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In Maserati verso le dimissioni

Ogni giorno che passa la vicenda della ministra al Turismo Daniela Santanchè si arricchisce di particolari che sostanzialmente ci dicono una cosa: molto probabilmente sta mentendo. L’ultima novità è una sua villa di lusso in centro a Milano per garantire i debiti contratti da Visibilia srl le cui vicende societarie sono al centro di un’inchiesta della Procura di Milano.

Quando parlarono della società Visibilia le inchieste giornalistiche e la trasmissione di Ranucci Report la ministra rispose piccata di non avere nulla a che fare con quella società. È curioso che qualcuno vincoli beni personali per una società con cui non ha niente a che vedere, no? Ma la domanda a cui non risponderà oggi in Senato è il modello imprenditoriale delle sue aziende Ki Group (acquisita nel 2011 insieme all’ex compagno Canio Mazzaro e gestita dalla ministra fino al 2022) e Visibilia srl in cui i manager guadagna moltissimo mentre dipendenti e fornitori non riescono nemmeno a ottenere ciò che gli spetterebbe, secondo le testimonianze che abbiamo potuto leggere e ascoltare.

Scorrazzare su una Maserati pagata da una società piena di debiti accumulando multe mai pagate in qualsiasi Paese evoluto porterebbe un politico alle dimissioni. Non c’entra la giustizia, è un questione di opportunità. Un ministro rappresenta il governo di cui fa parte: i colleghi ministri e la presidente del Consiglio condividono questo modus operandi? Questo è il punto. E proprio per questo la magistratura non c’entra un fico secco.

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L’Italia di Meloni esiste solo nei suoi sogni

Sulla narrazione, nessun dubbio è quasi imbattibile. Peccato che con la narrazione non si rassicuri l’Unione europea e non si possano piegare i numeri. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni inizia la settimana mettendoci la faccia nel tentativo di risollevare le sorti di un governo pieno di lividi dopo il fallimento del Consiglio europeo, il caso Santanchè ancora caldo e le infelici uscite del sottosegretario Vittorio Sgarbi, mentre Salvini e Tajani litigano in mezzo alla piazza sulla collocazione europea.

La premier apre la giornata con un’intervista al Corriere della Sera in cui celebra il successo italiano “in tema di contrasto di flussi migratori” (sono aumentati quasi del 50% dall’anno precedente) e chiedendo di “smettere di fare allarmismo sul Pnrr”. La tecnica è fin nota nella politica italiana: “Colpa dei governi precedenti”, dice Meloni riferendosi a Mario Draghi e Giuseppe Conte. Basta “tafazzismo”, chiede la presidente del Consiglio. Insomma, aggiustare la narrazione.

La premier Meloni sempre più allergica alle critiche racconta agli imprenditori un Paese che non c’è

Nel pomeriggio interviene all’Assemblea generale di Assolombarda e mantiene lo stesso copione Torna a parlare dell’Italia come una nave, “la nave più bella del mondo”, invitando a “remare insieme” e mandando a dire che chi non accogliere l’invito bipartisan “avrà qualcosa da imparare”. Rivendica di aver contribuito a costruire un contesto nell’Ue in cui ora si inizia a parlare nientemeno che di sovranità, cosa impensabile qualche mese”. Declina un progetto di transizione con un paletto fermo, quello per cui “non possiamo smantellare la nostra economia per inseguire la transizione ecologica”.

Simula apertura chiedendo di “lavorare insieme” ma poi non riesce a trattenersi nell’additare l’opposizione. Anche questo è uno schema già noto. Meloni prima spiega che “su una partita del genere occorre comportarci come un solo uomo: maggioranza, opposizione, tutti i livelli istituzionali. Aziende, sindacati, magistrati, intellettuali, gente comune”. Subito dopo avverte che “non è in gioco il governo ma la credibilità internazionale dell’Italia”. E questo perché c’è “chi non perde occasione per fare polemica, e persino chi tifa perché si fallisca”. La confusione tra governo e partiti è il trucco per poter censurare gli oppositori della maggioranza come nemici della patria. Anche questa è una scena già vista e giù usata. Ogni volta funziona sempre meno.

