Vai al contenuto

Sospese le sanzioni di Trump ad Albanese. Italia liberata dall’imbarazzo di difenderla: ci hanno pensato un giudice americano e gli spagnoli

Un giudice federale di Washington, Richard Leon, ha sospeso le sanzioni che l’amministrazione Trump aveva imposto a Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati. Nelle ventisei pagine dell’ordinanza c’è una frase che dovrebbe far arrossire chi siede ai vertici della Farnesina: “se Albanese si fosse opposta all’azione della Cpi contro cittadini statunitensi e…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Nuova impennata di attacchi nella Striscia

Lafi al-Najjar, palestinese cieco di trentasei anni, vive in una tenda tra le macerie di Khan Younis. Suo figlio Adel, nove anni, è stato ucciso il ventotto aprile in un attacco israeliano. A Reuters, l’undici maggio, al-Najjar ha detto: «La guerra è ancora in corso. Si è fermata negli annunci, sul terreno non si è fermata».

Il dato lo conferma. Il rapporto mensile di Acled, Armed Conflict Location and Event Data Project, pubblicato ieri, registra ad aprile un aumento del trentacinque per cento degli attacchi israeliani sulla Striscia rispetto a marzo. Dal cessate il fuoco con l’Iran dell’otto aprile il Ministero della Salute di Gaza conta centoventi palestinesi uccisi, di cui otto donne e tredici bambini: il venti per cento in più delle cinque settimane precedenti, quando l’aviazione israeliana bombardava Teheran. Dal cessate il fuoco di ottobre, mediato da Stati Uniti e Qatar, i palestinesi uccisi sono ottocentocinquanta, contro quattro soldati israeliani.

Ieri, alla Sala del Mappamondo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riferito alle Commissioni Esteri e Difesa: «Il governo continua a prestare la massima attenzione operativa nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, con l’obiettivo di arrivare a due Stati». Sulle misure commerciali contro Israele frena: «Otto Paesi dell’Unione hanno espresso dubbi, perché il rischio è colpire la popolazione civile israeliana, non il governo Netanyahu». Resta aperta l’ipotesi di sanzioni sui prodotti dei coloni.

Stamane salpa da Marmaris la Global Sumud Flotilla: cinquantaquattro imbarcazioni e oltre cinquecento attivisti.

Khdour, ricercatore Acled: «Bombardamenti, droni e fuoco di artiglieria continuano lungo la linea di armistizio, colpendo militanti e civili, donne e bambini». La guerra si è fermata solo negli annunci.

Occhi su Gaza, diario di bordo #209

L’articolo Nuova impennata di attacchi nella Striscia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Elezioni francesi, due ingerenze e due misure: aperture di Tg su quella russa, spallucce su quella israeliana

Marsiglia, marzo 2026. Elezioni amministrative. Sui muri compaiono dei codici QR. Chi li scansiona finisce su un blog firmato “Sophie”, che racconta una storia di abusi sessuali attribuiti a Sébastien Delogu, deputato della France Insoumise e candidato sindaco. La storia è falsa, il blog fasullo, il dominio sparirà nel giro di settimane. A Tolosa, contro François Piquemal, escono inserzioni sponsorizzate su La Dépêche du Midi. A Roubaix, contro David Guiraud, partono pagine Facebook a grappolo. Tre città, tre candidati, lo stesso copione.

Il 10 marzo Le Monde pubblica l’inchiesta: campagna di interferenza coordinata, fotografie generate con intelligenza artificiale, marcatori tecnici stranieri nei metadati. Viginum, il servizio governativo francese che si occupa di interferenze digitali, conferma. Le Monde nomina il sospettato: una lobby pro-israeliana attiva in Europa, in conflitto aperto con Mélenchon.

Il 13 maggio Reuters fa un altro passo: l’agenzia che avrebbe materialmente eseguito parte dell’operazione sarebbe una società israeliana sconosciuta, definita sul proprio sito “compagnia d’élite di influenza, cyber e tecnologia costruita per l’era moderna della guerra dell’informazione”.

Il sito è stato chiuso poco dopo le domande dei giornalisti. Anche LinkedIn. Meta ha rimosso una rete di account “originaria di Israele” e diretta “principalmente contro la Francia”. Google e TikTok hanno confermato in via indipendente.Solo che è la geometria della storia a meritare attenzione.

Elezioni francesi: due ingerenze, due misure

Pochi giorni prima dell’inchiesta sui candidati insoumis, lo stesso Viginum aveva attribuito a un network russo, una campagna di disinformazione contro Pierre-Yves Bournazel, candidato di centro-destra alla mairie di Parigi. Un video fasullo lo accusava di voler trasformare il Centre Pompidou in centro per migranti. AFP, fact-checker, redazioni: smentita compatta in poche ore, allarme per la “guerra ibrida” russa. Le visualizzazioni erano sotto le ventimila.

L’operazione contro tre candidati di sinistra dura settimane, mobilita siti, blog, QR code in strada, sponsorizzate su carta stampata, immagini AI, account a sciame. Conseguenza politica reale: Delogu si ritira al ballottaggio per non spaccare il voto, Piquemal perde Tolosa di un soffio, Guiraud passa solo a Roubaix. Reazione: tiepida. Il governo francese tace, il ministero degli Esteri israeliano si chiama fuori. Mélenchon chiede una legge più severa sulle interferenze straniere. Risposta, ora, zero.

Sul piano delle prove i due casi sono equivalenti: Viginum ha fatto il suo lavoro in entrambi. È il nome del committente a cambiare il trattamento. Russia è una parola politicamente spendibile e diventa apertura di tg, Israele no,resta dossier d’élite.

L’Italia gira la testa

Vale la pena ricordare che, nella stessa settimana, in Honduras continuano a circolare i trentasette audio dell’inchiesta Hondurasgate, in cui l’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a quarantacinque anni a New York per quattrocento tonnellate di cocaina e graziato da Trump il 1° dicembre 2025, evoca il “primo ministro di Israele” come parte attiva nella sua liberazione. Le testate italiane di area moderata, che sulle ingerenze russe hanno fatto i titoli, sull’asse Trump-Netanyahu in America Latina hanno girato la testa, e sulla società israeliana che ha provato a influenzare il voto francese stanno facendo lo stesso: poche righe da Reuters, qualche colonna di servizio, fine.

Si chiama guerra ibrida quando viene da Mosca. Quando viene da Tel Aviv diventa anomalia tecnica.

Sostanzialmente è questo il punto: si è scelto, in Europa, di quali ingerenze occuparsi. E davanti a quali, ugualmente documentate, abbassare la voce. Le presidenziali francesi sono ad aprile 2027. Le prove generali sono finite.

L’articolo Elezioni francesi, due ingerenze e due misure: aperture di Tg su quella russa, spallucce su quella israeliana sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Hondurasgate: un’inchiesta giornalistica, trentasette audio e l’asse Trump-Netanyahu come metodo. Nel silenzio italiano

Trentasette audio in WhatsApp, Signal e Telegram. Una voce identificata come quella di Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras condannato a quarantacinque anni di carcere a New York per aver coperto il transito di oltre quattrocento tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti, racconta come è stato liberato. “Il denaro della grazia è uscito da una giunta di rabbini e da gente che appoggiava Israele”. E ancora: “Il primo ministro di Israele ci darà sostegno. Hanno avuto tutto a che fare con la mia uscita”. Data: 20 gennaio 2026.

Si chiama Hondurasgate. Inchiesta firmata da Valeria Duarte, pubblicata dal portale hondurasgate.ch insieme a Canal Red e Diario Red, la testata diretta da Pablo Iglesias. I file sono passati per la perizia forense del software Phonexia Voice Inspector, che attribuisce alla voce una probabilità di sintesi del sei per cento. El País, Middle East Eye, Democracy Now, Washington Monthly, Afp, Efe: copertura ampia. In Italia se ne sono accorti il Fatto Quotidiano e Inside Over.

Cosa raccontano gli audio

Donald Trump grazia Hernández il primo dicembre 2025, due giorni dopo le elezioni vinte con il quaranta per cento dei voti da Nasry Asfura, candidato del Partito Nazionale. Trump in campagna elettorale lo aveva sostenuto pubblicamente, minacciando di tagliare gli aiuti a Tegucigalpa in caso di vittoria della candidata di sinistra Rixi Moncada.

Negli audio Hernández parla con Asfura, con la vicepresidente María Antonieta Mejía, con il presidente del Parlamento Tomás Zambrano. Chiede centocinquantamila dollari per affittare un appartamento negli Usa dove ospitare una “unità di giornalismo digitale” pensata per colpire Gustavo Petro in Colombia e Claudia Sheinbaum in Messico.

Dice di aver parlato con Javier Milei, che avrebbe stanziato trecentocinquantamila dollari. Si discute di basi militari, di espansione delle Zone economiche speciali, di una legge per gli investimenti Usa-Israele in intelligenza artificiale. Sugli oppositori interni: “Se bisogna ammazzare gente per stare tranquilli, si farà.”

Il silenzio italiano

Bill Scher, su Washington Monthly, scrive che l’Hondurasgate, se autentico, è peggio del Watergate e dell’Iran-Contras messi insieme: un presidente Usa che grazia un narcotrafficante per rimetterlo al potere e usare il suo Paese come piattaforma contro due democrazie vicine. Duarte, all’Afp, parla di “una rete di corruzione” sviluppata da Washington e Tel Aviv per fare di Hernández “un operatore per posizionare la propria ingerenza nella regione”. Il consorzio Reactionary International collega l’operazione al budget hasbara israeliano del 2026, settecentotrenta milioni di dollari, e a Brad Parscale, ex stratega di Trump il cui studio Numen ha consigliato la campagna di Asfura.

Iglesias tiene il punto sul verificabile: la voce di Hernández è autenticata, il pagamento di Milei è ciò che Hernández stesso dichiara nell’audio, il resto è circostanza. Cautela utile. Eppure i giornali italiani che si esercitano ogni giorno su Maduro narcotrafficante e Putin capomafia, su questa storia tacciono. La grazia di Trump a un narcotrafficante condannato è fatto giudiziario. L’autopsia forense degli audio è pubblica. La replica di Hernández, “non è la mia voce”, è quella di un condannato che da Manhattan firma la propria condanna. Asfura tace dall’inizio.

Sostanzialmente, Hondurasgate dimostra che l’asse fra Trump e Netanyahu è un metodo prima ancora che una variabile mediorientale. La rete è la stessa delle inchieste su Gaza, sulle Zedes come laboratori di sovranità ceduta, sulle campagne digitali contro chi prova a votare a sinistra in America Latina. In Italia se ne tace perché parlarne significa nominare i protagonisti, e i protagonisti sono nostri alleati. Si scrive di narco-Stati solo quando il narco-Stato è scomodo. Quando è amico, è partner strategico.

L’articolo Hondurasgate: un’inchiesta giornalistica, trentasette audio e l’asse Trump-Netanyahu come metodo. Nel silenzio italiano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’«ah boh» di Giorgetti

Federico Freni, sottosegretario all’Economia, ha rinunciato ieri alla corsa per la presidenza Consob. Giancarlo Giorgetti, il suo ministro, anche lui leghista, il proponente della candidatura in Consiglio dei ministri lo scorso 20 gennaio, è uscito di corsa dalla Camera dopo il question time e ha liquidato i giornalisti così: «Sono contentissimo, Federico continua a lavorare con me.

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

La grammatica del crocifisso nella condanna che ignora i corpi

Ventuno giorni di carcere militare per il soldato dell’esercito israeliano fotografato a Debel, sud del Libano, mentre infila una sigaretta in bocca a una statua della Vergine Maria. Quattordici giorni per il commilitone che ha scattato la foto. La sentenza è dell’IDF, comunicata l’11 maggio. Il giorno stesso, nell’intervista al Messaggero pubblicata oggi, il ministro degli Esteri Antonio Tajani definisce l’immagine «uno choc per me e per tutti i cristiani» e sottolinea che «quei militari di Idf sono stati subito condannati, così come il soldato che ha messo la sigaretta in bocca alla Madonna in Libano». La parola condanna entra qui per la prima volta.

