mai accusato nella mia funzione di ministro”.

Deve essere comodo riuscire a vivere così, da personaggio pubblico che diventa privato e poi torna pubblico alla bisogna. Il concetto di opportunità, del resto, non vige da quella parti. Ma la frase da incorniciare è un’altra. Dice la ministra: “io dico ai giornali, bene, c’è la libertà di stampa, scrivete quello che volete, poi anche lì ci sarà qualcuno che dirà se le cose erano vere o false. Mi auguro tra qualche anno di avere un bel gruzzoletto dal mio risarcimento danni” con cui “potrò magari aiutare qualcuno che ha più bisogno di me”. Le possiamo dare un consiglio: lì fuori ci sono da mesi i suoi dipendenti che aspettano il dovuto.

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Nient’altro che un’oligarchia

Spiegata semplice. Lo scorso 12 gennaio Dimitri Kunz e Laura Di Cicco hanno comprato una villa a Forte dei Marmi e dopo 58 minuti l’hanno rivenduta, guadagnando un milione di euro. La notizia l’ha scovata il quotidiano Domani: i due personaggi di questa curiosa storia sono il compagno della ministra del Turismo Daniela Santanchè e la moglie del presidente del Senato, Ignazio La Russa. A gennaio sia Kunz che Santanchè sono già indagati dalla Procura di Milano per via del tracollo di Visibilia, la società editoriale già amministrata dalla ministra. Il compagno della ministra, nel momento in cui porta a termine la plusvalenza da un milione, è  l’amministratore unico di Visibilia editrice.

Guadagnare un milione di euro in meno di un’ora accade in pochi casi. Potresti essere un genio, un talento ineguagliabile in un campo molto ristretto per cui sei un fenomeno a livello mondiale e quindi ti meriti un guadagno stratosferico perché la stratosfera è il luogo in cui pascoli. Non è questo il caso. Siamo di fronte ai “coniugi di” politici di lungo corso che non hanno mai dimostrato grandi talenti.

I pochi che collezionano guadagni spropositati hanno un nome: oligarchi. L’oligarchia, dice il dizionario, è un regime politico o amministrativo caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di una minoranza, per lo più operante a proprio vantaggio e contro gli interessi della maggioranza. Da mesi gli oligarchi per eccellenza sono i russi, spinti come rozzi e primitivi rispetto al luminoso occidente. Dalle nostre parti l’oligarchia propone come modelli di imprenditoria nomi plurifalliti oppure “unti” dalla vicinanza di qualche imprenditore di qualche generazione fa.

Ieri sera Kunz ha scritto un comunicato in cui ci spiega che  “l’effetto scandalistico basato sui ’58 minuti’ tra l’acquisto e la rivendita è intenzionalmente impressionistico e sostanzialmente falso. L’operazione immobiliare in oggetto, durata più di un anno, nasce su precisa richiesta del venditore professor Alberoni, assistito da una avvocatessa milanese. Il prezzo di vendita è esattamente quello richiesto dallo stesso professore per l’immobile che era frutto di una eredità non chiusa con sette coeredi, legatari e asseriti creditori. Al professore, sono stati versati molti mesi prima (e non 58 minuti) durante il preliminare di vendita, una parte del prezzo richiesto e accettato”. Poi “è stato individuato, dopo lavori di miglioria dell’immobile, un compratore fortemente interessato che ha provveduto a sua volta a rogitare non appena è stato giuridicamente possibile (i famosi 58 minuti). Compratore che era consapevole del prezzo pagato al professore e della continua crescita del valore delle case in Versilia. Il guadagno infine, risulta assai minore di quello riferito dal quotidiano Domani tenuto conto dei non lievi costi sostenuti per l’immobile, la alta tassazione sul reddito e sulla plusvalenza”.

Buon giovedì.

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