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Testimoni di giustizia senza pensione, l’appello nel giorno di Falcone: l’emendamento è ancora fermo

Oggi a Palermo cortei, fiaccolate e dichiarazioni solenni ricorderanno il 34esimo anniversario della strage di Capaci, in cui Cosa Nostra uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Mentre l’antimafia ufficiale prepara l’inquadratura giusta sull’albero Falcone, centocinquanta testimoni di giustizia hanno scritto a Governo e Parlamento un appello per chiedere una cosa minima: che lo Stato versi loro i contributi pensionistici per gli anni in cui non hanno potuto lavorare dopo aver scelto di denunciare le mafie. Il testo è stato diffuso il 20 maggio da Antimafia Duemila e ripreso da Articolo21. La parola che ricorre è «diritto»: i firmatari chiedono il riconoscimento di una tutela previdenziale che la legge 6/2018 ha lasciato lacunosa.

La firma istituzionale c’è già

Il punto giuridico è netto. Nel dicembre 2025, con la Legge di Bilancio per il 2026, la Camera ha approvato un ordine del giorno a firma della presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, che impegna il Governo a colmare la lacuna sui contributi previdenziali dei testimoni. Lo ricorda Davide Mattiello, ex deputato Pd e relatore della legge 6/2018, in un intervento del 20 maggio su Articolo21 dove definisce la vicenda «un’altra beffa per i testimoni di giustizia». Un OdG, di fatto, impegna il Governo politicamente, non giuridicamente. Serve un emendamento, e serve un veicolo legislativo. Sei mesi dopo, il veicolo manca. Mattiello ne indica uno: la legge di conversione del decreto correttivo del decreto sicurezza, che ha cominciato il suo cammino in questi giorni. Il decreto sicurezza, il quarto in tre anni, è stato convertito con la legge 54 del 24 aprile. Il correttivo è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo stesso giorno, per sterilizzare i rilievi del Quirinale sull’articolo 30-bis sui rimpatri volontari. Quel veicolo è ancora aperto.

Una richiesta minima

Il primo testimone di giustizia italiano si chiama Piero Nava. Nel 1990 era un agente di commercio di Lecco di passaggio sulla superstrada Canicattì-Agrigento, vide l’agguato in cui Cosa Nostra uccise il magistrato Rosario Livatino, denunciò e da quel giorno non è più tornato alla sua vita. Nel libro Io sono nessuno (Rizzoli, 2021) racconta di aver lottato per anni per vedersi riconoscere i contributi degli anni di silenzio forzato. Trentasei anni dopo, la sua battaglia è ancora quella di Giuseppe Carini, testimone chiave nel processo per l’omicidio di don Pino Puglisi, e di Ignazio Cutrò, presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, ex imprenditore edile di Bivona, oggi dipendente della Regione Siciliana dopo il fallimento della sua azienda nel 2014. Cutrò chiedeva «di intervenire sul tema dei contributi pensionistici per dare fiducia a chi decide di affidarsi allo Stato»: era il luglio 2025.

Sull’appello è intervenuta anche la senatrice Enza Rando, responsabile Legalità del Pd, definendo il riconoscimento «un atto dovuto». Anche le Regioni si muovono dove possono: la Regione Piemonte ha firmato in questi giorni un protocollo con prefettura e procura di Torino, con un fondo da 800 mila euro per il 2026 e contributi singoli di 3 mila euro. Misure compensative: spettano agli enti locali solo perché lo Stato centrale non versa quanto dovrebbe. Il messaggio implicito è di una nitidezza brutale: se decidi di parlare lo fai a tue spese, e quando arrivi a sessantasette anni te ne accorgi. È un disincentivo strutturale alla denuncia, scritto nei conti correnti Inps. La memoria di Falcone, scrivono i testimoni, «si misura, al di là delle cerimonie ufficiali, anche dall’esito della approvazione di tutti quei provvedimenti in materia di lotta alle mafie». Tradotto: se oggi la classe dirigente si presenta a Palermo senza l’emendamento approvato, la cerimonia diventa una fotografia con l’inquadratura giusta e nessuna conseguenza per chi ha pagato.

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Gridano allo scandalo per Ben Gvir, ma poi…

Il video di Itamar Ben Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, che cammina ridendo fra gli attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati e bendati ad Ashdod arriva a Roma giovedì. Sergio Mattarella parla di «trattamento incivile», di «livello infimo». Giorgia Meloni e Antonio Tajani definiscono il gesto «inaccettabile, linea rossa superata», convocano l’ambasciatore israeliano. In serata Tajani chiede all’Alto rappresentante Kaja Kallas sanzioni europee contro Ben Gvir.

Ventiquattro ore prima, mercoledì 20 maggio, il Parlamento europeo votava sull’emendamento Della Valle per l’embargo immediato di armi verso Israele. Esito: 126 favorevoli, 406 contrari, 116 astenuti. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia compatti contro, registra ANSA. La stessa maggioranza che giovedì parla di linea rossa.

Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, a RaiNews24 confeziona la retromarcia preventiva: «andare a penalizzare un popolo per i suoi governanti è una scelta pericolosa». La distinzione fra ministro e governo, fra governo e popolo, regge un ciclo informativo.

Giovedì sera sono atterrati a Fiumicino ventinove attivisti italiani rilasciati da Israele. Il deputato M5S Dario Carotenuto racconta «manette ai polsi e catene alle caviglie», il giornalista Alessandro Mantovani parla di calci e pugni in faccia. La procura di Roma acquisirà il video di Ben Gvir: l’esposto degli avvocati ipotizza sequestro di persona.

Il Ministero della salute di Gaza, citato ieri da Human Rights Watch al Board of Peace, conta 881 palestinesi uccisi dal cessate il fuoco del 10 ottobre. Mercoledì sera, mentre a Bruxelles si votava l’embargo respinto, sette palestinesi fra cui tre bambini venivano feriti dai bombardamenti sul campo profughi di Bureij. Su quei numeri, ieri, nessuna linea rossa.

 

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Ogni settimana ha il suo Ben-Gvir

Questa settimana l’uomo della distrazione di massa è stato Itamar Ben-Gvir. Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale si è fatto filmare il 20 maggio 2026 ad Ashdod mentre derideva gli attivisti della Global Sumud Flotilla legati a terra, e il governo italiano ci si è buttato sopra come su una scialuppa. Convocazione dell’ambasciatore, comunicato congiunto Meloni–Tajani, promessa di chiedere sanzioni europee (contro il ministro, non contro l’intero governo). Tutto il resto è scomparso dai titoli.

Eppure tutto il resto resiste. Al Mimit ci sono 43 tavoli di crisi aperti, oltre 60mila lavoratori coinvolti, da Acciaierie d’Italia a Beko, da Stellantis a Electrolux, che a maggio 2026 ha annunciato 1.700 esuberi. Adolfo Urso parla di clima favorevole agli investimenti, intanto gli stabilimenti chiudono. Nessuno ne discute in tv.

E poi c’è la legge elettorale. Lo Stabilicum, proporzionale con premio di governabilità, è impantanato in commissione. Il 20 maggio Matteo Salvini ha evocato il voto anticipato a settembre, poi ha corretto, ma la maggioranza è a pezzi: la Lega teme le preferenze, Forza Italia le rifiuta, FdI alza la soglia del premio dal 40 al 42%. 120 costituzionalisti hanno firmato un appello contro l’impianto. Nessuno ne discute in tv.

Il 18 maggio la Corte costituzionale si è riunita sulla legge che regola i rapporti con la Corte penale internazionale, quella che ha permesso al governo di rispedire in Libia il torturatore Najim Osama Almasri, capo del carcere di Mitiga. La vittima sud-sudanese Lam Magok, picchiato e torturato a Mitiga, è stata dichiarata inammissibile dalla Consulta quattro giorni prima. La Camera ha già negato l’autorizzazione a procedere per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Mantovano. Nessuno ne discute in tv.

Ogni settimana ha il suo Ben-Gvir. La settimana scorsa era il licenziamento dello staff del ministro Alessandro Giuli, il 10 maggio, dopo il caso del documentario su Giulio Regeni. Quella prima ancora era la sconfitta referendaria del 22-23 marzo che il governo ha smaltito a colpi di nomine Consob e Antitrust mai fatte. Quella prima ancora il bonus rimpatri da 615 euro del decreto Sicurezza.

Sostanzialmente, il governo Meloni governa producendo distrazioni. Ben-Gvir è arrivato gratis.

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Valle d’Aosta, Testolin decaduto e reintegrato: lo stallo in Regione arriva sul tavolo di Meloni

Renzo Testolin il 2 maggio 2026 è decaduto da presidente della Regione Valle d’Aosta per sentenza del Tribunale civile di Aosta, la n. 110/2026. Sei giorni dopo, con il deposito del ricorso in Corte d’Appello di Torino, la sentenza è stata sospesa nei suoi effetti e Testolin è tornato in carica. Dall’8 maggio la Valle d’Aosta ha quindi un presidente che il primo grado ha dichiarato ineleggibile e che continua a esercitare, oltre alle funzioni politiche, anche quelle prefettizie di rappresentante del governo previste dal decreto legislativo luogotenenziale 545 del 1945. Unica regione in cui questo accade.

Il punto, in diritto, è semplice. La legge regionale 21 del 2007 stabilisce che si possono ricoprire cariche in Giunta per due legislature consecutive. Testolin era già stato in Giunta nella XIV, nella XV e nella XVI legislatura. Il 6 novembre 2025 il Consiglio Valle lo ha eletto presidente per la XVII. Alleanza Verdi e Sinistra, con i consiglieri Chiara Minelli ed Eugenio Torrione, ha depositato ricorso il 19 dicembre 2025. Il Tribunale, collegio presieduto da Paolo Bernardini, ha accolto l’impianto: ineleggibilità dichiarata, costituzione in giudizio della Regione respinta come inammissibile perché la causa riguardava la posizione personale del presidente e non un interesse pubblico, richiesta di rinvio alla Consulta rigettata.

Il conto pubblico di una causa privata

Qui si apre un altro capitolo. La Giunta aveva deciso di costituirsi in giudizio attraverso l’Avvocatura regionale e con il supporto di uno studio legale romano, impegnando, secondo l’esposto presentato alla Corte dei Conti il 7 maggio 2026, oltre 21mila euro di risorse pubbliche per difendere una posizione che il Tribunale ha qualificato come strettamente personale. Soldi dei valdostani per un contenzioso che il giudice ha rifiutato di considerare un affare della Regione. La minoranza in Consiglio Valle ha provato a impedire un secondo round di spesa con il ricorso in Appello. Respinta: 15 voti contrari, 14 favorevoli, 6 astensioni.

L’autonomia a giorni alterni

E poi c’è il fronte aperto dentro il centrodestra di governo. Fratelli d’Italia, attraverso il deputato Alessandro Urzì, ha presentato un’interrogazione a risposta scritta a Giorgia Meloni, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli. Il punto sollevato è quello delle funzioni prefettizie: un presidente decaduto in primo grado, reintegrato dall’effetto sospensivo dell’appello, che continua a esercitare poteri statali di ordine pubblico. La risposta di Forza Italia è arrivata pochi minuti dopo. Emily Rini, segretaria regionale forzista e architetto dell’alleanza con l’Union Valdôtaine dell’ottobre 2025, ha definito l’iniziativa di FdI «orripilante» e ha accusato gli alleati di essere «autonomisti a giorni alterni».

In Valle d’Aosta governa una maggioranza inedita: Union Valdôtaine, Autonomisti di Centro, Forza Italia. Il centrodestra a guida Meloni è fuori dalla Giunta, e questo è il motore del cortocircuito. FdI scopre l’autonomia come problema istituzionale quando è amministrata da altri, e usa la decadenza di Testolin per ricordare ai forzisti che la maggioranza è fragile. Forza Italia difende il proprio posto in Giunta, prima della persona di Testolin.

Il costituzionalista Nicola Lupo, della Luiss, autore di un parere pro veritate per il Consiglio Valle, ha definito la sentenza «assai deludente nelle argomentazioni di merito». Le motivazioni in Appello si discuteranno il 28 settembre 2026. Cinque mesi in cui la Regione resta affidata a un presidente decaduto e reintegrato. Il diritto a difendersi non si discute. L’opportunità politica di rimanere sì.

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Centrodestra in… Azione, la mappa delle coalizioni da Genova a Venezia con il partito di Calenda. Che ora potrebbe entrare nella Giunta laziale di Rocca

Alla Regione Lazio il governatore Francesco Rocca ha un problema che non passa: la Lega. Il 13 maggio 2026 Lettera43 lo ha messo nero su bianco con un titolo che fa rumore, «Rocca ha sempre la grana della Lega: entra Calenda». Gli assessori leghisti Pasquale Ciacciarelli e Simona Baldassarre rifiutano di farsi rimpiazzare, Matteo Salvini prova a forzare, Rocca tiene. Lo stesso giorno i due firmano un comunicato chirurgico in cui ringraziano Rocca per «il rispetto istituzionale» e ricordano che «le valutazioni rimangono in capo al partito»: stallo. È qui che entra in scena Carlo Calenda, e non per la prima volta.

Lo sfondo è il caos del 12 maggio: in Consiglio regionale la maggioranza ha bocciato la delibera del presidente d’aula Antonello Aurigemma (FdI), che chiedeva alla consigliera Emanuela Zappone di scegliere fra carica regionale e presidenza del Parco del Circeo: 26 contrari, 10 favorevoli, 2 astenuti, ricostruisce Il Fatto Quotidiano. Zappone era subentrata a Enrico Tiero, sospeso dopo l’arresto per corruzione e poi scarcerato dal Riesame. La giunta è ferma da tre anni, dicono le opposizioni, che il 28 aprile hanno annunciato un asse Pd-M5s-Avs-Azione-Iv-Sce contro Rocca, penultimo nel gradimento Swg al 29%.

Da Genova a Venezia in… Azione, la mappa dei precedenti

Calenda nei centrodestra locali ci è già entrato. Nel 2022 a Genova diede indicazione di voto al sindaco Marco Bucci, candidati di Azione finirono nella civica «Genova Domani» e Bucci vinse col 55%. In Basilicata, aprile 2024, Azione si alleò col governatore Vito Bardi, rieletto col 56,63%: a Marcello Pittella (Azione) andò un assessorato all’Agricoltura, poi la presidenza del Consiglio regionale, accanto al leghista Pasquale Pepe vicepresidente. Un assessore Azione, un assessore Lega. A Venezia, il 26 marzo 2026, il direttivo metropolitano di Azione ha votato al 95% il sostegno a Simone Venturini, candidato del centrodestra con FdI, Lega, FI. Il 25 gennaio Calenda era salito sul palco di Forza Italia al Teatro Manzoni di Milano, applaudito da Antonio Tajani, da Letizia Moratti e da Paolo Berlusconi che si è augurato il suo ingresso. In nessuno di questi casi Azione ha sostituito la Lega: l’ha affiancata.

La domanda è cosa chiede in cambio

La risposta gliel’ha data lui il 22 dicembre 2025 al Foglio, rispondendo al governatore della Calabria, vicesegretario di Forza Italia Roberto Occhiuto, che aveva ipotizzato un’alleanza europeista col suo partito. «Se la proposta di Occhiuto è di scaricare Salvini e riportare la linea del centrodestra verso l’europeismo, allora sì, parliamone», ha detto Calenda. «La premessa di qualsiasi discussione è che Salvini vada a fare un altro mestiere». Il prezzo è dichiarato: la testa del leader della Lega. L’11 maggio 2026 a La7 è arrivato a dire che «se Salvini visita un prosciuttificio, non si accorge della differenza col padiglione russo» alla Biennale. Linea pubblica dura che nei territori si traduce nell’opposto: coabitazione con la stessa Lega che a parole rifiuta.

I numeri tengono i due piani. Demos per Repubblica, metà maggio: Lega al 6,6%, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al 4%, Azione al 3,5%. La supermedia YouTrend di aprile calcolava che con Azione dentro il centrodestra Meloni arriverebbe al 47,7%. Salvini perde a destra contro Vannacci, Tajani ha già detto all’Ansa che il modello Basilicata è replicabile «a Milano, Roma e Torino». Nel Lazio Rocca ha 31 consiglieri su 51 e Forza Italia è passata da 3 a 7 seggi assorbendo dissidenti leghisti, sotto la regia del coordinatore regionale Claudio Fazzone. Alessio D’Amato, consigliere di Azione e segretario romano del partito, dialoga col campo largo di Roberto Gualtieri per Roma 2027 mentre alla Pisana cresce lo spazio opposto.

Sostanzialmente la sostituzione della Lega in giunta non si è mai vista, ma non serve: basta lo svuotamento verso Vannacci e l’innesto di Azione accanto. Il 2028 nel Lazio è dietro l’angolo. E il sussurro di Lettera43 è già un avviso.

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Dalle bombe alla casa, mutui in salita per la guerra di Trump: l’Euribor risale, le rate aumentano

L’Euribor a tre mesi è passato dal 2,013% al 2,239% fra 27 febbraio e 18 maggio 2026. In ottanta giorni l’indicatore che governa le rate dei mutui variabili italiani ha bruciato la traiettoria di discesa che durava da un anno. Sui sei mesi è arrivato al 2,54%, sui dodici al 2,82%. La Bce tiene per ora il tasso di riferimento al 2%, ma il mercato prezza già tre rialzi entro un anno e un sondaggio Bloomberg colloca le prime due strette alle riunioni dell’11 giugno e del 10 settembre.

E la causa non sta nei conti della Banca centrale europea. Sta a millecinquecento chilometri da Francoforte, nello stretto fra Iran e Oman.

Dal 28 febbraio 2026 lo stretto di Hormuz è di fatto bloccato dopo l’operazione militare di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Da lì passano circa 17 milioni di barili al giorno, il 20% del petrolio mondiale. Il Brent che a inizio anno oscillava sugli 80 dollari ha toccato 106,80 dollari il 24 aprile e Citi scrive nero su bianco un’ipotesi a 120 dollari se il blocco regge oltre maggio. Donald Trump ha sospeso il 19 maggio un attacco già pronto, ha rilanciato un ultimatum di “due o tre giorni” il 20 maggio, intanto la Nato studia una missione per scortare le navi commerciali.

L’inflazione e la rata dei mutui

L’energia rincara, l’inflazione si rimette in moto e i mercati anticipano. Istat ha già misurato a fine aprile un congiunturale del +1,1% mensile e un tendenziale del +2,7% annuo. La curva dei rendimenti incorpora l’attesa di tassi più alti per più tempo, l’IRS a trent’anni è arrivato al 3,267% il 18 maggio, e la trasmissione al credito è già visibile nei dati Abi di aprile: tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni al 3,43%, sei centesimi in più del mese precedente, dopo mesi di discesa. Sul totale dei prestiti si è risaliti al 4,02%.

In numeri concreti, sul mutuo medio italiano l’effetto è già misurabile. Una simulazione Codacons Toscana su un finanziamento da 140mila euro in vent’anni a tasso fisso porta la rata mensile dai 783 euro del maggio 2025 agli 848 euro di maggio 2026: 65 euro in più al mese, quasi 800 euro l’anno. Sul variabile, ogni rialzo di 0,25% del costo del denaro vale circa venti euro in più sulla rata di un mutuo standard. Chi ha firmato due anni fa scopre che la guerra è arrivata anche nell’estratto conto.

La guerra conveniente

E qui arriva il pezzo che andrebbe ricordato, perché il governo italiano la guerra la racconta come investimento. Il 26 marzo 2026 la Nato ha certificato l’Italia al 2,01% del PIL in spesa difesa, 45 miliardi di euro, ma l’Osservatorio Mil€x ha mostrato che è un’operazione contabile: la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del PIL, in linea con la serie storica. I fondi per nuovi armamenti nel 2026 toccano comunque il record di 13,1 miliardi, sessanta per cento in più del 2022.

A giugno 2025, al vertice dell’Aja, il governo italiano aveva firmato l’impegno Nato al 5% del Pil entro il 2035: 3,5% di hard defence più 1,5% in sicurezza. Quindi il 19 maggio 2026 la maggioranza ha depositato in Senato una mozione che chiedeva di rivedere quell’obiettivo definendolo “irrealistico”. Pochi minuti dopo (su pressione delle cancellerie atlantiche?) il passaggio è sparito dalla nuova versione. Intanto Giorgia Meloni scriveva a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere la clausola di salvaguardia, finora riconosciuta per le armi, anche alle spese energetiche. E al G7 Finance di marzo il ministro Giancarlo Giorgetti aveva avvertito Christine Lagarde: il rischio è la fiammata dei prezzi dell’energia, una stretta monetaria sarebbe grave.

Insomma il governo chiede alla Bce di non alzare i tassi per la guerra, alla Commissione di derogare ai vincoli di bilancio per l’energia della guerra, alla Nato di riscrivere obiettivi militari che la guerra rende impagabili. Tutto contemporaneamente. E ai mutuatari italiani arriva il conto, una rata alla volta.

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Ben-Gvir, l’utile idiota di un governo vigliacco

Ben-Gvir è il regalo che il governo italiano stava aspettando. Un volto così feroce da rendere accettabile tutto il resto: i settantamila morti a Gaza, l’annessione strisciante della Cisgiordania, le navi sequestrate in acque internazionali, l’export di armi italiane verso Tel Aviv mai sospeso. Tutto sparisce dietro la maschera del ministro kahanista che fa inginocchiare gli attivisti e ride.

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Corsa a scaricare Ben Gvir, ma è il volto di tutto il governo israeliano

Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, rispondendo mercoledì sera al video del collega Itamar Ben Gvir che cammina ridendo fra gli attivisti della Global Sumud Flotilla bendati e inginocchiati ad Ashdod, scrive su X: «No, tu non sei il volto di Israele». Lo stesso fa Benjamin Netanyahu poche ore dopo: il comportamento di Ben Gvir «non è in linea con i valori e le norme dello Stato di Israele». Da Roma Sergio Mattarella parla di «livello infimo», Giorgia Meloni e Antonio Tajani chiedono «scuse immediate».

Lo schema della falsa eccezione regge un pomeriggio. La pena di morte per i palestinesi giudicati nei tribunali militari, primo cavallo di battaglia di Ben Gvir, è stata approvata dalla Knesset il 30 marzo coi voti compatti del Likud, il partito di Netanyahu. Il piano di «migrazione volontaria» da Gaza, ricondotto da Euro-Med Monitor allo schema giuridico della pulizia etnica, è uscito dal gabinetto di sicurezza a marzo 2025 a firma del ministro della Difesa Israel Katz. La Corte internazionale di giustizia parla di plausible genocide. La Corte penale internazionale, riferisce Middle East Eye, ha già chiesto mandati d’arresto sigillati per Bezalel Smotrich, Orit Strock e due ufficiali dell’esercito. Ben Gvir, da gennaio, è di nuovo dentro la coalizione: era uscito dopo la tregua di gennaio 2025, è rientrato a marzo quando il governo ha ripreso i bombardamenti.

Gli avvocati di Adalah ieri sera lasciano Ashdod e diffondono la nota: decine di partecipanti con sospette fratture costali, taser, proiettili di gomma in mare, molestie sessuali, hijab strappati alle donne, tre ricoveri. Ottantasette in sciopero della fame, trasferimento al carcere di Ktziot. Giovedì l’udienza per l’espulsione.

Non è il volto di Israele, ripete il governo. È il volto del suo governo.

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Pd, Picierno e l’exit strategy del vittimismo: Schlein potrebbe non riconfermarla vice-presidente del Parlamento Ue. Per lei c’è l’opzione Renew

Il 18 maggio 2026, due giorni dopo la kermesse di Comunità Democratica all’Antonianum di Roma, la segretaria del Pd Elly Schlein ribadisce che «la linea è una sola». Poche ore dopo Pina Picierno posta sui social: «Leggo con inquietudine la posizione della segretaria». La pluralità interpretata da Schlein, scrive, è solo «una forma più o meno vaga di sopportazione acustica». Il giorno dopo Il Tempo apre con un retroscena: la vicepresidente del Parlamento europeo starebbe valutando il passaggio al gruppo dei liberali di Renew Europe, per cercare la riconferma al vertice dell’Eurocamera senza dipendere dai voti del suo partito.

La grammatica del vittimismo

La formula è già coniata. Picierno la ripete dal 6 febbraio 2026, quando alla direzione del Pd parlò di un partito «che cambia natura». Da allora presidia un format costante: dichiarazioni di sofferenza a mezzo stampa, appello al pluralismo come categoria astratta. È l’unica del Pd, su 21 europarlamentari, ad aver fatto campagna pubblica per il Sì al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere voluta dal governo Meloni-Nordio: la riforma è stata bocciata con il 54 per cento dei No e un’affluenza del 59. Il voto, per chi conta, lo hanno vinto Schlein e Conte.

Eppure il vocabolario della vittima resiste. Stefano Bonaccini, dopo la sconfitta alle primarie del 2023, ha scelto di entrare in maggioranza. Picierno ha scelto il dissenso permanente. La giornata del 18 maggio è l’ultimo episodio di una sequenza che dura dal voto di Strasburgo del 12 marzo 2025 sul piano ReArm Europe, quando dieci dei 21 dem votarono Sì contro l’indicazione di Schlein. Le regionali del 23 e 24 novembre 2025 hanno chiuso 3-3, ma politicamente hanno premiato il campo largo con vittorie nette di Roberto Fico in Campania, Antonio Decaro in Puglia, Eugenio Giani in Toscana. Il referendum di marzo è arrivato a confermare. La segreteria che doveva crollare a ogni passaggio è uscita rafforzata. Per Picierno il tempo si è fatto stretto.

Lo spartiacque: gennaio 2027

La verifica di metà mandato al Parlamento europeo, prevista per gennaio 2027, è il perno della vicenda. Picierno fu eletta vicepresidente il 16 luglio 2024 al primo turno con 405 voti su 665 validi: il margine sulla soglia minima di 333 era di 72 voti. La rotazione consuetudinaria fra alleati del gruppo S&D rimette tutto in discussione. Qui interviene il piano emerso sul Corriere della Sera del 18 marzo 2026 in un retroscena firmato Maria Teresa Meli: Schlein vorrebbe sostituire Picierno con il capodelegazione Nicola Zingaretti, sponsorizzato dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, mentre Irene Tinagli subentrerebbe alla guida della delegazione. Lettera43, Linkiesta, Libero hanno ripreso lo scoop, senza smentite.

La delegazione dem a Bruxelles è la prima del gruppo S&D con 20 deputati dopo l’addio di Elisabetta Gualmini, passata a Renew Europe con Azione il 16 febbraio 2026. Il capodelegazione, e quindi il regolatore della candidatura italiana in S&D, è Zingaretti. Un solo Paese non tiene due vicepresidenze dello stesso gruppo. A Picierno restano due strade. Accettare la rimozione e attendere il 2029, con il limite statutario dei tre mandati che pende sul suo nome al prossimo rinnovo delle liste, controllato da Schlein. Oppure cambiare gruppo. Carlo Calenda, intervistato dal Corriere il 9 febbraio 2026, l’aveva indicata nominativamente come reclutabile, insieme a Giorgio Gori e Simona Malpezzi. Calenda con Picierno ha presentato il proprio libro a Milano il 15 novembre 2025. Gualmini quel passaggio l’ha già fatto.

Per questo il post del 18 maggio non è uno sfogo: è una pietra angolare. La «sopportazione acustica» descrive l’ipotesi che si profila per Picierno se restasse. Il vittimismo serve a giustificare in anticipo l’uscita verso il gruppo dove la riconferma è possibile?

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Flotilla, Ben-Gvir e l’ipocrisia delle scuse pretese

Ieri sera alla Farnesina è entrato l’ambasciatore di Israele convocato per chiedere scuse sul video. Solo sul video. Il sequestro di 430 civili in acque internazionali, gli spari sulla Girolama battente bandiera italiana, gli 87 in sciopero della fame, restano fuori dalla porta. È la stessa logica con cui ieri Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, ha attaccato il collega Itamar Ben…

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