Dalla presidente del Consiglio arriva l’esortazione a “combattere l’autodistruttivo sminuirci”, sostenuta da una riflessione sui fondamentali dell’economia, riferendosi a dati della crescita che “dimostrano un’affidabilità maggiore rispetto al resto dell’Eurozona”. In quegli stessi minuti arriva la notizia che l’indice PMI relativo al settore manifatturiero dell’Eurozona, redatto da S&P Global, è diminuito a 43.4 toccando i peggiori livelli da maggio 2020: tra i peggiori c’è l’Italia.

Così basta poco all’opposizione per incalzare il governo. La deputata di Azione Ruffino sottolinea come Meloni “ama gli squilli di fanfara, mostrine e pennacchi” e chiede quando arriverà “la crescita per gli italiani”: “L’Italia cresce, ed è una buona notizia e Meloni se ne assume il merito. – dice Ruffino – Ma scusi, presidente, fino a oggi che cosa avete fatto? E quando mancano tre anni alla scadenza dei termini del Pnrr per l’uso di quelle risorse, ci sono ancora tutte quelle cose da fare? De Luca del Pd sottolinea come “dal governo arrivino stalli e rinvii su tutti i fronti”. Fratoianni di Sinistra Italiana parla di governo con “una postura claudicante, incerta e anche un po’ confusa”.

“È un governo della restaurazione, reazionario. – interviene il leader del M5S Giuseppe Conte -. Un governo che getta benzina sul fuoco, in modo consapevole sta programmando un incendio sociale”: “oggi in completa difficoltà va in Europa e dice che dovremmo essere come un solo Paese. Il problema è che dovrebbe accettare la nostra offerta di collaborazione e poi potremo iniziare a capire dove metter mano”.

Anche la segretaria dem, Elly Schlein, attacca sul fronte del lavoro: “Non e’ un governo inconsapevole. – dice – È una precisa strategia, quella di aumentare le disuguaglianze”. “Il mio giudizio su questo governo, – aggiunge Schlein – è molto negativo, è campione di rinvii e scaricabile. E finge non esistano lavoratori poveri, invece è la realtà dei dati. Il salario minimo è un passo fondamentale oggi, ma non sufficiente”. Intanto il presidente della Società Italiana di Economia (Sie), Mario Pianta ricorda che redditi reali hanno perso il 15% del potere d’acquisto in due anni.

 

Leggi anche: In ritardo 17 progetti su 27. Sul Pnrr è il solito scaricabarile. La terza rata continua a slittare e il governo non ha neppure provato a chiedere la quarta

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In ritardo 17 progetti su 27. Sul Pnrr è il solito scaricabarile

Lo ripete da giorni: “Sul Pnrr non ci sono ritardi, c’è semplicemente un lavoro serio che stiamo cercando di fare”. La verità però dovrebbe essere un prerequisito di ogni ragionamento serio. Sul Pnrr per ora non ci siamo. Lo scorso 30 dicembre il governo Meloni ha inviato alla Commissione europea la richiesta per ricevere i 19 miliardi di euro della terza rata, affermando di aver centrato gli impegni fissati per il secondo semestre del 2022, in parte già raggiunti dal precedente governo Draghi. Dopo sei mesi i soldi della terza rata non sono ancora stati erogati.

La terza rata del Pnrr continua a slittare e il governo Meloni non ha neppure provato a chiedere la quarta

Per la prima e la seconda rata la conferma dell’erogazione era avvenuta circa quattro mesi dopo la richiesta da parte del governo Draghi. Tra le altre cose la Commissione europea ha contestato il finanziamento con il Pnrr – stabilito prima dell’insediamento del nuovo governo – degli interventi del Bosco dello Sport di Venezia e dello stadio Franchi di Firenze, poi esclusi. Pagella politica fa il punto.

“La valutazione della Commissione europea ai fini del pagamento della terza rata è in via di completamento. Il processo di assessment, sin dall’invio della domanda di pagamento, ha richiesto tempi più lunghi, d’intesa con i servizi della Commissione, per la complessità degli obiettivi da conseguire per questa rata e per gli approfondimenti che si sono resi necessari, nelle interazioni con la Commissione, per alcune scadenze”, si legge nella terza Relazione sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza” trasmessa al Parlamento a inizio giugno.

