Vai al contenuto

Flotilla, Ben-Gvir e l’ipocrisia delle scuse pretese

Ieri sera alla Farnesina è entrato l’ambasciatore di Israele convocato per chiedere scuse sul video. Solo sul video. Il sequestro di 430 civili in acque internazionali, gli spari sulla Girolama battente bandiera italiana, gli 87 in sciopero della fame, restano fuori dalla porta. È la stessa logica con cui ieri Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, ha attaccato il collega Itamar Ben…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Sanzioni alle vittime anziché ai carnefici

Martedì 19 maggio, mentre a Parigi il segretario al Tesoro Scott Bessent parla davanti alla conferenza ministeriale «No Money for Terror», il suo dipartimento firma le sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control contro quattro organizzatori della Global Sumud Flotilla: Saif Abu Keshek, palestinese con cittadinanza spagnola e svedese, Hisham Abdallah Sulayman Abu Mahfuz, Mohammed Khatib di Samidoun Bruxelles e Jaldia Abubakra Aueda di Samidoun Madrid. Bessent in un comunicato del Tesoro definisce la spedizione «pro-terror». Nelle stesse ore, la marina militare israeliana abborda le dieci imbarcazioni che il giorno prima erano sfuggite all’intercettazione. A circa cento miglia dalla Striscia, denuncia la Flotilla, vengono esplosi proiettili contro sei barche, una italiana. Israele smentisce il fuoco vivo e ammette «mezzi non letali».

Alle 20:20 la portavoce Maria Elena Delia conferma che tutte le 54 imbarcazioni partite il 14 maggio da Marmaris sono state fermate: 426 attivisti di 39 nazionalità portati ad Ashdod. Fra loro 29 italiani e tre residenti, compresi il deputato M5s Dario Carotenuto e l’ex consigliera fiorentina Antonella Bundu. Il team legale Adalah deposita un esposto alla Procura di Roma per sequestro di persona, riferito agli abbordaggi fra il 29 aprile e il 19 maggio. Il ministro Antonio Tajani chiede all’ambasciatore a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza» e «un trattamento dignitoso».

Lo stesso 19 maggio, in via al-Shuhada a Gaza City, un drone israeliano colpisce un’auto. Wafa conta un morto. Dal cessate il fuoco di ottobre, secondo il ministero della Salute di Gaza, gli uccisi nella Striscia hanno superato 880.

Dal podio di Parigi, Bessent ha pronunciato anche un’altra frase: «Al loro nucleo, le sanzioni non sono atti di aggressione, sono strumenti di pace».

L’articolo Sanzioni alle vittime anziché ai carnefici sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La destra è cortese finché la guardi. Lasciatela parlare in un piccolo comune

A Mantova, il 3 maggio, l’aperitivo elettorale per il candidato consigliere comunale di Fratelli d’Italia Luca Viani dura abbastanza perché qualcuno, lì accanto, accenda il telefono. Un volume alto, una casa privata sul lago, e l’audio che Fanpage.it pubblica oggi: Ivan Sogari, vicepresidente del comitato Remigrazione e riconquista, parla di «sterminare il germe del comunismo» e aggiunge che si…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Centrodestra diviso su tutto: l’ultimo scontro è sui tassisti. Dal flop del referendum ci sono tre maggioranze in lite perenne

In Commissione Trasporti alla Camera, il 14 maggio, Forza Italia ha rimesso sul tavolo la proposta di legge del deputato Andrea Caroppo che alleggerisce i vincoli sugli Ncc e sposta le autorizzazioni dai comuni alle regioni. La Lega ha risposto con il «no alle liberalizzazioni selvagge», Fratelli d’Italia ha chiesto «una sintesi» prima di procedere. Nel centrodestra litigano sui tassisti. Litigano su una legge ferma dal gennaio scorso. Litigano, soprattutto, perché ormai litigano su tutto.

Il punto di rottura ha una data: 22 e 23 marzo 2026. Il No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia ha vinto con il 53,75%, oltre 27 milioni di votanti. Da lì la maggioranza ha smesso di muoversi come un corpo solo. Il giorno dopo il voto si dimettono il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI), travolto dalla vicenda della società che condivideva con la figlia di un condannato per reati di mafia, e la capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. La sera stessa Giorgia Meloni diffonde una nota che auspica le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè, che il 26 marzo lascia con una lettera di una parola: «Obbedisco». Tre teste in tre giorni, dopo mesi di tolleranza. Bastava perdere un referendum.

Dal voto alle dimissioni

Il resto è una sequenza. Le nomine: dal gennaio scorso il governo deve indicare il presidente della Consob, il candidato è il leghista Federico Freni, Forza Italia si oppone, lo stallo dura oltre due mesi (Freni alla fine si ritira dalla corsa) e si allarga all’Agcm. La legge elettorale, dossier a cui Meloni tiene moltissimo perché quella vigente complica la vittoria della destra nel 2027: dopo aver depositato un testo condiviso, Lega e Forza Italia avanzano obiezioni, l’iter alla Camera rallenta, il governo arriva a chiedere aiuto alle opposizioni. Il fine vita, dove Forza Italia spinge per un compromesso assecondando Marina Berlusconi, Lega e FdI reagiscono con fastidio, e Ignazio La Russa prende tempo fissando l’aula del Senato al 3 giugno.

La cultura. Alessandro Giuli litiga in Consiglio dei ministri con Matteo Salvini sul Piano casa, poi pubblicamente sulla Biennale e il padiglione russo. Salvini condivide nella chat WhatsApp dei ministri l’ennesimo attacco del collega e commenta «Mah». Il 10 maggio Giuli revoca gli incarichi a due dirigenti del suo gabinetto, entrambi vicini a FdI, dopo il caso dei fondi negati al documentario su Giulio Regeni. Meloni lo convoca a Palazzo Chigi: la nota parla di «gratitudine» e «totale sostegno». Si scrivono quelle cose quando la tensione è grossa.

I fronti aperti

E poi la politica estera, il terreno dove la coalizione va più visibilmente in ordine sparso. Sui vincoli di bilancio europei la Lega vagheggia un’uscita unilaterale dal Patto di stabilità, Forza Italia propone il Mes, Meloni e Giancarlo Giorgetti scelgono una terza via. Il ministro della Difesa Guido Crosetto accusa Giorgetti di voler ritardare le spese militari. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso chiede al Parlamento di sospendere un suo stesso decreto stravolto dalla Ragioneria. Sul gas russo Salvini si dice entusiasta dell’apertura dell’ad di Eni Claudio Descalzi, Meloni netta nella contrarietà. Tutto questo mentre la Lega, a febbraio, aveva già perso pezzi: Roberto Vannacci se n’era andato sbattendo la porta, con tre deputati al seguito (ieri si è aggiunta anche Laura Ravetto), per fondare Futuro Nazionale.

Cinquanta giorni dopo il referendum i tre partiti viaggiano su binari separati su giustizia, nomine, fine vita, legge elettorale, bilancio europeo, difesa, energia. I sondaggi lo fotografano: la Supermedia YouTrend/Agi di inizio maggio dà il centrodestra al 43,9%, il dato più basso dall’insediamento, con Lega e FdI in calo simultaneo. Il litigio sui tassisti è solo l’ultimo arrivato in fila. Bastava perdere un referendum, e la maggioranza si è scoperta tre maggioranze che si fanno dispetti a vicenda.

L’articolo Centrodestra diviso su tutto: l’ultimo scontro è sui tassisti. Dal flop del referendum ci sono tre maggioranze in lite perenne sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Da un decreto sicurezza all’altro, nonostante i rilievi sollevati dalla Cassazione siano sempre lì. Con i dubbi di costituzionalità sul testo

Centoventinove pagine per dire una cosa che il Parlamento sapeva già. La relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione sul decreto sicurezza è la struttura che estrae le massime dalle sentenze della Suprema Corte che mette nero su bianco i dubbi di costituzionalità di una legge bandiera del governo Meloni. Il 23 giugno 2025 quel testo, la relazione n. 33/2025, è uscito e da allora gira nelle aule, citato da giudici e avvocati. A maggio 2026 torna nei titoli, mentre l’esecutivo ne ha già varato un altro.

Il primo rilievo riguarda il metodo. Il decreto-legge 11 aprile 2025 n. 48, convertito senza modifiche dalla legge 9 giugno 2025 n. 80, in vigore dal 10 giugno, secondo il Massimario «riproduce quasi alla lettera» un disegno di legge che la Camera aveva approvato in prima lettura il 18 settembre 2024 e che il Senato stava per chiudere. La relazione registra un dato di prassi: solo due precedenti di trasposizione di un progetto di legge in discussione dentro un decreto, e nessuno in materia penale. La conclusione dei tecnici della Corte è la «(in)sussistenza dei presupposti giustificativi per il ricorso alla decretazione d’urgenza». Tradotto: mancava la straordinaria necessità prevista dall’articolo 77 della Costituzione, perché bastava lasciare al Senato l’esame finale.

Le critiche che il governo aveva già ascoltato

C’è un punto che andrebbe ricordato a chi parla di toghe a orologeria. La relazione del Massimario raccoglie e ordina allarmi arrivati durante le audizioni, quelle che il governo aveva convocato e poi ignorato. Cita l’«Appello per una sicurezza democratica» firmato da 257 giuristi, che parla di «plateale colpo di mano» e di «vulnus causato alla funzione legislativa delle Camere». Riporta l’Associazione italiana professori di diritto penale, secondo cui il provvedimento è un «anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza in materia penale». Richiama l’Osce, che aveva segnalato «diverse criticità che potrebbero ostacolare l’esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali», e i relatori speciali dell’Onu, secondo cui il decreto rischia di limitare «la capacità degli individui di riunirsi pacificamente per proteste e manifestazioni» e di favorire «procedimenti arbitrari e pene sproporzionate». La Corte aggiunge un’immagine sua sul giudizio di pericolosità: «Un intuizionismo che tracima in arbitrio».

Sul merito, la parte più dura riguarda il carcere. Il nuovo 415-bis del codice penale, che introduce il delitto di rivolta in un istituto penitenziario, punisce anche la «resistenza passiva». Per il Massimario è «un novum senza precedenti nell’ordinamento penale», fin qui ancorato all’irrilevanza penale delle condotte di mera inazione. Da qui dubbi su materialità e offensività, e il rischio di scivolare verso un «diritto penale d’autore». Significa che lo sciopero della fame di un detenuto, o il rifiuto dell’ora d’aria senza violenza, può diventare reato.

Dalla relazione ai tribunali

La relazione non è vincolante, lo ripetono i sottosegretari. Vero. Solo che il Massimario «detiene un elevato valore interpretativo» e diventa la bussola con cui giudici e avvocati leggono le norme. La reazione del governo lo conferma: il ministro della Giustizia Carlo Nordio si disse «incredulo» e chiese di conoscere «l’ordinario regime di divulgazione» del testo, sospettando una fuga di documenti più che discutendone il contenuto. Maurizio Gasparri (FI) parlò di «invasione di campo», Fabio Rampelli (FdI) di «massimario della confusione».

E intanto la macchina è andata avanti. Il 24 febbraio 2026 il governo ha varato un nuovo decreto sicurezza, il n. 23, convertito con la legge 24 aprile 2026 n. 54. Stesso metodo, stessa filosofia. Centoventinove pagine restano lì, guida per chi dovrà decidere. Il governo le ha derubricate a opinione. Toccherà alla Consulta dire se erano un avvertimento.

L’articolo Da un decreto sicurezza all’altro, nonostante i rilievi sollevati dalla Cassazione siano sempre lì. Con i dubbi di costituzionalità sul testo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Diritto internazionale violato, ormai è la regola

Ad aprile gli attivisti fermati in mare venivano scaricati a Creta. Centosettantanove furono lasciati su una banchina greca, due trattenuti e rilasciati dopo dieci giorni di interrogatori. Stavolta no. I governi francese e greco hanno comunicato agli organizzatori che i circa quattrocento fermati lunedì vanno direttamente in carcere ad Ashdod.

La stessa azione di un mese fa, con una conseguenza più dura. La marina israeliana ha abbordato in acque internazionali, a circa duecentocinquanta miglia da Gaza, la flotta civile più numerosa mai partita: una sessantina di imbarcazioni, oltre cinquecento persone da quarantacinque paesi, Sumud più Freedom Flotilla Coalition più l’associazione turca Mavi Marmara. Dodici italiani fermati, due stranieri residenti in Italia. Una ventina di piccole barche prosegue verso Gaza.

Antonio Tajani (FI), ministro degli Esteri, al Tg1 il 18 maggio: gli italiani «andranno in Israele e poi saranno espulsi». L’abbordaggio era «previsto». Guido Crosetto (FdI), ministro della Difesa, sullo stesso Tg1: «Non lo chiamerei attacco ma blocco». Il governo registra il fermo come procedura consolare e rotta di rientro, per loro evidentemente non si tratta di una cattura piratesca. 

Amnesty International, per voce di Erika Guevara Rosas, parla di «detenzione arbitraria» e richiama l’impunità per quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio. La Procura di Roma tiene aperto dall’autunno un fascicolo sui trentasei italiani fermati a ottobre, anche per tortura. A Gaza, dal cessate il fuoco di ottobre, ottocentocinquantasette palestinesi uccisi al 14 maggio secondo il Ministero della Salute. Il 15 maggio un raid ha ucciso a Rimal il capo di Hamas nella Striscia.

Ad aprile una banchina a Creta. A maggio una cella ad Ashdod. Il governo italiano chiama questo passaggio «espulsione» e prepara il volo di rientro. Per loro è ordinaria amministrazione. 

L’articolo Diritto internazionale violato, ormai è la regola sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Decreto flussi e caporalato, tredicimila euro per una vita da schiavi: l’inchiesta di Potenza sulla tratta dei braccianti

Tredicimila euro, versati prima ancora di salire su un aereo. È il prezzo che una famiglia del Punjab pagava per spedire un figlio a raccogliere ortaggi in Basilicata, e l’inizio del debito che lo avrebbe tenuto in catene. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Potenza, sfociata il 18 maggio 2026 in dodici misure cautelari, racconta esattamente questo: una rete criminale transnazionale che usava il decreto flussi, lo strumento con cui lo Stato programma l’immigrazione legale, come canale per la tratta di esseri umani. Il procuratore Camillo Falvo l’ha definita «moderna schiavitù».

I numeri li ha forniti lui in conferenza stampa. Sette arresti, due in carcere e cinque ai domiciliari, più cinque misure tra obbligo e divieto di dimora, nelle province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco. Gli indagati, italiani e cittadini indiani, rispondono di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo. Il sistema partiva dall’India: intermediari reclutavano giovani in difficoltà economica promettendo un ingresso regolare come braccianti. Per il visto le famiglie versavano tra 8.500 e 13mila euro, spesso indebitandosi. Quel debito era il primo anello del ricatto. Le aziende compiacenti, secondo l’accusa, incassavano tra 3.500 e 4mila euro a pratica, coordinando i tempi d’ingresso con la stagione della raccolta. Una volta in Italia, turni oltre le dodici ore, paghe irrisorie, alloggi fatiscenti. L’inchiesta è nata nel 2023 da un’ispezione a Grumento Nova.

Decreto flussi: lo strumento piegato

Un punto va detto con chiarezza: il decreto flussi è un’invenzione dello Stato, non della criminalità. La criminalità ci si è infilata dentro. Il 30 giugno 2025 il governo Meloni ha approvato il Dpcm che programma 497.550 ingressi per lavoro nel triennio 2026-2028. Sommato al piano precedente, da 450mila ingressi, fa quasi un milione di posti autorizzati sulla carta dall’esecutivo che ha costruito la campagna elettorale sul blocco degli sbarchi. Il comparto agricolo assorbe la fetta più grossa: circa 330mila ingressi in tre anni. Sulla carta, appunto. I numeri della campagna Ero Straniero raccontano il resto: nel 2023 solo il 13 per cento delle quote assegnate è diventato un permesso di soggiorno regolare, nel 2024 la percentuale è crollata al 7,8. Gli altri restano sospesi. Arrivano con un visto regolare, scoprono che l’azienda che ha presentato la domanda non li assume, e diventano clandestini in un Paese dove sono entrati legalmente. È in quel limbo che il caporalato pesca.

La promessa mai mantenuta

C’è una data che pesa: 19 giugno 2024, il giorno in cui a Latina muore dissanguato Satnam Singh, bracciante indiano di 31 anni, abbandonato dal datore di lavoro davanti casa con il braccio amputato in una cassetta della frutta. Sull’onda di quella morte il governo promise tolleranza zero. Tre giorni di blitz, qualche annuncio nel decreto Agricoltura. Poi il silenzio. La Flai-Cgil denuncia da anni gli stessi numeri: circa 200mila irregolari in agricoltura, 405 aree di caporalato diffuso censite dall’Osservatorio Placido Rizzotto, più della metà al Nord. Gli arresti del 18 maggio toccano Piacenza e Lecco, la Pianura Padana dell’agroindustria. La legge 199 del 2016 punisce lo sfruttamento a fatti compiuti, e finora non ha spaventato nessun imprenditore: una condanna si patteggia. I segretari di Cgil Basilicata e Flai, Fernando Mega e Vincenzo Pellegrino, lo dicono così: il decreto flussi “si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza”. A distanza. Tra chi firma un nulla osta in un ufficio italiano e chi si indebita in Punjab. In quello spazio vuoto prospera chi vende visti a tredicimila euro. La rete di Potenza è stata smantellata. Il canale resta aperto, con altri 330mila ingressi già autorizzati fino al 2028.

L’articolo Decreto flussi e caporalato, tredicimila euro per una vita da schiavi: l’inchiesta di Potenza sulla tratta dei braccianti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Rapporto Censis 2026, l’informazione in crisi di credibilità e gli italiani in fuga dai media: anatomia di un fenomeno

Il 21° Rapporto Censis sulla comunicazione si intitola “L’informazione nel mirino”. Il titolo non è una metafora. Nel 2025 sono stati uccisi nel mondo 129 giornalisti e operatori dei media, il numero più alto da quando il Committee to Protect Journalists ha iniziato il conteggio nel 1992: almeno 104 sono morti in contesti di conflitto armato. In Italia, l’11 maggio scorso, il ministero dell’Interno e la Prefettura di Roma hanno assegnato la scorta a Nello Trocchia, inviato del quotidiano Domani, bersaglio di minacce della criminalità romana. Con lui salgono a 29 i cronisti italiani costretti a vivere protetti per il proprio lavoro.

Il rapporto, presentato il 28 aprile 2026, parte da qui. L’informazione è soggetto attivo dei conflitti, e quindi bersaglio. Solo che il colpo arriva anche da casa. Secondo il Censis l’informazione “appare apertamente imputata dall’opinione pubblica di partigianeria, perdita di indipendenza” e di avere “tradito la fiducia implicita nella domanda di conoscenza dei fatti”.

I numeri raccontano una diserzione organizzata. Il 59,5% degli italiani cerca di evitare i media più diffusi, il 58% li legge per scovarvi le interpretazioni ideologiche. Il 60,6% si informa su temi di cui quei media parlano poco o niente, il 64,6% verifica abitualmente le notizie su fonti alternative. Quasi due terzi della popolazione tratta l’informazione consolidata come un imputato. Lo studio poggia su un campione di 1.200 individui tra 14 e 80 anni.

La fuga dai canali ufficiali

La televisione tiene il 93,2% dell’utenza, internet il 90,4%, i social l’86,2%. Restano gli strumenti, crolla la fiducia in chi li riempie. I quotidiani cartacei a pagamento toccano nel 2025 il minimo storico del 21%, 46 punti percentuali in meno dal 2007. I telegiornali, ancora prima fonte per il 43,9% della popolazione, calano di 3,8 punti. Sette italiani su dieci tra chi usa i social si informano con i reel, spesso in modo distratto: l’informazione si fa scaglia, scivola nel feed tra un meme e l’altro.

E poi c’è l’intelligenza artificiale. Il 61,6% degli intervistati dichiara che non si sentirebbe a proprio agio a informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall’IA. Il dato suona come una difesa. Solo che, secondo l’indicatore Eurostat citato dal Censis, le aziende europee che nel 2025 hanno fatto maggior uso dell’IA appartengono proprio al settore dell’informazione e comunicazione, il 62,5%. La macchina che gli italiani dicono di temere è già dentro le redazioni.

Una crisi che ha un prezzo

Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, mette il dito sulla questione economica. «L’informazione costa. Costa pagare giornalisti, strutture, impianti. Quello a cui stiamo assistendo è una crescita al ribasso» con l’uso dell’IA e i bassi contratti dei giornalisti. Nel rapporto è scritto che tre italiani su quattro rifiutano di pagare per informarsi. Il rischio, dice, è «di appiattirci, adeguarci a meme o reel, che hanno poco costo». Più la fiducia scende, meno si paga. Meno si paga, più si taglia. Più si taglia, più l’informazione assomiglia a ciò che la fa scappare.

Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, vede un Paese spaccato in due: chi può acquistare informazione qualificata e chi pensa «di trovare la verità dal primo guru che passa» credendo sia «la bocca della verità quando invece magari è la bocca di ben altri soggetti e di ben altri interessi».

Resta il punto di partenza. Trocchia sotto scorta, 129 colleghi uccisi in dodici mesi, un’opinione pubblica che archivia l’informazione tra le cose di cui diffidare. La crescita al ribasso del Censis è già il presente. Il guru che passa, intanto, non ha bisogno di scorta: parla a sette italiani su dieci che scorrono il telefono e prendono quello che trovano. È il prezzo di un’informazione lasciata appiattire da chi ha smesso di fidarsi.

L’articolo Rapporto Censis 2026, l’informazione in crisi di credibilità e gli italiani in fuga dai media: anatomia di un fenomeno sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La cittadinanza a punti che la Costituzione vieta da settantotto anni

Il 18 aprile 2026, dal palco dei Patrioti in piazza Duomo a Milano, Matteo Salvini ha annunciato il “permesso di soggiorno a punti”, e il 16 maggio, dopo il caso Modena, ci ha aggiunto la cittadinanza: “Come la patente, per chi delinque via i documenti”. L’idea ha un solo difetto: è incostituzionale. L’articolo 22 della Costituzione vieta di privare chiunque della cittadinanza per motivi politici…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Affitti brevi, il Tar Toscana conferma il regolamento di Firenze: respinti 19 ricorsi

Gli alloggi bnb possono rimanere, ma non potranno nascerne di nuovi. La frase più nuda della stretta fiorentina sugli affitti turistici l’ha scritta un giudice. Il 14 maggio 2026 il Tar della Toscana ha pubblicato tre sentenze che respingono diciannove ricorsi contro il regolamento del Comune di Firenze sulle locazioni brevi. La prima sezione ha scritto che la tutela dell’ambiente urbano, gli obiettivi di politica sociale e culturale e la conservazione del patrimonio storico sono “motivi imperativi di interesse generale che giustificano restrizioni della libertà di iniziativa economica”. Tradotto: chi governa una città può deciderne la forma.