Nella stessa intervista non compare l’attacco di lunedì alla clinica Al Tayeb di Beit Lahia, due colpi di artiglieria israeliani che hanno ferito dodici persone mentre Medici Senza Frontiere prestava soccorso. Non compaiono gli ottocento palestinesi uccisi dal cessate il fuoco, computo MSF. Non compare il rapporto OCHA pubblicato oggi: nelle linee di assistenza della Striscia le chiamate per intenzioni suicide sono salite del novanta per cento, quelle per violenze fisiche di genere del quarantasei, l’ansia del trentaquattro. Novemilaseicento in un mese. Non compaiono i settanta bambini uccisi in Cisgiordania dal 2025, novantatré per cento da forze israeliane, secondo James Elder, portavoce Unicef a Ginevra.

A Marmaris la Global Sumud Flotilla riunisce cinquantasette imbarcazioni in assemblea. Thiago Ávila, espulso da Israele dopo dieci giorni di detenzione, ieri è atterrato a San Paolo denunciando torture e abusi subiti.

«Stiamo continuando ad aiutare Gaza», dichiara Tajani nella stessa pagina. La condanna che la Farnesina ha pronta sa la grammatica del crocifisso. Non quella del corpo.

L’articolo La grammatica del crocifisso nella condanna che ignora i corpi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cultura, mentre al ministero vanno in scena le faide di partito la povertà educativa dei minori resta fuori dall’agenda di governo

Dentro al ministero della Cultura, in queste ore, si decide chi sta con chi. Il ministro Alessandro Giuli ha revocato due figure chiave del suo staff: Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e vicinissimo al sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti, capo della segreteria personale e dirigente di Fratelli d’Italia in Umbria. La motivazione ufficiale per Merlino è il caso del documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti, escluso dai contributi selettivi del Mic in aprile nonostante 76 atenei italiani avessero aderito alla proiezione promossa dalla senatrice Elena Cattaneo. Per Proietti, una missione a New York saltata.

La sostanza è altra. Tutti raccontano una guerra interna a Fdi che ha trasformato il dicastero in arena di regolamento dei conti. L’11 maggio Giorgia Meloni ha convocato Giuli a Palazzo Chigi per quella che le fonti del partito definiscono “una strigliata” durata un’ora. In questo clima da regolamento di conti dentro al partito, la premier prova a fare da paciere. Resta fuori dal campo, intanto, un’emergenza che i numeri certificano da anni: la povertà educativa.

I dati che il ministero ignora

L’Osservatorio povertà educativa di Openpolis e Con i Bambini hanno pubblicato il 12 maggio un’analisi sull’accesso dei minori ai luoghi della cultura. Italia primo paese al mondo per siti Unesco, con 61 beni iscritti nel 2025: davanti a Cina, Germania, Francia. Eppure chi vive in una famiglia a basso reddito con figli, nel 2022, ha visitato un sito culturale solo nell’11,3% dei casi. La media nazionale è il 22,6%. Tra le famiglie ad alto reddito con figli si sale al 36,9%: tre volte tanto.

I divari territoriali sono altrettanto netti. In Trentino oltre il 60% dei minori ha visitato un museo almeno una volta nel 2022. In Calabria il 23,3% nel biennio 2022-2023, ultima in classifica. La Campania ha una densità museale altissima (3,46 musei per cento chilometri quadrati) ma vi accede solo il 28,9% dei minori. Nei comuni polo oltre il 54% dei musei resta aperto per più di 250 giorni l’anno; nelle aree interne solo il 33,5%. Tradotto: dove vivono i bambini più fragili, i luoghi della cultura sono spesso turistici e a singhiozzo.

Quello di cui non si parla a Palazzo Chigi

I musei italiani che hanno attivato vere e proprie partnership con la scuola sono il 30,1%. Quelli coinvolti in progetti di inclusione rivolti a chi vive in povertà economica, educativa o culturale appena l’11,8%. Dati Istat rielaborati da Openpolis. Pubblici, accessibili, ignorati.

Meloni ha convocato Giuli per ricomporre la frattura con Fazzolari. Risulta più difficile ricordare una convocazione fatta per chiedere conto di questi numeri. Il fondo per il contrasto della povertà educativa minorile esiste dal 2016, oggi gestito da Con i Bambini, e produce rapporti annuali. Il ministero della Cultura, intanto, dispone di quattordici milioni di contributi selettivi per il cinema, distribuiti da commissioni i cui criteri sono diventati materia di interrogazione parlamentare proprio sul caso Regeni.

In Italia un milione e quattrocentomila minori vivono in povertà assoluta. Altri 2,2 milioni in povertà relativa, sempre secondo Con i Bambini. La povertà educativa, scrivono, è legata a quella economica: si alimentano a vicenda, si trasmettono di generazione in generazione. Andrebbe trattata con la stessa urgenza dell’altra.

Intanto la macchina ministeriale diventa uno strumento per pesare le proprie correnti da un lato e per ricucire gli strappi dall’altro. Le bambine e i bambini che a Reggio Calabria o a Lampedusa hanno visto un museo solo nei libri restano fuori dal perimetro politico. Senza fazione, senza chat interne, senza missioni a New York da saltare.

L’articolo Cultura, mentre al ministero vanno in scena le faide di partito la povertà educativa dei minori resta fuori dall’agenda di governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Piano di Riarmo Ue, gli Stati europei non condividono i dati sugli acquisti per la Difesa: mille miliardi in ballo e zero trasparenza

Mentre Bruxelles vende il sogno della difesa comune, ottocento miliardi per il piano di Riarmo Ue e centocinquanta miliardi dello strumento Safe, succede una cosa che dovrebbe fermare tutti per un attimo: i governi nazionali si rifiutano di dire alla Commissione cosa stanno comprando, da chi, a che prezzo. Lo racconta Politico Europa in un’inchiesta firmata da Jacopo Barigazzi sul “data denial”, il rifiuto sistematico di comunicare le informazioni di base sugli acquisti militari. Stiamo per spendere mille miliardi per riarmare il continente, e ignoriamo cosa stiamo comprando.

L’opacità è di costruzione

Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, rispondendo per iscritto a un’interrogazione del Parlamento europeo, ha dovuto ammettere che sui ventisette Stati membri solo dodici hanno trasmesso i dati sugli acquisti collaborativi all’Agenzia europea per la difesa. Senza quei numeri, riconosce lo stesso commissario, valutare se la strategia funzioni è “impossibile”. Il benchmark del 35% di acquisti congiunti, fissato dall’Agenzia nel 2007, resta indimostrato in vent’anni di rilevazioni. Nel 2022, ultimo dato disponibile, era al 18%. La Strategia industriale europea della difesa del 2024 alza il target al 40% entro il 2030. Solo che è una semplice comunicazione, priva di forza legale: obblighi di reporting volontari, sanzioni inesistenti, l’unica leva della Commissione è denunciare pubblicamente chi non collabora.

Insomma, gli Stati diffidano della Commissione e diffidano l’uno dell’altro, e protestano per il principio. Wouter Beke, eurodeputato belga del Partito popolare europeo nella commissione Difesa, lo dice a Politico: la sfiducia è uno dei principali ostacoli a una vera unione europea della difesa. Hannah Neumann, verde tedesca nella stessa commissione, è più precisa: senza i dati salta il controllo democratico sulla spesa militare. Kubilius può ripetere quanto vuole che il joint procurement riduce i costi: i ministeri annuiscono e poi firmano contratti bilaterali con i fornitori storici.

Il caso polacco

A Varsavia la frattura è esplosa in chiaro. A marzo il presidente Karol Nawrocki ha posto il veto sulla legge che doveva consentire alla Polonia di attingere ai 43,7 miliardi di prestiti Safe, la quota più grossa dell’intero strumento. Il premier Donald Tusk ha risposto annunciando un piano alternativo per ottenere comunque i fondi, e difendendo l’operazione con un argomento che, di fatto, smonta l’idea stessa di acquisto europeo: l’89% dei soldi resterà in Polonia. Una difesa europea finanziata dall’Europa che però spende a casa propria, certificata dal premier più europeista del consiglio. Sostanzialmente: tutti vogliono il prestito agevolato, nessuno vuole condividere il mercato.

Studi convergenti misurano il prezzo della frammentazione. Il think tank Ecipe ha calcolato che tre quarti dei contratti finiscono ad aziende nazionali, e solo circa il 10% della spesa risulta nel database europeo Ted. Il resto è buio. Bruegel stima che la mancanza di un mercato unico fa lievitare i costi unitari del 30%, e che una vera integrazione dimezzerebbe i prezzi. Una quota di quel migliaio di miliardi è già destinata a evaporare in rendite di posizione, pagate a imprese che hanno interesse opposto a una difesa europea integrata.

Sostanzialmente la difesa europea, per come la stanno costruendo, è una macchina che converte denaro pubblico in margine privato: gli Stati firmano, la Commissione presta, le imprese incassano, i Parlamenti scoprono dopo. La retorica della sicurezza serve a chiudere il dibattito prima che si apra. Quando un governo rifiuta di dire alla Commissione cosa sta comprando, dice qualcosa di preciso: la spesa militare è uno spazio politico in cui la trasparenza è un fastidio, e l’Europa un’astrazione utile a giustificare il bilancio. Mille miliardi al buio, da pagare ventisette volte.

L’articolo Piano di Riarmo Ue, gli Stati europei non condividono i dati sugli acquisti per la Difesa: mille miliardi in ballo e zero trasparenza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Mentre litigano su Vannacci, il governo forza (ancora) la Costituzione

Si discute di Vannacci sì, Vannacci no. Di Calenda dentro o fuori. Di soglie alzate per tenere alla larga il generale o abbassate per accoglierlo. Di Forza Italia cuscinetto, dell’ammucchiata che verrà. Intanto, alla Camera, scorre il testo della nuova legge elettorale, l’A.C. 2822, e a smascherare la vera operazione sono 126 costituzionalisti. L’appello promosso da Articolo21 l’11 maggio…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Dal processo in diretta al boia

Novantatré voti su novantatré. Lunedì 11 maggio la Knesset ha approvato un tribunale speciale autorizzato a comminare la pena di morte ai palestinesi condannati per l’attacco del 7 ottobre 2023. Lo riporta l’Associated Press. I processi saranno trasmessi in diretta. Il paragone con il processo del 1962 al criminale nazista Adolf Eichmann lo fanno gli stessi proponenti.

Tre organizzazioni israeliane per i diritti umani — il Centro per la difesa dell’individuo, il Centro legale Adalah e il Comitato pubblico contro la tortura — in una nota dell’11 maggio definiscono la legge «uno spettacolo punitivo e retributivo» che subordina «ogni principio di giustizia penale equa». Le sentenze potranno essere pronunciate a maggioranza.

Lo stesso giorno il New York Times pubblica l’inchiesta di Nicholas Kristof, “The Silence That Meets the Rape of Palestinians”: quattordici testimoni descrivono stupri e abusi sessuali sistemici nelle carceri israeliane. Tre di loro minorenni. Risposta del ministero degli Esteri israeliano: «calunnia del sangue». Secondo il Comitato pubblico contro la tortura, Israele detiene oggi 1.300 palestinesi di Gaza senza accusa formale.

La rima Eichmann vale per ciò che la legge mostra. Ciò che la legge non mostra resta fuori inquadratura: i detenuti senza accusa, le testimonianze di Kristof, le condizioni del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, detenuto dal 27 dicembre 2024 e descritto «quasi irriconoscibile» da tre prigionieri rilasciati.

A Marmaris cinquantasette imbarcazioni della Global Sumud Flotilla si sono riunite l’11 maggio in assemblea per decidere se ripartire. Saif Abukeshek e Thiago Ávila, liberati dopo dieci giorni di detenzione, ricordano che restano dentro 9.500 palestinesi. Nessuno di loro avrà un processo in diretta.

L’articolo Dal processo in diretta al boia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui