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Diritto internazionale violato, ormai è la regola

Ad aprile gli attivisti fermati in mare venivano scaricati a Creta. Centosettantanove furono lasciati su una banchina greca, due trattenuti e rilasciati dopo dieci giorni di interrogatori. Stavolta no. I governi francese e greco hanno comunicato agli organizzatori che i circa quattrocento fermati lunedì vanno direttamente in carcere ad Ashdod.

La stessa azione di un mese fa, con una conseguenza più dura. La marina israeliana ha abbordato in acque internazionali, a circa duecentocinquanta miglia da Gaza, la flotta civile più numerosa mai partita: una sessantina di imbarcazioni, oltre cinquecento persone da quarantacinque paesi, Sumud più Freedom Flotilla Coalition più l’associazione turca Mavi Marmara. Dodici italiani fermati, due stranieri residenti in Italia. Una ventina di piccole barche prosegue verso Gaza.

Antonio Tajani (FI), ministro degli Esteri, al Tg1 il 18 maggio: gli italiani «andranno in Israele e poi saranno espulsi». L’abbordaggio era «previsto». Guido Crosetto (FdI), ministro della Difesa, sullo stesso Tg1: «Non lo chiamerei attacco ma blocco». Il governo registra il fermo come procedura consolare e rotta di rientro, per loro evidentemente non si tratta di una cattura piratesca. 

Amnesty International, per voce di Erika Guevara Rosas, parla di «detenzione arbitraria» e richiama l’impunità per quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio. La Procura di Roma tiene aperto dall’autunno un fascicolo sui trentasei italiani fermati a ottobre, anche per tortura. A Gaza, dal cessate il fuoco di ottobre, ottocentocinquantasette palestinesi uccisi al 14 maggio secondo il Ministero della Salute. Il 15 maggio un raid ha ucciso a Rimal il capo di Hamas nella Striscia.

Ad aprile una banchina a Creta. A maggio una cella ad Ashdod. Il governo italiano chiama questo passaggio «espulsione» e prepara il volo di rientro. Per loro è ordinaria amministrazione. 

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Decreto flussi e caporalato, tredicimila euro per una vita da schiavi: l’inchiesta di Potenza sulla tratta dei braccianti

Tredicimila euro, versati prima ancora di salire su un aereo. È il prezzo che una famiglia del Punjab pagava per spedire un figlio a raccogliere ortaggi in Basilicata, e l’inizio del debito che lo avrebbe tenuto in catene. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Potenza, sfociata il 18 maggio 2026 in dodici misure cautelari, racconta esattamente questo: una rete criminale transnazionale che usava il decreto flussi, lo strumento con cui lo Stato programma l’immigrazione legale, come canale per la tratta di esseri umani. Il procuratore Camillo Falvo l’ha definita «moderna schiavitù».

I numeri li ha forniti lui in conferenza stampa. Sette arresti, due in carcere e cinque ai domiciliari, più cinque misure tra obbligo e divieto di dimora, nelle province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco. Gli indagati, italiani e cittadini indiani, rispondono di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo. Il sistema partiva dall’India: intermediari reclutavano giovani in difficoltà economica promettendo un ingresso regolare come braccianti. Per il visto le famiglie versavano tra 8.500 e 13mila euro, spesso indebitandosi. Quel debito era il primo anello del ricatto. Le aziende compiacenti, secondo l’accusa, incassavano tra 3.500 e 4mila euro a pratica, coordinando i tempi d’ingresso con la stagione della raccolta. Una volta in Italia, turni oltre le dodici ore, paghe irrisorie, alloggi fatiscenti. L’inchiesta è nata nel 2023 da un’ispezione a Grumento Nova.

Decreto flussi: lo strumento piegato

Un punto va detto con chiarezza: il decreto flussi è un’invenzione dello Stato, non della criminalità. La criminalità ci si è infilata dentro. Il 30 giugno 2025 il governo Meloni ha approvato il Dpcm che programma 497.550 ingressi per lavoro nel triennio 2026-2028. Sommato al piano precedente, da 450mila ingressi, fa quasi un milione di posti autorizzati sulla carta dall’esecutivo che ha costruito la campagna elettorale sul blocco degli sbarchi. Il comparto agricolo assorbe la fetta più grossa: circa 330mila ingressi in tre anni. Sulla carta, appunto. I numeri della campagna Ero Straniero raccontano il resto: nel 2023 solo il 13 per cento delle quote assegnate è diventato un permesso di soggiorno regolare, nel 2024 la percentuale è crollata al 7,8. Gli altri restano sospesi. Arrivano con un visto regolare, scoprono che l’azienda che ha presentato la domanda non li assume, e diventano clandestini in un Paese dove sono entrati legalmente. È in quel limbo che il caporalato pesca.

La promessa mai mantenuta

C’è una data che pesa: 19 giugno 2024, il giorno in cui a Latina muore dissanguato Satnam Singh, bracciante indiano di 31 anni, abbandonato dal datore di lavoro davanti casa con il braccio amputato in una cassetta della frutta. Sull’onda di quella morte il governo promise tolleranza zero. Tre giorni di blitz, qualche annuncio nel decreto Agricoltura. Poi il silenzio. La Flai-Cgil denuncia da anni gli stessi numeri: circa 200mila irregolari in agricoltura, 405 aree di caporalato diffuso censite dall’Osservatorio Placido Rizzotto, più della metà al Nord. Gli arresti del 18 maggio toccano Piacenza e Lecco, la Pianura Padana dell’agroindustria. La legge 199 del 2016 punisce lo sfruttamento a fatti compiuti, e finora non ha spaventato nessun imprenditore: una condanna si patteggia. I segretari di Cgil Basilicata e Flai, Fernando Mega e Vincenzo Pellegrino, lo dicono così: il decreto flussi “si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza”. A distanza. Tra chi firma un nulla osta in un ufficio italiano e chi si indebita in Punjab. In quello spazio vuoto prospera chi vende visti a tredicimila euro. La rete di Potenza è stata smantellata. Il canale resta aperto, con altri 330mila ingressi già autorizzati fino al 2028.

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Rapporto Censis 2026, l’informazione in crisi di credibilità e gli italiani in fuga dai media: anatomia di un fenomeno

Il 21° Rapporto Censis sulla comunicazione si intitola “L’informazione nel mirino”. Il titolo non è una metafora. Nel 2025 sono stati uccisi nel mondo 129 giornalisti e operatori dei media, il numero più alto da quando il Committee to Protect Journalists ha iniziato il conteggio nel 1992: almeno 104 sono morti in contesti di conflitto armato. In Italia, l’11 maggio scorso, il ministero dell’Interno e la Prefettura di Roma hanno assegnato la scorta a Nello Trocchia, inviato del quotidiano Domani, bersaglio di minacce della criminalità romana. Con lui salgono a 29 i cronisti italiani costretti a vivere protetti per il proprio lavoro.

Il rapporto, presentato il 28 aprile 2026, parte da qui. L’informazione è soggetto attivo dei conflitti, e quindi bersaglio. Solo che il colpo arriva anche da casa. Secondo il Censis l’informazione “appare apertamente imputata dall’opinione pubblica di partigianeria, perdita di indipendenza” e di avere “tradito la fiducia implicita nella domanda di conoscenza dei fatti”.

I numeri raccontano una diserzione organizzata. Il 59,5% degli italiani cerca di evitare i media più diffusi, il 58% li legge per scovarvi le interpretazioni ideologiche. Il 60,6% si informa su temi di cui quei media parlano poco o niente, il 64,6% verifica abitualmente le notizie su fonti alternative. Quasi due terzi della popolazione tratta l’informazione consolidata come un imputato. Lo studio poggia su un campione di 1.200 individui tra 14 e 80 anni.

La fuga dai canali ufficiali

La televisione tiene il 93,2% dell’utenza, internet il 90,4%, i social l’86,2%. Restano gli strumenti, crolla la fiducia in chi li riempie. I quotidiani cartacei a pagamento toccano nel 2025 il minimo storico del 21%, 46 punti percentuali in meno dal 2007. I telegiornali, ancora prima fonte per il 43,9% della popolazione, calano di 3,8 punti. Sette italiani su dieci tra chi usa i social si informano con i reel, spesso in modo distratto: l’informazione si fa scaglia, scivola nel feed tra un meme e l’altro.

E poi c’è l’intelligenza artificiale. Il 61,6% degli intervistati dichiara che non si sentirebbe a proprio agio a informarsi attraverso un mezzo interamente generato dall’IA. Il dato suona come una difesa. Solo che, secondo l’indicatore Eurostat citato dal Censis, le aziende europee che nel 2025 hanno fatto maggior uso dell’IA appartengono proprio al settore dell’informazione e comunicazione, il 62,5%. La macchina che gli italiani dicono di temere è già dentro le redazioni.

Una crisi che ha un prezzo

Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, mette il dito sulla questione economica. «L’informazione costa. Costa pagare giornalisti, strutture, impianti. Quello a cui stiamo assistendo è una crescita al ribasso» con l’uso dell’IA e i bassi contratti dei giornalisti. Nel rapporto è scritto che tre italiani su quattro rifiutano di pagare per informarsi. Il rischio, dice, è «di appiattirci, adeguarci a meme o reel, che hanno poco costo». Più la fiducia scende, meno si paga. Meno si paga, più si taglia. Più si taglia, più l’informazione assomiglia a ciò che la fa scappare.

Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, vede un Paese spaccato in due: chi può acquistare informazione qualificata e chi pensa «di trovare la verità dal primo guru che passa» credendo sia «la bocca della verità quando invece magari è la bocca di ben altri soggetti e di ben altri interessi».

Resta il punto di partenza. Trocchia sotto scorta, 129 colleghi uccisi in dodici mesi, un’opinione pubblica che archivia l’informazione tra le cose di cui diffidare. La crescita al ribasso del Censis è già il presente. Il guru che passa, intanto, non ha bisogno di scorta: parla a sette italiani su dieci che scorrono il telefono e prendono quello che trovano. È il prezzo di un’informazione lasciata appiattire da chi ha smesso di fidarsi.

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La cittadinanza a punti che la Costituzione vieta da settantotto anni

Il 18 aprile 2026, dal palco dei Patrioti in piazza Duomo a Milano, Matteo Salvini ha annunciato il “permesso di soggiorno a punti”, e il 16 maggio, dopo il caso Modena, ci ha aggiunto la cittadinanza: “Come la patente, per chi delinque via i documenti”. L’idea ha un solo difetto: è incostituzionale. L’articolo 22 della Costituzione vieta di privare chiunque della cittadinanza per motivi politici…

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Affitti brevi, il Tar Toscana conferma il regolamento di Firenze: respinti 19 ricorsi

Gli alloggi bnb possono rimanere, ma non potranno nascerne di nuovi. La frase più nuda della stretta fiorentina sugli affitti turistici l’ha scritta un giudice. Il 14 maggio 2026 il Tar della Toscana ha pubblicato tre sentenze che respingono diciannove ricorsi contro il regolamento del Comune di Firenze sulle locazioni brevi. La prima sezione ha scritto che la tutela dell’ambiente urbano, gli obiettivi di politica sociale e culturale e la conservazione del patrimonio storico sono “motivi imperativi di interesse generale che giustificano restrizioni della libertà di iniziativa economica”. Tradotto: chi governa una città può deciderne la forma.

I ricorsi venivano da operatori, società di gestione, associazioni di categoria, privati. Lamentavano la violazione del diritto di proprietà e della libertà d’impresa, il contrasto con la direttiva europea Servizi, l’invasione delle competenze statali. Tutto respinto. Il Tribunale ha richiamato la sentenza 186/2025 della Corte costituzionale, depositata il 16 dicembre 2025, che aveva già confermato l’impianto del Testo unico del turismo toscano, la legge regionale 61 del 2024. Due gradi di giudizio, stesso verdetto.

I numeri spiegano perché la posta è alta. Nel giugno 2025 a Firenze risultavano attivi 11.918 annunci su Airbnb secondo Inside Airbnb, l’85 per cento interi appartamenti, oltre il 70 per cento nel centro storico. Da circa 150 inserzioni nel 2012 a oltre 12mila in poco più di dieci anni. Nel Quartiere 1, il centro storico, vivono 62.518 residenti, un quarto dei quali ultrasessantacinquenni. Il regolamento approvato dal Consiglio comunale il 5 maggio 2025, in vigore dal 31 maggio, blocca i nuovi insediamenti a uso turistico nell’area Unesco, contingenta le locazioni alle unità già destinate nel 2024, fissa autorizzazioni quinquennali e una superficie minima di 28 metri quadrati. Chi vende casa perde la licenza: l’autorizzazione decade col vecchio proprietario.

La gentrificazione era ineluttabile

Per anni la trasformazione di Firenze in vetrina è stata raccontata come destino. Il mercato decideva, le piattaforme crescevano, i residenti se ne andavano a Scandicci o Sesto, la politica guardava. La sentenza del Tar smonta quel racconto. La Corte costituzionale aveva già scritto che correggere i fallimenti del mercato rientra fra le opzioni legittime del legislatore, e che la proprietà ha una funzione sociale, articoli 41 e 42 della Costituzione. È una norma che da decenni dorme nei manuali. A Firenze qualcuno ha deciso di usarla.

Il punto politico è qui. La forma di una città è una decisione, prima che un fatto. Quando un immobile su dieci nel centro smette di essere casa e diventa business, le conseguenze sono prevedibili: meno residenti, negozi per chi resta poche ore, servizi di quartiere che chiudono. Firenze è intervenuta sulla destinazione d’uso, lo strumento urbanistico più antico che esista, l’articolo 7 della legge urbanistica del 1942. La sindaca Sara Funaro ha parlato di “giornata storica” e di vittoria “non solo a livello locale, ma anche nazionale”.

Le periferie pagano il conto

Resta il problema che la stretta ha spostato altrove. A luglio 2025 gli annunci in città erano saliti a 13.043, con un balzo di circa 900 unità in due mesi: il blocco in centro ha gonfiato Gavinana, Novoli, Rifredi, le zone lungo la tramvia. Palazzo Vecchio ha annunciato l’estensione dei vincoli oltre l’area Unesco. Lorenzo Fagnoni, presidente di Property Managers Italia, parla di approccio “fortemente restrittivo” che riduce l’offerta senza toccare le cause dei problemi abitativi, e annuncia il probabile ricorso al Consiglio di Stato.

La gentrificazione resta un processo potente, e una sentenza da sola non lo ferma. Quello che le pronunce del 14 maggio dicono è un’altra cosa, più scomoda per chi ripeteva che era inevitabile: si poteva. Bastava decidere.

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Verso le Comunali, la lezione di Mamdani: cento giorni e centomila buche, il modello New York per l’Italia

Centomila buche riempite in cento giorni, l’ultima a Staten Island. Una pala, due manubri e un casco da cantiere esposti nell’atrio del municipio come trofei. Zohran Mamdani, 34 anni, eletto sindaco di New York a novembre come democratic socialist, ha scelto la cosa più piccola che un’amministrazione possa fare e l’ha trasformata nel simbolo della sua prima stagione di governo. Le buche. Insieme: duemila posti di asilo nido nei quartieri a basso reddito, un negozio di alimentari di proprietà comunale annunciato a East Harlem. Misure minute, scelte apposta minute. È il punto.

Il municipio di New York ha messo online un sito che mappa quartiere per quartiere il lavoro dei primi cento giorni. La voce più ripetuta riguarda i proprietari morosi verso gli inquilini: 34 milioni di dollari fra riparazioni, transazioni e sentenze a favore dei locatari, oltre 6.000 appartamenti rimessi a norma. Poi 9 milioni di restituzioni a lavoratori e piccole imprese sfruttati da grandi corporation e app di consegna, tempo protetto esteso a 4,3 milioni di lavoratori, un investimento da 1,2 miliardi sull’asilo universale annunciato l’ottavo giorno insieme alla governatrice dello Stato di New York, che in campagna lo aveva osteggiato e adesso ne è alleata.

Mamdani racconta tutto con video sui social, parla di “pothole politics”, la politica delle buche, e ripete una frase che pesa più di qualunque programma: il valore di un’ideologia si misura su quanto riesce a consegnare. Il presidente degli Stati Uniti lo ha accusato di “distruggere” la città dopo l’annuncio di una tassa sui residenti part time più ricchi. I repubblicani continuano a dipingerlo come un radicale da temere, gli attacchi sulla fede e sull’origine restano. Lui intanto fa le cose. E le cose fatte restano.

Le cose cambiano cambiandole

C’è un vecchio adagio di Pippo Civati che sembra una tautologia e invece è la cosa più lampante che esista in politica: le cose cambiano cambiandole. Era il titolo della mozione con cui Civati corse alla segreteria del Pd nel 2013, settanta pagine partite da un’autocritica e arrivate a una sola idea, dire che non c’è alternativa è la posizione più conservatrice possibile. Dodici anni dopo quella mozione è una nota a piè di pagina nella storia del centrosinistra, mentre a ottomila chilometri un sindaco la applica alla lettera, senza citarla, perché quasi certamente non l’ha mai letta.

La domanda agli italiani che si candidano

Domenica 24 e lunedì 25 maggio si vota in 666 comuni delle regioni a statuto ordinario, da Venezia a Reggio Calabria, da Prato ad Avellino, diciassette capoluoghi al voto. È la prima prova amministrativa larga dopo mesi di campagne nazionali combattute sulle parole d’ordine, sull’identità, sul nemico. La domanda che il caso Mamdani consegna a chi si candida è semplice e scomoda: cosa avete in mente di cambiare, con quali atti verificabili. Mamdani ha fatto della noia amministrativa, le buche, gli affitti, gli asili, un terreno di consenso, mentre da questa parte dell’oceano la sinistra discute ancora di posizionamento. Una buca riempita è un fatto. Un asilo aperto è un fatto. Una multa al padrone di casa che lascia marcire un appartamento è un fatto. Si raccontano, si contano, si difendono davanti agli elettori.

Civati lo aveva scritto a modo suo, dalla delusione alla speranza. La delusione è la convinzione che governare significhi amministrare l’esistente fino a somigliargli. La speranza, quella che si misura e non si predica, è la pala nell’atrio del municipio. Settimana prossima qualcuno sceglierà chi guiderà la propria città per cinque anni. Le cose cambiano cambiandole. Il resto è gestione dell’esistente, e c’è da scommettere che gli elettori, prima o poi, presentino il conto.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #211

Questa volta alla luce del sole. Lunedì la marina militare israeliana ha abbordato in acque internazionali le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, ripresa in diretta dagli attivisti con le mani alzate mentre i commando si affiancano. I precedenti assalti erano avvenuti di notte. Questo no.

Le cinquantaquattro imbarcazioni erano partite giovedì da Marmaris con attivisti da circa settanta paesi. La marina le ha fermate a ottanta miglia nautiche a ovest di Cipro, oltre duecentocinquanta da Gaza. Lo conferma la Farnesina. Un’ora prima il ministero degli Esteri israeliano aveva intimato su X di cambiare rotta. Circa cento persone trasferite verso il porto di Ashdod. Maria Elena Delia, portavoce italiana, parla di trentacinque italiani su otto barche battenti bandiera italiana, sette o otto già presi. Per l’articolo 4 del Codice della navigazione una nave italiana in acque internazionali è territorio dello Stato.

La Turchia parla di «un nuovo atto di pirateria». Israele non lo nasconde. Lo rivendica. Il ministero degli Esteri israeliano la definisce “una provocazione fine a se stessa” e accusa “due violenti gruppi turchi”. L’impunità esibita come diritto.

Dario Carotenuto, deputato M5S, unico parlamentare italiano imbarcato, lancia un appello da una nave in fuga verso le acque turche: «Intervenite per liberare subito questi equipaggi». Il 21 aprile, al Consiglio Affari esteri, Italia e Germania avevano bloccato la sospensione dell’accordo di associazione fra Unione europea e Israele chiesta da Spagna, Irlanda e Slovenia. Tajani: «La nostra posizione è identica alla Germania». Lo stesso governo che tiene aperto l’accordo che copre quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio chiede a Israele di «garantire la sicurezza» dei cittadini italiani sequestrati. Chiede al pirata di proteggere chi abborda.

L’atto è in acque internazionali. È nel salone di Palazzo Chigi. La luce del sole li illumina entrambi.

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Ebola, l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria internazionale: ceppo Bundibugyo senza vaccino

L’hantavirus fa notizia da una settimana, con i suoi titoli a effetto e i suoi morti raccontati come una curiosità americana. Domenica 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità ha alzato l’allarme più alto che ha a disposizione, e non riguardava l’hantavirus.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha dichiarato l’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo e Uganda «emergenza sanitaria di rilevanza internazionale» (Pheic, nella sigla inglese del Regolamento sanitario internazionale del 2005). È il livello massimo che l’Oms può attivare prima della classificazione di emergenza pandemica, che per ora resta esclusa. A causarla è il virus Bundibugyo, un ceppo di Ebola raro: due soli focolai documentati prima di questo, in Uganda nel 2007 e a Isiro, in Congo, nel 2012. Per il Bundibugyo, a differenza del ceppo Zaire, mancano vaccini e terapie approvate.

I numeri ufficiali dicono già abbastanza. Al 16 maggio l’Oms conta otto casi confermati in laboratorio, 246 sospetti e 80 decessi sospetti nella provincia di Ituri, Congo orientale, distribuiti su almeno tre zone sanitarie: Bunia, Rwampara, Mongbwalu. L’Africa Cdc il 17 maggio porta i sospetti a 336 e i morti a 87. L’agenzia France-Presse, citata da diverse testate, parla di 88 decessi al momento della dichiarazione. Due casi confermati, uno mortale, sono comparsi a Kampalail 15 e il 16 maggio, in persone arrivate dal Congo. Un altro caso confermato è a Kinshasa, capitale a mille chilometri dall’epicentro.

Quel che l’Oms dice senza dirlo

Il primo caso sospetto noto è un uomo di 59 anni: sintomi il 24 aprile, morto in ospedale a Ituri il 27. Le autorità sanitarie sono state allertate via social media il 5 maggio, quando i decessi registrati erano già cinquanta. L’epidemia correva da settimane prima che qualcuno la guardasse. L’Oms scrive che l’alto tasso di positività dei primi campioni, otto su tredici, indica «un’epidemia potenzialmente molto più ampia di quella attualmente rilevata». Tradotto: i numeri ufficiali sono il pavimento, non il soffitto.

E qui finisce la cronaca e comincia la domanda politica. Una Pheic serve a far muovere donatori e governi. La risposta alle ultime dichiarazioni di questo tipo è stata fiacca: quando nel 2024 l’Oms dichiarò emergenza globale il mpox in Africa, gli esperti notarono che servì a poco per portare test e vaccini dove servivano.

Chi paga, e chi ha smesso di pagare

Il contesto in cui arriva questo allarme è un’OMS in crisi di bilancio. Al World Health Summit di Berlino dell’ottobre 2025 si è messo a verbale che all’agenzia mancano quasi 1,9 miliardi di dollari su un budget previsto di 4,2 miliardi per il biennio 2026-27: il 45 per cento delle risorse necessarie. Il buco è figlio del ritiro statunitense deciso dall’amministrazione Trump, che ha azzerato i finanziamenti diretti e smantellato Usaid, l’agenzia federale per la cooperazione: 86 per cento dei programmi terminati secondo la testimonianza di Atul Gawande, ex responsabile salute globale dell’agenzia, davanti alla commissione Esteri del Senato.

L’Oms riferisce un calo del 40 per cento dei fondi per le emergenze rispetto al 2024. Oltre 5.600 strutture sanitarie in contesti umanitari hanno ridotto i servizi, più di 2.000 li hanno sospesi del tutto. Cinquantatré milioni di persone hanno perso accesso a cure essenziali. Ituri, dove l’Ebola corre adesso, è una delle aree più povere e meno coperte del pianeta, dentro un conflitto che dura da anni. Médecins Sans Frontières si prepara a rafforzare la risposta lì e parla di numeri e tempi «estremamente preoccupanti».

Il virus Bundibugyo ha una letalità stimata fra il 25 e il 40 per cento secondo Msf Senza vaccino, senza terapia, in una regione senza ospedali sufficienti e con i fondi internazionali tagliati di quasi metà. L’hantavirus, intanto, continua a vendere copie.

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El Koudri è italiano, ma per Salvini non abbastanza: il razzismo che da domani può toccare chiunque

Salim El Koudri è nato a Seriate il 30 marzo 1995. Italiano, laureato in Economia, residente a Ravarino. Sabato 16 maggio ha lanciato una Citroën C3 a folle velocità in via Emilia a Modena, falciando otto persone, quattro gravi, due donne con le gambe amputate. Un fatto atroce. E un cittadino italiano. Su quel “cittadino italiano” si è aperta la voragine. Matteo Salvini (Lega) ha rilanciato la…

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Onu, verso il voto sulla risoluzione sul clima: gli Usa contro, l’Europa spinge per annacquare il testo. E l’Italia Assente

Mercoledì 20 maggio l’Assemblea generale dell’Onu vota la risoluzione che dovrebbe trasformare in azione politica il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 23 luglio 2025: i giudici dell’Aia, all’unanimità, hanno stabilito che proteggere il sistema climatico è un obbligo giuridico per gli Stati, che il fallimento nella dismissione dei combustibili fossili può costituire atto illecito internazionale, che la mancata regolazione delle imprese sotto la propria giurisdizione apre la strada alla responsabilità statale. Una sentenza priva di vincolatività formale, che certifica però l’inazione climatica come violazione del diritto.

La risoluzione la guida Vanuatu, l’arcipelago del Pacifico che rischia di scomparire sotto il livello del mare e traina la diplomazia climatica dei piccoli Stati insulari. Il testo finale, pubblicato il 1° maggio 2026, è già il frutto di un’erosione. La bozza iniziale prevedeva un Registro internazionale dei danni per raccogliere prove di “perdite o lesioni attribuibili al cambiamento climatico”. È stato cancellato. A spingere per la cancellazione: Stati Uniti, Cina, Unione europea, Giappone, Paesi produttori di petrolio. La parte sui combustibili fossili è stata limata. L’indicazione della Unfccc e dell’Accordo di Parigi come “fori intergovernativi primari” è stata aggiunta come rassicurazione per chi temeva che il diritto internazionale potesse aggirare le Cop, ovvero il luogo dove da trent’anni si negozia senza decidere.

A febbraio l’amministrazione Trump ha fatto circolare un cablo del Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio: chiedeva agli alleati di pressare Vanuatu perché ritirasse la risoluzione, definita “ennesimo eccesso di potere dell’Onu”. Washington sosteneva che G7, Cina, Arabia Saudita e Russia condividessero le sue preoccupazioni. Il mese prima la Casa Bianca aveva revocato l’endangerment finding sui gas serra e annunciato l’uscita dal trattato Onu sul clima. La sequenza è leggibile: prima si smontano gli strumenti interni, poi quelli internazionali.

L’avanguardia europea

L’Unione europea, raccontano Human Rights Watch e i tavoli negoziali ripresi dalla stampa specializzata, ha spinto contro un’interpretazione “espansiva” del parere della Corte. Ovvero: ha contribuito a indebolire il testo. Lo ha fatto mentre Commissione e governi si presentano come avanguardia climatica del pianeta. È la stessa Unione che ha rinviato l’Ets sui trasporti, allentato i vincoli sulla deforestazione importata, riaperto il dossier sui motori a combustione. Il copione si ripete: si firma a Parigi, si negozia a Bruxelles l’eccezione per il proprio comparto. L’Italia manca dai co-sponsor del core group, gruppo che riunisce Paesi Bassi, Kenya, Sierra Leone, Singapore, Barbados, Isole Marshall, Micronesia, Palau, Giamaica, Filippine, Burkina Faso .

Il diritto contro la politica

La risoluzione ha effetto politico, e solo riflesso giuridico. Serve a poco, allora Serve a molto, di fatto. Il parere della Corte, endorsato dall’Assemblea, diventa riferimento obbligato nei contenziosi climatici nazionali. In Italia, dove la riforma costituzionale del 2022 ha inserito all’articolo 9 la tutela dell’ambiente “nell’interesse delle future generazioni”, il pronunciamento dell’Aia potrà essere invocato da chi fa causa allo Stato per le politiche fossili. È quello che teme Washington, che fa Bruxelles, che ignora Roma.

Quando un piccolo Stato del Pacifico costringe i grandi inquinatori a tre anni di negoziati, a tavoli infiniti, a un cablo riservato del Segretario di Stato americano, qualcosa funziona. La risoluzione passerà, con voto largo, e tutti diranno di aver vinto. Solo che il mare di Vanuatu continua a salire e la Corte ha già scritto, nero su bianco, di chi è la responsabilità.

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