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Concessioni balneari, il governo Meloni di nuovo in stallo: il bando-tipo non arriva

Il 22 maggio 2026 Pagella Politica ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti conto di un atto che il governo avrebbe dovuto consegnare in trenta giorni e che manca da più di due mesi: lo schema di bando-tipo per le concessioni balneari. Il Mit ha risposto di «non avere nuovi elementi». L’articolo 8 del decreto-legge 11 marzo 2026 n. 32, cosiddetto “Commissari”, imponeva di inviare lo schema alla Conferenza unificata entro un mese dall’entrata in vigore. Il tavolo è partito il 17 aprile, la legge di conversione n. 71 è arrivata l’8 maggio: di linea condivisa nemmeno l’ombra.

È l’ennesimo capitolo di una saga che dura da quattro anni, con decreti, sentenze, lettere di Bruxelles e proroghe disapplicate dai tribunali.

Balneari, le proroghe che i giudici hanno cancellato

Il punto di partenza resta il 2021, quando l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, con le sentenze 17 e 18, ha stabilito che ogni proroga successiva al 31 dicembre 2023 è disapplicabile. Il governo Meloni ha provato a guadagnare tempo: prima con il Milleproroghe del 2023, che ha spostato la scadenza al 2024 e in alcuni casi al 2025, con il pretesto della mappatura. Poi con il decreto-legge n. 131 del 16 settembre 2024, cosiddetto “Salva infrazioni”, convertito nella legge 166 del 14 novembre, che ha esteso la durata fino al 30 settembre 2027, presentato come accordo con la Commissione europea.

L’accordo non ha retto un trimestre. Il Tar Liguria, sentenza n. 869 del 14 dicembre 2024, ha disapplicato la proroga al 2027 per contrasto con la direttiva 2006/123/CE. Il Tar Campania, sentenza n. 365 del 14 gennaio 2025, ha ribadito il principio. Il Tar Liguria è tornato a confermarlo il 19 febbraio 2025 con la sentenza n. 183. Il Consiglio di Stato, sezione VII, ha chiuso il cerchio il 26 febbraio: la disapplicazione delle proroghe è ormai «acquisizione consolidata». La procedura di infrazione aperta da Bruxelles il 3 dicembre 2020 resta aperta, e il parere motivato del 16 novembre 2023pende sulla scrivania.

Indennizzi bocciati, canoni sotto costo, schema che non arriva

Poi c’è il capitolo indennizzi, la promessa fatta ai concessionari uscenti per ammorbidire il colpo. Il MIT ha scritto lo schema di decreto sui rimborsi e l’ha mandato al Consiglio di Stato. Il parere n. 750 dell’8 luglio 2025 ha smontato l’impianto: indennizzi sproporzionati, contrasto con la direttiva europea, rischio di vantaggio indebito per chi esce a danno di chi entra. La Commissione europea, con lettera del 7 luglio 2025, aveva detto la stessa cosa il giorno prima. La Corte di Giustizia UE, sentenza 11 luglio 2024 causa C-598/22, ha intanto confermato che l’articolo 49 del codice della navigazione è in regola con il diritto europeo: alla scadenza, le opere non amovibili tornano allo Stato senza un euro.

Sui canoni la fotografia è altrettanto netta. Secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti, nel 2023 lo Stato ha incassato 155 milioni di euro dalle concessioni, contro i 103 milioni del 2016. Il canone medio resta intorno ai 6 mila euro per stabilimento, e la rivalutazione avviata nel 2022 non è proseguita nel 2024. Nello stesso periodo, secondo Unioncamere-Infocamere, le imprese balneari sono salite a 7.244, con un balzo del 190 per cento in Sardegna e del 110 per cento in Calabria. L’I.R.C.A.F. ha calcolato che l’estate 2025 ha visto un ombrellone in terza fila con due lettini, in giorno festivo, costare 25,8 euro: il 4,5 per cento in più sul 2024, con un’inflazione all’1,9.

I comuni che hanno già fatto le gare, come Pietra Ligure e Laigueglia in Liguria o Rimini e Ravenna in Romagna, rischiano i contenziosi dei perdenti se il bando-tipo avrà criteri diversi. Il presidente del sindacato Fipe-Confcommercio Antonio Capacchione parla di «spiagge bloccate e senza servizi». Quattro anni dopo le sentenze del 2021, lo Stato è ancora a chiedersi come si scrive una gara.

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Pos, 100 milioni di scontrini in più (per 5 miliardi di euro) ad aprile: la prova che smonta la linea di Meloni sul contante

Cento milioni di scontrini in più, cinque miliardi di euro emersi. In un mese solo: aprile 2026. È il primo bilancio dell’obbligo di collegare il Pos al registratore di cassa, scattato il 5 marzo 2026 in attuazione della Legge di Bilancio 2025 (commi 74-77, L. 207/2024). I numeri li ha resi pubblici il viceministro all’Economia Maurizio Leo durante un convegno della Fondazione Centro Studi Commercialisti. Cinque miliardi che si chiamano fatturato in chiaro solo da quando il fisco ha potuto vederli: bastava una procedura informatica gratuita sul portale Fatture e Corrispettivi dell’Agenzia delle Entrate per far emergere quasi un terzo di evaso in più rispetto allo stesso mese del 2025. Sull’intero primo quadrimestre il numero degli scontrini è cresciuto del 40 per cento.

Nessun miracolo, nessuna nuova tassa, nessun controllore in più sul territorio. Solo l’incrocio fra due banche dati già esistenti, costruito dalla società pubblica Sogei: la matricola del registratore telematico abbinata all’identificativo univoco del Pos. Da quel momento ogni pagamento elettronico chiede automaticamente uno scontrino. La sanzione, da 1.000 a 4.000 euro, fa il resto.

La fotografia smentisce in pubblico una tesi politica

La fotografia che ne esce è imbarazzante per la tesi sostenuta da Giorgia Meloni in diretta Facebook il 4 dicembre 2022: «Più fai salire il tetto al contante meno favorisce l’evasione». Da quella convinzione nacque la scelta di portare la soglia del contante a 5.000 euro e di tentare di limitare a 60 euro l’obbligo Pos per i commercianti. Tre anni e mezzo dopo, sono i dati del suo viceministro a inchiodarla: dove il fisco ha potuto incrociare un pagamento elettronico con uno scontrino, gli scontrini sono apparsi. Prima quei cinque miliardi erano semplicemente altrove.

Il quadro non è una sorpresa. La Relazione Mef sull’economia non osservata stima il tax gap italiano del 2021 fra 82,4 e 102,5 miliardi di euro, l’Irpef evasa dai lavoratori autonomi a 29,5 miliardi, l’Iva evasa scesa da 33 miliardi del 2017 a 14,6 del 2021 grazie soprattutto alla fatturazione elettronica obbligatoria. Insomma: quando il fisco vede, l’evasione cala.

Il concordato che doveva sostituire i controlli

Eppure la linea politica della maggioranza è andata nella direzione opposta. Il concordato preventivo biennale, presentato come l’arma di compliance per le partite Iva, nella prima edizione 2024-25 ha chiuso a 1,3 miliardi di gettito contro i 2 miliardi previsti dal governo, con 600.000 adesioni su 4,7 milioni di potenziali beneficiari. La seconda edizione, quella 2025-26, è andata peggio: appena 55.000 partite Iva, sotto il 10 per cento della platea, secondo i dati del Sole 24 Ore. Lo strumento amichevole, costruito sulla fiducia, ha mostrato il proprio limite. Chi evade non firma un patto che lo riporti dentro la linea legale. Quattro Pos collegati a un registratore telematico hanno fatto in un mese ciò che il concordato non ha fatto in due anni.

Resta una domanda politica che le cifre rendono inevitabile. Per anni le associazioni di categoria, e con loro una parte della maggioranza, hanno raccontato il piccolo esercente come una vittima della burocrazia digitale, costretta a inseguire scadenze tecniche prima ancora che clienti. I 3,87 milioni di Pos attivi nel 2025 secondo elaborazioni Confesercenti mostrano un Paese che paga elettronico ormai per abitudine. E i cento milioni di scontrini riapparsi in trenta giorni misurano lo spazio fra ciò che i commercianti incassavano e ciò che dichiaravano. Abbastanza da rendere ridicola la retorica del contante come scudo della libertà economica.

Il governo che ha alzato il tetto al contante adesso si applaude per i risultati di una misura che inchioda l’esatto opposto della sua linea. Un paradosso: il merito politico di Leo è aver mostrato che la sua premier, sul punto, aveva torto.

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Il No di marzo non era una cambiale: a Venezia il campo largo si sveglia

A Venezia ha vinto Simone Venturini al primo turno, oltre il 50%, undici anni dopo l’arrivo di Brugnaro a Ca’ Farsetti. Andrea Martella si è fermato sotto il 40%, quando Bidimedia e Tecnè lo davano avanti di sei punti. Tredici punti di scarto contro un vantaggio atteso: la fotografia di un’illusione costata cara. Due mesi fa, il 23 marzo, era stata Elly Schlein a dichiarare dal Nazareno che «c’è…

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La Flotilla tra Israele e Libia

Domenica pomeriggio dieci attivisti del Global Sumud Land Convoy attraversano il checkpoint di Sirte con due auto e un’ambulanza, per negoziare con le autorità della Libia orientale la ripartenza del convoglio fermo da otto giorni in zona neutra. Dall’altra parte li attendono i miliziani della 604ª brigata di Khalifa Haftar, con cecchini e mitragliatrici. Consegnano i passaporti, la diretta streaming si interrompe. Da quel momento, dice all’Ansa la portavoce italiana della Global Sumud Flotilla Maria Elena Delia, «i contatti sono persi».

Tra i dieci ci sono due italiani, Domenico Centrone, trentatré anni di Molfetta, e Leonarda Alberizia, di Albugnano nell’astigiano. Il convoglio da cui si sono staccati conta duecentocinquanta persone, sette ambulanze, dieci camion, e punta a Gaza attraverso la Cirenaica e Rafah.

L’Unità di crisi della Farnesina nella notte di domenica comunica di avere «avviato verifiche». Antonio Tajani giovedì 21 maggio aveva chiesto a Kaja Kallas sanzioni europee contro Itamar Ben Gvir per il video di Ashdod. Sul caso Sirte tace.

Haftar non è un’incognita per Roma. L’11 giugno 2025 il ministro Matteo Piantedosi ha ricevuto al Viminale suo figlio Saddam, comandante della brigata Tareq Ben Zayed. Fanpage ha documentato il piano italiano sostenuto dalla Commissione europea per aprire a Bengasi un centro di coordinamento marittimo che estenda alla Cirenaica i respingimenti. Per il secondo anno il Piano Mattei prevede in Italia la finale del campionato di calcio libico.

A Nuseirat, domenica mattina, un missile israeliano ha colpito un appartamento del campo profughi. Morti Mohammad Abu Mallouh, 38 anni, Alaa Zaqlan, 36, e il figlio Osama, un anno. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, secondo il Ministero della salute di Gaza ripreso da Reuters, l’esercito israeliano ha ucciso ottocentottanta palestinesi.

Il blocco navale a est, il checkpoint a ovest. Tra i due, due interlocutori che la Farnesina conosce per nome.

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Trump pupo nelle mani di Netanyahu: Hormuz resta chiuso perché a Tel Aviv serve la guerra

Donald Trump sabato sera ha annunciato su Truth che l’accordo con l’Iran era “ampiamente negoziato” e che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato riaperto. Ventiquattro ore dopo si corregge, dicendo di non avere fretta. Nel frattempo Benjamin Netanyahu convoca il gabinetto di sicurezza, pubblica su X una foto generata con l’intelligenza artificiale dove abbraccia il presidente americano e scrive che l’…

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Elezioni Amministrative: 18 capoluoghi e 737 Comuni al voto. Venezia, Salerno e Reggio Calabria le sfide chiave

A Venezia la coalizione che sostiene il senatore Andrea Martella (Pd) raccoglie sette liste, da Rifondazione Comunista a Italia Viva, e l’ultimo sondaggio Tecnè del 5-6 maggio lo dà al 49% contro il 41% di Simone Venturini, erede dell’uscente Luigi Brugnaro dopo undici anni di centrodestra. È un campo larghissimo, anomalo, costruito addosso al timore di perdere l’unico capoluogo di regione al voto. Funziona finora in laguna. Eppure a poche centinaia di chilometri, a Salerno, lo stesso esperimento si è frantumato: Vincenzo De Luca, di ritorno in città dopo due mandati alla Regione, corre senza il simbolo del Pd ma con il via libera della segretaria Elly Schlein e di suo figlio Piero, segretario regionale dem. M5S e Avs hanno scelto un altro candidato, l’avvocato Franco Massimo Lanocita.

Amministrative, i numeri

Le amministrative del 24 e 25 maggio 2026 coinvolgono oltre 6 milioni di elettori in 737 comuni, 17 capoluoghi di provincia e un capoluogo di regione, Venezia. Sono il primo voto vero dopo il 22-23 marzo, quando il referendum sulla separazione delle carriere è stato bocciato dal 53,74% dei votanti con un’affluenza del 58,93%: la prima sconfitta politica seria di Giorgia Meloni dal 2022, con il 65,22% di No solo in Campania, e i giovani 18-34 anni oltre il 61%, secondo i dati Opinio Italia per la Rai. Da quel risultato il centrodestra arriva ferito, e il campo largo cerca di capire se la geometria della vittoria referendaria sia replicabile su scala locale. Le risposte cambiano da una città all’altra, ed è già una diagnosi.

Il laboratorio del campo largo

Dei 18 capoluoghi complessivi (Sardegna esclusa, vota a giugno) il centrosinistra unito si presenta solo in 12, secondo i conteggi del Foglio. Mantova è il caso più visibile della frattura: il M5S candida lì in autonomia Mirko Granato, mentre Pd e Azione di Carlo Calenda stanno insieme. A Salerno la spaccatura è verticale, a Trani identica.

La conseguenza pratica è che la rivendicazione del centrosinistra, nei prossimi giorni, dipenderà aritmeticamente da poche partite. A Prato, dove Matteo Biffoni (Pd, già sindaco dal 2014 al 2024) è stimato al 53% contro il 38,5% di Gianluca Banchelli dal sondaggio Emg Different di inizio maggio, dopo il commissariamento seguito alle dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti, indagata per corruzione nel giugno 2025. A Pistoia, dove un rilevamento de La Nazione vede Giovanni Capecchi, vincitore con il 56,5% delle primarie del centrosinistra, al 50,5% contro il 44,5% della forzista Anna Maria Celesti. E a Venezia, dove i sondaggi parlano da soli. La stessa coalizione, in tre città, regge in tre forme diverse.

Quel che il centrodestra rivendicherà

Reggio Calabria è la piazza opposta. Il sondaggio Swg del 13-16 aprile su 700 cittadini dava Francesco Cannizzaro, deputato e segretario regionale di Forza Italia, fra il 52 e il 56%, contro Domenico Battaglia fra il 32 e il 36%. Dopo dodici anni di amministrazione Falcomatà, è la riconquista più solida che il governo possa mettere in conto.

A Messina invece il vincitore probabile, secondo lo stesso istituto, è Federico Basile di Sud chiama Nord, dato fra il 50 e il 54%: la terza coalizione personale costruita da Cateno De Luca. La cosiddetta sfida bipolare, di fatto, in Sicilia è ferma a casa. Intanto Forza Italia corre da sola a Fermo, la Lega da sola ad Avellino, a Chieti e ad Agrigento. Sostanzialmente la maggioranza nazionale, alla prova delle liste, è meno compatta dell’opposizione che ufficialmente non c’è.

Insomma, il quadro: il campo largo arriva avanti dove si è coalizzato (Venezia, Prato, Pistoia), il centrodestra ha la migliore occasione dove l’avversario era già logoro (Reggio Calabria), e nessuno dei due controlla le formule altrui. La rivendicazione vera sarà aritmetica, capoluogo per capoluogo, e arriverà lunedì sera. Anzi, probabilmente lunedì dell’8 giugno dopo i ballottaggi.

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Testimoni di giustizia senza pensione, l’appello nel giorno di Falcone: l’emendamento è ancora fermo

Oggi a Palermo cortei, fiaccolate e dichiarazioni solenni ricorderanno il 34esimo anniversario della strage di Capaci, in cui Cosa Nostra uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Mentre l’antimafia ufficiale prepara l’inquadratura giusta sull’albero Falcone, centocinquanta testimoni di giustizia hanno scritto a Governo e Parlamento un appello per chiedere una cosa minima: che lo Stato versi loro i contributi pensionistici per gli anni in cui non hanno potuto lavorare dopo aver scelto di denunciare le mafie. Il testo è stato diffuso il 20 maggio da Antimafia Duemila e ripreso da Articolo21. La parola che ricorre è «diritto»: i firmatari chiedono il riconoscimento di una tutela previdenziale che la legge 6/2018 ha lasciato lacunosa.

La firma istituzionale c’è già

Il punto giuridico è netto. Nel dicembre 2025, con la Legge di Bilancio per il 2026, la Camera ha approvato un ordine del giorno a firma della presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, che impegna il Governo a colmare la lacuna sui contributi previdenziali dei testimoni. Lo ricorda Davide Mattiello, ex deputato Pd e relatore della legge 6/2018, in un intervento del 20 maggio su Articolo21 dove definisce la vicenda «un’altra beffa per i testimoni di giustizia». Un OdG, di fatto, impegna il Governo politicamente, non giuridicamente. Serve un emendamento, e serve un veicolo legislativo. Sei mesi dopo, il veicolo manca. Mattiello ne indica uno: la legge di conversione del decreto correttivo del decreto sicurezza, che ha cominciato il suo cammino in questi giorni. Il decreto sicurezza, il quarto in tre anni, è stato convertito con la legge 54 del 24 aprile. Il correttivo è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo stesso giorno, per sterilizzare i rilievi del Quirinale sull’articolo 30-bis sui rimpatri volontari. Quel veicolo è ancora aperto.

Una richiesta minima

Il primo testimone di giustizia italiano si chiama Piero Nava. Nel 1990 era un agente di commercio di Lecco di passaggio sulla superstrada Canicattì-Agrigento, vide l’agguato in cui Cosa Nostra uccise il magistrato Rosario Livatino, denunciò e da quel giorno non è più tornato alla sua vita. Nel libro Io sono nessuno (Rizzoli, 2021) racconta di aver lottato per anni per vedersi riconoscere i contributi degli anni di silenzio forzato. Trentasei anni dopo, la sua battaglia è ancora quella di Giuseppe Carini, testimone chiave nel processo per l’omicidio di don Pino Puglisi, e di Ignazio Cutrò, presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, ex imprenditore edile di Bivona, oggi dipendente della Regione Siciliana dopo il fallimento della sua azienda nel 2014. Cutrò chiedeva «di intervenire sul tema dei contributi pensionistici per dare fiducia a chi decide di affidarsi allo Stato»: era il luglio 2025.

Sull’appello è intervenuta anche la senatrice Enza Rando, responsabile Legalità del Pd, definendo il riconoscimento «un atto dovuto». Anche le Regioni si muovono dove possono: la Regione Piemonte ha firmato in questi giorni un protocollo con prefettura e procura di Torino, con un fondo da 800 mila euro per il 2026 e contributi singoli di 3 mila euro. Misure compensative: spettano agli enti locali solo perché lo Stato centrale non versa quanto dovrebbe. Il messaggio implicito è di una nitidezza brutale: se decidi di parlare lo fai a tue spese, e quando arrivi a sessantasette anni te ne accorgi. È un disincentivo strutturale alla denuncia, scritto nei conti correnti Inps. La memoria di Falcone, scrivono i testimoni, «si misura, al di là delle cerimonie ufficiali, anche dall’esito della approvazione di tutti quei provvedimenti in materia di lotta alle mafie». Tradotto: se oggi la classe dirigente si presenta a Palermo senza l’emendamento approvato, la cerimonia diventa una fotografia con l’inquadratura giusta e nessuna conseguenza per chi ha pagato.

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Gridano allo scandalo per Ben Gvir, ma poi…

Il video di Itamar Ben Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, che cammina ridendo fra gli attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati e bendati ad Ashdod arriva a Roma giovedì. Sergio Mattarella parla di «trattamento incivile», di «livello infimo». Giorgia Meloni e Antonio Tajani definiscono il gesto «inaccettabile, linea rossa superata», convocano l’ambasciatore israeliano. In serata Tajani chiede all’Alto rappresentante Kaja Kallas sanzioni europee contro Ben Gvir.

Ventiquattro ore prima, mercoledì 20 maggio, il Parlamento europeo votava sull’emendamento Della Valle per l’embargo immediato di armi verso Israele. Esito: 126 favorevoli, 406 contrari, 116 astenuti. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia compatti contro, registra ANSA. La stessa maggioranza che giovedì parla di linea rossa.

Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, a RaiNews24 confeziona la retromarcia preventiva: «andare a penalizzare un popolo per i suoi governanti è una scelta pericolosa». La distinzione fra ministro e governo, fra governo e popolo, regge un ciclo informativo.

Giovedì sera sono atterrati a Fiumicino ventinove attivisti italiani rilasciati da Israele. Il deputato M5S Dario Carotenuto racconta «manette ai polsi e catene alle caviglie», il giornalista Alessandro Mantovani parla di calci e pugni in faccia. La procura di Roma acquisirà il video di Ben Gvir: l’esposto degli avvocati ipotizza sequestro di persona.

Il Ministero della salute di Gaza, citato ieri da Human Rights Watch al Board of Peace, conta 881 palestinesi uccisi dal cessate il fuoco del 10 ottobre. Mercoledì sera, mentre a Bruxelles si votava l’embargo respinto, sette palestinesi fra cui tre bambini venivano feriti dai bombardamenti sul campo profughi di Bureij. Su quei numeri, ieri, nessuna linea rossa.

 

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Ogni settimana ha il suo Ben-Gvir

Questa settimana l’uomo della distrazione di massa è stato Itamar Ben-Gvir. Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale si è fatto filmare il 20 maggio 2026 ad Ashdod mentre derideva gli attivisti della Global Sumud Flotilla legati a terra, e il governo italiano ci si è buttato sopra come su una scialuppa. Convocazione dell’ambasciatore, comunicato congiunto Meloni–Tajani, promessa di chiedere sanzioni europee (contro il ministro, non contro l’intero governo). Tutto il resto è scomparso dai titoli.

Eppure tutto il resto resiste. Al Mimit ci sono 43 tavoli di crisi aperti, oltre 60mila lavoratori coinvolti, da Acciaierie d’Italia a Beko, da Stellantis a Electrolux, che a maggio 2026 ha annunciato 1.700 esuberi. Adolfo Urso parla di clima favorevole agli investimenti, intanto gli stabilimenti chiudono. Nessuno ne discute in tv.

E poi c’è la legge elettorale. Lo Stabilicum, proporzionale con premio di governabilità, è impantanato in commissione. Il 20 maggio Matteo Salvini ha evocato il voto anticipato a settembre, poi ha corretto, ma la maggioranza è a pezzi: la Lega teme le preferenze, Forza Italia le rifiuta, FdI alza la soglia del premio dal 40 al 42%. 120 costituzionalisti hanno firmato un appello contro l’impianto. Nessuno ne discute in tv.

Il 18 maggio la Corte costituzionale si è riunita sulla legge che regola i rapporti con la Corte penale internazionale, quella che ha permesso al governo di rispedire in Libia il torturatore Najim Osama Almasri, capo del carcere di Mitiga. La vittima sud-sudanese Lam Magok, picchiato e torturato a Mitiga, è stata dichiarata inammissibile dalla Consulta quattro giorni prima. La Camera ha già negato l’autorizzazione a procedere per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Mantovano. Nessuno ne discute in tv.

Ogni settimana ha il suo Ben-Gvir. La settimana scorsa era il licenziamento dello staff del ministro Alessandro Giuli, il 10 maggio, dopo il caso del documentario su Giulio Regeni. Quella prima ancora era la sconfitta referendaria del 22-23 marzo che il governo ha smaltito a colpi di nomine Consob e Antitrust mai fatte. Quella prima ancora il bonus rimpatri da 615 euro del decreto Sicurezza.

Sostanzialmente, il governo Meloni governa producendo distrazioni. Ben-Gvir è arrivato gratis.

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Valle d’Aosta, Testolin decaduto e reintegrato: lo stallo in Regione arriva sul tavolo di Meloni

Renzo Testolin il 2 maggio 2026 è decaduto da presidente della Regione Valle d’Aosta per sentenza del Tribunale civile di Aosta, la n. 110/2026. Sei giorni dopo, con il deposito del ricorso in Corte d’Appello di Torino, la sentenza è stata sospesa nei suoi effetti e Testolin è tornato in carica. Dall’8 maggio la Valle d’Aosta ha quindi un presidente che il primo grado ha dichiarato ineleggibile e che continua a esercitare, oltre alle funzioni politiche, anche quelle prefettizie di rappresentante del governo previste dal decreto legislativo luogotenenziale 545 del 1945. Unica regione in cui questo accade.

Il punto, in diritto, è semplice. La legge regionale 21 del 2007 stabilisce che si possono ricoprire cariche in Giunta per due legislature consecutive. Testolin era già stato in Giunta nella XIV, nella XV e nella XVI legislatura. Il 6 novembre 2025 il Consiglio Valle lo ha eletto presidente per la XVII. Alleanza Verdi e Sinistra, con i consiglieri Chiara Minelli ed Eugenio Torrione, ha depositato ricorso il 19 dicembre 2025. Il Tribunale, collegio presieduto da Paolo Bernardini, ha accolto l’impianto: ineleggibilità dichiarata, costituzione in giudizio della Regione respinta come inammissibile perché la causa riguardava la posizione personale del presidente e non un interesse pubblico, richiesta di rinvio alla Consulta rigettata.

Il conto pubblico di una causa privata

Qui si apre un altro capitolo. La Giunta aveva deciso di costituirsi in giudizio attraverso l’Avvocatura regionale e con il supporto di uno studio legale romano, impegnando, secondo l’esposto presentato alla Corte dei Conti il 7 maggio 2026, oltre 21mila euro di risorse pubbliche per difendere una posizione che il Tribunale ha qualificato come strettamente personale. Soldi dei valdostani per un contenzioso che il giudice ha rifiutato di considerare un affare della Regione. La minoranza in Consiglio Valle ha provato a impedire un secondo round di spesa con il ricorso in Appello. Respinta: 15 voti contrari, 14 favorevoli, 6 astensioni.

L’autonomia a giorni alterni

E poi c’è il fronte aperto dentro il centrodestra di governo. Fratelli d’Italia, attraverso il deputato Alessandro Urzì, ha presentato un’interrogazione a risposta scritta a Giorgia Meloni, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli. Il punto sollevato è quello delle funzioni prefettizie: un presidente decaduto in primo grado, reintegrato dall’effetto sospensivo dell’appello, che continua a esercitare poteri statali di ordine pubblico. La risposta di Forza Italia è arrivata pochi minuti dopo. Emily Rini, segretaria regionale forzista e architetto dell’alleanza con l’Union Valdôtaine dell’ottobre 2025, ha definito l’iniziativa di FdI «orripilante» e ha accusato gli alleati di essere «autonomisti a giorni alterni».

In Valle d’Aosta governa una maggioranza inedita: Union Valdôtaine, Autonomisti di Centro, Forza Italia. Il centrodestra a guida Meloni è fuori dalla Giunta, e questo è il motore del cortocircuito. FdI scopre l’autonomia come problema istituzionale quando è amministrata da altri, e usa la decadenza di Testolin per ricordare ai forzisti che la maggioranza è fragile. Forza Italia difende il proprio posto in Giunta, prima della persona di Testolin.

Il costituzionalista Nicola Lupo, della Luiss, autore di un parere pro veritate per il Consiglio Valle, ha definito la sentenza «assai deludente nelle argomentazioni di merito». Le motivazioni in Appello si discuteranno il 28 settembre 2026. Cinque mesi in cui la Regione resta affidata a un presidente decaduto e reintegrato. Il diritto a difendersi non si discute. L’opportunità politica di rimanere sì.

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