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“Falcone, Borsellino e le teste di minchia”. La mia intervista a Il Cittadino

Il titolo varia in base al “liberismo” di luoghi o contesti: “Falcone, Borsellino e le teste di minchia” o “Il ridicolo onore”. La sostanza, però, non cambia. In entrambi i casi si tratta dello stesso spettacolo, una giullarata che ridicolizza e smonta codici, riti e miti mafiosi. Facendo nomi e cognomi. Come è sempre stato nello stile di Giulio Cavalli, scrittore, giornalista e attore lodigiano che ha fatto della lotta a cosa nostra uno dei cardini della sua produzione. Per anni Cavalli ha vissuto sotto scorta, ma non ha mai smesso di scrivere e interrogarsi su un fenomeno quasi scomparso dai radar del dibattito pubblico e della politica, quando invece «i mafiosi sono sempre gli stessi: hanno nomi e cognomi (che non vogliono che vengano pronunciati e invece li pronunciamo), sono goffi e imbarazzanti nelle loro storie e nelle loro intercettazioni (che noi leggiamo sul palco, cosa c’è di meglio?) e abitano tranquilli facendo finta di essere buoni cittadini. Recuperando i canoni dei giullari del ‘500 si percorre la storia delle mafie smontando il presunto onore di presunti boss che si sgretolano di fronte alla risata». 

Dopo una cinquantina di date in tutta Italia, sabato sera (ore 21.30) Cavalli porterà il suo spettacolo nel Lodigiano: l’appuntamento, organizzato dall’associazione Giovani Basso Lodigiano, è in programma nella cornice del castello Douglas Scotti di Fombio. Le prenotazioni dei biglietti (10 euro) sono già aperte: online attraverso il sito www.eventbrite.com oppure via telefono contattando Emanuele Frijio (presidente dell’associazione organizzatrice) al numero 3278392632. 

«Sul tema della consapevolezza mafiosa sembra di essere tornati indietro di trent’anni – racconta Cavalli -. Il candidato sindaco di Palermo, nel trentennale della morte di Falcone e Borsellino, è stato appoggiato da Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, gli stessi personaggi dei quali i magistrati parlavano negli ultimi anni della loro vita». Cavalli è tornato sul paco dopo un lungo periodo di assenza: «”Il ridicolo onore” (titolo scelto per la serata di Fombio, ndr) è nato con il Teatro della Cooperativa di Milano insieme a Renato Sarti, uno dei miei maestri. Mi ha chiesto di tornare in pista: avevo bisogno di divertirmi e di capire quanta voglia avessi di fare ancora teatro. La “giullarata” mi consente di andare in scena senza avere un copione preconfezionato: è uno spettacolo molto comico, in cui prendiamo in giro le “mitiche” figure mafiose e ci agganciamo all’attualità. Nel corso dei mesi lo spettacolo è cambiato: mi sono molto affezionato a questa produzione, perché inizialmente pensavo fosse solo una parentesi e invece abbiamo già fatto oltre cinquanta repliche. Un fatto curioso è che abbiamo debuttato il giorno dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro», un altro personaggio che ovviamente viene messo alla berlina seguendo «i canoni della commedia dell’arte che già avevo utilizzato a inizio carriera – continua l’attore -. Lo spettacolo viene montato in base alla situazione: nelle scuole portiamo una versione più didascalica, mentre in ambienti dove il pubblico ha già consapevolezza del fenomeno diventa una sorta di gioco carnevalesco». Sul palco, Cavalli sarà accompagnato da due fedeli compagni di viaggio lodigiani: il chitarrista Federico Rama e il tecnico audio e luci Mario Raimondi. «Un ritorno sul palco a Lodi? Per questioni noiose non mi esibisco nel capoluogo da vent’anni. Ma non escludo la possibilità di fare qualcosa, quando e se capiterà l’occasione di chiarirsi con alcuni “pezzi” della città».

(fonte)

A Casa loro in scena a Recanati

A Recanati con “A casa loro”, lo spettacolo scritto con Nello Scavo per raccontare ciò che ci si ostina a non voler vedere: la Libia è il sacchetto dell’umido dei nostri errori e dei nostri orrori. La storia ci giudicherà. 

Portare in tournée la realtà della Libia e del Mediterraneo è un dovere civile. 

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Se volete organizzare uno spettacolo nel vostro teatro, nel vostro comune, con la vostra associazione o nel vostro festival estivo oppure potete scriverci a organizzazione@giuliocavalli.net

Da Roccella a La Russia: 48 ore da film dell’orrore

Basta mettere in fila i fatti delle ultime ore, senza nemmeno commentarli. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha commesso un reato incappando nella vittimizzazione secondaria della presunta vittima di violenza sessuale che ha denunciato suo figlio. Prima aveva assolto il figlio senza nemmeno bisogno di un giudice “dopo averlo interrogato a lungo”.  Accortosi di essere riuscito nel mirabile capolavoro di risultare scarso sia come padre che come politico ha fatto marcia indietro: sono stato frainteso, ci ha detto.

Tra Roccella, Santanchè e La Russa le ultime 48 ore sono un film dell’orrore

 

La ministra Roccella è stata contestata, di nuovo. Dice che è colpa dei sabotatori, chissà quando scoprirà di essere lei la sua più grande sabotatrice. Ospite a un festival letterario ha assolto Ignazio La Russa (e quindi il figlio) perché, ha detto, “è colui che per la prima volta ha proposto una manifestazione di soli uomini contro la violenza sulle donne, mi sembra questa già una risposta”.

Di fronte a una banalità di tal portata il pubblico l’ha fischiata e se n’è andato. La ministra ha trovato però il tempo di paragonare Daniela Santanchè a Enzo Tortora. Ha ragione Carlo Verdelli: “Paragonare Santanche’ a Tortora è una bestemmia civile. E scivolerà via nel torrente di oltraggi che ci sta annegando”.

Il giornalista Filippo Facci intanto su Libero ha scritto in un suo pezzo di “una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa“. E voi direte, che c’entra con il governo? Facci è una delle nuove facce della Rai targata Meloni. Questa sono solo le ultime 48 ore. Chissà che ne pensano quelli che non vedevano “nessun pericolo”.

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Facci Tarzan

S’ode nell’aria un’ipocrita sorpresa per atteggiamenti e parole, come se qualcuno non fosse stato dalle nostra parti negli ultimi vent’anni. Nel giro di una settimana ci si è stupiti che la ministra Daniela Santanchè possa dirsi imprenditrice più per le sue amicizie e le sue rendite di posizione che per l’acume e la fatica che richiede ai giovani.

Poi ci si è stupiti che la ministra Roccella sia disposta a sfiorare il risibile pur di difendere le sue posizioni e quelle dei suoi colleghi di governo. Eppure non è accaduto molte settimane fa il piagnisteo del Salone del libro dove ha dimostrato di avere il vittimismo come principale argomentazione, sulla scia della sua presidente del Consiglio. Poi ci si è stupiti delle volgarità del volgare Sgarbi.

L’ultimo sbigottimento riguarda il giornalista Filippo Facci che ha fatto l’unica cosa che lo rende noto, provocare con una buona dose volgarità sfoderando sessismo a iosa. Ieri Selvaggia Lucarelli ha ricordato che è lo stesso Facci che la definì “questa gossipara spargizizzania, che porta male a tutto quel che tocca ed è diventata nota perlopiù per le sue tette da vecchia matrona”. È lo stesso Facci che definendo le “norme su femminicidio solo fumo negli occhi per falsa emergenza”. È lo stesso Facci che parlò di “cessismo” pubblicando un foto di Michela Murgia, incapace di rispondere nel merito.

Gli esempi potrebbero essere moltissimi. Sorprendersi delle caratteristiche peculiari che sono stati gli unici ingredienti della popolarità di qualcuno ha il sapore vagamente ipocrita. Succede sempre: si “normalizza” chi è il potere per non dargli un dispiacere e poi si è costretti a fare un passo indietro quando rivelano la loro risaputa natura. Non sarebbe meglio avere consapevolezza Chiedo.

Buon lunedì.

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Meloni rispolvera l’attacco alla magistratura, ma almeno Berlusconi ci metteva la faccia – Lettera43

Non c’è niente di più stancante della prevedibilità. Quando la prevedibilità riguarda poi la traiettoria di un governo il disagio è un cerchio che si aggiunge e ingrassa il tronco. Sono bastati pochi mesi a quello Meloni per inabissarsi nel cono difensivo dei governi precedenti: l’attacco alla magistratura.

Il governo Meloni è la prevedibile copia di Berlusconi ma almeno il Cav ci metteva la faccia

Con una punta di invidia si torna ai fasti di Silvio Berlusconi che erse la magistratura a nemico pubblico da sventolare e con i magistrati orchi alla bisogna. Silvio, va riconosciuto, aveva più simpatica sfrontatezza: ci metteva la faccia, recitava la parte con appassionato entusiasmo, ci metteva il corpo senza riuscire a nascondere il divertimento. La prevedibile copia del governo Meloni invece si riconosce per l’infantile tatticismo. Rilascia una nota da “fonti di Palazzo Chigi”. In pratica diventa retroscenista di sé stesso offrendo alla stampa e all’opinione pubblica un boccone che non ha padroni. «Palazzo Chigi contro la magistratura», sono costretti a scrivere i quotidiani, e ognuno si immagina l’edificio di piazza Colonna sbattere le imposte e pestare le porte. Un’accusa senza una firma ha il retrogusto del venticello leggero della calunnia. Se avesse proposto un pezzo del genere un qualsiasi giornalista avrebbe dovuto fare i conti con il suo caporedattore mentre gli appoggiava la mano sulla spalla e gli diceva che no, dai no, non può essere davvero una notizia.

Meloni rispolvera l'attacco alla magistratura, ma almeno Berlusconi ci metteva la faccia
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La destra usa tutti i trucchi: gridare all’assedio, cavalcare l’indignazione, tutto pur di non parlare di politica

Invece eccoci qua. A luglio del 2023 il governo Meloni imbocca ufficialmente il sentiero dello scontro con la magistratura come panacea di tutti i mali, di tutti i rischi, di tutte le insofferenze e di tutte le difficoltà. In fondo “l’eredità politica di Silvio Berlusconi” consiste anche in un semplice manuale di trucchi da animatore politico. Li ritroviamo tutti: opporsi all’opposizione mentre si è al governo per lasciare intendere che si sia sotto attacco, cavalcare l’indignazione su questione impolitiche per non dover parlare di politica, rispondere alle domande rivendicando l’umanesimo dei propri errori (perfetta la ministra Santanchè, in questo), sindrome dell’assedio e immediato contrattacco quando c’è di mezzo la magistratura. E le premesse e le promesse? Non c’è problema. La forza delle narrazioni sta anche nel loro sciogliersi in fretta. Le narrazioni sono lavabili, possono essere capovolte, amano essere contraddette. Sembra un’altra era quando Giorgia Meloni si presentava agli italiani promettendo un nuovo patto sociale in cui avremmo conosciuto «una nuova destra». La presidente del Consiglio aveva promesso l’ascolto di ogni protesta e poco dopo si è inventata il reato di manifestazione ambientalista con vernice lavabile. «Sarò la presidente di tutti gli italiani», disse nel suo discorso in parlamento. Anche questa è una frase diventata un genere letterario.

Meloni rispolvera l'attacco alla magistratura, ma almeno Berlusconi ci metteva la faccia
Daniela Santanchè durante l’informativa al Senato (Imagoeconomica).

Quella di Giorgia Meloni sembrava una storia ben scritta e invece si è rivelata vecchia

La “storia” di Giorgia Meloni sembrava ben scritta, con gli ingredienti giusti per funzionare. C’era l’infanzia di borgata riscattata dall’impegno, c’era la militanza di partito nell’epoca dei parvenu, c’era l’autonomia, soprattutto. «A differenza di altri io non sono ricattabile», disse Giorgia Meloni presentandosi agli italiani nelle vesti di presidente del Consiglio. La frecciata, manco a dirlo, era rivolta a quel Silvio Berlusconi che inutilmente aveva provato a tarparle le ali. Al di là delle inclinazioni politiche di ognuno ascoltandola si è pensato che almeno avremmo visto una storia nuova. «Peggio di una storia brutta c’è solo una storia vecchia», mi disse un ex direttore molto in vista qualche anno fa. Aggiunse che gli elementi che funzionano sono la crescita esponenziale, una difficoltà imprevista, il superamento della crisi e poi il riscatto. Quanto sia imprevisto che la magistratura indaghi (anche) sulla classe dirigente del Paese ognuno lo può giudicare per proprio conto. Quanto sia prevedibile che una destra sovranista indichi la magistratura come un “deep State” contro lo Stato lo dice la storia recente. Una storia così vecchia che potremmo scrivere già il plot delle prossime puntate: scontro, polarizzazione, caduta, beatificazione. In attesa del prossimo che si professerà finalmente non ricattabile, applausi scroscianti e via, di nuovo.

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Sesso, droga e… contrappasso. C’è un caso Grillo in casa La Russa. Il figlio di Ignazio indagato per violenza sessuale ma il padre lo assolve e scarica la colpa sulla vittima

È la legge del contrappasso ed è la plastica dimostrazione di come sia sempre pericoloso utilizzare i casi di cronaca come clava politica. Sembrano lontani i tempi in cui Beppe Grillo definiva un “processo politico” quello nei confronti di suo figlio Ciro, accusato di stupro insieme ad alcuni amici. In quel caso il politico Grillo si fece padre e difese il figlio con un video giudicato da molti offensivo per il tentativo di rivittimizzare la presunta vittima.

Ora sotto i riflettori è finito Leonardo Apache La Russa, terzogenito del presidente del Senato Ignazio La Russa, indagato per violenza sessuale a Milano dopo la denuncia presentata da una 22enne. Stando alle dichiarazioni della ragazza riportate dal Corriere della Sera, che ha anticipato la notizia, la violenza è avvenuta lo scorso 18 maggio, durante una serata in discoteca nel capoluogo lombardo.

La procura deve ancora individuare e sentire i testimoni e l’indagine è nelle sue fasi iniziali ma il clamore si è già alzato e politica e cronaca si sono mischiate di nuovo. Anche in questo caso il politico s’è fatto padre. Solo che qui Ignazio La Russa è la seconda carica dello Stato e la cautela dovrebbe essere un obbligo per tutelare le istituzioni. Non è andata così.

Difesa d’ufficio

Il presidente del Senato racconta di aver “a lungo interrogato” il figlio ricavandone la certezza che “non abbia compiuto” nulla di penalmente rilevante. È il processo secondo questa destra: indagini e tre gradi di giudizio si esauriscono nella convinzione del padre. “Non mi sento di muovergli alcun altro rimprovero”, dice La Russa, se non quella “forte reprimenda” per “aver portato in casa nostra una ragazza con cui non aveva un rapporto consolidato”.

Il presidente del Senato ne ha anche per la ricostruzione fornita dalla ragazza: “Di sicuro lascia molti interrogativi una denuncia presentata dopo quaranta giorni dall’avvocato estensore che – cito testualmente il giornale che ne dà notizia – occupa questo tempo ‘per rimettere insieme i fatti’…”, scrive La Russa. Non si è fatta attendere la reazione della segretaria del Pd Elly Schlein: “Al di là delle responsabilità del figlio, che sta alla magistratura chiarire”, ha detto la segretaria, “è disgustoso sentire dalla seconda carica dello Stato parole che ancora una volta vogliono minare la credibilità delle donne che denunciano una violenza sessuale a seconda di quanto tempo ci mettono, o sull’eventuale assunzione di alcol o droghe, come se questo facesse presumere automaticamente il loro consenso”.

Secondo Schlein “il presidente del Senato non può fare vittimizzazione secondaria. È per questo tipo di parole che tante donne non denunciano per paura di non essere credute. Inaccettabile da chi ha incarichi istituzionali la legittimazione del pregiudizio sessista”.

La polemica

Sul tema è intervenuta anche Antonella Veltri, presidente della rete dei centri antiviolenza D.i.Re: “È inaccettabile in una democrazia moderna che si usino privilegi derivanti da incarichi o da ruoli politici per orientare l’opinione pubblica e indebolire la denuncia delle donne. Chiediamo al presidente della Repubblica di intervenire e mettere un freno a questo riprovevole comportamento del presidente del Senato”.

Anche per il co-portavoce nazionale di Europa Verde Angelo Bonelli, le parole di La Russa sono “inaccettabili”: “Il fatto che la seconda carica dello Stato si renda responsabile di queste inaccettabili dichiarazioni, che attaccano la vittima e scagionano il figlio, evidenzia che le nostre istituzioni sono entrate in una fase di profonda delegittimazione a causa di comportamenti profondamente dequalificanti”. Di “ingerenza intollerabile” parla Riccardo Magi di +Europa.

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Inchieste su Santanchè e Delmastro. Pure Nordio manganella le toghe. Dopo Palazzo Chigi anche Via Arenula va allo scontro. Questo governo è il degno erede di Berlusconi

Eccola l’eredità di Berlusconi: il governo Meloni apre lo scontro con la magistratura, sulla scia del capostipite politico. L’indagine sulla ministra Daniela Santanchè e sul sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sono l’innesco. Si comincia con una nota da non precisate “fonti” di Palazzo Chigi che l’altro ieri hanno descritto parte della magistratura come un fronte dell’opposizione, accusando le toghe di voler interferire nella campagna elettorale per le Europee 2024. Da Palazzo Chigi l’asse si è allungato fino in via Arenula.

Ieri altre “fonti”, questa volta del ministero della Giustizia scrivono che l’imputazione coatta per il sottosegretario Delmastro Delle Vedove, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso Cospito, “dimostra, come nei confronti di qualsiasi altro indagato, l’irrazionalità del nostro sistema”. Secondo il ministero della Giustizia, trapela da fonti interne, questo caso “dimostra, come nei confronti di qualsiasi altro indagato, l’irrazionalità del nostro sistema”.

Olio di ricino

Secondo quanto stabilito dalla procura Delmastro, nel parlare con Donzelli dei colloqui in carcere di Cospito, non aveva commesso reato perché non conosceva la natura di quegli atti. Ma per il Gip, il sottosegretario non poteva ignorare la segretezza di quel contenuto: tra l’altro il parlamentare di Fratelli d’Italia è anche un avvocato penalista.

“Nel processo che ne segue – si spiega da via Arenula – l’accusa non farà altro che insistere nella richiesta di proscioglimento in coerenza con la richiesta di archiviazione. Laddove, al contrario, chiederà una condanna non farà altro che contraddire se stessa. Nel processo accusatorio il Pubblico Ministero, che non è né deve essere soggetto al potere esecutivo ed è assolutamente indipendente, è il monopolista dell’azione penale e quindi razionalmente non può essere smentito da un giudice sulla base di elementi cui l’accusatore stesso non crede. La grandissima parte delle imputazioni coatte si conclude, infatti, con assoluzioni dopo processi lunghi e dolorosi quanto inutili, con grande spreco di risorse umane ed economiche anche per le necessarie attività difensive. Per questo è necessaria una riforma radicale che attui pienamente il sistema accusatorio”.

L’opposizione insorge. “Cosa pensa Giorgia Meloni della ministra Santanchè che ha affermato pubblicamente in aula di non essere indagata quando invece risulta essere indagata Che cosa pensa di un ministro, Nordio, che ha detto che le informazioni rivelate da Delmastro non erano riservate quando si scopre che erano riservate? Stanno passando il segno”, ha detto ieri la segretaria del Pd Elly Schlein.

Di “attacco vergognoso” parla il M5S: “L’attacco di queste ore del governo alla magistratura sui casi Santanché e Delmastro è una vergogna e un bruttissimo momento per la nostra democrazia. Siamo di fronte a una fase pericolosa e grave per la vita delle nostre istituzioni, anche perché arriva dopo mesi di assalti e aggressioni ad altri soggetti istituzionali. Ogni qualvolta qualcuno, legittimato a farlo, smentisce il governo o fa osservazioni sul suo operato, partono attacchi, annunci di riforme o interventi normativi immediati. Oggi è il turno del pm, del gip e del funzionamento delle indagini preliminari”, scrivono i rappresentanti del M5S nelle commissioni giustizia della Camera e del Senato Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato, Roberto Scarpinato e la coordinatrice del comitato giustizia del Movimento 5 Stelle Giulia Sarti.

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La povertà è una malattia ereditaria

In Italia l’unico modo per fare carriera è nascere nella famiglia giusta. Solo quello, nient’altro. Da decenni si parla di “ascensore sociale” ma il Paese è messo molto peggio delle più pessimistiche previsioni. Spiega l’Istat che un terzo degli adulti (tra 25 e 49 anni) a rischio di povertà proviene da genitori che, quando erano ragazzi di 14 anni, versavano in una cattiva condizione finanziaria: la povertà è una malattia genetica.

Siamo nel Paese in cui “il merito” è una clava da usare contro gli avversari politici, svuotato di significato da una classe dirigente che spesso ha avuto il “merito” di essere nata nella famiglia giusta. Il merito, quello vero, non esiste. La notizia è spaventosa e pericolosa. È spaventosa perché ci dice che non vale nemmeno coltivare speranza, affinare talenti e impegnarsi nella crescita personale e professionale. La provenienza familiare pesa più di qualsiasi dedizione. Ma la notizia è anche pericolosa perché da anni pezzi di classe dirigente (talvolta immeritatamente) additano coloro che denunciano il blocco dell’ascensore sociale come catastrofisti, inetti, falliti. Invece sono disperati, nel senso etimologico del termine, perché sono realisti.

E che fa il governo? Bastona i disperati. L’abolizione del Reddito di cittadinanza è solo una delle tante ritorsioni contro coloro che rovinano la narrazione. E in un’Italia sempre più vecchia e sempre più povera – lo dice l’Istat – i giovani sono incagliati e derisi. Come va a finire la storia non c’è nemmeno bisogno di scriverlo.

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Non solo l’Ucraina. Dal Congo alla Palestina è strage di bambini

I numeri dei minori vittime delle guerre è il più alto di sempre. “È un momento difficile nella storia dell’agenda sui bambini e i conflitti armati. Il rapporto di quest’anno del Segretario Generale (Report of the Special Representative of the Secretary General for Children and Armed Conflict to the Human Rights Council) comprende sia il più alto numero di gravi violazioni mai verificate dalle Nazioni Unite, oltre 27mila, sia il più alto numero di situazioni di preoccupazione”.

Allarme Unicef sugli orrori delle guerre. “Gravi violazioni dei diritti dei minori”

Sono le osservazioni del Vicedirettore generale dell’Unicef Omar Abdi al dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su ‘Come prevenire e rispondere alle gravi violazioni contro i bambini nei conflitti armati’. “L’Unicef è seriamente preoccupato per la condizione dei bambini nelle situazioni aggiunte di recente al rapporto, tra cui Haiti e Niger quest’anno, ed Etiopia, Mozambico e Ucraina nel 2022. Tuttavia, dobbiamo ricordare che il maggior numero di gravi violazioni contro i bambini è stato registrato in conflitti di lunga durata, tra cui quelli nella Repubblica Democratica del Congo, in Israele e nello Stato di Palestina e in Somalia”, si legge ancora nella lettera.

“Queste tre situazioni – commenta Omar Abdi – sono apparse costantemente nel rapporto del Segretario generale da quando il meccanismo di monitoraggio e segnalazione è stato istituito nel 2005, il che significa che i bambini in questi contesti hanno affrontato gravi violazioni senza sosta per anni e, in alcuni casi, come i bambini nello Stato di Palestina, per decenni. A causa delle recenti escalation, ci aspettiamo che le violazioni verificate in almeno alcune di queste situazioni aumentino nei prossimi mesi”.

“Sebbene lo scoppio di un nuovo conflitto in Sudan sia avvenuto al di fuori del periodo di riferimento del rapporto di quest’anno, l’Unicef è anche molto preoccupato per l’impatto del conflitto in corso sui 21 milioni di bambini del Paese. Più di un milione di bambini sono stati sfollati a causa dei combattimenti e le Nazioni Unite hanno ricevuto rapporti attendibili, in corso di verifica, secondo cui centinaia di bambini sono stati uccisi e feriti- aggiunge – L’agenda bambini e conflitti armati è efficace, ci sono innumerevoli storie dell’impatto positivo che l’agenda ha avuto sui bambini colpiti dai conflitti a livello globale. Dal 2000, almeno 180mila bambini sono stati liberati dai ranghi delle forze e dei gruppi armati. Dal 2005 sono stati firmati 39 piani d’azione in 18 diverse situazioni di conflitto. Questi Piani d’azione sono riusciti a prevenire e a porre fine a gravi violazioni contro un numero incalcolabile di bambini grazie alle misure proattive adottate dalle parti in conflitto”.

Tra le vittime dei conflitti, oltre ai bambini, ci sono anche tante donne. A preoccupare l’Onu i crescenti casi di violenze sessuali

“Nella Repubblica Democratica del Congo, ad esempio, l’attuazione del piano d’azione del 2012 ha portato a una significativa riduzione del numero di bambini reclutati e utilizzati dalle Fardc, tra cui il monitoraggio e la separazione di oltre 1.100 bambini, che ha portato alla cancellazione delle Fardc dall’elenco per tale violazione – prosegui il commento – Uno dei maggiori punti di forza dell’agenda sui bambini e i conflitti armati è il meccanismo di monitoraggio e segnalazione delle gravi violazioni da parte delle Nazioni Unite, che funge da base di prova per questo rapporto.

Questi dati consentono all’Onu e ai suoi partner di indirizzare meglio i nostri sforzi per prevenire le gravi violazioni e sostenere i bambini che hanno subito gravi violazioni. Ad esempio, aiutano l’Unicef a indirizzare le azioni di prevenzione e le risposte a episodi tragici come quello che il mese scorso ha ucciso 27 bambini e ne ha feriti altri 53 nel sud della Somalia, dopo l’esplosione di un ordigno in un campo da gioco. Mentre l’Unicef ha raggiunto più di 9 milioni di bambini a livello globale con la formazione sui rischi legati agli ordigni esplosivi nel 2022, i pericoli della contaminazione diffusa delle armi ci impongono di fare di più”.

Sempre a proposito di guerre ieri l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Unocha, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) e Organizzazione Mondiale della sanità (Oms) hanno espresso sconcerto e condanna per i crescenti casi di violenza di genere in Sudan, tra cui violenze sessuali legate al conflitto contro donne e ragazze sfollate e rifugiate, da quando sono scoppiati i combattimenti nel Paese più di 11 settimane fa.

I responsabili delle agenzie delle Nazioni Unite chiedono la fine immediata della violenza di genere

In un comunicato congiunto, i responsabili delle agenzie chiedono: la fine immediata della violenza di genere, compresa la violenza sessuale come tattica di guerra per terrorizzare le persone; indagini rapide, approfondite, imparziali e indipendenti su tutte le presunte gravi violazioni e abusi dei diritti umani e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario; e che i responsabili siano chiamati a rispondere delle loro azioni. Sottolineano che tutte le parti devono rispettare i loro obblighi in materia di diritto internazionale umanitario e dei diritti umani di proteggere i civili, comprese le donne e le ragazze, anche consentendo un passaggio sicuro ai sopravvissuti per accedere all’assistenza sanitaria e agli operatori sanitari per raggiungere le strutture sanitarie.

Anche prima dello scoppio dei combattimenti il 15 aprile, più di 3 milioni di donne e ragazze in Sudan erano a rischio di violenza di genere, compresa la violenza nelle relazioni di coppia, secondo le stime delle Nazioni Unite. Questo numero è salito a circa 4,2 milioni di persone. Dall’inizio del conflitto, l’Ufficio per i diritti Umani delle Nazioni Unite in Sudan ha ricevuto notizie attendibili di 21 episodi di violenza sessuale legata al conflitto contro almeno 57 donne e ragazze. Le vittime comprendono almeno 10 ragazze.

In un caso, circa 20 donne sarebbero state stuprate nello stesso attacco. L’Unità per combattere le violenza contro le donne sotto il ministero dello Sviluppo sociale del Sudan continua a ricevere notizie di violenza sessuale legata al conflitto. Sono stati documentati almeno 42 presunti casi nella capitale Khartoum e 46 nella regione del Darfur.

Gli operatori sanitari, gli assistenti sociali, i consulenti e le reti di protezione comunitaria all’interno del Sudan hanno segnalato un netto aumento delle denunce di violenza di genere a causa del perdurare delle ostilità in tutto il Paese. Le donne, comprese le rifugiate che vivevano in Sudan prima del conflitto, hanno denunciato episodi di violenza di genere durante la fuga da Khartoum verso altre aree.

Le donne in fuga attraverso i confini del Sudan hanno raccontato all’Unhcr e ai team delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Paesi limitrofi le orribili violenze che hanno dovuto affrontare. Il rischio di violenza sessuale è particolarmente alto quando donne e ragazze si spostano alla ricerca di luoghi più sicuri. È urgente aumentare l’assistenza nei siti di accoglienza per gli sfollati interni nelle zone di conflitto del Sudan e nei Paesi limitrofi.

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Altro che Mediaset pluralista. Il conflitto d’interessi resta

Seconda puntata di Mediaset nuova terra di pluralismo e libertà e di Pier Silvio Berlusconi convertito per la morte del padre. Nel corso della presentazione dei palinsesti Pier Silvio ha parlato di televisione e di politica. Al solito. Pier Silvio ai cronisti spiega di non voler “scendere in campo”.

“Ragazzi, la politica è un mestiere serio. I mestieri si studiano e ancora di più si imparano, non è che dall’oggi al domani uno fa politica”, spiega Berlusconi junior. A nessuno dei cronisti presenti è venuto in mente di chiedere conto del folto gruppo di parvenu che suo padre ha generosamente lanciato nell’agone politico, dai Consigli regionali fino al Parlamento. Perché la conversione sia credibile è importante che la memoria collettiva sia corta, anzi, cortissima.

Pier Silvio Berlusconi sostiene che la questione è risolta con la morte del padre. Ma il partito resta in mano alla famiglia

Pier Silvio Berlusconi aggiunge che il secondo motivo per cui non entrerà in politica “è che anche mai fosse, io non penso sia giusto lasciare le cose a metà. Oggi Mediaset sta attraversando un momento importantissimo, di nuovi progetti, di sviluppi. Ritengo che io debba rimanere a Mediaset a fare il mio mestiere”.

La risposa è un gioiello di retorica televisiva: aziendalistico nel confermare il suo impegno ma con uno spiraglio di apertura. Com’è accaduto al padre (che avrebbe preferito dedicarsi alle sue aziende più che immolarsi per “il bene degli italiani”, come ripeteva spesso) un buon motivo per mettersi in gioco lo si trova sempre, se serve.

Ma il vero motivo per cui il secondogenito (dopo Marina) di Berlusconi oggi non si ritrova costretto a percorrere le orme politiche del padre per difendere i propri interessi lo spiega inconsapevolmente proprio Pier Silvio: “Ad oggi – dice ai giornalisti – non c’è nessuna emergenza: per la prima volta dopo tanti anni c’è un governo votato dagli elettori, che sta facendo del suo meglio. E penso che Forza Italia debba e possa garantire stabilità al governo”.

La traduzione è semplicissima: a garantire la difesa degli interessi di famiglia per ora bastano i patti siglati tra Marina Berlusconi e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni di cui i giornali hanno parlato per giorni (mai smentiti). In più c’è Forza Italia che è nata proprio per questo e sta in Parlamento a ricordare il suo primo punto del programma non scritto: difendere le aziende del suo fondatore. La prossima puntata la possiamo già scrivere prima che accada.

“Mio padre è Mediaset, noi dobbiamo tutto a lui e mai dirò che questo gruppo potrà funzionare meglio senza mio papà”

“Mio padre è Mediaset, noi dobbiamo tutto a lui e mai dirò che questo gruppo potrà funzionare meglio senza mio papà. Detto questo, è ovvio che delle barriere strumentali, come quelle poste in Germania e anche in Italia, sono cadute. Quello che ho sempre chiamato il conflitto d’interessi al contrario non c’è più”, dice Pier Silvio.

Ora in effetti sarà ancora più facile nascondere il conflitto di interessi sotto il tappeto. Sarà ancora più comodo possedere di fatto un partito politico senza il peso di un Berlusconi tra i suoi dirigenti. Dopo Mediaset “progressista” – con gli ingaggi di Bianca Berlinguer strappata alla Rai e Myrta Merlino in arrivo da La7 – avremo anche la favola di Forza Italia “tempio della democrazia”. E il gioco è fatto. Così nessuno si accorgerà che un altro Berlusconi ha dedicato una bella parte della sua conferenza stampa aziendale alla politica italiana, come se nulla fosse. Ora il berlusconismo 2.0 sogna di fare politica senza nemmeno mettercisi dentro.

 

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