Le scadenze che il nostro paese avrebbe dovuto portare a compimento entro il 30 giugno sono 27

Secondo Il Sole 24 Ore, se non ci saranno altri intoppi, l’erogazione effettiva dei soldi della terza rata avverrà soltanto a settembre. Secondo Il Foglio il governo avrebbe rifiutato la proposta della Commissione Ue di ricevere solo un pagamento parziale della terza rata. Come sottolinea Openpolis le scadenze che il nostro paese avrebbe dovuto portare a compimento entro il 30 giugno 2023 sono 27. Riguardano la transizione ecologica (7), la pubblica amministrazione (4), l’inclusione sociale e lavoro e imprese (3). Ma sono solo 10 quelle completate, anche se tra le 17 ancora da conseguire, 4 possono essere considerate a buon punto. Cioè vicine al completamento, in base alle informazioni disponibili.

Da mesi – sempre secondo Openpolis – ormai il governo dichiara di essere al lavoro su una proposta di revisione complessiva del Pnrr da inviare entro la fine di agosto 2023. Modifiche che dovrebbero integrare il capitolo sul piano energetico RepowerEu e stralciare le scadenze e i progetti considerati irrealizzabili. Nella relazione sullo stato di attuazione si legge che saranno oggetto di rimodulazione anche le scadenze di questo primo semestre 2023.

Perché modificare le scadenze già del 2023? “Se la rimodulazione riguardasse quelle a partire dal 2024, – spiega Openpolis – l’esecutivo avrebbe potuto raggiungere i milestone e i target previsti entro fine giugno. Se non la totalità, quasi. Non tutte e 17 le scadenze che risultano in ritardo infatti prevedono interventi irrealizzabili. Per quanto ne sappiamo, solo 5 sono etichettate come critiche. Completando gli interventi da cronoprogramma, l’esecutivo sarebbe stato almeno nelle condizioni di richiedere la quarta rata di finanziamenti. Un segnale positivo, a maggior ragione considerando che la Commissione europea non ha ancora approvato l’invio della terza tranche. Fondi che il nostro paese aspetta dalla fine del 2022 e su cui evidentemente ci sono ancora dei dubbi”.

Ma non sono gli unici ritardi. Anche il fondo complementare al Pnrr, finanziato con quasi 31 miliardi di euro creato nel 2021 da Draghi annaspa, come dimostrano i monitoraggi finora realizzati dalla Ragioneria generale dello Stato.

Tra gli obiettivi fissati per il terzo trimestre dello scorso anno (luglio-settembre 2022) il 16% non era stato conseguito e il 42% era stato solo parzialmente conseguito (all’epoca il governo in carica era quello di Draghi). Tra quelli fissati per il quarto trimestre (ottobre-dicembre 2022) il 25% non era stato conseguito, mentre il 54% era stato raggiunto solo parzialmente. Ai ritardi si aggiunge il fatto che, un po’ come avvenuto per il Pnrr, sul fondo complementare è difficile poter fare un monitoraggio puntuale.

“La ricerca di informazioni sull’attuazione del fondo complementare non solo è più difficile di quella del Pnrr, ma quasi impossibile”, scrive Openpolis, spiegando che “nei prossimi sei anni ci sarà una carenza di 7mila medici di famiglia”.. Così tra carenze di organico, invecchiamento progressivo di chi opera nel settore della Sanità pubblica e mancate assunzioni, la situazione non è affatto destinata a migliorare. Tanto che Silvestro Scotti, segretario generale Federazione Italiana Medici Medicina Generale (Fimmg), presentando il report di Eurispes-Enpam ha spiegato che “nei prossimi sei anni ci sarà una carenza di 7mila medici di famiglia”.

Leggi anche: Anche sulle case green il governo si rimangia tutto. La svolta di Meloni per incentivare le ristrutturazioni delle abitazioni e seguire la direttiva europea

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Si sciolgono appena fuori dal cortile

Per tastare il polso del collante della maggioranza che tiene in piedi il governo italiano si potrebbe analizzare con serenità ciò che è accaduto ieri tra i tre partiti che la compongono. Mentre Giorgia Meloni si prendeva la scena per usare la propria figura come specchietto per le allodole, provando a coprire le falle che ormai si scorgono anche da un occhio distratto, Matteo Salvini e Antonio Tajani, rispettivi capi di Lega e Forza Italia si sono menati per l’intera giornata.

Il motivo del contendere non è cosa di poco conto, se la politica fosse davvero una sintesi di idealità e progetti: la collocazione politica per l’Unione europea che verrà. Durante il fine settimana Matteo Salvini aveva spiegato in un’intervista al Corriere della Sera il suo desiderio di un “patto scritto per il centrodestra”, invitando gli alleati del governo Meloni ad essere “tutti uniti in Europa” e rimarcando la sua vicinanza all’estrema destra francese: “Le Pen come la Lega”.

Tajani ieri ha risposto così: “Voglio essere molto chiaro – spiega Tajani ospite di Rai3 – sono anche vicepresidente del Ppe: per noi è impossibile qualsiasi accordo con Afd e con il partito della signora Le Pen”, ovvero i ‘post-nazisti’ della Alternative für Deutschland tedesca e il Rassemblement National, ormai partito leader della destra francese.

Dice Tajani che la Lega è un partito “ben diverso” dai suoi alleati. Dice la Lega – per bocca di Marco Zanni, l’europarlamentare e presidente del gruppo di Identità e Democrazia – che sono odiosissimi gli alleati con cui governa Forza Italia.

Potrebbe sembrare un banale battibecco ma è il codice genetico di questa maggioranza: si disprezzano, hanno visioni opposte ma stanno insieme. Cosa li tenga insieme a questo punto è facilmente decifrabile: il potere per il potere. E anche questa volta Giorgia Meloni potrà giganteggiare solo per il pregio di fargli fare pace. Con che esca Sempre il potere.

Buon martedì.

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La pifferaia ha perso la sua magia

Il pifferaio magico Giorgia Meloni (qui lo mettiamo al maschile così soddisfiamo il suo machismo declinatorio) ieri ha passato l’intera giornata a passeggiare per le vie della stampa nazionale irretendo gli opinionisti.

La musica sullo spartito è sempre la stessa, una fanfara ormai greve di nazionalismo senza spinta che vede “l’Italia rialzarsi”, “protagonista in Europa”, che “celebra il successo sul fronte migratorio”, con “l’economia più affidabile in Europa” in cui tocca stringersi a coorte per non perdere l’occasione del Pnrr.

Mentre la presidente del Consiglio intonava la sua visione fiabesca, però, non c’è traccia della terza rata del Pnrr e forse per pudore non è stata richiesta la quarta, gli sbarchi sono scomparsi solo dalle notizie della stampa amica, i suoi alleati ingolfano l’Unione europea, il manifatturiero italiano è fanalino di coda in Europa, i pasti per gli italiani costano 4 miliardi in più all’anno (lo dice Coldiretti), i dati della discriminazione sul lavoro sono allarmanti e colpiscono i precari che saranno ancora di più per il Decreto lavoro, l’Emilia Romagna sta vivendo l’emergenza più lenta della storia d’Italia.

A differenza di quello di Hamelin, però, il pifferaio di Palazzo Chigi non lo seguono nemmeno i compari. Mentre Meloni magnifica il suo governo i leader suoi alleati, Tajani e Salvini, se le danno tutto il giorno di santa ragione per la collocazione europea. Nemmeno i fratelli Grimm erano arrivati a tanto.

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Gli scontri in Francia e l’esterofilia solo quando serve

All’ombra di una politica che parla di tutto, sentenzia su ogni cosa ed è capace di imballarsi un paio di giorni sui nomi che dovremmo dare ai nostri animali domestici per non togliere il sorriso alla ministra Roccella oppure su Sgarbi che a sorpresa fa lo Sgarbi, le proteste francesi scoprono un nervo del dibattito politico italiano: l’esterofilia solo quando torna utile.

La nostra classe politica commenta con piglio da generale l’invasione dell’Ucraina, indossa stellette da ammiraglio per analizzare (male) gli sbarchi nel Mediterraneo, assume la posa del missionario per rivenderci il “piano Mattei” in Africa, discute di elezioni statunitensi con la sicumera del corrispondente ma sulla Francia spiccica a malapena qualche parola di circostanza.

C’è da capirli. La rivolta dopo i fatti di Nanterre li costringerebbe ad affrontare temi che scottano a Parigi come scottano anche da noi. C’è un poliziotto che dice di “voler mettere una pallottola in testa” a Nahel che – guarda il caso- era un ragazzo di origine franco-algerina e infine gli mette una pallottola nel torace. C’è il depistaggio iniziale delle forze dell’ordine. C’è una legge che nel 2017 ha reso ancora più lasso l’utilizzo delle armi da parte delle forze dell’ordine (un’aspirazione anche molto italiana). C’è un presidente, Macron, che soffia sul liberismo fingendosi progressista che soffia sulla disuguaglianza sociale. Ci sono i poveri che sono sempre più poveri e che non intravedono futuro.

Problemi francesi, certo, ma temi italianissimi. A Parigi come a Roma la xenofobia istituzionale ha reso i francesi di seconda generazione abbastanza poveri per essere incazzati mentre li osserva con la pelle più scura dei francesi conformi. La miscela perfetta per concimare l’ignoranza dei nazionalisti. Così nell’imbarazzo della politica italiana godono gli xenofobi nostrani pregustando il futuro che potrebbe accadere anche qui e balbettano i progressisti che con troppa verve hanno decantato il modello Macron.

Buon lunedì.

Nella foto: frame del video sugli scontri a Nanterre

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Perbenisti che non sanno essere perbene

Stanno preparando una legge che è un’aberrazione giuridica su droghe e guida spiegandoci che la “mano pesante” è giustificata dalla guerra senza quartiere contro i consumatori di droga. Negli stessi giorni però non riescono a pronunciare mezza parola su un loro dirigente politico che usava l’auto blu per acquistare cocaina.

I perbenisti sono già una razza fastidiosa i perbenisti che non sanno nemmeno essere “per bene” come vorrebbero imporre sono una tragica barzelletta

Il ministro proibizionista Salvini è lo stesso che giustificò l’uso di droghe di un suo collaboratore definendolo “un errore”. Come “i compagni che sbagliano”, una cosa del genere. Da anni ci sfondano con la narrazione della “famiglia naturale” e sono tutti – tutti – coniugi naturali: chi non si sposa anche se ha figli, chi si è sposato più volte, chi ha avuto in vita una concezione tutt’altro che etica del matrimonio e delle donne.

Nel frattempo hanno creato orfani per decreto e da due giorni fanno sermoni sui nomi giusti da dare ai propri animali domestici. A proposito: la presidente del Consiglio ha un gatto con un nome indicibile, esattamente come quelli che contestano.

Chiedono il rispetto della legge ma balbettano da giorni per una ministra che probabilmente di leggi ne ha contravvenute qualcuna nella gestione delle sue aziende. Si atteggiano da iper cattolici e hanno un sotto segretario alla cultura che durante un evento ha imbarazzato non solo i cattolici ma qualsiasi persona senziente grazie alle sue volgarità da bullo di periferia

I perbenisti sono già una razza fastidiosa ma dei perbenisti che non sanno nemmeno essere “per bene” come vorrebbero imporre agli altri sono una tragica barzelletta.

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Flop tv e finti trionfi di Meloni. Ma vanno a ruba i soliti giornalisti

TeleMeloni sta sconvolgendo il parterre del giornalismo televisivo italiano. C’era da aspettarselo, vista la smania accentratrice di una presidente del Consiglio che non ha intenzione di fare prigionieri nemmeno tra i suoi alleati di governo. Il mercato dei giornalisti però dice molto anche del Paese, al di là del governo che passerà come sono passati tutti i governi. L’ultima in ordine di tempo è Bianca Berlinguer, che Libero in prima pagina spara come prossima conduttrice negli studi di Mediaset (ma si parla anche di Discovery).

Valzer di poltrone a suon di milioni per chi è del giro. Chi è inviso al sistema è fuori, pure se fa ascolti

In questo caso non si tratterebbe di un “gesto politico”, niente a che vedere con forme di resistenza (più o meno credibili) contro l’avvento del melonismo. Secondo le voci dei ben informati a non andare giù alla conduttrice di Cartabianca sarebbe la programmazione disposta in Viale Mazzini che la vedrebbe contro il programma di Francesca Fagnani e Alessia Marcuzzi. “Sarebbe la più importante apertura a sinistra per Mediaset dopo Michele Santoro”, dicono dagli uffici del Biscione.

Funziona poco invece lo sdegno per il cognome Berlinguer alla corte che fu di Berlusconi: la sorella Laura è già giornalista di Studio Aperto da anni. Possibilità di indignazione sfumata sul nascere. Tant’è che al Nazareno un deputato del Pd supplica i dem di “non intestarsi questa inutile battaglia con tutto quello che c’è da fare sul serio”. Sul futuro di Lucia Annunziata si rincorrono due ipotesi. C’è chi bisbiglia Discovery come approdo, dove raggiungerebbe Fabio Fazio (il cui scalpo viene considerato un trionfo da Meloni e Salvini) e Luciana Littizzetto. Altre voci la immaginano come candidata per le prossime elezioni europee con il Partito democratico.

“Ricordiamoci come andò con Santoro che ci usò come tram per andare a Bruxelles e poi ci trattò con tutt’altro che gratitudine”, ricorda un parlamentare di lungo corso. Niente Rai invece per Nicola Porro (nella foto) che in un’intervista a La Verità confessa di essere stato a un passo, con un progetto editoriale già pronto per Rai 3 ma è stato bloccato dai rimorsi dopo una telefonata di Silvio Berlusconi nei suoi ultimi giorni. Porro, tra le altre cose, è anche vicedirettore del Giornale che nei propositi dovrebbe essere un giornale “indipendente” ma nei fatti è una succursale di questo governo.

Gran parte dei volti che monopolizzano i talk show sono immuni pure ai cambi di governo

Un giornalista sul ciglio della televisione pubblica fermato da una telefonata del suo editore televisivo che era leader di governo e che nel frattempo è vicedirettore di un quotidiano da poco ceduto a un imprenditore della sanità privata ma anche quattro volte deputato è la fotografia dello stato della stampa italiana, melassa indistinguibile tra imprenditoria e potere.

La Rai smobilita, i protagonisti cambiano, questo è prevedibile anche se non per questo meno sconcertante. Ma le compagnie di giro? Ogni volta che lo spoil system viene praticato con tanta brutalità non si può non scorgere un problema di fondo nel giornalismo italiano, ancora di più quello televisivo: traslocano i salotti ma gli invitati al banchetto sono sempre gli stessi. Meloni trasloca in Rai gli amichettismi che navigavano in Mediaset e viceversa. Galleggia sempre il caravanserraglio di voci considerate “autorevoli” perché simili, anche se asseriscono di appartenere a fazioni opposte.

I giornalisti che accedono allo schermo televisivo (alcune testate stanno in piedi solo con quella visibilità) sono immuni ai cambi dei governi. Direttori di quotidiani senza lettori in tv acquisiscono l’autorevolezza di sacerdoti dell’opinione. Non conta nemmeno lo share: si premia la fedeltà al sistema di pensiero. La dialettica è sopportata solo sulle sfumature. Così sembra tutto sempre uguale a sé stesso perché è uguale a sé stesso.

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Il codice della strada di Salvini tra penalismo d’accatto e neo proibizionismo – Lettera43

Benvenuti nella distopia dello Stato etico, per dei più proposto da coloro che vorrebbero rivendersi liberali. Gli indizi del resto c’erano tutti. Anni passati a spiegare quale fosse la famiglia naturale e quale quella innaturale e contro Dio, anni passati a usare la frusta del buon senso per magnificare come si dovrebbe essere per piacere alla gente che piace, anni di promesse agli elettori con l’orizzonte di un governo che spinto dalla maggioranza degli italiani potesse stabilire un perbenismo obbligatorio. Alla fine eccoci qui, al disegno di legge sulla sicurezza stradale di Matteo Salvini che non ha perso il suo fiuto per il populismo penale usato per saziare le sempre più spalancate fauci dell’indignazione.

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Temi seri che andavano affrontati con studio e ascolto

Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture confeziona norme che coniugano le sue due più grandi passioni: la lotta alla droga (spauracchio di ogni brava mamma italiana che ringrazia il cielo per non avere un figlio come tutti gli altri, tutte le mamme la pensano così) e il dolore scioccante di chi perde un familiare in un incidente stradale per colpa degli altri. Gli argomenti sono gravi e seri e meriterebbero – come tutti i temi affrontati dalla politica – studio e ascolto. Perché perdere tempo per studiare e ascoltare – deve avere pensato il leghista – quando ci si può permettere di scrivere un ddl che contenga già l’editoriale per presentarlo? Dice Matteo Salvini che «il messaggio è molto chiaro: se ti stronchi di canne, ti impasticchi in discoteca o sniffi a tempo perso e ti metti al volante, lucido sì o lucido no io ti ritiro la patente e fino a tre anni non la rivedi più».

E la lotta all’alcol allora? Disturba le lobby amiche

A ben vedere nelle intenzioni ci dovrebbe essere anche la lotta all’alcol, ma quello è nel campo delle cose che vanno dette senza farle per non disturbare le lobby amiche. Così si legge che arriveranno «modifiche alle norme sulla guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti, con l’eliminazione della necessità che il soggetto sia colto in “stato di alterazione psico-fisica” derivante da assunzione di sostanze stupefacenti. Per il perfezionamento del reato, sarà, quindi, sufficiente che un soggetto si metta alla guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti, pur non essendo in stato di alterazione». Tradotto: sarà reato essere trovati positivi a sostanze stupefacenti, pur se assunte settimane prima (si resta positivi per settimane) e senza causare pericolo. Siamo allo Stato hegeliano che si pone arbitro assoluto del bene e del male.

Il codice della strada di Salvini tra penalismo d'accatto e neo proibizionismo
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Le più basilari logiche del diritto penale non valgono più

Non è la responsabilità e l’eventuale danno stabilito dalla legge il principio fondante. Un automobilista che rischia di investire un pedone perché gingilla con il suo telefono rischia 13 punti della patente e mille euro di multa, un guidatore che è perfettamente lucido e in grado di guidare e non investire cose o persone viene sacrificato sull’altare del penalismo d’accatto. Il nesso di causalità tra evento/rischio/danno tanto caro al diritto penale non vale più. In fondo si tratta di un neo proibizionismo messo in atto da politici che non hanno il fisico e il coraggio di imporlo davvero. Sono gli stessi modi con cui si disarticola il diritto all’aborto attraverso l’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici, solo per citare uno dei tanti esempi possibili.

Ai politici fanno schifo i drogati: sì, ma quelli poveri

Ma non c’è solo la vergogna dell’essere proibizionisti travestiti da liberali. Sulla questione delle droghe Salvini (come molti altri esponenti della maggioranza di questo governo) mantengono da anni un doppio filo che non ha bisogno di troppe analisi per essere riassunto così: «A noi fanno schifo i drogati, ma quelli poveri». Perché se volessimo essere d’accordo con il ministro Salvini, allora ci sorgerebbe naturale una domanda: se chi ha fatto uso di droghe (riscontrabili nel sangue, quindi anche tempo fa) non è degno di guidare un’auto, cosa dovremmo fare a coloro che hanno fatto uso di droghe la sera prima di votare una legge in parlamento? Non è una responsabilità che tocca una collettività enormemente più ampia? E un medico? Un giudice? Un esponente delle forze dell’ordine con un’arma in tasca? Ci vuole il fisico per imporre lo Stato etico. Forza, Salvini, non ci deluda.

Fregata dagli alleati sovranisti. Meloni mai tanto isolata

Sarà che in Europa la politica tocca farla sul serio e che a Giorgia Meloni non basta alzare il tono della voce e spargere un po’ di propaganda ma l’Italia torna dal vertice europeo a Bruxelles con un nulla di fatto sui migranti. Indicativo che ad affossare l’accordo siano proprio gli “amici” della presidente del Consiglio, quell’Ungheria e quella Polonia che per anni sono stati “compagni di sovranismo” e che a differenza della premier italiana sono rimasti sulla stessa linea.

La premier Meloni rimedia due ceffoni dai leader più vicini. E li giustifica pure: “Difendono i loro interessi”

“Sulle migrazioni siamo riusciti davvero a cambiare punto di vista”, aveva detto in Parlamento Meloni, sempre pronta a suggerire il titolo in prima pagina ancora prima che i fatti accadano davvero. Ovvero prima di partire per il Consiglio Ue. Ieri la giornata intensa di consultazioni, in cui Meloni ha provato a essere mediatrice tra quello che era e quello che è diventata dialogando con Ungheria e Polonia da una parte e Ue dall’altra, si è conclusa con un nulla di fatto.

Il 9 giugno al Consiglio Ue Affari Interni Budapest e Varsavia si erano opposti all’obbligo di solidarietà, ovvero il sostegno degli Stati ai Paesi in difficoltà con la disponibilità ai ricollocamenti o in alternativa al pagamento di 20 mila euro per ogni migrante non ricollocato. Mateus Morawiecki e Viktor Orbán hanno ribadito la loro proposta di emendare le conclusioni del summit. “Il Consiglio europeo conferma che, nel contesto delle misure di solidarietà che sono ugualmente valide, il ricollocamento e il reinsediamento saranno su base volontaria”.

Solo che la solidarietà “volontaria” è l’esatto opposto di quanto deciso il 9 giugno in Lussemburgo. Durante il trilaterale, tenuto nella sede della delegazione italiana presso il Consiglio europeo, la premier ha tentato di trovare un punto di mediazione con i due paesi che stanno bloccando l’adozione delle conclusioni del Consiglio europeo sull’immigrazione. La missione è miseramente fallita. Giorgia Meloni prova a stemperare: “Non sono delusa – spiega da Polonia e Ungheria, non sono mai delusa da chi difende propri interessi nazionali”, ma il contrasto “non riguarda la dimensione esterna ma la dimensione interna, cioè l’asilo”.

Polonia e Ungheria “non sono d’accordo su un patto che riguarda la dimensione interna, non troveremo mai l’accordo sulla dimensione interna, abbiamo tutti le nostre necessità, quello che possiamo fare insieme è lavorare sulla dimensione esterna, e l’accordo con la Tunisia è un esempio di quel che possiamo fare, e su questo sono d’accordo Austria Polonia, Ungheria”. Per la presidente del Consiglio i “ricollocamenti non sono una priorità” ma ciò che conta è fermare i flussi irregolari.

Solo che a Bruxelles a questa barzelletta ripetuta da anni non ci crede più nessuno. “Alla fine i sovranisti hanno fatto i sovranisti – dice l’eurodeputato di Italia Viva e vicepresidente di Renew Europe Nicola Danti – Meloni oggi impara cosa succede ad andare a braccetto per anni con Orbán. Non dovrebbe smetterla di allearsi con i peggiori avversari dell’Italia”.

Rincara la dose il Pd con il senatore Verini: “La Meloni diceva: prima gli italiani! Poi arriva un momento in cui i suoi amici e alleati stretti, come Morawiecki e Orban dicono: prima i polacchi, prima gli ungheresi! E alzano i muri. Chi di sovranismo ferisce, di sovranismo perisce”. Di “totale insuccesso al vertice europeo sul tema della migrazione, strategico per l’Italia”, parla la capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra la Camera Luana Zanella.

Leggi anche: “Promesse elettorali tradite. Governo privo di autorevolezza”. Parla il senatore M5S, Licheri: gli sbarchi sono ai massimi. “I patrioti della domenica volevano fare tutto da soli”

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