I ricorsi venivano da operatori, società di gestione, associazioni di categoria, privati. Lamentavano la violazione del diritto di proprietà e della libertà d’impresa, il contrasto con la direttiva europea Servizi, l’invasione delle competenze statali. Tutto respinto. Il Tribunale ha richiamato la sentenza 186/2025 della Corte costituzionale, depositata il 16 dicembre 2025, che aveva già confermato l’impianto del Testo unico del turismo toscano, la legge regionale 61 del 2024. Due gradi di giudizio, stesso verdetto.

I numeri spiegano perché la posta è alta. Nel giugno 2025 a Firenze risultavano attivi 11.918 annunci su Airbnb secondo Inside Airbnb, l’85 per cento interi appartamenti, oltre il 70 per cento nel centro storico. Da circa 150 inserzioni nel 2012 a oltre 12mila in poco più di dieci anni. Nel Quartiere 1, il centro storico, vivono 62.518 residenti, un quarto dei quali ultrasessantacinquenni. Il regolamento approvato dal Consiglio comunale il 5 maggio 2025, in vigore dal 31 maggio, blocca i nuovi insediamenti a uso turistico nell’area Unesco, contingenta le locazioni alle unità già destinate nel 2024, fissa autorizzazioni quinquennali e una superficie minima di 28 metri quadrati. Chi vende casa perde la licenza: l’autorizzazione decade col vecchio proprietario.

La gentrificazione era ineluttabile

Per anni la trasformazione di Firenze in vetrina è stata raccontata come destino. Il mercato decideva, le piattaforme crescevano, i residenti se ne andavano a Scandicci o Sesto, la politica guardava. La sentenza del Tar smonta quel racconto. La Corte costituzionale aveva già scritto che correggere i fallimenti del mercato rientra fra le opzioni legittime del legislatore, e che la proprietà ha una funzione sociale, articoli 41 e 42 della Costituzione. È una norma che da decenni dorme nei manuali. A Firenze qualcuno ha deciso di usarla.

Il punto politico è qui. La forma di una città è una decisione, prima che un fatto. Quando un immobile su dieci nel centro smette di essere casa e diventa business, le conseguenze sono prevedibili: meno residenti, negozi per chi resta poche ore, servizi di quartiere che chiudono. Firenze è intervenuta sulla destinazione d’uso, lo strumento urbanistico più antico che esista, l’articolo 7 della legge urbanistica del 1942. La sindaca Sara Funaro ha parlato di “giornata storica” e di vittoria “non solo a livello locale, ma anche nazionale”.

Le periferie pagano il conto

Resta il problema che la stretta ha spostato altrove. A luglio 2025 gli annunci in città erano saliti a 13.043, con un balzo di circa 900 unità in due mesi: il blocco in centro ha gonfiato Gavinana, Novoli, Rifredi, le zone lungo la tramvia. Palazzo Vecchio ha annunciato l’estensione dei vincoli oltre l’area Unesco. Lorenzo Fagnoni, presidente di Property Managers Italia, parla di approccio “fortemente restrittivo” che riduce l’offerta senza toccare le cause dei problemi abitativi, e annuncia il probabile ricorso al Consiglio di Stato.

La gentrificazione resta un processo potente, e una sentenza da sola non lo ferma. Quello che le pronunce del 14 maggio dicono è un’altra cosa, più scomoda per chi ripeteva che era inevitabile: si poteva. Bastava decidere.

L’articolo Affitti brevi, il Tar Toscana conferma il regolamento di Firenze: respinti 19 ricorsi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui